MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA
 


CELEBRARE L’EUCARISTIA PER COSTRUIRE LA CHIESA

L’interazione dinamica tra il "corpo sacramentale"
e il "corpo ecclesiale"

 

di CESARE GIRAUDO

Il Signore non ha istituito l’Eucaristia per farsi contemplare nell’ostia, ma per nutrire noi, che celebrandola otteniamo dal Padre la trasformazione in un solo corpo.

Elementi della preghiera eucaristica

1) prefazio
2) Sanctus
3) post-Sanctus
4) prima epiclesi (per la trasformazione delle oblate)
5) racconto dell’istituzione
6) anamnesi (offerta del memoriale)
7) seconda epiclesi (per la trasformazione escatologica dei comunicanti)
8) intercessioni
9) dossologia finale

  Nelle nostre tre ultime riflessioni sulla teologia della preghiera eucaristica abbiamo considerato la sezione dell’azione di grazie, ossia i primi tre elementi delle preghiere eucaristiche romane. Nel numero di aprile abbiamo prospettato la teologia del prefazio a partire dall’espressione "rendere grazie", che alla luce della tradizione va intesa come confessione della fedeltà di Dio e delle nostre infedeltà. Quindi nel numero di maggio abbiamo visto che, attraverso il canto del Sanctus, l’inno per eccellenza di tutta la celebrazione eucaristica, la nostra assemblea di quaggiù si unisce all’assemblea festosa degli angeli, dei santi e dei nostri defunti. Nel numero di giugno-luglio abbiamo prestato attenzione alla terza articolazione, tecnicamente chiamata post-Sanctus, o continuazione della lode. Tale elemento, quale figura in particolare nella quarta preghiera eucaristica, ci ha fatto riscoprire la dimensione squisitamente storica della preghiera liturgica.
Ora, sulla base della lode divina, la cui ampiezza dipende dalla conduzione tematica delle singole preghiere eucaristiche, avviene — stando sempre alla struttura romana — il passaggio alla sezione della supplica. Essa si articola in una serie di sei elementi interni che vogliamo esaminare insieme, perché solo dalla loro lettura congiunta è possibile comprendere la dinamica della preghiera eucaristica.

Uno sguardo panoramico alle articolazioni della supplica

Il quarto elemento strutturale delle preghiere eucaristiche romane è la prima epiclesi, detta epiclesi per la trasformazione delle oblate. Nella seconda preghiera eucaristica tale epiclesi, in una traduzione modellata direttamente sull’originale latino, suona così: "Perciò ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito, perché diventino per noi il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo".
A sua volta codesta domanda, che impegna la potenza divina perché operi la transustanziazione, introduce il quinto elemento, cioè il racconto istituzionale, con il quale ai fini della transustanziazione forma un tutt’uno. A questo proposito dobbiamo sottolineare che la transustanziazione, congiuntamente richiesta e operata dall’epiclesi e dalle parole istituzionali, è "per noi", ossia è dinamicamente ordinata all’assemblea cultuale che si è radunata per fare la comunione.
In consonanza con tutta la tradizione cristiana riconosciamo che la consacrazione è il cuore della preghiera eucaristica. Ora, la medesima tradizione, alla luce del magistero della liturgia, c’invita a riscoprire oggi l’imprescindibile mutua interazione tra quel cuore, che racchiude il mistero della presenza reale permanente, e tutti gli altri elementi della preghiera eucaristica. Come nell’organismo vivente il cuore non può essere isolato dalla compagine degli altri organi, così anche nella preghiera eucaristica la consacrazione non può essere confinata in un suo isolamento aureo.
A questo punto, secondo una consuetudine che la liturgia romana ha mutuato di recente dalle liturgie orientali, l’assemblea interviene con un’acclamazione rivolta a Cristo. Intimamente congiunta all’anamnesi, così da dover essere ad essa assimilata, l’acclamazione anamnetica è introdotta dalla monizione di avvio "Mistero della fede!". Con questa acclamazione i fedeli altro non fanno che anticipare quanto il celebrante sta per dire. Ottima in tal senso è la prima formula: "Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta".
L’anamnesi, ovvero l’offerta del memoriale eucaristico, costituisce il sesto elemento strutturale. La seconda preghiera eucaristica la formula così: "Celebrando dunque il memoriale della sua morte e risurrezione, noi ti offriamo, Signore, il pane di vita e il calice di salvezza, rendendoti grazie perché ci hai resi degni di stare dinanzi a te e di servirti".
Con l’anamnesi la Chiesa in preghiera si ricollega logicamente al comando di Gesù "Fate questo [segno del pane e del calice] in memoriale di me [morto e risorto]". Prima, attraverso la dichiarazione anamnetica ("celebrando il memoriale ecc."), fa presente a Dio Padre che sta facendo il memoriale della morte e risurrezione del Signore; poi, con la dichiarazione offertoriale ("... noi ti offriamo ecc."), offre al Padre il pane e il calice eucaristici, ossia il memoriale della nuova alleanza. Memoriale e offerta sono le due dimensioni proprie e imprescindibili di ogni anamnesi. L’offerta sacramentale del corpo e del sangue del Signore costituisce per la comunità cultuale il pegno stesso della sua preghiera, ed è proprio questo pegno che la autorizza a formulare, con l’elemento successivo, la domanda prima e ultima di tutta quanta la celebrazione eucaristica.
Interviene pertanto come settimo elemento l’epiclesi per la trasformazione escatologica dei comunicanti. Così la leggiamo nella seconda preghiera eucaristica: "E supplichevoli ti chiediamo che, partecipando al corpo e al sangue di Cristo, siamo radunati dallo Spirito Santo in un solo corpo". Avvalendoci di una felice intuizione del teologo medievale Tommaso Netter da Walden († 1430), che presenta la Chiesa come "il corpo mistico di Cristo nel quale i singoli cristiani vengono transustanziati attraverso la ricezione dell’Eucaristia", possiamo descrivere questa seconda epiclesi come supplica per la nostra "transustanziazione" nel corpo ecclesiale, grazie appunto alla nostra comunione al corpo sacramentale. Dalla precedente sostanza di dispersione, dovuta alla nostra fragilità e ai nostri egoismi, noi diventiamo sostanza di raduno escatologico, ossia membra armonicamente compaginate con Cristo, "il capo di quel corpo che è la Chiesa" (Col 1,18). Qualificando come escatologica la "transustanziazione" qui richiesta, vogliamo sottolineare che il nostro inserimento nel processo di crescita ecclesiale si realizza secondo i ritmi di una trasformazione già avvenuta e non ancora perfettamente compiuta, la quale avviene precisamente al ritmo delle nostre Eucaristie.
Dopo che con l’epiclesi sui comunicanti è stata formulata la domanda per la trasformazione "in un solo corpo" per l’assemblea radunata, ecco che con l’ottavo elemento, ossia con le intercessioni, questa medesima domanda viene allargata a tutte le altre porzioni di Chiesa che nel momento della celebrazione non sono fisicamente presenti. Sulla loro teologia ci soffermeremo nel prossimo contributo.
Viene infine il nono elemento, ossia la dossologia finale o conclusione laudativa, che in tutte le preghiere eucaristiche romane recita: "Per mezzo di lui, con lui e in lui (per ipsum, et cum ipso, et in ipso) è a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli". Questo paragrafo orazionale si costruisce sul crescendo escatologico dell’ultima intercessione, caratterizzata da una più grande tensione al regno finale, in cui domandiamo a Dio di introdurci per aver modo di glorificarlo senza fine. Intesa in questo senso, la dossologia si configura come ritorno al tema della lode iniziale avviata dal prefazio.

 

L’edificazione del corpo mistico al ritmo delle nostre Eucaristie

Abbiamo notato che nelle preghiere eucaristiche romane le parole del racconto istituzionale e l’anamnesi sono incorniciate dalle due epiclesi. Mentre l’epiclesi sulle oblate chiede a Dio Padre di mandare lo Spirito Santo, perché trasformi il pane e il vino nel corpo e nel sangue del Signore Gesù, l’epiclesi sui comunicanti chiede, per chi si appresta a fare la Comunione, la trasformazione in un solo corpo. Le due richieste non sono indipendenti, ma costituiscono di fatto un’unica e medesima supplica.
Questa percezione unitaria delle due componenti epicletiche è resa più agevole nelle liturgie orientali. Infatti in tutte le preghiere eucaristiche orientali l’epiclesi sulle oblate si colloca dopo il racconto istituzionale e l’anamnesi, immediatamente prima dell’epiclesi sui comunicanti. La domanda che ne risulta è così formulata: "... manda il tuo santo Spirito su questo pane e su questo vino, perché trasformi il pane nel corpo e il vino nel sangue del tuo Cristo, affinché noi che li riceviamo siamo trasformati in un solo corpo". In tale configurazione le due epiclesi sono saldamente congiunte, pur rimanendo singolarmente individuabili, nel senso che prima si ha l’epiclesi sulle oblate e poi l’epiclesi sui comunicanti.
In alcune anafore orientali le due epiclesi sono addirittura incrociate, cosicché sul piano letterario-teologico risultano del tutto inseparabili. L’esempio tipico della configurazione incrociata è dato dall’ anafora di san Basilio. Schematizzando la formulazione, otteniamo un eloquente chiasma (= incrocio) letterario-teologico: "... manda il tuo Spirito su di NOI e su questi DONI, perché trasformi i DONI nel corpo sacramentale, affinché, comunicando ad esso, NOI siamo trasformati in un solo corpo, ossia nel corpo ecclesiale".
I meriti di questa configurazione chiastica sono tanti. Anzitutto essa riassume il coinvolgimento operativo delle Persone divine. Termine del discorso orazionale è Dio Padre: è lui che la comunità radunata loda e confessa; è a lui che rende grazie per la creazione e per la redenzione; è lui che supplica di mandare il suo Spirito su di noi, perché comunicando al "corpo sacramentale di Cristo" veniamo trasformati nel "corpo mistico di Cristo". In tal modo è già enunciato il ruolo specifico dello Spirito Santo. Nell’azione eucaristica tutto si opera attraverso lo Spirito di Dio. È infatti lo Spirito che, per così dire, si rimbocca le maniche, allo scopo di garantire a Dio Padre e alla Chiesa in preghiera il fine che di comune accordo l’uno e l’altra si sono prefissi, cioè l’interazione dinamica dei due corpi di Cristo.
Inoltre la configurazione chiastica esprime la duplice azione congiunta dello Spirito Santo sul corpo sacramentale e sul corpo ecclesiale, riferendo la transustanziazione delle oblate nel corpo sacramentale — ovvero la presenza reale — al suo costitutivo ed imprescindibile rapporto a noi, ossia alla "transustanziazione" nostra nel corpo ecclesiale. La configurazione chiastica precisa che tutta l’azione eucaristica converge di fatto sulla Chiesa, ossia su quel corpo che si costruisce al ritmo delle nostre Eucaristie. In certo senso possiamo dire che propriamente non è il "Cristo sacramentale" il termine ultimo della celebrazione eucaristica; il termine ultimo e il fine proprio dell’azione eucaristica è il "Cristo ecclesiale", vale a dire l’edificazione della Chiesa.
Le due epiclesi sono dunque inseparabili. Se poi vogliamo distinguerle logicamente, dobbiamo riconoscere che la più importante, quella alla quale l’altra è ordinata, resta la domanda per la nostra trasformazione nel corpo ecclesiale. Ora, per accreditarsi al massimo delle sue possibilità, tale domanda — o, se preferiamo, la duplice epiclesi incrociata — va a cercare nell’archivio delle Parole di Dio il luogo teologico scritturistico proprio, e lo trova nel racconto istituzionale del corpo "che sta per essere dato". Naturalmente il racconto istituzionale non è mai solo. Esso è sempre legato alla successiva anamnesi, e in alcune preghiere eucaristiche avvolto da essa. Diciamo pertanto che il blocco racconto+anamnesi interviene per conferire alla duplice epiclesi il massimo fondamento giuridico di cui essa è capace.

Perché facciamo la Comunione?

  Di fronte all’interrogativo "perché celebriamo l’Eucaristia e per chi la celebriamo?" risponde, ad esempio, l’ anafora di san Giovanni Crisostomo, dicendo che celebriamo l’Eucaristia "per la sobrietà dell’anima, per la remissione dei peccati, per la comunione che si realizza ad opera del tuo santo Spirito, per il compimento del regno escatologico, per la libertà-di-parola nei tuoi confronti". Davvero stupendo questo elenco di effetti della comunione sacramentale che sono richiesti a Dio Padre. Se vogliamo riassumerli in una formula comprensiva, dobbiamo dire — come suggerisce la recensione alessandrina dell’ anafora di san Basilio — che celebriamo l’Eucaristia per ottenere dal Padre la trasformazione "in un solo corpo", ossia nel corpo ecclesiale, escatologico, mistico. La stessa transustanziazione delle oblate, che è richiesta, è richiesta precisamente a questo scopo. Ancora una volta: la celebrazione dell’Eucaristia è "per noi".
In altre parole: la Presenza reale non ci è stata data solo perché possiamo adorare Cristo sotto le specie eucaristiche; la Comunione non ci è data principalmente perché possiamo incontrare e ricevere nel cuore l’amico Gesù, cui tenere per alcuni istanti fervida e affettuosa compagnia. Il Signore non ha istituito l’Eucaristia in funzione dei nostri occhi che la contemplano. Egli l’ha istituita in funzione delle nostre bocche che se ne nutrono: l’ha istituita perché la mangiamo. È questo l’insegnamento autorevole dell’epiclesi eucaristica, considerata congiuntamente come supplica per la trasformazione delle oblate e supplica per la nostra trasformazione escatologica.
Ce lo ricorda Ambrogio quando, nel commento al Padre nostro, applica all’Eucaristia la domanda "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Così si esprime: "Se il pane è quotidiano, perché lo riceveresti dopo un anno...? Ricevi ogni giorno ciò che ti deve giovare ogni giorno! Vivi in modo tale da meritare di riceverlo ogni giorno. Chi non merita di riceverlo ogni giorno, neppure merita di riceverlo dopo un anno... Dunque, tu senti dire che ogni volta che viene offerto il sacrificio, viene annunziata tramite segno la morte del Signore, la risurrezione del Signore, l’ascensione del Signore e la remissione dei peccati; e poi non ricevi ogni giorno questo pane di vita? Chi ha una ferita, cerca la medicina. La ferita è che siamo sotto il peccato; la medicina è il celeste e venerabile sacramento" (De sacramentis 5,25).
Abbiamo utilizzato innumerevoli volte il termine epiclesi, che significa "supplica, domanda, richiesta". Abbiamo notato pure il termine anamnesi, che significa "memoriale, memoria". Solo se sapremo familiarizzarci con questa piccola terminologia tecnica, faremo nostre le esuberanti ricchezze di quella preghiera con la quale da sempre la Chiesa fa l’Eucaristia.
Oggi è urgente che la Chiesa, secondo un’immagine più volte ripresa da Giovanni Paolo II, torni a respirare con i suoi due polmoni, cioè con le tradizioni liturgiche d’Oriente e d’Occidente. L’attenzione crescente che, nella formulazione delle nuove preghiere eucaristiche, la Chiesa latina di fine millennio è tornata a prestare all’epiclesi — per giunta, all’epiclesi pneumatologica, quella cioè che chiede espressamente l’invio dello Spirito Santo — ha dimostrato che i tempi sono maturi perché si operi quel ricupero di comprensione globale e dinamica dell’Eucaristia che non può essere ulteriormente disatteso.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa
 

Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro