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MENSILE
D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA |
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CORSO D’INTRODUZIONE ALLA LITURGIA - 14 Liturgia terrena e liturgia celeste di PAOLO GIGLIONI Non esistono due liturgie, ma una sola, partecipata da noi ancora pellegrini sulla terra e dai cittadini del cielo già nella gloria. E’ un dono divino: per mezzo di Cristo possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito. Essendo azione eminentemente
"ecclesiale", anche la liturgia partecipa di quelle che sono le
prerogative della Chiesa: è umana e divina, visibile ma dotata di realtà
invisibili, fervente nell'azione ma dedita alla contemplazione, presente nel
mondo e, tuttavia, pellegrina; e tutto questo, però, in modo tale che
quanto in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile
all'invisibile, l'azione alla contemplazione, il presente alla città futura
alla quale tendiamo (SC 2). Il sommo Sacerdote sempre vivente Pur restando vero che il Signore risorto,
per realizzare nel nostro tempo la sua opera perenne di salvezza, si fa
sempre presente nella sua Chiesa ed in modo speciale nelle azioni liturgiche
(SC 7; 35: praesens semper adest et operatur), tuttavia non dobbiamo
dimenticare che la vera liturgia è quella che Egli celebra quale nostro
sommo Sacerdote "sempre vivente" in una perenne intercessione
presso il Padre in nostro favore (Eb 7,25; Rm 8,34). Congiuntamente allo
Spirito Santo, che intercede presso Dio in favore dei santi (Rm 8,27), anche
Cristo, Sacerdote eterno, esercita nel cielo l’ufficio di mediatore e
d’intercessore a favore di coloro che per mezzo suo si accostano a Dio: Egli,
poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò
può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio,
essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7,24-25). a. quella del sommo sacerdote levitico che, una volta all’anno, aveva accesso al santo dei santi nel giorno solenne della festa dell’espiazione (kippur; cf Lev 16); egli portava del sangue tratto dal sacrificio del capro espiatorio e lo versava sul coperchio dell’arca dell’alleanza quale espiazione di tutti i peccati degli Israeliti (Lv 16,16). Nella pienezza del tempo si è manifestata la "realtà" di queste figure, Cristo, (cf Col 2,17); Egli non con il "sangue esterno" di capri o di vitelli, ma con il proprio sangue, ha offerto se stesso senza macchia a Dio con uno Spirito eterno per purificarci dalle opere morte e permetterci di servire il Dio vivente (Eb 9,11-14); b.
quella del servo del Signore descritta nel secondo carme del profeta
Isaia (Is 49). Dice il Signore: Si dimentica forse una donna del suo
bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche
se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco,
ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti
a me (Is 49,15-16). Nella pienezza del tempo Cristo Signore risorto sta
sempre vivente dinanzi al Padre in una perenne liturgia d’intercessione a
nostro favore. Nelle sue mani non c’è il disegno di una città,
Gerusalemme, ma c’è il segno della trafittura dei chiodi, il segno del
suo grande amore per noi. Accostiamoci con fiducia Avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, possiamo accostarci con cuore sincero nella pienezza della fede e con i cuori purificati al santuario celeste dove Cristo è entrato inaugurando una via nuova e vivente per noi attraverso il velo della sua carne (Eb 10,19-22) per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno (Eb 4,14-16). Anche noi possiamo avere accesso a questa liturgia celeste: per mezzo di Cristo possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef 2,18); per la fede in Lui abbiamo il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio (Ef 3,12). Noi, che eravamo stranieri e nemici, siamo stati riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne e possiamo presentarci santi, immacolati ed irreprensibili al suo cospetto. La liturgia diventa così dono divino di grazia gratuita. Nell’antica alleanza vigeva la legge per cui nessun uomo può vedere Dio e restare vivo (Es 33,20). Mosè sul monte della teofania ha dovuto togliersi i sandali dai piedi (Es 3,5) e coprirsi il volto; ha potuto vedere Dio solo di spalle, perché il suo volto non lo si può vedere (Es 33,23). Ma, da quando il Verbo eterno del Padre ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14), ci ha reso possibile l’incontro e la visione del Dio invisibile, senza per questo venire annientati dalla sua "gloria". Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18). Concedendoci la caparra del suo Spirito (2 Cor 1,22; Ef 1,13; 1 Gv 2,20.27), il Signore risorto ha permesso anche a noi di poter accedere alla visione della divina gloria, dal momento che la nostra patria è nei cieli (Fil 3,20): Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto (1 Cor 13,12: cf Mt 5,8; 1 Gv 3,2). Con una sola voce La funzione dell’attuale liturgia, quella della Gerusalemme peregrinante, è quella di metterci fin d’ora in comunione con la liturgia perenne che si celebra nel santuario celeste, dinanzi alla gloria di Dio e all’Agnello (Ap 5,12-13). Non vi sono quindi due liturgie, una celeste e una terrena, ma un'unica liturgia partecipata da noi qui ora in maniera assetata e da pellegrini sotto il peso "delle sofferenze del momento presente" (Rm 8,18), e dai santi in maniera saziata e dai cittadini dei cieli già "partecipi della gloria futura" (Rm 8,18); noi qui mediante il velo dei "segni" sacramentali, loro ormai "faccia a faccia" nel santuario celeste (1 Cor 13,12). Questa visione della liturgia terrena già partecipe della liturgia celeste viene ben espressa in ogni prefazio da quello che si chiama "protocollo conclusivo" che dice: Per questo mistero di salvezza, uniti agli angeli e ai santi, cantiamo ad una sola voce la tua gloria. Partecipi del sacerdozio di Cristo, possiamo dunque affermare che mentre siamo incamminati come pellegrini (Eb 13,14) verso la patria celeste, già ora il Signore risorto ci fa partecipare della sua liturgia perenne in modo che il nostro canto di lode sia unito a quello degli angeli e dei santi formando con loro un'unica voce nella speranza di essere un giorno insieme nella liturgia senza fine nella casa del Padre. Tra liturgia terrena e liturgia celeste vi è pertanto un duplice legame: teologico, a motivo della presenza dell'unico Signore e Liturgo (Eb 8,2.6), il Signore risorto (cf SC 7); a motivo della medesima appartenenza a Cristo e alla carità di Dio e del prossimo che ci permette di cantare, sia pure in grado e modo diverso, lo stesso inno di gloria; tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo la comunione nel medesimo Spirito, formano una sola Chiesa e sono pertanto tra loro uniti in Lui (Ef 4,16; LG 49); cronologico, a motivo del già
che noi abbiamo (Gal 5,25) in rapporto al non ancora che deve
compiersi (1 Gv 3,2; Fil 3,21); ci è data infatti la caparra dello Spirito
(Ef 1,14; 2 Cor 1,22; 5,5) che, principio di risurrezione (Rm 8,11), già
ora ci abilita ad un vero culto spirituale (Rm 12,1), ad un sacrificio
vivente a Dio gradito (Ef 5,2; Eb 9,14). Nella comunione dei santi
L’espressione "comunione dei santi" la troviamo già nel Simbolo
apostolico e poi nel Credo niceno-costantinopolitano quando si fa
la professione di fede dicendo credo la comunione dei santi. Con
questa espressione si vogliono esprimere almeno tre significati: anzitutto
la comunione ai beni spirituali della Chiesa (sancta = le cose
sante); in secondo luogo la comunione che esiste tra le membra del corpo di
Cristo, siano esse in situazione di pellegrinaggio su questa terra, o di
purificazione nel Purgatorio, o di beatitudine nel Paradiso (sanctorum
= i santi); infine la comunione allo Spirito Santo (sancti = il Santo
Spirito). Concludendo possiamo dire che tutta la vita cristiana è da vedere come una processione liturgica di peregrinanti (cf la panegyrìa di Eb 12, 22) il cui scopo è, arrivando al termine dove è la perfezione, di avvicinarci a Dio nel santuario celeste, e comparire dinanzi a Lui. In questa liturgia celeste ed in questo santuario già ci hanno preceduto coloro che "sono morti nel segno della fede" (Canone romano). La nostra liturgia terrena, pur nella sua limitatezza e debolezza umana, già è partecipazione reale di quella realtà celeste, grazie alla divina presenza, là e qui, dell’unico sommo Sacerdote, il Signore risorto. Egli ci asperge con il suo sangue purificandoci dai nostri peccati, ci nutre con il suo corpo per la risurrezione finale, ci dà già il pegno della gloria futura. Canta e cammina "Cantiamo qui l`alleluia,
mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù,
ormai sicuri. Perché qui siamo nell`ansia e nell`incertezza […] Ora
infatti il nostro corpo è nella condizione terrestre, mentre allora sarà
in quella celeste. O felice quell`alleluia cantato lassù! O alleluia
di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai
nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora
qui. Qui però nell`ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo
da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà.
Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto
per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da
viandanti. (sant`Agostino, Discorso 256,
1.2.3; PL 38, 1191-1193
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