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Il Congresso Eucaristico
Internazionale continua...
I riti
d'introduzione
per una consapevole ed attiva partecipazione

di SILVANO
SIRBONI
Baciato l'altare il
sacerdote saluta l'assemblea e l'invita a porsi in atteggiamento
penitenziale; poi intona un inno di lode, il Gloria, e l'orazione colletta
che raccoglie le preghiere di tutti i presenti.
Proposte di un celebrare
dignitoso
I riti d'introduzione alla Messa sono nati e si sono strutturati a poco a
poco lungo il corso dei secoli non certo per occupare il tempo in attesa dei
ritardatari! Come l'infanzia e la fanciullezza non sono semplicemente tempi
secondari della vita in attesa dell'età adulta, ma costituiscono le basi
dell'esistenza futura, allo stesso modo (fatte le debite proporzioni!) i
riti d'introduzione alla Messa pongono le basi per una corretta, attiva,
consapevole e fruttuosa partecipazione.
Dopo la processione accompagnata dal canto "giunti
in presbiterio, il sacerdote e i ministri salutano l'altare. In segno di
venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote lo può
incensare secondo l'opportunità" (PNMR 27).
Ecco un gesto che di solito sfugge all'attenzione
dei fedeli o, comunque, non è preso in molta considerazione anche per il
fatto che nella nostra tradizione più recente è scomparsa la venerazione,
il culto verso l'altare, nonostante che nella liturgia siano rimasti alcuni
segni e norme significative come l'incensazione e il bacio. Gesti che hanno
superato indenni i secoli, ma che di fatto sono stati oscurati, soffocati da
un contesto cerimoniale che attirava altrove lo sguardo e l'attenzione. Ad
esempio, dal punto di vista strutturale, la presenza del tabernacolo dal XVI
secolo in poi ha certamente influito nel diminuire l'importanza dell'altare
in quanto tale.
L'altare: luogo di culto
La
riforma liturgica sgorgata dal Vaticano II non solo ha messo in maggior
evidenza questi gesti, ma ha riportato l'altare alla sua originaria
centralità e unicità: "L'altare sul quale si rende presente nei segni
sacramentali il sacrificio della croce è anche la mensa del Signore, alla
quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la
Messa; l'altare è il centro dell'azione di grazie che si compie con
l'Eucaristia" (PNMR 259).
Anche dal punto di vista
architettonico-spaziale l'altare ha recuperato la sua originaria forma di
mensa; dove ciò era possibile, è stato staccato dalle pareti e sono state
eliminate tutte quelle sovrastrutture che costituivano come delle mensole,
dei ripiani per appoggiarvi candelabri, reliquiari, vasi di fiori... Per
evidenziare l'altare come mensa e nello stesso tempo anche come simbolo di
Cristo, pietra angolare, il tabernacolo è stato opportunamente portato in
altro luogo più conforme all'antica tradizione e anche più adatto per
favorire il culto eucaristico fuori della Messa.
In breve, nelle intenzioni della Chiesa
l'altare non deve più essere considerato semplicemente un oggetto utile
alla celebrazione come un semplice tavolo da... cucina! Esso costituisce un
vero e proprio luogo di culto, e non solo per il prete, ma anche per tutti i
fedeli. Certamente oggi si troverebbe molto strano che un fedele si fermasse
a pregare davanti all'altare, ancor prima di andare davanti ad altre
immagini. Tuttavia fino al XV secolo, quando non esistevano ancora i
confessionali, è proprio davanti all'altare che aveva luogo la celebrazione
del sacramento della Penitenza.
"L'altare è il punto centrale per tutti i fedeli; è
il polo della comunità che celebra. Non è un semplice arredo, ma il segno
permanente del Cristo sacerdote e vittima, è mensa del sacrificio e del
convito pasquale che il Padre imbandisce per i figli nella casa comune,
sorgente e segno di unità e carità" (Progettazione di nuove chiese,
8)
"Per
questo è necessario che l'altare sia visibile da tutti, affinché tutti si
sentano chiamati a prenderne parte ed è ovviamente necessario che sia unico
nella chiesa, per poter essere il centro visibile al quale la comunità
riunita si rivolge" (Adeguamento delle chiese secondo la riforma
liturgica, 17).
Ovviamente i gesti di culto che il rito iniziale
della Messa prevede verso l'altare, anche se ancora provvisorio e posto di
fronte ad antiche ed ineliminabili strutture, diventano veri, significativi
ed eloquenti soltanto se l'altare è veramente dignitoso e trattato come un
vero e proprio luogo di culto. Quindi non con sedie appoggiate contro, non
trasformato in tavolo d'appoggio per oggetti vari. E al di fuori delle
celebrazioni dovrebbe essere solennemente spoglio, come ricorda il rito
della spogliazione dell'altare il Giovedì santo che non fa che conservare
un gesto originario normale al termine di ogni Eucaristia.
Sull'altare
"non si devono collocare né statue, né immagini di
santi"; esso costituisce un luogo santo per se stesso e anche al di
fuori della celebrazione deve manifestare chiaramente la sua dignità al di
sopra di tutti gli altri spazi o elementi devozionali (cf Messale Romano,
Precisazioni CEI, 14).
Un saluto che dice una
presenza
Se
già i gesti di venerazione verso l'altare, purché celebrati correttamente,
introducono nel mistero al quale si dà inizio, grande importanza è data
dal Messale al saluto che colui che presiede rivolge al popolo. Se assai
significative sono le parole bibliche previste dal Messale, dal semplice Il
Signore sia con voi alle altre sei formule di saluto desunte dalle lettere
di Paolo e di Pietro che evidenziano la presenza di Cristo nell'assemblea
riunita, grande peso hanno le parole con le quali il presidente è invitato
a introdurre la Messa del giorno e l'atto penitenziale (cf PNMR 29). Per la
verità questo intervento non è tassativo, ma molto opportuno purché sia
pensato, preparato, conciso e provenga dal cuore. Se si tratta di parole
formali, fredde, logore, è meglio tacere e lasciare la sobria solennità
dei testi previsti dalla liturgia.
Tutti gli spazi di creatività sono
provvidenziali per dare umana concretezza e visibilità alla presenza di
Cristo, ma costituiscono anche un rischio poiché presuppongono non solo
buon senso, buona volontà e sincerità, ma anche un minimo di competenza,
di corretta e sana spiritualità liturgica. Il che oggi, purtroppo, non si
deve dare per scontato.
Atto penitenziale: non un
semplice esame di coscienza
La
riforma partita dal Vaticano II ha voluto dare dimensione comunitaria alla
preghiera penitenziale che, nel vecchio ordinamento della Messa, era di
fatto riservata al sacerdote e ai suoi ministri. I fedeli semmai vi si
univano spiritualmente recitando in modo individuale altre preghiere simili
o comunque appropriate.
La riforma conciliare non ha fatto
altro che recuperare e dare visibilità rituale
e comunitaria ad un atteggiamento fondamentale che il più antico
documento della prima comunità giudeo-cristiana (I secolo) pone come previo
alla celebrazione eucaristica domenicale: "Nel giorno del Signore,
riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri
peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro" (Didaché, 14,1).
La formula del Confesso a Dio, che
oggi è la più usata, come evidenzia il soggetto che è al singolare, è di
origine privata ed entrò nella Messa come preghiera penitenziale del
sacerdote nell'XI secolo. L'attuale ordinamento della Messa ha voluto
inserire un atto penitenziale che, nel rispetto della dimensione comunitaria
della liturgia, non fosse un semplice esame di coscienza individuale, anche
se sincronizzato, ma un vero e proprio rito liturgico che coinvolge tutta
l'assemblea, invitata a porsi in atteggiamento penitenziale davanti a Dio
come tale, anche se ognuno resta responsabile delle proprie infedeltà che
non sono senza riflesso sull'intera comunità.
"Quindi
il sacerdote invita all'atto
penitenziale, che viene compiuto da tutta la comunità mediante la
confessione generale e si conclude con
l'assoluzione del sacerdote" (PNMR 29). Si tratta quindi di un gesto
che, in un anno giubilare come il presente, dovrebbe trovare un'adeguata e
curata forma celebrativa per dare alla conversione di ciascuno la sua giusta
dimensione ecclesiale. Non bisogna infatti dimenticare che il cristiano si
converte per fare Chiesa.
Oltre al Confesso a Dio il rito della Messa
propone altre formule d'ispirazione biblica e più chiaramente comunitarie.
In particolare si è recuperata l'invocazione Kyrie eleison
come litania penitenziale, secondo la sua originaria fonte greca.
Tale invocazione, unita ad acclamazioni cristologiche adattate ai tempi
liturgici, sostituisce le altre formule penitenziali. Diversamente deve
comunque cantato o recitato: "Dopo l'atto penitenziale ha inizio il
kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l'atto
penitenziale. Essendo un canto con il quale i fedeli acclamano al Signore e
implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in
alternanza tra il popolo e la schola o un cantore. Ogni acclamazione di
solito si dice due volte; ma non si esclude che, in considerazione
dell'indole delle diverse lingue o della composizione musicale o di
circostanze particolari, sia ripetuto un maggior numero di volte, o
intercalato da un breve tropo. Se il kyrie eleison non viene cantato si
recita" (PNMR 30).
E'
opportuno notare che di norma si tratta di un canto dell'assemblea che
invoca la misericordia del Signore. Si tratta poi d'invocazioni
cristologiche, non trinitarie come la struttura ternaria potrebbe indurre a
credere. Tanto meno si tratta d'invocazioni che possono essere rivolte a
Maria e ai santi.
Un'altra
forma di atto penitenziale è
il rito dell' aspersione con l'acqua benedetta per fare memoria del
battesimo e ribadirne gli impegni. Tale rito è consigliato la domenica,
soprattutto nel tempo pasquale.
Questa varietà di modalità esprime
l'importanza di questo rito che deve quindi inserirsi in un contesto
celebrativo adeguato, curato nei particolari, veramente sentito, a
cominciare da chi presiede, il cui atteggiamento è sempre fortemente
condizionante.
Rispettare la verità e la
funzione dei riti
Nel
Messale Romano il Gloria è presentato come inno di lode. Il che presuppone
il canto. Quando viene recitato è inevitabile che perda un po' della sua
funzione rituale.
"Il
Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata
nello Spirito santo, glorifica e supplica Dio Padre e l'Agnello. Viene
cantato da tutta l'assemblea, o dal popolo alternativamente con la schola
oppure dalla schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, insieme o
alternativamente" (PNMR 31).
Essendoci non poche difficoltà
per farlo cantare tutto dall'assemblea (se non in gregoriano), oggi si sta
diffondendo il canto alternato fra schola o solista e il popolo per
salvaguardare così l'identità e la funzione di questo inno.
I riti d'introduzione si
concludono con la colletta o preghiera che il presidente eleva a nome di
tutta la comunità raccolta. Colletta deriva infatti dal verbo latino
colligere = raccogliere. E' quindi voce del popolo radunato e ne raccoglie
anche le preghiere.
Per questo l'esortazione
presidenziale preghiamo è di norma seguita da un congruo spazio di silenzio
"per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e per poter
formulare nel proprio cuore la preghiera personale" (PNMR 32).
La prolissità, la lentezza come
pure la fretta uccidono la dimensione celebrativa
di un rito e ostacolano la percezione del Mistero. Una saggia
gestione degli spazi di silenzio previsti dal Messale, come quello previsto
prima della colletta, sono determinanti per entrare veramente in dialogo con
Dio.
La
Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo
Alberione nel 1951
Editrice: Provincia italiana Pie
Discepole del Divin Maestro |
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