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Studi
Come la firma...
come un tuono dal cielo...

di CESARE GIRAUDO
La teologia dell’Amen
finale della preghiera eucaristica.
Le
intercessioni della preghiera eucaristica si chiudono su una formula di
lode, detta tecnicamente dossologia finale. Per farcene un’idea
concreta, pensiamo a quella del canone romano. Il suo equilibrio e la sua
armonicità hanno estasiato generazioni di compositori, al punto che non
pochi avrebbero rinunziato volentieri alla paternità di tutte le loro
pagine se avessero potuto attribuirsi la creazione di quel gioiello di
musicalità e di ritmo che è appunto la dossologia romana.
Eccone il testo: “Per mezzo di lui, con lui e in lui (Per ipsum et
cum ipso et in ipso...) / è a te, Dio Padre onnipotente, /
nell’unità dello Spirito Santo, / ogni onore e gloria, / per tutti i
secoli dei secoli”.
Si
tratta del nono elemento strutturale della preghiera eucaristica, che la
liturgia cristiana ha ereditato dalla preghiera veterotestamentaria e
giudaica. Per comprenderne la funzione, ricordiamo
che, a mano a mano che le intercessioni si susseguono, aumenta la tensione
al regno escatologico nel quale domandiamo a Dio d’introdurci, nel
desiderio di glorificarlo senza fine. La
dossologia si configura allora come inclusione laudativa, cioè
come ritorno al tema della lode iniziale avviata dal prefazio. A questa
lode solenne, che anima tutta quanta la preghiera eucaristica,
l’assemblea risponde con un altrettanto solenne Amen.
1.
Il significato della parola Amen
Vogliamo
qui soffermarci sulla teologia
dell’Amen
conclusivo della preghiera presidenziale in genere e della preghiera
eucaristica in specie. Vedremo che si tratta di una risposta non soltanto
solenne, come l’abbiamo definita, ma anche e soprattutto impegnativa.
La
parola ebraica Amen è costruita a partire da una radice che
connota le nozioni affini di “stabilità, verità, fermezza”. Il
primitivo significato dell’ebraico Amen è perciò quello di
un’affermazione. Rispondendo Amen alla preghiera presidenziale,
l’assemblea grida a Dio Padre: “È così!”, “È vero quanto il
presidente ha detto!”, “È stato la nostra voce!”.
Giustino
offre un’illustrazione complementare e altrettanto stimolante circa la
valenza teologica dell’Amen. Nelle sue due narrazioni della liturgia
eucaristica egli riferisce che, dopo che il presidente ha
elevato il discorso orazionale “a lungo” e “con tutta la sua forza”,
il popolo risponde approvando per acclamazione con l’Amen
finale. Giustino precisa che la voce ebraica Amen significa “Sia
così!”. In base alla traduzione greca da lui attestata, l’espressione
Amen equivale quindi ad un augurio, nel senso cioè di “possa
realizzarsi quanto il presidente ha detto, ossia la richiesta che a nome
nostro ha fatto!”.
Riassumendo diremo che l’Amen, pronunciato a conclusione di un
formulario liturgico, oscilla in maniera comprensiva tra l’originaria
connotazione affermativa “È così!” e la successiva connotazione
augurale “Sia così!”. Rispondendo Amen, la comunità cultuale,
attraverso codesta acclamazione ad un tempo assertiva e augurale, fa
proprio il discorso orante del suo presidente e vi si associa senza
riserve. Da ciò appare come pronunziare l’Amen sia altrettanto
impegnativo quanto pronunziare la preghiera che esso viene a confermare.
Ne erano ben coscienti i mistagoghi antichi, cioè quei maestri che
amavano guidare i fedeli alla comprensione del Mistero attraverso la
liturgia.
Al fine di offrire spunti di riflessione ai mistagoghi di oggi, vogliamo
soffermarci su alcune testimonianze, dirette e indirette, prima dei Padri
della Sinagoga e successivamente dei Padri della Chiesa.
2.
L’insegnamento dei Padri della Sinagoga
Essendo
l’Amen già patrimonio della liturgia veterotestamentaria e
giudaica, anche i rabbini avvertivano la necessità d’istruire i fedeli
sul dovere di pronunciarlo in maniera consapevole e responsabile, in
risposta alla preghiera elevata dal presidente dell’assemblea. Ecco
perché una mistagogia rabbinica s’impegna a rispondere all’obiezione
di quei fedeli che, in considerazione del ruolo ben più vistoso e corposo
del presidente, rischiano di considerare poca cosa l’intervento
dell’assemblea.
Nel trattare la questione, il Talmùd di Babilonia (raccolta
d’insegnamenti dei rabbini sulla Torah) affianca due opinioni a
prima vista contrapposte, che poi si affretta ad equilibrare e a comporre
nella sentenza conclusiva. Ecco il testo:
«[Prima opinione] Sembra doversi dire che colui che pronuncia la
benedizione è superiore a colui che risponde Amen. [Seconda
opinione] Ma... Rabbi Yosè disse: “Colui che risponde Amen
è più grande di colui che pronuncia la benedizione”. Rispose a lui Rabbi
Nehorày: “Hai proprio ragione! Sono infatti gli scudieri che
scendono prima e si agitano nella battaglia, ma sono gli eroi che scendono
dopo e vincono”... [Insegnamento conclusivo] Fu insegnato: “Sia
colui che pronuncia la benedizione sia colui che risponde Amen
ubbidiscono al comando di benedire il Signore; ma è gratificato prima
colui che pronuncia la benedizione e dopo colui che risponde Amen”».
Teniamo
presente che nella liturgia degli Ebrei la parola “benedizione” sta
per la nostra “preghiera”. Quindi, se volessimo adattare
l’insegnamento rabbinico al nostro orecchio moderno-occidentale,
dovremmo tradurre: “Sia
colui che pronuncia la preghiera, sia colui che risponde Amen
ubbidiscono al comando di pregare il Signore”.
In
questo insegnamento colui che presiede la preghiera liturgica è
paragonato per il suo ruolo agli scudieri o lancieri, ossia agli elementi
della truppa, i quali scendono per primi in campo, si agitano per
impegnare il nemico e si affaticano. Invece i fedeli che aderiscono con
l’Amen finale sono paragonati agli eroi, ossia agli elementi
scelti, che in un piano avveduto vengono riservati per il momento decisivo
della battaglia. Il ruolo liturgico dei fedeli che con l’Amen
aderiscono alla preghiera del presidente è dunque superiore, o perlomeno
uguale — in ogni caso non inferiore — a quello del presidente stesso.
Un passo della Mishnà (norme che costituiscono il nucleo
del Talmud) ci trasmette l’insegnamento di un rabbino che vuol
ricordare al popolo come l’Amen sia un’adesione responsabile
alla preghiera precedentemente fatta. Queste le sue parole: “Si
risponde Amen dopo che un israelita ha pronunciato la benedizione;
ma non si risponde Amen dopo che un samaritano ha pronunciato la
benedizione, a meno che si sia ascoltata la benedizione tutta quanta”.
Teniamo presente che l’israelita era il fedele ortodosso, il samaritano
era sospetto di eresia. L’insegnamento
non intende affatto dispensare il fedele dal prestare ascolto al discorso
orazionale. Al contrario, ribadisce tutta l’importanza dell’ascolto,
al punto che questo dovrà essere intensificato e rendersi in certo senso
più circospetto qualora a presiedere la preghiera sia un samaritano, la
cui ortodossia dev’essere attentamente verificata. L’Amen
finale non è quindi una parola da pronunciare alla leggera, per chiudere
meccanicamente un testo altrimenti sospeso.
Aggiungiamo ancora un’altra mistagogia rabbinica, presa dal Talmùd
di Babilonia. Essa è redatta nello stile rudemente efficace della
catechesi minatoria. Per comprenderla occorrono alcune precisazioni
terminologiche. Con gli aggettivi “furtivo, strappato, orfano” si
qualificano tre modi errati di pronunziare l’Amen. Pertanto, un
“Amen furtivo” è quello cui viene rubata parte della prima
vocale: da Amén diventa emén;
un “Amen strappato” è quello che, quasi frutto non ancora
maturo, viene strappato a forza facendogli perdere la consonante finale:
da Amén diventa Amé; infine, un “Amen orfano”
è quello che, pur presentando una dizione corretta, manca di tensione
relazionale alla preghiera che lo ha generato.
Ecco
il testo: «I
nostri Maestri insegnarono: “Non si risponde né un Amen furtivo,
né un Amen strappato, né un Amen orfano, né si rigetta la
benedizione dalla propria bocca”. Ben-Azzày disse: “Chiunque risponde
un Amen orfano, che i suoi figli siano orfani! un Amen
furtivo, che siano furtivi i suoi giorni! un Amen strappato, che
siano strappati i suoi giorni! Ma chiunque prolunga l’Amen, siano
prolungati a lui i suoi giorni e i suoi anni!”».
Così
catechizzavano i rabbini. Pertanto, siccome nessuno poteva desiderare che
i propri figli fossero orfani, né che i propri giorni fossero furtivi o
strappati, tutti si affrettavano a prolungare la proclamazione dell’Amen.
In tal modo i fedeli erano dissuasi dal pronunciare l’Amen in
modo frettoloso o distratto, evidentemente perché tale negligenza è la
dimostrazione palese della mancata attenzione alla preghiera.
3.
L’insegnamento dei Padri della Chiesa
Procediamo infine a una rassegna di affermazioni dei Padri, che attestano,
talvolta anche indirettamente, l’importanza riconosciuta dalla Chiesa
dei primi secoli alla proclamazione corale dell’Amen.
In una
lettera al papa Sisto II, conservataci da Eusebio († 340 circa),
il mittente Dionigi d’Alessandria chiede al “vescovo dei
Romani” che lo aiuti a risolvere un caso concreto. Si tratta di un uomo
da tutti “considerato come un anziano fedele” e da lungo tempo assiduo
frequentatore dei sacramenti, che tuttavia soffre per dubbi in merito alla
validità del proprio Battesimo, giacché ricevuto nell’eresia. Parlando
di quell’uomo, che era venuto da lui piangendo, lamentandosi e
supplicando per essere ribattezzato, Dionigi dà tutte le informazioni di
cui è in possesso. Tra le varie precisazioni vi è pure quella che
c’interessa, dal momento che sottolinea la dimensione teologica dell’Amen
cultuale. Ecco il passo: “Egli
infatti aveva ascoltato e compreso l’Eucaristia ed insieme aveva
acclamato in risposta l’Amen, e si era tenuto in piedi dinanzi
alla mensa eucaristica, e aveva teso le mani per ricevere il nutrimento
santo, e questo l’aveva ricevuto, e per parecchio tempo aveva
partecipato al corpo e al sangue di nostro Signore”.
Interessante
è lo stretto rapporto tra le espressioni “egli infatti aveva ascoltato
e compreso l’Eucaristia” e “insieme aveva acclamato in risposta l’Amen”.
Secondo Dionigi la pronuncia dell’Amen interviene solo dopo che
il fedele ha compreso la preghiera eucaristica.
Degna
di attenzione è l’esegesi applicata che l’Ambrosiaster — un
anonimo del IV secolo, per lungo tempo confuso con Ambrogio — fa di 1
Cor 14,16: «“Altrimenti,
se benedici soltanto nello spirito, cioè se pronunzi la lode di Dio in
una lingua ignota a quanti ascoltano, chi viene incontro al semplice? Come
potrà egli dire Amen in risposta alla tua benedizione, giacché
non sa quel che dici? [1 Cor 14,16]”. Infatti l’inesperto,
ascoltando ciò che non comprende, non conosce la conclusione della
preghiera, e non risponde Amen, ossia È vero, perché sia
così confermata la benedizione. Infatti la conferma della preghiera si
compie ad opera di coloro che rispondono Amen, cosicché tutto
quanto è stato detto sia confermato dalla testimonianza del vero nelle
menti di coloro che ascoltano». Anche qui, la pronuncia dell’Amen
rappresenta un atto altamente responsabile.
Sull’Amen
che conclude la preghiera eucaristica si sofferma pure Agostino
(† 430) con una spiegazione breve e incisiva. Nella mistagogia ad
infantes, cioè ai neofiti, dopo essersi diffuso sulla teologia del
dialogo invitatoriale, dopo aver riassunto la dinamica della preghiera
eucaristica limitandosi a sottolineare la mutazione sacramentale, egli
aggiunge: “A
questo voi dite Amen. Dire Amen, è sottoscrivere. Amen
significa in latino: È vero”.
Per
Agostino, dire Amen è come apporre la firma a un documento. Un
atto notarile, ad esempio, resta privo di valore fino a quando non
interviene la firma dell’interessato a convalidarlo. Di fatto, il
momento in cui la persona interessata si appresta ad apporre la propria
firma riveste una solennità maggiore rispetto al momento che ha visto il
notaio impegnato nella stesura del documento.
Concludiamo con la testimonianza di Gerolamo († 419). Nel suo
elogio della fede del popolo romano, in riferimento a Rm 1,12, egli
esclama: “Dov’è
mai che con tanto desiderio e tanta assiduità si corre alle chiese e ai
sepolcri dei martiri così come a Roma? Dov’è mai che l’Amen
rimbomba simile a un tuono dal cielo e si scuotono i vani templi degli
idoli così come a Roma? Non che i Romani abbiano un’altra fede, se non
questa, quella cioè che hanno tutte le Chiese di Cristo; ma ciò si deve
al fatto che in essi la devozione è maggiore, e maggiore è la semplicità
per credere”.
Senza
negare affatto ai rmani di allora il merito della convinta partecipazione
alla preghiera liturgica, dobbiamo riconoscere che di merito ne avevano
soprattutto i loro pastori. Se i romani erano così come Gerolamo dice, ciò
dipendeva dal fatto che i pastori sapevano, con adeguate catechesi,
sensibilizzare i fedeli sull’importanza di questa adesione consapevole e
responsabile di tutta l’assemblea alla voce rappresentativa del suo
presidente.
La
Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo
Alberione nel 1951
Editrice: Provincia italiana Pie
Discepole del Divin Maestro |
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