MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA
 


Studi

La preghiera del Signore, 
preludio alla Comunione

di SILVANO SIRBONI  

La Comunione, traguardo della celebrazione eucaristica, è preparata dal “Padre nostro”.  Infatti quest’orazione, che ci è stata consegnata il giorno del Battesimo, allude al pane eucaristico e invita al perdono reciproco.

Non è certo il caso di farne un problema, anche perché nell’attuale contesto si può anche comprendere questo modo di esprimersi, ma quando il prete che presiede o l’animatore al momento della Comunione si rivolge all’assemblea dicendo: “Chi desidera fare la Comunione si disponga su due file, ecc...”, al di là di tutte le buone intenzioni e con una frase apparentemente innocua, radica una scorretta concezione della Messa. Se è vero che alcuni, per la loro particolare situazione di fronte a Dio o di fronte alle norme della Chiesa, non possono accostarsi alla Comunione eucaristica, resta altrettanto vero che la Comunione non è un sovrappiù, ma il logico e naturale traguardo di tutta la celebrazione eucaristica. Per il prete che celebra, infatti, non è assolutamente possibile non comunicare, e per di più sotto le due specie, cioè con il pane e con il vino. Questa norma evidenzia l’integrale struttura della Messa che, in linea di principio, vale anche per tutta l’assemblea. Ora, attraverso la frase sopra citata, può insinuarsi l’idea che la Comunione  sia un aggiunta devozionale riservata ad alcune persone.
Una lunga tradizione che sta alle nostre spalle ha condotto a considerare la Messa come semplice preghiera di devozione e di suffragio, come precetto, come rito per tutte le occasioni. Questo porta ad assemblee anomale dove c’è chi partecipa e chi assiste perché, giustamente, non ha le disposizioni per accostarsi degnamente alla mensa eucaristica. Questa prassi ha finito con il costituire un ostacolo per comprendere la fondamentale dimensione conviviale dell’Eucaristia.
In altre parole, la Messa è la cena pasquale dove Cristo attualizza sacramentalmente il suo sacrificio. Partecipare ad una cena, fino a prova contraria, significa condividere la mensa. Il Messale Romano è chiarissimo: “Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale. A questo mirano la frazione del pane e gli altri riti preparatori che dispongono immediatamente i fedeli alla Comunione” (PNMR 56).

Recupero dell’itinerario battesimale

La Chiesa dei primi secoli era talmente consapevole di questa identità conviviale dell’Eucaristia che chi non poteva accostarsi al banchetto eucaristico (catecumeni e pubblici penitenti) veniva congedato o prima della liturgia eucaristica o comunque prima dei riti di Comunione. Era una questione di verità e di coerenza. L’attuale situazione, dove molti sono presenti alla Messa, ma non tutti comunicano (o peggio, dove alcuni comunicano senza avere le disposizioni), costituisce un fatto anomalo che non deve comunque essere ratificato foss’anche con semplici monizioni che potrebbero insinuare visioni scorrette dell’Eucaristia. Bisogna usare un linguaggio chiaro, che non ignori la necessità delle disposizioni da parte del soggetto, ma che nello stesso tempo non oscuri mai la Comunione come elemento integrante e normale di ogni celebrazione eucaristica. Ad esempio una frase più corretta, che rispetta questa verità e che lascia a ciascuno di verificare le proprie disposizioni, potrebbe essere questa: “Per ricevere il corpo (e il sangue) di Cristo ci si disponga....”. Basta veramente poco per evitare distorsioni!
Detto questo, è ovvio che tutti gli elementi rituali che seguono la preghiera eucaristica mirano alla preparazione immediata di quella Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo che è il traguardo naturale di tutta la celebrazione. Il primo elemento rituale, che in qualche modo aiuta anche alla corretta lettura degli altri elementi che seguono prima della Comunione, è la recita o il canto del Padre nostro. “In essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane eucaristico, e s’implora la purificazione dei peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi” (PNMR 56a).
Non solo si tratta dell’unica preghiera che ci ha insegnato il Signore, ma è anche l’unica preghiera che la Chiesa “consegna” (= traditio) solennemente ai bambini nel giorno stesso del Battesimo e agli adulti nella preparazione immediata alla loro iniziazione cristiana (cf RICA 188-192). Questi ultimi poi “riconsegnano” (= redditio)  la preghiera del Signore nella prima celebrazione  dell’Eucaristia quando i neofiti (= neobattezzati), abilitati dal Battesimo e dall’unzione crismale a partecipare pienamente al sacrificio di Cristo, recitano per la prima volta e a pieno diritto, con tutta la comunità, il Padre nostro, “preghiera con la quale manifestano lo Spirito di adozione a figli, ricevuto nel Battesimo” (RICA 36). Non è superfluo ricordare  che nel Battesimo dei bambini (anche se questa norma non è molto osservata) i genitori e i padrini sono invitati a recitare il Padre nostro presso l’altare “per indicare la futura partecipazione all’Eucaristia” quando ne saranno non solo capaci, ma anche consapevoli, secondo le norme attuali (cf RBB 19).
In breve, il Padre nostro, essendo solennemente consegnato nel contesto dell’iniziazione cristiana, è l’elemento rituale che in modo più evidente collega l’Eucaristia al Battesimo e al dono di quello Spirito nel quale noi possiamo “osare” di rivolgerci a Dio con l’appellativo di Padre.
La preghiera del Padre nostro è pertanto in qualche modo un recupero di quell’itinerario battesimale di conversione e d’iniziazione che si conclude con la partecipazione alla mensa eucaristica. Non dimentichiamo mai che si è battezzati per partecipare all’Eucaristia. Dire il Padre nostro significa non soltanto recuperare la fondamentale scelta di fede espressa nel Battesimo, ma ribadire lo stretto rapporto fra Eucaristia, Battesimo e Confermazione.

Per accostarci correttamente alla mensa eucaristica

Soltanto verso la fine del IV secolo abbiamo documentazione certa della presenza del Padre nostro  nella Messa. Sant’Agostino ne giustifica la presenza con queste parole: “Perché si recita (il Padre nostro) prima di ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo? Per la ragione seguente. Se, come comporta l’umana fragilità, il nostro pensiero si sia soffermato su qualcosa d’illecito; se alla nostra lingua sia sfuggito qualcosa d’ingiusto; se il nostro occhio si sia fissato su qualcosa di sconveniente; se il nostro orecchio si sia compiaciuto di ascoltare qualcosa d’inutile... A tutto ciò provvederà la preghiera del Signore, là dove dice: rimetti a noi i nostri debiti... così che noi possiamo avvicinarci rassicurati e non si tramuterà in condanna ciò di cui noi abbiamo mangiato e bevuto” (cf in A.J.Jungmann, Missarum Sollemnia II,216).

Queste parole suggeriscono i corretti sentimenti con i quali l’assemblea cristiana deve recitare la preghiera del Signore in vista della Comunione. E’ interessante sapere che nel tardo Medio Evo, nel contesto di una forte accentuazione penitenziale, in alcune chiese la preghiera del Signore veniva recitata prostrati. L’attuale e originario atteggiamento in piedi è più conforme all’identità di figli, non certo per nostro merito, ma per i meriti di Cristo che ha effuso nei nostri cuori lo Spirito Santo.
Per il suo legame con l’iniziazione cristiana, per il richiamo a quel pane quotidiano che la tradizione cristiana ha letto in chiave eucaristica, per il riferimento al perdono reciproco il Padre nostro costituisce un insostituibile e prezioso elemento rituale per preparare la partecipazione alla mensa eucaristica. Per questo non è plausibile che venga sostituito con parafrasi cantate, per quanto piacevoli.

 Tuo è il regno, la potenza e la gloria

In tutte le liturgie, esclusa quella bizantina, è presente l’embolismo (termine greco che significa inserimento). Si tratta infatti di una formula di preghiera che s’inserisce in coda al Padre nostro sviluppando l’ultima richiesta di essere liberati dal male o dal maligno: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali....”.
Il testo di questa preghiera è già presente nell’antico sacramentario Gelasiano e sembra risalire al V secolo. La riforma liturgica del Vaticano II ha leggermente semplificato l’antico testo perché esprima più chiaramente la domanda di liberazione da quel “male” che non è un’astrazione filosofica, ma una realtà che in ogni epoca assume forme concrete e diverse. Felice recupero della riforma liturgica è stata l’acclamazione: “Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”. Dossologia (= formula verbale di lode) che è posta come conclusione della preghiera del Signore nella Didaché, un documento che risale  al primo secolo. Questa dossologia è rimasta in quasi tutte le liturgie orientali. Anche i cristiani della riforma protestante hanno adottato quest’antichissima formula dossologica per concludere normalmente la preghiera del Signore.
Conclusione grandiosa che richiama il linguaggio dell’Apocalisse quando descrive la liturgia celeste: “Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute udii che dicevano: a Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli” (Ap 5,13).
Conoscere l’origine e la funzione di questi riti significa acquisire quella consapevolezza che la riforma liturgica presenta come condizione previa affinché la partecipazione attiva sia anche fruttuosa (SC 11)

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa
 

Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro