La
Comunione, traguardo della celebrazione eucaristica, è preparata dal
“Padre nostro”. Infatti
quest’orazione, che ci è stata consegnata il giorno del Battesimo,
allude al pane eucaristico e invita al perdono reciproco.
Non è
certo il caso di farne un problema, anche perché nell’attuale contesto
si può anche comprendere questo modo di esprimersi, ma quando il prete
che presiede o l’animatore al momento della Comunione si rivolge
all’assemblea dicendo: “Chi desidera fare la Comunione si disponga su due file, ecc...”,
al di là di tutte le buone intenzioni e con una frase apparentemente
innocua, radica una scorretta concezione della Messa. Se è vero che
alcuni, per la loro particolare situazione di fronte a Dio o di fronte
alle norme della Chiesa, non possono accostarsi alla Comunione
eucaristica, resta altrettanto vero che la Comunione non è un sovrappiù,
ma il logico e naturale traguardo di tutta la celebrazione eucaristica.
Per il prete che celebra, infatti, non è assolutamente possibile non
comunicare, e per di più sotto le due specie, cioè con il pane e con il
vino. Questa norma evidenzia l’integrale struttura della Messa che, in
linea di principio, vale anche per tutta l’assemblea. Ora, attraverso la
frase sopra citata, può insinuarsi l’idea che la Comunione
sia un aggiunta devozionale riservata ad alcune persone.
Una lunga tradizione che sta alle nostre spalle ha condotto a considerare
la Messa come semplice preghiera di devozione e di suffragio, come
precetto, come rito per tutte le occasioni. Questo porta ad assemblee
anomale dove c’è chi partecipa e chi assiste perché, giustamente, non
ha le disposizioni per accostarsi degnamente alla mensa eucaristica.
Questa prassi ha finito con il costituire un ostacolo per comprendere la
fondamentale dimensione conviviale dell’Eucaristia.
In altre parole, la Messa è la cena pasquale dove Cristo attualizza
sacramentalmente il suo sacrificio. Partecipare ad una cena, fino a prova
contraria, significa condividere la mensa. Il Messale Romano è
chiarissimo: “Poiché la
celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il
comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo
Sangue come cibo spirituale. A questo mirano la frazione del pane e gli
altri riti preparatori che dispongono immediatamente i fedeli alla
Comunione” (PNMR 56).
Recupero
dell’itinerario battesimale
La Chiesa dei primi secoli era talmente consapevole di questa identità
conviviale dell’Eucaristia che chi non poteva accostarsi al banchetto
eucaristico (catecumeni e pubblici penitenti) veniva congedato o prima
della liturgia eucaristica o comunque prima dei riti di Comunione. Era una
questione di verità e di coerenza. L’attuale situazione, dove molti
sono presenti alla Messa, ma non tutti comunicano (o peggio, dove alcuni
comunicano senza avere le disposizioni), costituisce un fatto anomalo che
non deve comunque essere ratificato foss’anche con semplici monizioni
che potrebbero insinuare visioni scorrette dell’Eucaristia. Bisogna
usare un linguaggio chiaro, che non ignori la necessità delle
disposizioni da parte del soggetto, ma che nello stesso tempo non oscuri
mai la Comunione come elemento integrante e normale di ogni celebrazione
eucaristica. Ad esempio una frase più corretta, che rispetta questa verità
e che lascia a ciascuno di verificare le proprie disposizioni, potrebbe
essere questa: “Per ricevere il
corpo (e il sangue) di Cristo ci si disponga....”. Basta veramente
poco per evitare distorsioni!
Detto questo, è ovvio che tutti gli elementi rituali che seguono la
preghiera eucaristica mirano alla preparazione immediata di quella
Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo che è il traguardo naturale di
tutta la celebrazione. Il primo elemento rituale, che in qualche modo
aiuta anche alla corretta lettura degli altri elementi che seguono prima
della Comunione, è la recita o il canto del Padre
nostro. “In essa si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono
anche un riferimento al pane eucaristico, e s’implora la purificazione
dei peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi”
(PNMR 56a).
Non solo si tratta dell’unica preghiera che ci ha insegnato il Signore,
ma è anche l’unica preghiera che la Chiesa “consegna” (= traditio)
solennemente ai bambini nel giorno stesso del Battesimo e agli adulti
nella preparazione immediata alla loro iniziazione cristiana (cf RICA
188-192). Questi ultimi poi “riconsegnano” (= redditio)
la preghiera del Signore nella prima celebrazione
dell’Eucaristia quando i neofiti (= neobattezzati), abilitati dal
Battesimo e dall’unzione crismale a partecipare pienamente al sacrificio
di Cristo, recitano per la prima volta e a pieno diritto, con tutta la
comunità, il Padre nostro,
“preghiera con la quale manifestano lo Spirito di adozione a figli,
ricevuto nel Battesimo” (RICA 36). Non è superfluo ricordare
che nel Battesimo dei bambini (anche se questa norma non è molto
osservata) i genitori e i padrini sono invitati a recitare il Padre
nostro presso l’altare “per indicare la futura partecipazione
all’Eucaristia” quando ne saranno non solo capaci, ma anche
consapevoli, secondo le norme attuali (cf RBB 19).
In breve, il Padre nostro,
essendo solennemente consegnato nel contesto dell’iniziazione cristiana,
è l’elemento rituale che in modo più evidente collega l’Eucaristia
al Battesimo e al dono di quello Spirito nel quale noi possiamo
“osare” di rivolgerci a Dio con l’appellativo di Padre.
La preghiera del Padre nostro è
pertanto in qualche modo un recupero di quell’itinerario battesimale di
conversione e d’iniziazione che si conclude con la partecipazione alla
mensa eucaristica. Non dimentichiamo mai che si è battezzati per
partecipare all’Eucaristia. Dire il Padre
nostro significa non soltanto recuperare la fondamentale scelta di
fede espressa nel Battesimo, ma ribadire lo stretto rapporto fra
Eucaristia, Battesimo e Confermazione.
Per
accostarci correttamente alla mensa eucaristica
Soltanto verso la fine del IV secolo abbiamo documentazione certa della
presenza del Padre nostro nella
Messa. Sant’Agostino ne giustifica la presenza con queste parole: “Perché
si recita (il Padre nostro) prima di ricevere il Corpo e il Sangue di
Cristo? Per la ragione seguente. Se, come comporta l’umana fragilità,
il nostro pensiero si sia soffermato su qualcosa d’illecito; se alla
nostra lingua sia sfuggito qualcosa d’ingiusto; se il nostro occhio si
sia fissato su qualcosa di sconveniente; se il nostro orecchio si sia
compiaciuto di ascoltare qualcosa d’inutile... A tutto ciò provvederà
la preghiera del Signore, là dove dice: rimetti a noi i nostri debiti...
così che noi possiamo avvicinarci rassicurati e non si tramuterà in
condanna ciò di cui noi abbiamo mangiato e bevuto” (cf in
A.J.Jungmann, Missarum Sollemnia II,216).
Queste
parole suggeriscono i corretti sentimenti con i quali l’assemblea
cristiana deve recitare la preghiera del Signore in vista della Comunione.
E’ interessante sapere che nel tardo Medio Evo, nel contesto di una
forte accentuazione penitenziale, in alcune chiese la preghiera del
Signore veniva recitata prostrati. L’attuale e originario atteggiamento
in piedi è più conforme all’identità di figli, non certo per nostro
merito, ma per i meriti di Cristo che ha effuso nei nostri cuori lo
Spirito Santo.
Per il suo legame con l’iniziazione cristiana, per il richiamo a quel
pane quotidiano che la tradizione cristiana ha letto in chiave
eucaristica, per il riferimento al perdono reciproco il Padre
nostro costituisce un insostituibile e prezioso elemento rituale per
preparare la partecipazione alla mensa eucaristica. Per questo non è
plausibile che venga sostituito con parafrasi cantate, per quanto
piacevoli.
Tuo
è il regno, la potenza e la gloria
In tutte le liturgie, esclusa quella bizantina, è presente l’embolismo
(termine greco che significa inserimento).
Si tratta infatti di una formula di preghiera che s’inserisce in coda al
Padre nostro sviluppando
l’ultima richiesta di essere liberati dal male o dal maligno: “Liberaci,
o Signore, da tutti i mali....”.
Il testo di questa preghiera è già presente nell’antico sacramentario
Gelasiano e sembra risalire al V secolo. La riforma liturgica del Vaticano
II ha leggermente semplificato l’antico testo perché esprima più
chiaramente la domanda di liberazione da quel “male” che non è
un’astrazione filosofica, ma una realtà che in ogni epoca assume forme
concrete e diverse. Felice recupero della riforma liturgica è stata
l’acclamazione: “Tuo è il
regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”. Dossologia (= formula
verbale di lode) che è posta come conclusione della preghiera del Signore
nella Didaché, un documento che risale
al primo secolo. Questa dossologia è rimasta in quasi tutte le
liturgie orientali. Anche i cristiani della riforma protestante hanno
adottato quest’antichissima formula dossologica per concludere
normalmente la preghiera del Signore.
Conclusione grandiosa che richiama il linguaggio dell’Apocalisse quando
descrive la liturgia celeste: “Tutte
le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le
cose ivi contenute udii che dicevano: a Colui che siede sul trono e
all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli” (Ap
5,13).
Conoscere l’origine e la funzione di questi riti significa acquisire
quella consapevolezza che la riforma liturgica presenta come condizione
previa affinché la partecipazione attiva sia anche fruttuosa (SC 11)
La
Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo
Alberione nel 1951
Editrice: Provincia italiana Pie
Discepole del Divin Maestro |
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