MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA
 


Speciale: la "porta"

"Venite a me voi tutti" (Mt 11,28)

 ”Io sono la porta” (Gv 10,7)

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre; ed offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio». (Gv 10,1-18)  

La porta dell’imperatore

L’ingresso nell’aula della Santa Sofia a Costantinopoli

 “Si accedeva alla chiesa attraverso l’atrio (di cui restano poche tracce), un grande cortile ad arcate sul lato ovest e rivolto verso la grande piazza dell’Augusteo. L’atrio era pavimentato con marmo e delimitato su tre lati da loggiati. Al centro si trovava una fontana nella quale i fedeli si lavavano i piedi prima di entrare in chiesa. Sul quarto lato del cortile dava il nartece esterno, che si apriva a sua volta sul nartece vero e proprio – il «portico» interno della chiesa – tramite cinque portali, di cui il più grande era l’ingresso imperiale. Questo nartece, che si è conservato fino a oggi, sembrava al Silenziario «lungo quanto la chiesa è larga»; si tratta in effetti di un lungo rettangolo, relativamente scarso di profondità, ma di notevole altezza. Con le sue elevate pareti marmoree, i suoi archi slanciati e le sue volte a crociera spendenti di mosaici d’oro e ornate dei colori più vari, il nartece prepara l’occhio alla spaziosità e allo splendore della navata.
Dei nove portali che immettono nel corpo della chiesa tre monumentali ingressi reali conducono direttamente alla navata: tutti hanno stipiti e architravi in marmo. L’incrociatura marmorea della porta centrale, attraverso la quale l’imperatore entrava in chiesa, era rivestita di bronzo finemente battuto e lavorato, che, un tempo, probabilmente era dorato. Sopra il portale è scolpito un bassorilievo risalente alla fondazione della basilica, che rappresenta un trono e un libro aperto dei Vangeli su cui scende dal cielo la colomba dello Spirito Santo; sulle pagine del libro si legge un’iscrizione dal Vangelo di san Giovanni: «Il Signore disse: Io sono la porta dell’ovile; se uno entra tramite me, sarà salvato, e potrà entrare e uscire e troverà pascolo».
Si diceva che il legno di queste tre porte provenisse dall’Arca, e che fosse ricoperto d’argento. Ci fu un periodo in cui molte delle porte di Santa Sofia erano coperte di bronzo lavorato, ornate con varia e spesso ricca fattura, poi argentate e dorate. Un crociato del ‘200, Robert de Clari, giunse ad affermare perfino che non c’era porta nella chiesa che non fosse ricoperta d’argento. Dal canto suo, il cronista anonimo enumera «porte d’avorio sbalzato coperte d’oro in numero di 365» ed aggiunge – riecheggiando, come in altri suoi brani, i resoconti biblici della costruzione del tempio di Salomone – che l’imperatore desiderava pavimentare la chiesa d’argento, ma che ne fu dissuaso dai suoi consiglieri greci per paura che un eventuale successore, in difficoltà economiche, scalzasse e asportasse il pavimento”.
(da Lord Kinross, Santa Sofia, A. Mondadori editore 1972, p 41)

Venite a me voi tutti” (Mt 11-28)
Le porte della chiesa dedicata a Gesù Divin Maestro in Roma, via Portuense 739

Un ramo d’ulivo percorre i tre battenti della porta non  strutturata in formelle così da risultare una grande opera unitaria. Al centro della composizione, in alto a sinistra, sta Gesù, il Pastore e Maestro morto e risorto che attrae tutti a sé: “Io quando sarò elevato da terra, (crocifisso) attirerò tutti a me” (Gv 12,32) e: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò” (Mt 11,28).

Egli è avvolto in una spirale di luce: “luce da luce” (formula del Credo), “luce che splende nelle tenebre” (Gv 1,4) riempie di sé la creazione ed illumina il cosmo e la processione dei popoli che vanno verso di lui per essere introdotti al Padre nella Gerusalemme celeste. Egli è la Via e indica la via da percorrere; egli è la Verità  che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; egli è la Vita dell’umanità.
Due fiumi di uomini vanno verso di lui e s’incontrano: gli uni, a sinistra, provengono dal popolo credente della Prima Alleanza: la Chiesa popolo di Dio che proviene dalla Sinagoga, cioè dai giudei credenti che hanno riconosciuto in Gesù il Messia promesso e il Salvatore; gli altri, a destra, provengono dai pagani i quali, secondo l’espressione paolina in Rm 11,17, sono l’olivastro innestato sul ceppo dell’olivo buono che è Israele. Così Cristo fa dei due un solo popolo nuovo poiché “egli ha abbattuto il muro di separazione” e ha fatto la pace (cf Ef 2,11-21). Questa lettura nel nostro portale è facilitata appunto dal grande ramo d’olivo che lega le tre parti dell’unica composizione.
Il tema dell’olivo prosegue poi all’interno, nell’aula della chiesa, con il grande albero che, partendo appunto dalla soglia, accompagna sino all’altare, dove è anche ripetuto il motivo, ed avanza, legando l’ambone e la sede con l’altare stesso, nel suo estendersi a forma di croce.
L’immensa folla che si muove verso il Maestro e Pastore è introdotta in una città: viene anticipato e comunicato il significato escatologico dell’edificio-chiesa.
Il portale di sinistra con il trasporto dell’arca sottolinea la Presenza di Dio in mezzo al suo popolo che Egli sostiene appunto con la Parola e la manna, anticipo dell’Eucaristia.
Gesù poi proviene da Israele: egli è ebreo, nato da donna, nato sotto la legge. Il tema stesso della “porta” sottolinea l’Incarnazione.

Nel portale di destra, là dove prende avvio la processione dei pagani c’è una stella, memoria dei Magi, primizia dei pagani, venuti dall’Oriente per adorare il nato Re dei Giudei. “Questo – scrive Paolo – è il mistero tenuto nascosto per secoli… : che i gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo del quale sono divenuto ministro (= diacono – servo) per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell’efficacia della sua potenza” (cf Ef 3,5-7).
L’evangelizzazione dei pagani è per Paolo un atto di culto: “vi ho scritto … a causa della grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere un ministro di Gesù Cristo tra i pagani, esercitando l’ufficio sacro (= liturgico) del Vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo” (cf Rm 15,15-16).

La porta della stella (mentre veniva modellata, era da poco apparsa nei nostri cieli la cometa Hale Boop), dell’antenna parabolica e della carta stampata introduce a tutto ciò e sottolinea la missione paolina nata dell’esperienza del giovane Alberione nella notte che divise i due secoli. Il 31 dicembre 1900 – 1901 egli si sentì spinto a “fare qualcosa per gli uomini del nuovo secolo ascoltando l’invito di Gesù che proveniva dal tabernacolo, dall’Eucaristia: “venite ad me omnes” (Mt 11,23).
Le porte sono state modellate in creta e poi fuse in bronzo con la lavorazione a cera persa, un sistema molto usato, adatto alla realizzazione di opere d’arte anche di grande estensione.
Il bronzo è trattato a spazzola sulle superfici in rilievo, ottenendo un fluire gioioso e vibrante della luce sulla folla attratta da Cristo, in contrasto con le superfici scure trattate con acido, lumeggiate dai vetri dallas colorati, incastonati nelle foglie dell’olivo.

Porta che conduce al Signore
Io sono solito teorizzare la teologia simbolica per la porta dell’aula liturgica con i versetti “liminari” di tre salmi.

Del salmo 99,4-5: “Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome; poiché buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione”. Sono versetti di eucaristia-benedizione laudativa da noi a Lui, che indicano la porta quale soglia alla fedeltà della sua misericordia luminosa “di generazione in generazione” (Es 27,21). Sulla porta della chiesa abbaziale di Saint Dénis, Sugero rifacitore fece scrivere, riguardo a cotesta luminosità, che entrando si “risorge” da una luce “demersa” alla luce “illuminante davvero”, luce di cui la porta stessa “s’indora”.

Del salmo 117,19-20: “Apritemi le porte della giustizia, voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti”. Sono versetti che motivano la nostra Eucaristia indicando la porta quale soglia al giudizio che separa chi entra da chi non entra attraverso il Cristo porta, non discriminante tra sacro e profano ma giudicante tra “pecore e capri” (Mt 25,32). Sulla porta della cattedrale di Salerno, Landolfo e Gisana offerenti fecero scrivere che “quanti cercano l’ingresso al Santo” entrando e guardandola preghino il Salvatore affinché gli rimetta i “molti crimini”.
Del salmo 147,12-14: “Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, perché ha rinforzato le sbarre alle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli, ha messo pace nei tuoi confini, e ti sazia con fior di frumento”. Sono versetti che motivano la nostra Eucaristia indicando la porta quale soglia alla salvezza, all’Eucaristia-benedizione vivificante di Lui a noi, introduttoria non al Paradiso ma al regno che già viviamo e ancora attendiamo, anche se “messa” dall’uomo, però come la porta dell’arca del diluvio, di contro alla demersione annegante “chiusa da Dio” (Gn 6,16; 7,16). Sulla porta della basilica di San Paolo alla via Ostiense, Stauracio di Scio autore incise un’iscrizione d’invito a chi c’entra perché la contempli come “porta che conduce al Signore”.
Misericordia-giudizio-regno: ecco la sintesi teologica circa la porta nella chiesa, sull’asse lungo della croce-aula celebrativo della prima e della seconda venuta del Salvatore. (da CRISPINO VALENZIANO, Architetti di chiese, ed L’Epos Palermo 1995, p 175)

La benedizione della “porta” 
“In alcune celebrazioni liturgiche, come nel battesimo, nel matrimonio, nelle esequie, i fedeli sono accolti alle porte della chiesa, attraverso le quali, in determinati giorni dell’anno liturgico, entrano processionalmente nella chiesa stessa. Per questo è opportuno che la porta della chiesa, nella sua struttura e nelle sue opere d’arte, sia come il segno di Cristo, che disse: “Io sono la porta del gregge” (Gv 10,7) e insieme di tutti coloro che hanno percorso la via della santità, che l’inaugurazione e la benedizione della nuova porta si celebri nella quarta domenica di Pasqua, detta del Buon Pastore”.
(cf Premesse al Rito della benedizione delle porte di una chiesa, nn 1434–1435).
“Dona ai tuoi fedeli che varcano questa soglia di essere accolti alla tua presenza, o Padre, per Cristo tuo Figlio, in un solo Spirito.
Fa’, o Signore, che quanti, animati da fede filiale, si raduneranno in questa chiesa, siano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere, e crescano in numero e  merito, per edificare la celeste Gerusalemme”. (dal Rito di benedizione)

La chiesa, “simbolo” della comunione

Anche per quanto riguarda l'esperienza della fede, val la pena far notare che l'architettura e lo spazio hanno una capacità comunicativa. L'architettura, con la sua strutturazione di spazi e di volumi, può diventare strumento di comunione e facilitare la preghiera e la celebrazione.
Ogni edificio, in quanto opera umana, anche in assenza di documentazione scritta, continua a parlare, consente l'apertura del dialogo tra le persone e tra le generazioni. Analogamente le chiese, mentre sono al servizio del culto, «comunicano» e sono stimolo e aiuto per «fare memoria», per riflettere e celebrare.
Lo spazio ecclesiale per la liturgia, inoltre, è in forma eminente un’architettura della «memoria», poiché propone e rilancia nel tempo, anche a distanza di secoli, messaggi legati al mondo rituale e alla cultura che lo hanno espresso. Le chiese, infatti, sono realtà storiche; esse sono state costruite non tanto come monumento a Dio o all'uomo, ma come luogo dell’incontro sacramentale, segno del rapporto di Dio con una comunità, all'interno di una determinata cultura e in un ben preciso momento storico. Esse, dunque, a loro modo, sono strumenti particolari di tradizione e di comunione ecclesiale.
Il dato permanente e originario della tradizione cristiana considera l'assemblea ‑ o sacra convocazione (ecclesìa) dei «dispersi figli di Dio» (cf Gv 11,52) è come matrice irrinunciabile di ogni ulteriore definizione spaziale, momento generatore ed unificante dello spazio in vista dell'azione cultuale: l'edificio che l'accoglie è segno forte della comunità viva nella sua dimensione storica e stabile riferimento visivo anche per i non credenti.
Elemento caratterizzante l'edificio per la celebrazione cristiana è, inoltre, la sua capacità di essere «simbolo» della realtà tangibile che in esso si compie, ossia la comunione con Dio che si attua soprattutto nella celebrazione dei sacramenti e nella liturgia delle ore.
Inoltre, la chiesa-edificio, poiché evoca questa comunione già in qualche modo anticipata e vissuta, si può considerare un luogo escatologico, «segno e simbolo delle realtà celesti».
In questa prospettiva simbolica, infine, come le varie celebrazioni liturgiche rinviano l'una all'altra a formare una realtà unitaria, così la chiesa-edificio non è l'insieme delle sue parti, ma un organismo unitario. Dalla Nota pastorale della Commissione episcopale CEI per la liturgia L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica (31 maggio 1996) nn. 12 – 13 

La chiesa, immagine della realtà della Chiesa

I molteplici linguaggi ai quali la liturgia ricorre - parola, silenzio, gesto, movimento, musica, canto - trovano nello spazio liturgico il luogo della loro globale espressione. Da parte sua lo spazio contribuisce con il suo specifico linguaggio a potenziare e ad unificare la sinfonia dei linguaggi di cui la liturgia è ricca. Così anche lo spazio, come il tempo, viene coinvolto dalla celebrazione del mistero salvifico di Cristo e, di conseguenza, assume caratteri nuovi e originali, una forma specifica, tanto che se ne può parlare come di una «icona ».
Ad esempio, la chiesa-edificio si può considerare una «icona escatologica» grazie al collegamento dinamico che unisce il sagrato alla porta, all'aula, all’altare e culmina nell’abside, grazie all'orientamento di tutto l’edificio, al gioco della luce naturale, alla presenza delle immagini e al loro programma.
Nella progettazione, costruzione e gestione di un edificio liturgico si riflette, in qualche modo, la vita della comunità cristiana nel suo incontro con Dio attraverso la liturgia e il culto. Da questo punto di vista, la chiesa-edificio si può considerare una «icona ecclesiologica»: di volta in volta essa è sentita come luogo della Chiesa in festa, come luogo della Chiesa in raccoglimento e in preghiera, come luogo in cui la Chiesa esprime la propria natura intensamente corale e comunitaria. La scelta delle forme, dei modelli architettonici, dei materiali ha come fine di manifestare la realtà profonda della Chiesa. (n 13)

Porte sante 
a S. Giovanni in Laterano e S. Paolo fuori le mura – Roma
 
di LAURA BADARACCHI

Il Giubileo ha regalato alla cattedrale di San Giovanni in Laterano e alla basilica di San Paolo fuori le Mura di Roma due nuove Porte sante.

Tra i simboli che esprimono i contenuti della fede, quello della porta rappresenta Cristo stesso; come elemento architettonico evoca il passaggio dalle tenebre alla luce, metafora della soglia verso l’infinito.

La prima ad essere inaugurata, il 30 giugno del 2000, è stata la Porta del tempio paolino: il cardinale Roger Etchegaray, presidente del Comitato centrale per l’Anno santo, ha benedetto i battenti in bronzo dello scultore milanese Enrico Manfrini; la nuova porta artistica ha sostituito quella di legno aperta da Giovanni Paolo II il 18 gennaio dello scorso anno, all’inizio della 33a Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Nell’opera di Manfrini fede, storia e arte sono confluite in una meditazione visiva. Sulle due ante, alte quasi 4 metri e larghe 92 centimetri ciascuna, del peso complessivo di 8 quintali, l’artista ultraottantenne ha voluto richiamare la Tertio millennio adveniente, sviluppando il tema trinitario. A sinistra, nella fascia in basso, Cristo salva l’umanità che accorre a lui con il sacrificio della croce, mentre in lontananza s’intravede l’Arca della salvezza; al centro lo Spirito Santo viene raffigurato attraverso la Pentecoste; nella fascia superiore, le parabole del figliol prodigo e del buon samaritano rappresentano la misericordia del Padre, che risuscita il Figlio dalla morte. In parallelo, nel battente di destra, è rappresentato il disegno salvifico incarnato nella storia: in basso, la Chiesa come popolo di Dio guidato dai pastori; al centro l’evangelizzazione e il martirio dell’apostolo Paolo; infine, nella parte superiore Giovanni Paolo II accoglie l’umanità ferita, con la basilica di San Pietro sullo sfondo.

Il celebre artista, presente alla IX Biennale di Arte sacra contemporanea, ha realizzato molte opere su temi religiosi: nel ’90 a Boscobello, vicino Sanremo, è stata collocata una Via Crucis con statue bronzee a grandezza naturale; nel ’97, per il II Incontro mondiale delle Famiglie, ha realizzato un bassorilievo della Santa Famiglia di Nazaret. Per il Giubileo ha preparato, oltre ai dittici di medaglie per l’Anno santo raffiguranti Annunciazione e Natività (1995), Battesimo al Giordano e Gesù Maestro (1996), Resurrezione e Pentecoste (1999), le medagliette celebrative che recano in rilievo la sagoma dell’Uomo della Sindone, il cui ricavato è stato devoluto alla Campagna per la riduzione del debito.

A San Giovanni in Laterano la nuova Porta Santa è stata collocata alla chiusura del Giubileo, il 5 gennaio di quest’anno: un unico, grande battente di bronzo che misura 3,60 metri per 1,90, realizzato dallo scultore Floriano Bodini. Originario di Varese, stabilitosi a Milano, l’artista 67enne ha dichiarato di aver voluto rappresentare “la Gloria di Cristo perenne nel tempo, ieri, oggi e sempre”. Nell’opera quest’idea di tempo eterno, metafisico, di continuità tra passato e futuro, viene indicata dalle stelle, che suggeriscono, nella composizione drammatica, l’idea di tempo eterno metafisico e continuità di pensiero al futuro. La superficie del modellato, così tormentata, evidenzia una scelta stilistica per esprimere complessità e precarietà dell’oggi, in contrapposizione con la semplicità della composizione.

La porta, secondo la definizione dello stesso Bodini, “è una grande icona”: la Madre ha in grembo il mondo e protegge il Bambino “che si protende con vivacità e forza in alto, verso la Croce”; sopra, il Cristo Crocifisso; sotto, lo stemma di Giovanni Paolo II. Una sintesi della storia salvifica, che ha visto il suo culmine nell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio, presente e operante oggi nella Chiesa. Al centro, spostata a sinistra, la scritta Christus heri, hodie, semper, mentre in basso Jubilaeum A.D. 2000 ricorda l’Anno santo. Per alcuni particolari decorativi (le cornici, le stelle, le borchie), l’artista si è ispirato alla porta centrale della basilica, fusa in età romana e ampliata poi dal Borromini su desiderio di Papa Chigi.
Risale al ’98 la richiesta del cardinale vicario Camillo Ruini allo scultore per l’esecuzione della Porta santa della cattedrale di Roma. Dopo i disegni preparatori, fu realizzato il bozzetto e il modello in gesso, fino alla fusione in bronzo compiuta alla fine dello scorso anno. Tra le opere di Bodini, la statua di Paolo VI nel duomo di Milano e il complesso dell’altare maggiore del santuario della Santa Casa di Loreto; risalgono al ’99 l’altare, l’ambone e la sede delle Grotte Vaticane assieme alla statua di santa Brigida di Svezia in San Pietro; dal 1968 la sua scultura in legno Ritratto di un Papa è collocata nei Musei Vaticani.
Due nuovi battenti benedetti e incensati, dunque, sfiorati e baciati prima e dopo la fine dell’Anno santo, ora murati solo internamente fino al prossimo Giubileo, per consentire ai fedeli di ammirarne tutta la bellezza artistica. E se ora sono chiusi, “non si chiude però l’Anno di misericordia e di grazia inaugurato da Gesù nella sinagoga di Nazaret, recitava la monizione che ha preceduto la chiusura delle Porte sante,: sono sempre aperte le braccia del Padre; resta spalancata la porta che conduce alla vita: Cristo; è sempre zampillante la sorgente dello Spirito». Simbolo di Cristo, segno di conversione, ponte tra l’interno e l’esterno, soglia collocata in bilico tra il luogo di culto e il mondo: lo aveva intuito l’ebrea Simone Weil.

Così la filosofa francese scomparsa nel ’43 lo esprimeva nei versi de La Porta:

“Aspettando e soffrendo, eccoci davanti alla porta.
Fissi là gli occhi; nel tormento piangiamo.
Non entreremo mai, siamo stanchi di starla a vedere...
La porta si aprì e lasciò passare un silenzio tale
che non i giardini sono apparsi, né alcun fiore;
solo lo spazio immenso dal vuoto e dalla luce abitato
si rese d’improvviso presente dappertutto, riempì il cuore,
e gli occhi, quasi ciechi per la polvere, ha lavato”.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa
 

Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro