MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA
 


Studi

"Il pane che spezziamo 
non è forse comunione con il corpo di Cristo?"

di Cesare Giraudo

La teologia della comunione.

Una comprensione inadeguata della comunione eucaristica
Se prestiamo attenzione alle introduzioni che accompagnano spesso l’inizio delle celebrazioni domenicali, dobbiamo convenire che la dimensione sacrificale della messa cede generalmente il passo ad una sottolineatura quasi univoca della sua dimensione conviviale. Dopo il saluto iniziale all’assemblea, chi presiede indugia volentieri sulla tematica della festa, dicendo ad esempio: “Siamo qui, fratelli e sorelle, per far festa insieme, riuniti attorno ad un’unica mensa”. La coreografia di talune chiese poi, con i giochi di luci, i fiori, la musica, i canti ritmati, gli applausi e talvolta persino le danze, ci convince che la messa domenicale è indubbiamente il richiamo festoso del banchetto eucaristico.

Se poi andiamo con la memoria agli anni della nostra infanzia, allorché ci preparavamo alla prima comunione, ricordiamo che i catechisti si preoccupavano di spiegarci quanto tempo dura in noi la presenza reale. Naturalmente su questo punto non inventavano nulla, giacché una delle questioni trattate nei manuali era di sapere quanto tempo rimane il corpo di Cristo in colui che lo riceve. Dopo opportune precisazioni, il manualista sentenziava che le specie eucaristiche, considerate in rapporto alla piccola ostia dei fedeli, permangono in chi le riceve per una durata media di venti minuti. In quel lasso di tempo — ci veniva insegnato — dovevamo tener compagnia a Gesù, come avrebbero dovuto fare i tre apostoli del Getsemani, ma come purtroppo non fecero. Perciò, ricevuta la comunione, noi parlavamo con Gesù, gli raccontavamo tante cose e quindi ascoltavamo con compunzione quello che la sua voce interiore suggeriva al nostro cuore.

A scanso di equivoci, diciamo subito che tutto questo è vero, è santamente vero. Pure la didattica di allora era corretta. Il suo merito maggiore consisteva nello sforzo di adattare alla mente dei piccoli il contenuto della fede nella presenza reale. Ma, accanto a questo pregio, essa soffriva di un inconveniente non trascurabile. Dato che per i più la formazione religiosa non si protraeva oltre l’infanzia, tale spiegazione, costituendo di fatto il primo ed ultimo insegnamento sulla comunione eucaristica, era destinata ad accompagnare il fedele anche negli anni della sua vita adulta e a prolungare in tal modo un approccio alla vita sacramentale non certo adeguato.

Pertanto ci domandiamo: “È tutta qui la teologia della comunione eucaristica? Codesta comprensione statica della presenza reale risponde davvero al fine per cui il Signore Gesù, la vigilia della sua passione, ha voluto istituire il sacramento del suo corpo e del suo sangue?”.

Una risposta approfondita e soddisfacente a questi interrogativi ci viene da due fonti parallele e complementari: in primo luogo dalla considerazione della teologia soggiacente alla celebrazione annuale della pasqua ebraica, di quella celebrazione cioè che fece da cornice sacramentale all’istituzione dell’eucaristia; in secondo luogo, e principalmente, dai racconti biblici dell’istituzione, soprattutto quando li consideriamo innestati nella preghiera eucaristica, cioè in quella preghiera con la quale la Chiesa da sempre fa l’eucaristia.

La dinamica sacramentale della pasqua ebraica
Con l’ultima sua cena — stando alla cronologia di Matteo, Marco e Luca — Gesù celebrò la pasqua annuale ebraica. In essa, come capo della comunità apostolica, egli svolse le mansioni che il complesso rituale assegna tuttora al padre di famiglia. Tra queste, fondamentale è il compito di fornire ad ognuno dei commensali quell’informazione che gli consente di vedersi salvificamente coinvolto nell’evento di pasqua.

Il rituale prescrive che nel corso dell’annuncio pasquale, cioè della liturgia della parola che precede la cena, il figlio più giovane ponga la domanda prevista da Es 12,26: “Perché diversa è questa notte da tutte le notti?”. A lui e all’intera assemblea conviviale il padre di famiglia risponde annunziando gli eventi dell’esodo. Quindi conclude con questa monizione solenne, attribuita a Rabbàn Gamaliele, il maestro di Paolo: “In ogni generazione e generazione ognuno è obbligato a vedere se stesso come essendo proprio lui uscito dall’Egitto, siccome è detto: ‘E annuncerai a tuo figlio in quel giorno, dicendo: È in virtù di questo, che il Signore fece a me quello che fece quando uscii dall’Egitto’ (Es 13,8). Non i nostri padri soltanto redense il Santo — benedetto Egli sia! —, ma anche noi redense con essi, siccome è detto: ‘E noi fece uscire di là, per farci venire e dare a noi la terra che aveva giurata ai nostri padri’ (Dt 6,23)”.

La monizione di Gamaliele chiarisce la teologia della cena pasquale con un insegnamento luminoso. Con essa il padre di famiglia rende noto alla comunità domestica riunita sotto la sua presidenza che, grazie alla mediazione sacramentale dell’agnello, allora ognuno personalmente era là. Infatti sulle rive del Mare non vi erano solo i padri che fisicamente lo passarono, ma ognuno di quanti oggi compongono la comunità pasquale era là, intento a scendere nelle acque di morte per morire alla servitù di Faraone, e a risalire dalle acque di vita per rinascere al servizio del Signore.

Come ciò possa verificarsi è precisato dalla porzione del testo per noi più complessa, che suona così: “È in virtù di questo, che il Signore fece a me quello che fece quando uscii dall’Egitto” (Es 13,8). Secondo l’esegesi autorevole dei rabbini, essa significa in concreto: “È in virtù di questo agnello pasquale che questa notte mangio, che il Signore già allora, cioè nella notte unica del passaggio del Mare, mi fece uscire dall’Egitto”. È proprio grazie alla manducazione dell’agnello che il singolo membro della comunità conviviale è ripresentato all’evento di salvezza.

Qui tutto il coinvolgimento salvifico ruota intorno alla comunione all’agnello, che gli Ebrei mangiavano a conclusione della cena. Infatti, se la vigilia del passaggio del Mare non fosse stato istituito il sacramento dell’agnello pasquale, l’Israele delle generazioni non avrebbe avuto modo di tornare ad attingere redenzione all’evento unico, il quale sarebbe rimasto confinato entro le sue proprie coordinate di spazio e di tempo.

In questo quadro teologico Gesù istituì dunque la nuova pasqua, che prolunga e porta a pienezza la dinamica sacramentale della comunione all’antico agnello pasquale.

I racconti di istituzione e le parole di Gesù
Leggiamo nel vangelo di Luca: “E avendo preso del pane e pronunciata l’azione di grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Questo è il mio corpo, che per voi sta per essere dato. Fate questo in memoriale di me.
Anche il calice prese allo stesso modo dopo aver cenato, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che per voi sta per essere versato” (Lc 22,19-20; cf 1 Cor 11,23-25). Sono queste le parole che il sacerdote, con leggere varianti, continua a proclamare in ogni nostra celebrazione eucaristica.

Mentre i racconti di Luca e di Paolo riportano unicamente l’espressione “pronunciò l’azione di grazie”, invece Matteo e Marco presentano un comportamento differenziato in rapporto alle due istituzioni. Essi infatti, pur mantenendo “pronunciò l’azione di grazie” per le parole istituzionali sul calice, introducono le parole istituzionali sul pane con “pronunciò la benedizione” (cf Mt 26,26-28; Mc 14,22-24). Notiamo subito che si tratta di due espressioni equivalenti, nel senso cioè che pronunciare l’azione di grazie è da intendere quale variante cristiana di pronunciare la benedizione. Quest’ultima espressione rappresenta il tratto più tipico della liturgia giudaica, al punto che la si riscontra in tutti i formulari della preghiera ufficiale e privata.

Cerchiamo di chiarire cosa significa l’espressione pronunciare la benedizione. Ricordiamo che ogni ebreo è tenuto ad elevare una specifica benedizione a Dio ogniqualvolta si accinge a consumare un alimento. Istituendo l’eucaristia in rapporto al segno del pane, Gesù, da buon ebreo, pronunciò la seguente benedizione di apertura della cena: “Benedetto sei tu, Signore Dio nostro, re del mondo, che fai uscire il pane dalla terra”. Così pure, istituendo l’eucaristia in rapporto al segno del vino, Gesù pronunciò la seguente benedizione di chiusura del pasto: “Benedetto sei tu, Signore Dio nostro, re del mondo, creatore del frutto della vite”.

Perciò l’espressione benedire, quale figura nei racconti istituzionali, non significa che Gesù benedisse il pane e il vino, ma che benedisse Dio per il dono del pane e del vino. È appunto per evitare questo equivoco che amiamo distendere l’uso assoluto del verbo “benedisse” con la perifrasi “pronunciò la benedizione”. Ottima poi è la traduzione “ti rese grazie con la preghiera di benedizione”, alla quale i traduttori del canone romano e della terza preghiera eucaristica hanno fatto ricorso per rendere in italiano l’endiadi “gratias agens benedixit”.

Concentriamoci ora sulle parole con le quali Gesù istituì l’eucaristia. Ci siamo abituati a interpretarle in chiave di teologia esclusivamente statica, quasi fossero una dimostrazione matematica della presenza reale. Vedremo invece che acquistano un respiro e una profondità salvifica incomparabilmente maggiori se torniamo a leggerle in chiave di teologia dinamica.

Ci fa da guida san Paolo allorché, scrivendo ai cristiani di Corinto, si domanda: “Il calice della benedizione che benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor 10,16). Con questi due vigorosi interrogativi, che definiamo retorici in quanto costituiscono un mezzo stilistico per affermare con forza una verità, Paolo insegna che il pane e il calice eucaristici ci pongono in comunione con il mistero di Cristo morto e risorto.

Infatti, dicendo “Questo è il mio corpo, che per voi (sta per essere spezzato)... Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue” (1 Cor 11,24-25), Gesù stabilisce un rapporto di intima comunicazione e reale partecipazione tra noi che ci apprestiamo a ricevere la comunione e l’evento della sua morte e risurrezione. Nella mediazione del segno del pane e del calice, dato prima della passione, egli profeticamente annunzia e salvificamente compie il mistero della sua morte vicaria.

Istituendo l’eucaristia e comunicando per primo ad essa — secondo la convinzione comune ai Padri della Chiesa, condivisa da Tommaso d’Aquino e mantenutasi fino al XVI secolo —, Gesù entra profeticamente in comunione con la sua morte-risurrezione nel segno del pane e del calice. Pronunziando le parole istituzionali sul pane e sul calice, anche se fisicamente è ancora nel cenacolo, tuttavia misticamente, ossia nell’efficacia del segno profetico e quindi realmente, egli già è sceso nella morte del Calvario e già è risalito dalla Tomba vuota. A sua volta la comunità del cenacolo, partecipando a quel primo pane spezzato e bevendo al primo calice, già è stata sepolta nella morte di Cristo alla condizione di servitù, e in pari tempo già è risorta nella sua risurrezione alla condizione del servizio relazionale. Attraverso la sua prefigurazione unica, irrepetibile, l’ultima cena è ordinata con tutto il suo peso teologico al futuro immediato che essa salvificamente preannunzia e profeticamente compie.

Comunicare al vero Agnello, 
per morire con lui alla nostra debolezza e risorgere con lui a vita nuova

Tuttavia, data la nostra condizione esistenziale, quell’unica esperienza di salvezza a noi non basta. Pur essendo l’evento della morte e risurrezione del Signore pienezza di redenzione, è come se a noi non bastasse. Condizionati come siamo dall’umana debolezza, necessitiamo di coinvolgimenti salvifici sempre nuovi, scanditi dalla presa di coscienza del nostro peccato e delle nostre continue dispersioni.

Per questo “nel giorno che chiamano del Sole” — come scrive san Giustino — ci raduniamo “in uno stesso luogo”. L’epiclesi della preghiera eucaristica precisa che ci raduniamo per chiedere a Dio Padre che, in forza della nostra comunione al corpo sacramentale, ci trasformi nell’unico corpo ecclesiale. È dunque per noi, Chiesa delle generazioni, che Gesù istituì l’eucaristia e che nel cenacolo diede alla comunità apostolica questo preciso comando: “Fate questo in memoriale di me”.

Che cosa ha voluto dire Gesù con queste parole? Parafrasandole, così le possiamo intendere dalla viva voce del Signore: “Riprendete ritualmente il segno del pane e del calice che ho dato a voi in questa vigilia della mia passione. Mangiate questo pane e bevete questo calice che, attraverso il ministero dei sacerdoti, vi porranno in comunione con il mio corpo che sta per essere consegnato e con il mio sangue che sta per essere versato domani sul Calvario”.

Codesta esegesi liturgica del comando di Gesù trova autorevole conferma nel commento personale di Paolo che, dopo aver trasmesso ai Corinti quanto ha ricevuto dal Signore, subito aggiunge: “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete il calice, annunziate la morte del Signore, finché non sia venuto” (1 Cor 11,26). Naturalmente, annunciare la morte del Signore significa pure annunciare la sua risurrezione, come viene esplicitato dall’anamnesi di tutte le preghiere eucaristiche.

Come la cena pasquale ebraica non era e non è la rimemorazione psicologica della liberazione d’Israele dall’Egitto, così l’eucaristia non può essere scambiata per una semplice esperienza di ricordo. Soprattutto in ciò che concerne l’eucaristia, non possiamo contentarci d’interpretazioni superficiali.

Come l’antico Israele, nell’espressione “Questo giorno sarà per voi quale memoriale... per tutte le vostre generazioni” (Es 12,14), aveva visto l’ordine d’iterazione che ingiungeva e fondava la celebrazione annuale della pasqua, così il nuovo Israele, nel “Fate questo (segno del pane e del calice) in memoriale di me (morto e risorto)” (1Cor 11,24.25), vede l’ordine di iterazione che ingiunge e inaugura la serie di celebrazioni dell’eucaristia. Parallelamente al futuro immediato, che attraverso una prefigurazione unica e irrepetibile, poiché data in situazione, concerne la comunità del cenacolo, si profila così un futuro lontano, che attraverso una prefigurazione liturgica — e per ciò stesso destinata all’iterazione — concerne la comunità delle generazioni, cioè la Chiesa.

Le nozioni espresse dai termini memoriale, ripresentazione, comunione si corrispondono perfettamente e stanno a significare il nostro reale coinvolgimento salvifico nell’evento fondatore, rispettivamente nel passaggio del Mare e nella morte-risurrezione del Signore. Infatti ciò che la monizione di Gamaliele dice per la celebrazione annuale della pasqua ebraica, il commento personale di Paolo continua a ridire per ogni singola celebrazione dell’eucaristia.

Se Gesù non avesse istituito l’eucaristia, l’evento della sua morte e risurrezione sarebbe rimasto isolato in quelle coordinate di spazio e di tempo che furono allora le sue, e la Chiesa delle generazioni, che siamo noi, non avrebbe avuto modo di tornare a immergersi salvificamente in esso. Ma per l’ineffabile grazia divina non fu così.

La celebrazione dell’eucaristia è dunque, in sommo grado e a un tempo, il nostro Calvario e la nostra pasqua. Attraverso il battesimo siamo stati immersi una volta per tutte nella morte-risurrezione del Signore, ma non siamo divenuti perfetti. Ci disperdiamo ancora, ancora torniamo ad ammiccare nostalgici ai faraoni di turno che incontriamo quotidianamente sul nostro cammino, cioè i nostri egoismi, la ricerca esasperata della ricchezza, del potere, del prestigio, della fama, dell’autorealizzazione al di là di ogni limite e norma. Per questo il ritorno al Calvario teologicamente s’impone.

Ormai sappiamo che non è ipotizzabile né un ritorno fisico al Golgota nel pomeriggio del primo Venerdì santo in compagnia della Madre di Gesù, di Giovanni e delle pie donne, né un ritorno alla Tomba del Risorto con Maria di Magdala all’alba di quella prima Domenica. Noi sappiamo che non è possibile domandare ai Giudei d'immergere nuovamente Gesù nella morte, né domandare al Padre di farlo ancora una volta risorgere. Celebrando l’eucaristia, ricevendo la comunione, ogni domenica oppure ogni giorno, noi andiamo al Calvario e alla Tomba Vuota: non vi andiamo fisicamente, bensì nel memoriale, ossia attraverso la ripresa rituale del segno profetico del pane e del calice, attraverso un’azione figurativa, dunque sacramentale e quindi assolutamente reale.

Per questo dobbiamo parlare, non tanto di una ripresentazione dell’evento fondatore a noi, ma della ripresentazione nostra all’evento fondatore. Assurto ad eterno presente, l’evento del Calvario e della Tomba vuota non si muove. Siamo noi che, attraverso la dinamica sacramentale, realmente ci muoviamo per venire salvificamente ripresentati ad esso.

Alla comunità radunata per celebrare l’eucaristia, il sacerdote potrebbe rivolgere una monizione modellata su quella di Gamaliele, che ancor oggi il padre di famiglia ebreo fa alla comunità radunata per celebrare la pasqua. Tale monizione potrebbe essere formulata press’a poco così: “In ogni generazione e generazione ognuno di noi è obbligato a vedere se stesso, con l’occhio penetrante della fede, come essendo stato proprio lui là sul Calvario nel primo Venerdì santo e dinanzi alla Tomba vuota il mattino della risurrezione. Infatti non solo i nostri padri erano là; ma noi tutti, oggi qui radunati per celebrare l’eucaristia, eravamo là con loro, intenti a morire nella morte di Cristo e a risorgere nella sua risurrezione. Sarà appunto la nostra comunione al corpo sacramentale del vero Agnello a renderci realmente presenti a quell’eterno presente”.

Celebrare l’eucaristia — o meglio, come suggerisce san Giovanni Crisostomo, “concelebrarla” insieme al sacerdote in forza del sacerdozio comune — vuol dire comunicare al Vivente, che si dà a noi nel segno del corpo esanime, per consentirci di venir ripresentati sacramentalmente all’efficacia redentiva del sacrificio unico.

Ne consegue che dovremo sentirci teologicamente in cammino ogni volta che ci accostiamo alla comunione. Dovremo abituarci ad avvertire sempre più l’intenso movimento dei nostri piedi teologici. Mentre i piedi fisici continuano a trattenerci in chiesa, i piedi della fede eucaristica ci riportano proprio là sul Calvario, per immergerci ancora una volta nella morte del Signore Gesù, proprio là dinanzi alla Tomba del Risorto, per farci risorgere ancora una volta con lui a un’esistenza relazionale sempre nuova, giacché la nostra messa è tutto il Calvario, è tutto il fulgore del mattino di pasqua. È là che noi ci rechiamo ogniqualvolta andiamo a messa, cioè — per dirla con Teodoro di Mopsuestia — ogni volta che “facciamo il memoriale del sacrificio”.

Articoli pubblicati
La mistagogia sull’Eucaristia a partire dalla preghiera eucaristica comprende dieci contributi del prof. C. Giraudo:
1.
Studiare l’Eucaristia: ma dove? - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 1/2000 pp 54-56.
2.
La teologia del dialogo invitatoriale - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 3/2000 pp 51-53.
3.
L’azione di grazie - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 4/2000 pp 53-55.
4.
La teologia del Sanctus - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 5/2000 pp 48-51.
5.
La profondità storica della preghiera eucaristica - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 6/2000 pp 40-43.
6.
L’interazione fra corpo sacramentale e corpo ecclesiale - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 7/2000 pp 33-36.
7.
L’intercessione per la Chiesa - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 1/2001 pp 47-50.
8.
L’intercessione per i defunti - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 2/2001 pp 53-56.
9.
La teologia dell’Amen - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 3/2001 pp 35-37.
10.
La teologia della Comunione - La Vita in Cristo e nella Chiesa n 6/2001 pp ...

 

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Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro