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"Il
pane che spezziamo
di Cesare Giraudo La teologia della comunione. Una
comprensione inadeguata della comunione eucaristica Se
poi andiamo con la memoria agli anni della nostra infanzia, allorché ci
preparavamo alla prima comunione, ricordiamo che i catechisti si
preoccupavano di spiegarci quanto tempo dura in noi la presenza reale.
Naturalmente su questo punto non inventavano nulla, giacché una delle
questioni trattate nei manuali era di sapere quanto tempo rimane il corpo
di Cristo in colui che lo riceve. Dopo opportune precisazioni, il
manualista sentenziava che le specie eucaristiche, considerate in rapporto
alla piccola ostia dei fedeli, permangono in chi le riceve per una durata
media di venti minuti. In quel lasso di tempo — ci veniva insegnato —
dovevamo tener compagnia a Gesù, come avrebbero dovuto fare i tre
apostoli del Getsemani, ma come purtroppo non fecero. Perciò, ricevuta la
comunione, noi parlavamo con Gesù, gli raccontavamo tante cose e quindi
ascoltavamo con compunzione quello che la sua voce interiore suggeriva al
nostro cuore. A
scanso di equivoci, diciamo subito che tutto questo è vero, è santamente
vero. Pure la didattica di allora era corretta. Il suo merito maggiore
consisteva nello sforzo di adattare alla mente dei piccoli il contenuto
della fede nella presenza reale. Ma, accanto a questo pregio, essa
soffriva di un inconveniente non trascurabile. Dato che per i più la
formazione religiosa non si protraeva oltre l’infanzia, tale
spiegazione, costituendo di fatto il primo ed ultimo insegnamento sulla
comunione eucaristica, era destinata ad accompagnare il fedele anche negli
anni della sua vita adulta e a prolungare in tal modo un approccio alla
vita sacramentale non certo adeguato. Pertanto
ci domandiamo: “È tutta qui la teologia della comunione eucaristica?
Codesta comprensione statica della presenza reale risponde davvero al fine
per cui il Signore Gesù, la vigilia della sua passione, ha voluto
istituire il sacramento del suo corpo e del suo sangue?”. Una
risposta approfondita e soddisfacente a questi interrogativi ci viene da
due fonti parallele e complementari: in primo luogo dalla considerazione
della teologia soggiacente alla celebrazione annuale della pasqua ebraica,
di quella celebrazione cioè che fece da cornice sacramentale
all’istituzione dell’eucaristia; in secondo luogo, e principalmente,
dai racconti biblici dell’istituzione, soprattutto quando li
consideriamo innestati nella preghiera eucaristica, cioè in quella
preghiera con la quale la Chiesa da sempre fa l’eucaristia. La
dinamica sacramentale della pasqua ebraica Il
rituale prescrive che nel corso dell’annuncio pasquale, cioè della
liturgia della parola che precede la cena, il figlio più giovane ponga la
domanda prevista da Es 12,26:
“Perché diversa è questa notte da tutte le notti?”. A lui e
all’intera assemblea conviviale il padre di famiglia risponde
annunziando gli eventi dell’esodo. Quindi conclude con questa monizione
solenne, attribuita a Rabbàn Gamaliele, il maestro di Paolo: “In ogni
generazione e generazione ognuno è obbligato a vedere se stesso come essendo proprio lui uscito
dall’Egitto, siccome è detto: ‘E annuncerai a tuo figlio in quel
giorno, dicendo: È in virtù di questo, che il Signore fece a me quello che fece quando uscii
dall’Egitto’ (Es 13,8). Non
i nostri padri soltanto redense il Santo — benedetto Egli sia! —, ma anche
noi redense con essi, siccome è detto: ‘E
noi fece uscire di là, per farci
venire e dare a noi la terra che
aveva giurata ai nostri padri’ (Dt
6,23)”. La
monizione di Gamaliele chiarisce la teologia della cena pasquale con un
insegnamento luminoso. Con essa il padre di famiglia rende noto alla
comunità domestica riunita sotto la sua presidenza che, grazie alla
mediazione sacramentale dell’agnello, allora ognuno personalmente era là.
Infatti sulle rive del Mare non vi erano solo i padri che fisicamente lo
passarono, ma ognuno di quanti oggi compongono la comunità pasquale era là,
intento a scendere nelle acque di morte per morire alla servitù di
Faraone, e a risalire dalle acque di vita per rinascere al servizio del
Signore. Come
ciò possa verificarsi è precisato dalla porzione del testo per noi più
complessa, che suona così: “È in
virtù di questo, che
il Signore fece a me quello che fece quando uscii dall’Egitto” (Es
13,8). Secondo l’esegesi autorevole dei rabbini, essa significa in
concreto: “È in virtù di questo
agnello pasquale che questa notte mangio, che il Signore già allora,
cioè nella notte unica del passaggio del Mare, mi fece uscire
dall’Egitto”. È proprio grazie alla manducazione dell’agnello che
il singolo membro della comunità conviviale è ripresentato all’evento
di salvezza. Qui
tutto il coinvolgimento salvifico ruota intorno alla comunione
all’agnello, che gli Ebrei mangiavano a conclusione della cena. Infatti,
se la vigilia del passaggio del Mare non fosse stato istituito il
sacramento dell’agnello pasquale, l’Israele delle generazioni non
avrebbe avuto modo di tornare ad attingere redenzione all’evento unico,
il quale sarebbe rimasto confinato entro le sue proprie coordinate di
spazio e di tempo. In
questo quadro teologico Gesù istituì dunque la nuova pasqua, che
prolunga e porta a pienezza la dinamica sacramentale della comunione
all’antico agnello pasquale. I
racconti di istituzione e le parole di Gesù Mentre
i racconti di Luca e di Paolo riportano unicamente l’espressione
“pronunciò l’azione di grazie”, invece Matteo e Marco presentano un
comportamento differenziato in rapporto alle due istituzioni. Essi
infatti, pur mantenendo “pronunciò l’azione di grazie” per le
parole istituzionali sul calice, introducono le parole istituzionali sul
pane con “pronunciò la benedizione” (cf Mt 26,26-28; Mc
14,22-24). Notiamo subito che si tratta di due espressioni equivalenti,
nel senso cioè che pronunciare l’azione di grazie è da
intendere quale variante cristiana di pronunciare la benedizione.
Quest’ultima espressione rappresenta il tratto più tipico della
liturgia giudaica, al punto che la si riscontra in tutti i formulari della
preghiera ufficiale e privata. Cerchiamo
di chiarire cosa significa l’espressione pronunciare la benedizione.
Ricordiamo che ogni ebreo è tenuto ad elevare una specifica benedizione a
Dio ogniqualvolta si accinge a consumare un alimento. Istituendo
l’eucaristia in rapporto al segno del pane, Gesù, da buon ebreo,
pronunciò la seguente benedizione di apertura della cena: “Benedetto
sei tu, Signore Dio nostro, re del mondo, che fai uscire il pane dalla
terra”. Così pure, istituendo l’eucaristia in rapporto al segno del
vino, Gesù pronunciò la seguente benedizione di chiusura del pasto:
“Benedetto sei tu, Signore Dio nostro, re del mondo, creatore del frutto
della vite”. Perciò
l’espressione benedire, quale figura nei racconti istituzionali,
non significa che Gesù benedisse il pane e il vino, ma che benedisse Dio
per il dono del pane e del vino. È appunto per evitare questo equivoco
che amiamo distendere l’uso assoluto del verbo “benedisse” con la
perifrasi “pronunciò la benedizione”. Ottima poi è la traduzione
“ti rese grazie con la preghiera di benedizione”, alla quale i
traduttori del canone romano e della terza preghiera eucaristica hanno
fatto ricorso per rendere in italiano l’endiadi “gratias agens
benedixit”. Concentriamoci
ora sulle parole con le quali Gesù istituì l’eucaristia. Ci siamo
abituati a interpretarle in chiave di teologia esclusivamente statica,
quasi fossero una dimostrazione matematica della presenza reale. Vedremo
invece che acquistano un respiro e una profondità salvifica
incomparabilmente maggiori se torniamo a leggerle in chiave di teologia
dinamica. Ci
fa da guida san Paolo allorché, scrivendo ai cristiani di Corinto, si
domanda: “Il calice della benedizione che benediciamo, non è forse
comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse
comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor 10,16). Con questi due
vigorosi interrogativi, che definiamo retorici in quanto costituiscono un
mezzo stilistico per affermare con forza una verità, Paolo insegna che il
pane e il calice eucaristici ci pongono in comunione con il mistero di
Cristo morto e risorto. Infatti,
dicendo “Questo è il mio corpo, che per voi (sta per essere
spezzato)... Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue” (1
Cor 11,24-25), Gesù stabilisce un rapporto di intima comunicazione e
reale partecipazione tra noi che ci apprestiamo a ricevere la comunione e
l’evento della sua morte e risurrezione. Nella mediazione del segno del
pane e del calice, dato prima della passione, egli profeticamente annunzia
e salvificamente compie il mistero della sua morte vicaria. Istituendo
l’eucaristia e comunicando per primo ad essa — secondo la convinzione
comune ai Padri della Chiesa, condivisa da Tommaso d’Aquino e
mantenutasi fino al XVI secolo —, Gesù entra profeticamente in
comunione con la sua morte-risurrezione nel segno del pane e del calice.
Pronunziando le parole istituzionali sul pane e sul calice, anche se
fisicamente è ancora nel cenacolo, tuttavia misticamente, ossia
nell’efficacia del segno profetico e quindi realmente, egli già è
sceso nella morte del Calvario e già è risalito dalla Tomba vuota. A sua
volta la comunità del cenacolo, partecipando a quel primo pane spezzato e
bevendo al primo calice, già è stata sepolta nella morte di Cristo alla
condizione di servitù, e in pari tempo già è risorta nella sua
risurrezione alla condizione del servizio relazionale. Attraverso la sua
prefigurazione unica, irrepetibile, l’ultima cena è ordinata con tutto
il suo peso teologico al futuro immediato che essa salvificamente
preannunzia e profeticamente compie. Comunicare
al vero Agnello, Per
questo “nel giorno che chiamano del Sole” — come scrive san Giustino
— ci raduniamo “in uno stesso luogo”. L’epiclesi della preghiera
eucaristica precisa che ci raduniamo per chiedere a Dio Padre che, in
forza della nostra comunione al corpo sacramentale, ci trasformi
nell’unico corpo ecclesiale. È dunque per noi, Chiesa delle
generazioni, che Gesù istituì l’eucaristia e che nel cenacolo diede
alla comunità apostolica questo preciso comando: “Fate questo in
memoriale di me”. Che
cosa ha voluto dire Gesù con queste parole? Parafrasandole, così le
possiamo intendere dalla viva voce del Signore: “Riprendete ritualmente
il
segno del pane e del calice che ho dato a voi in questa vigilia della mia
passione. Mangiate questo
pane e bevete questo calice che, attraverso il ministero dei sacerdoti, vi
porranno in comunione con il mio corpo che sta per essere consegnato e con
il mio sangue che sta per essere versato domani sul Calvario”. Codesta
esegesi liturgica del comando di Gesù trova autorevole conferma nel
commento personale di Paolo che, dopo aver trasmesso ai Corinti quanto ha
ricevuto dal Signore, subito aggiunge:
“Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete il calice,
annunziate la morte del Signore, finché non sia venuto” (1
Cor 11,26).
Naturalmente, annunciare la morte del Signore significa pure annunciare la
sua risurrezione, come viene esplicitato dall’anamnesi di tutte le
preghiere eucaristiche. Come
la cena pasquale ebraica non era e non è la rimemorazione psicologica
della liberazione d’Israele dall’Egitto, così l’eucaristia non può
essere scambiata per una semplice esperienza di ricordo. Soprattutto in ciò
che concerne l’eucaristia, non possiamo contentarci d’interpretazioni
superficiali. Come
l’antico Israele, nell’espressione “Questo giorno sarà per voi
quale memoriale... per tutte le vostre generazioni” (Es 12,14),
aveva visto l’ordine d’iterazione che ingiungeva e fondava la
celebrazione annuale della pasqua, così il nuovo Israele, nel “Fate
questo (segno del pane e del calice) in memoriale di me (morto e
risorto)” (1Cor 11,24.25), vede l’ordine di iterazione che
ingiunge e inaugura la serie di celebrazioni dell’eucaristia.
Parallelamente al futuro immediato, che attraverso una prefigurazione
unica e irrepetibile, poiché data in situazione, concerne la comunità
del cenacolo, si profila così un futuro lontano, che attraverso una
prefigurazione liturgica — e per ciò stesso destinata all’iterazione
— concerne la comunità delle generazioni, cioè la Chiesa. Le
nozioni espresse dai termini memoriale, ripresentazione, comunione
si corrispondono perfettamente e stanno a significare il nostro reale
coinvolgimento salvifico nell’evento fondatore, rispettivamente nel
passaggio del Mare e nella morte-risurrezione del Signore. Infatti ciò
che la monizione di Gamaliele dice per la celebrazione annuale della
pasqua ebraica, il commento personale di Paolo continua a ridire per ogni
singola celebrazione dell’eucaristia. Se
Gesù non avesse istituito l’eucaristia, l’evento della sua morte e
risurrezione sarebbe rimasto isolato in quelle coordinate di spazio e di
tempo che furono allora le sue, e la Chiesa delle generazioni, che siamo
noi, non avrebbe avuto modo di tornare a immergersi salvificamente in
esso. Ma per l’ineffabile grazia divina non fu così. La
celebrazione dell’eucaristia è dunque, in sommo grado e a un tempo, il
nostro Calvario e la nostra pasqua. Attraverso il battesimo siamo stati
immersi una volta per tutte nella morte-risurrezione del Signore, ma non
siamo divenuti perfetti. Ci disperdiamo ancora, ancora torniamo ad
ammiccare nostalgici ai faraoni di turno che incontriamo quotidianamente
sul nostro cammino, cioè i nostri egoismi, la ricerca esasperata della
ricchezza, del potere, del prestigio, della fama, dell’autorealizzazione
al di là di ogni limite e norma. Per questo il ritorno al Calvario
teologicamente s’impone. Ormai
sappiamo che non è ipotizzabile né un ritorno fisico al Golgota nel
pomeriggio del primo Venerdì santo in compagnia della Madre di Gesù, di
Giovanni e delle pie donne, né un ritorno alla Tomba del Risorto con
Maria di Magdala all’alba di quella prima Domenica. Noi sappiamo che non
è possibile domandare ai Giudei d'immergere nuovamente Gesù nella morte,
né domandare al Padre di farlo ancora una volta risorgere. Celebrando
l’eucaristia, ricevendo la comunione, ogni domenica oppure ogni giorno,
noi andiamo al Calvario e alla Tomba Vuota: non vi andiamo fisicamente,
bensì nel memoriale, ossia attraverso la ripresa rituale del segno
profetico del pane e del calice, attraverso un’azione figurativa, dunque
sacramentale e quindi assolutamente reale. Per
questo dobbiamo parlare, non tanto di una ripresentazione dell’evento
fondatore a noi, ma della ripresentazione nostra all’evento fondatore.
Assurto ad eterno presente, l’evento del Calvario e della Tomba vuota
non si muove. Siamo noi che, attraverso la dinamica sacramentale,
realmente ci muoviamo per venire salvificamente ripresentati ad esso. Alla
comunità radunata per celebrare l’eucaristia, il sacerdote potrebbe
rivolgere una monizione modellata su quella di Gamaliele, che ancor oggi
il padre di famiglia ebreo fa alla comunità radunata per celebrare la
pasqua. Tale monizione potrebbe essere formulata press’a poco così:
“In ogni generazione e generazione ognuno di noi è obbligato a vedere
se stesso, con l’occhio penetrante della fede, come essendo stato
proprio lui là sul Calvario nel primo Venerdì santo e dinanzi alla Tomba
vuota il mattino della risurrezione. Infatti non solo i nostri padri erano
là; ma noi tutti, oggi qui radunati per celebrare l’eucaristia, eravamo
là con loro, intenti a morire nella morte di Cristo e a risorgere nella
sua risurrezione. Sarà appunto la nostra comunione al corpo sacramentale
del vero Agnello a renderci realmente presenti a quell’eterno
presente”. Celebrare
l’eucaristia — o meglio, come suggerisce san Giovanni Crisostomo,
“concelebrarla” insieme al sacerdote in forza del sacerdozio comune
— vuol dire comunicare al Vivente, che si dà a noi nel segno del corpo
esanime, per consentirci di venir ripresentati sacramentalmente
all’efficacia redentiva del sacrificio unico. Ne
consegue che dovremo sentirci teologicamente in cammino ogni volta che ci
accostiamo alla comunione. Dovremo abituarci ad avvertire sempre più
l’intenso movimento dei nostri piedi teologici. Mentre i piedi
fisici continuano a trattenerci in chiesa, i piedi della fede eucaristica
ci riportano proprio là sul Calvario, per immergerci ancora una volta
nella morte del Signore Gesù, proprio là dinanzi alla Tomba del Risorto,
per farci risorgere ancora una volta con lui a un’esistenza relazionale
sempre nuova, giacché la nostra messa è tutto il Calvario, è tutto il
fulgore del mattino di pasqua. È là che noi ci rechiamo ogniqualvolta
andiamo a messa, cioè — per dirla con Teodoro di Mopsuestia — ogni
volta che “facciamo il memoriale del sacrificio”. Articoli
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