|
|
||
|
Liturgia e culture
di PAOLO GIGLIONI Inculturazione:
intreccio di fede e profezia; vero banco di prova della riforma liturgica
e dell’evangelizzazione. Dice
infatti Sacrosanctum Concilium: “La Chiesa non desidera
imporre una rigida uniformità nelle cose che non riguardano la fede o il
bene di tutta la comunità, e nemmeno nella liturgia; rispetta anzi e
favorisce le qualità e le doti d'animo delle varie razze e dei vari
popoli. Tutto ciò poi che nei costumi dei popoli non è indissolubilmente
legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e,
se è possibile, lo conserva inalterato, anzi a volte lo ammette nella
liturgia stessa, purché possa armonizzarsi con gli aspetti del vero e
autentico spirito liturgico” (SC 37). Questa
visione fa parte della secolare tradizione della Chiesa che ha conosciuto
al suo interno diversità di riti e di famiglie liturgiche; tale varietà
non solo non nuoce alla sua unità, ma piuttosto la manifesta (cf OE 2; SC
4; CCC 1204-1206). Lungo la sua storia, inoltre, la Chiesa ha assunto
elementi di altre tradizioni religiose; così è accaduto con la
tradizione ebraica, con quella greca, con quella latina, con quella franca
e germanica. Volendo
dare nuovo vigore ai riti come richiedono le circostanze e le necessità
del nostro tempo (SC 2), la riforma liturgica ha previsto la possibilità
di aprirsi alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti presso i
vari gruppi etnici, regioni, popoli, soprattutto nelle missioni (SC 38).
Questo processo mediante il quale la Chiesa incarna l’Evangelo nelle
diverse culture e, nel contempo, introduce i popoli con le loro culture
nella propria comunità, è chiamato comunemente “inculturazione”. Lo
stesso Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Vicesimus
quintus annus (4.12.1988),
riconoscendo che l'inculturazione non è un problema nuovo nella Chiesa,
ha indicato lo sforzo per radicare la liturgia nelle differenti culture
come un compito importante per il rinnovamento liturgico: “Resta
considerevole lo sforzo di continuare per radicare la liturgia in talune
culture, accogliendo di esse quelle espressioni che possono armonizzarsi
con gli aspetti del vero ed autentico spirito della liturgia, nel rispetto
dell'unità sostanziale del rito romano...(La Chiesa) ha il potere, e
talvolta anche il dovere di adattare la liturgia alle culture dei popoli
recentemente evangelizzati» [n.16]. La
liturgia e la legge dell'incarnazione Queste
caratteristiche della Chiesa si riflettono anche sulla sua liturgia e
scaturiscono, entrambe, dalla legge fondamentale dell'incarnazione. Sia la
salvezza sia la liturgia sono dunque soggette a questa legge che ha
origine nel mistero del Verbum caro, nel Mistero del Verbo che,
facendosi visibile nella carne, rivela l'invisibile Dio (cf Gv 1,14.18; 1
Gv 1,1-4). Mediante
l'incarnazione del Figlio, il Padre comunica ad ogni uomo la vita divina:
“la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l'uomo mortale è innalzato a
dignità perenne e noi, uniti a Lui in comunione mirabile, condividiamo la
sua vita immortale” (Prefazio III di Natale). L'opera
di evangelizzazione, che ha nella liturgia il suo culmine e la sua fonte (cf
SC 10; PO 5), raggiunge il proprio scopo soltanto quando l'uomo, tanto
come persona singola quanto come membro di una comunità che lo segna in
profondità, accetta di ricevere la Parola di Dio e di farla fruttificare
nella sua vita. Applicando
dunque la legge che si riscontra nell'economia dell'incarnazione, anche la
liturgia della Chiesa, per essere in grado di comunicare a tutte le genti
la salvezza operata da Cristo Signore, deve mettere in atto quella capacità
meravigliosa che le permette non solo di "dare", ma anche di
"accogliere tutte le ricchezze delle nazioni" (AG 22). La legge
della salvezza, essendo legge d‘incarnazione, non è mai a senso unico
(il solo dare o il solo ricevere); è sempre un admirabile commercium,
un meraviglioso scambio. Una
liturgia incarnata, cioè inculturata Non
si tratta di creare una nuova liturgia, né tantomeno di ricercare la
novità per la novità; ma piuttosto di permettere alla liturgia di
esprimersi più chiaramente nel linguaggio, nella mentalità e nella vita
delle singole chiese locali, rispettando la sostanziale unità della fede
e nella profonda comunione della carità. Obiettivi
di una liturgia inculturata In
questo modo la liturgia, pur essendo nella sua intima natura sempre la
stessa (è infatti partecipazione del sacerdozio eterno di Cristo [SC 7c]
e attuazione dell'unica e irrepetibile opera della nostra redenzione [cf
SC 2]), è anche soggetta a mutamenti possibili e, a volte, doverosi. Non
si confonda dunque “unità” (necessaria) con “uniformità” (da
evitare). Richiamando
il messaggio emerso al Sinodo dei Vescovi del 1985, possiamo dire che
“l'inculturazione, compatibile con il messaggio di Cristo, sia
incoraggiata come un processo costante nella Chiesa universale; che sia
lasciato nelle Chiese locali un raggio più ampio di azione nel promuovere
e sviluppare le loro culture nel servizio al Vangelo, sempre nel rispetto
dell'unità della Chiesa e in comunione con le altre Chiese locali e la
Chiesa di Roma; che da parte delle Chiese locali siano compiuti sforzi
congiunti... per studiare, ricercare, esaminare e comprendere sempre più
profondamente la loro cultura, così che possa più perfettamente essere
espressa nella liturgia e nei vari aspetti della vita dei fedeli". Una
liturgia così intesa, in quanto opera di Cristo e della Chiesa, deve
essere il luogo dove il divino e l'umano vengono a contatto fra di loro,
affinché il divino salvi ciò che è umano e l'umano acquisti dimensione
divina.
|