MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA
 


Corso d’introduzione alla liturgia – 23

Liturgia e culture

di PAOLO GIGLIONI

Inculturazione: intreccio di fede e profezia; vero banco di prova della riforma liturgica e dell’evangelizzazione.

La riforma liturgica voluta dal Vaticano II ha previsto anche “norme per un adattamento all’indole e alle tradizioni dei popoli” (SC 37-40). Si è passati così da una visione “fissista” della liturgia emanata dal Concilio di Trento ad una visione di liturgia con possibilità di adattamenti alle varie culture.

Dice infatti Sacrosanctum Concilium: “La Chiesa non desidera imporre una rigida uniformità nelle cose che non riguardano la fede o il bene di tutta la comunità, e nemmeno nella liturgia; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti d'animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nei costumi dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se è possibile, lo conserva inalterato, anzi a volte lo ammette nella liturgia stessa, purché possa armonizzarsi con gli aspetti del vero e autentico spirito liturgico” (SC 37).

Questa visione fa parte della secolare tradizione della Chiesa che ha conosciuto al suo interno diversità di riti e di famiglie liturgiche; tale varietà non solo non nuoce alla sua unità, ma piuttosto la manifesta (cf OE 2; SC 4; CCC 1204-1206). Lungo la sua storia, inoltre, la Chiesa ha assunto elementi di altre tradizioni religiose; così è accaduto con la tradizione ebraica, con quella greca, con quella latina, con quella franca e germanica.

Volendo dare nuovo vigore ai riti come richiedono le circostanze e le necessità del nostro tempo (SC 2), la riforma liturgica ha previsto la possibilità di aprirsi alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti presso i vari gruppi etnici, regioni, popoli, soprattutto nelle missioni (SC 38). Questo processo mediante il quale la Chiesa incarna l’Evangelo nelle diverse culture e, nel contempo, introduce i popoli con le loro culture nella propria comunità, è chiamato comunemente “inculturazione”.

Lo stesso Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), riconoscendo che l'inculturazione non è un problema nuovo nella Chiesa, ha indicato lo sforzo per radicare la liturgia nelle differenti culture come un compito importante per il rinnovamento liturgico: “Resta considerevole lo sforzo di continuare per radicare la liturgia in talune culture, accogliendo di esse quelle espressioni che possono armonizzarsi con gli aspetti del vero ed autentico spirito della liturgia, nel rispetto dell'unità sostanziale del rito romano...(La Chiesa) ha il potere, e talvolta anche il dovere di adattare la liturgia alle culture dei popoli recentemente evangelizzati» [n.16].
Il modello di riferimento per questo processo d’inculturazione della liturgia nelle culture dei popoli è il mistero dell’incarnazione.
 

La liturgia e la legge dell'incarnazione
La Costituzione sulla sacra liturgia dopo aver detto che nella liturgia della Chiesa “si attua l'opera della nostra Redenzione” (SC 2), descrive questa Chiesa come una comunità che è, allo stesso tempo, “umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina” (SC 2).

Queste caratteristiche della Chiesa si riflettono anche sulla sua liturgia e scaturiscono, entrambe, dalla legge fondamentale dell'incarnazione. Sia la salvezza sia la liturgia sono dunque soggette a questa legge che ha origine nel mistero del Verbum caro, nel Mistero del Verbo che, facendosi visibile nella carne, rivela l'invisibile Dio (cf Gv 1,14.18; 1 Gv 1,1-4).

Mediante l'incarnazione del Figlio, il Padre comunica ad ogni uomo la vita divina: “la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l'uomo mortale è innalzato a dignità perenne e noi, uniti a Lui in comunione mirabile, condividiamo la sua vita immortale” (Prefazio III di Natale).
Anche la Chiesa, imitando il processo di “incarnazione” del Verbo, “deve cercare d’inserirsi in tutti i raggruppamenti (umani) con lo stesso movimento con cui Cristo stesso, attraverso la sua incarnazione, si legò a quel certo ambiente socio-culturale degli uomini in mezzo ai quali visse” (Ad gentes 10).
Infatti, come il Verbo di Dio ha assunto nella propria persona un'umanità concreta nel tempo e nello spazio di un determinato popolo, così la Chiesa, sull'esempio di Cristo e mediante il dono del suo Spirito, deve incarnarsi in ogni luogo, in ogni tempo e in ogni popolo (cf At 2,5-11). La Chiesa non può essere straniera presso i popoli che accolgono l’Evangelo; essa deve essere di casa presso tutte le varie culture.

L'opera di evangelizzazione, che ha nella liturgia il suo culmine e la sua fonte (cf SC 10; PO 5), raggiunge il proprio scopo soltanto quando l'uomo, tanto come persona singola quanto come membro di una comunità che lo segna in profondità, accetta di ricevere la Parola di Dio e di farla fruttificare nella sua vita.
Ne consegue che soltanto una liturgia pienamente incarnata in un determinato contesto socio-culturale potrà permettere all'opera della salvezza di terminare la sua corsa e raggiungere concretamente e totalmente ogni uomo che viene a questo mondo.
In altri termini, deve avvenire anche per la liturgia quell'admirabile commercium del reciproco dare e ricevere che caratterizza il mistero dell'incarnazione e la realtà stessa della natura della Chiesa (cf LG 13).
Mediante questo processo, da un lato l'Evangelo rivelerà ad ogni cultura e libererà in essa la verità suprema dei valori che racchiude; dall'altro, ogni cultura esprimerà l'Evangelo e la liturgia in maniera originale e ne manifesterà aspetti nuovi. In questo modo l'inculturazione liturgica sarà un elemento della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo (cf Ef 1,10) e della cattolicità della Chiesa (cf LG 16 e 17).

Applicando dunque la legge che si riscontra nell'economia dell'incarnazione, anche la liturgia della Chiesa, per essere in grado di comunicare a tutte le genti la salvezza operata da Cristo Signore, deve mettere in atto quella capacità meravigliosa che le permette non solo di "dare", ma anche di "accogliere tutte le ricchezze delle nazioni" (AG 22). La legge della salvezza, essendo legge d‘incarnazione, non è mai a senso unico (il solo dare o il solo ricevere); è sempre un admirabile commercium, un meraviglioso scambio.

 

Una liturgia incarnata, cioè inculturata
Se la liturgia è comunicazione-attuazione della salvezza per l'uomo di ogni tempo, una tale liturgia dovrà sforzarsi di rendere attivamente presente Cristo nel mondo concreto di ogni persona.
Già sant’Atanasio affermava che "Non fu redento quel che da Cristo non fu assunto". Ne consegue che la via incarnationis deve costituire il principio teologico dell'inculturazione liturgica. Attraverso la liturgia della Chiesa l'irrepetibile evento storico della salvezza diventa attuale e Cristo continua ad essere attivamente presente nel mondo. L'estensione dell'incarnazione della Chiesa nelle varie razze e culture, soprattutto mediante la liturgia, sarà l'espansione universale dello stesso Cristo. L'inculturazione liturgica non è quindi una moda del tempo, ma un imperativo teologico che deriva dall'esigenza dell'incarnazione.

Non si tratta di creare una nuova liturgia, né tantomeno di ricercare la novità per la novità; ma piuttosto di permettere alla liturgia di esprimersi più chiaramente nel linguaggio, nella mentalità e nella vita delle singole chiese locali, rispettando la sostanziale unità della fede e nella profonda comunione della carità.

 

Obiettivi di una liturgia inculturata
L'adattamento rientra nel programma di rinnovamento pastorale voluto dal Concilio. Con tale adattamento della liturgia alle culture dei popoli si vuole incrementare la vita cristiana (SC 1); esprimere più chiaramente le sante realtà significate nei testi-riti perché il popolo cristiano possa capirne il senso e parteciparvi pienamente-attivamente-comunitariamente (SC 21); adattare ai periodi storici le istituzioni soggette a cambiamento (SC 21;37); favorire l'unità dei credenti in Cristo (SC 1); promuovere la partecipazione attiva, piena, consapevole dei fedeli (SC 14.21.48); aprire la via ad un legittimo progresso liturgico conservando la sana tradizione (SC 23); dare trasparenza ai segni e semplicità ai riti (SC 34); rispondere meglio all'indole e alla natura dei popoli e delle culture (SC 37-40).

In questo modo la liturgia, pur essendo nella sua intima natura sempre la stessa (è infatti partecipazione del sacerdozio eterno di Cristo [SC 7c] e attuazione dell'unica e irrepetibile opera della nostra redenzione [cf SC 2]), è anche soggetta a mutamenti possibili e, a volte, doverosi. Non si confonda dunque “unità” (necessaria) con “uniformità” (da evitare).

Richiamando il messaggio emerso al Sinodo dei Vescovi del 1985, possiamo dire che  “l'inculturazione, compatibile con il messaggio di Cristo, sia incoraggiata come un processo costante nella Chiesa universale; che sia lasciato nelle Chiese locali un raggio più ampio di azione nel promuovere e sviluppare le loro culture nel servizio al Vangelo, sempre nel rispetto dell'unità della Chiesa e in comunione con le altre Chiese locali e la Chiesa di Roma; che da parte delle Chiese locali siano compiuti sforzi congiunti... per studiare, ricercare, esaminare e comprendere sempre più profondamente la loro cultura, così che possa più perfettamente essere espressa nella liturgia e nei vari aspetti della vita dei fedeli".

Una liturgia così intesa, in quanto opera di Cristo e della Chiesa, deve essere il luogo dove il divino e l'umano vengono a contatto fra di loro, affinché il divino salvi ciò che è umano e l'umano acquisti dimensione divina.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa
 

Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro