La tela della Trasfigurazione
fu eseguita da Tiziano attorno al 1560 per la chiesa di San Salvador a
Venezia, come pala feriale o copertura del paliotto
d’argento dorato, destinato all’altare maggiore, che fungeva da antependium.
Quest’ultimo veniva esposto in occasione delle feste solenni,
analogamente a quanto avviene per la
pala d’oro della basilica di San Marco, ed era stato eseguito agli
inizi del Quattrocento in sostituzione di un altro esemplare del 1290,
come ricordato nel Chronicon
monasterii
S.
Salvatoris Venetianum scritto
dal priore De Gratia. Tiziano dovette adeguarsi alle dimensioni e alla
forma architettonica dell’altar
maggiore che era stato progettato da Guglielmo de’ Grigi, detto il
Bergamasco, tra il 1524 e il 1528. Non sappiamo altro riguardo
l’esecuzione del dipinto, che svolgeva la funzione di tenda in tutto
l’anno liturgico a protezione del paliotto argenteo. La composizione e
le dimensioni sono dunque pensate proprio per svolgere il compito di
copertura dell’opera d’arte orafa, che ha il medesimo soggetto
iconografico, ed è incassata nell’architettura dell’altare.
Guardando la tela di Tiziano abbiamo subito l’impressione che egli non
si trovò di fronte ad un compito facile, in quanto le dimensioni
fortemente orizzontali limitavano lo spazio a disposizione, e il tema da
rappresentare, se affrontato in termini non idonei, sarebbe potuto
risultare scomposto o addirittura disordinato, e quindi poco comprensibile
e inadatto a svolgere una funzione liturgica. Ma i grandi artisti riescono
a piegare le difficoltà iniziali in vantaggi, con soluzioni semplici che
rendono l’effetto straordinario, tanto da ottenere una composizione
adeguata, capace di diventare un vero e proprio modello di riferimento per
gli artisti successivi.
Il dipinto è pensato con un effetto che ritrae la scena dal basso verso
l’alto, tanto da farci vedere Cristo tra Mosè ed Elia in secondo piano,
più distanti dall’occhio dell’osservatore, e le tre figure in basso,
Pietro, Giovanni e Giacomo, molto più vicine come se fossero dei giganti.
Questo effetto particolare viene pensato da Tiziano sicuramente per
risolvere i problemi compositivi dovuti alla superficie, troppo
orizzontale, ma anche per tradurre letteralmente in immagine pittorica il
racconto evangelico. Pietro, dipinto in basso a sinistra, caduto a
terra si copre con il braccio destro tirando sul proprio volto il mantello
giallo, Giacomo si getta all’indietro e poggiando la mano
sinistra a terra nell’estremo angolo destro porta sul volto la spalla
destra per coprire gli occhi, solo Giovanni caduto in ginocchio
alza le mani giunte verso Gesù in atteggiamento di contemplazione orante.
Il rosso e il giallo dei loro mantelli riluce nei punti esposti al
bagliore improvviso, i corpi degli apostoli si trovano divisi a metà tra
la luce e il buio; tutt’intorno una nube luminosa, che va dai toni bruni
degli angoli al bianco del centro, avvolge nell’ombra tutti i santi
personaggi creando un’atmosfera di “spavento”(cf Mc 9,6).
In questo modo Tiziano riesce a tradurre il testo evangelico in
un’immagine capace d’esprimere i sentimenti contrastanti degli
apostoli, che vanno dalla sorpresa, al dire impacciato di Pietro, fino al
timore di fronte al bagliore accecante e al suono delle parole teofaniche
uscite dalla nube.
“Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li
portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò
davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun
lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia
con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro
disse a Gesù: Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te,
una per Mosè e una per Elia! Non sapeva infatti cosa dire, poiché
erano stati presi da spavento. Poi si formò una nube che li avvolse
nell’ombra e uscì una voce dalla nube: Questi
è il Figlio mio prediletto ascoltatelo!
E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù
solo con loro” (Mc 9,2-8).
Il racconto evangelico è talmente denso di significati teologici che
diviene quasi impossibile dirli tutti assieme, tanto che Tiziano decide di
portarci con gli occhi della fede a partecipare all’evento, ponendoci ai
piedi della scena.
In una condizione di suggestione psicologica ci trasporta alla
contemplazione con il timore degli apostoli, tanto che quella mano gettata
in alto a riparare gli occhi di Giacomo sembra riparare i nostri e velare,
con l’inadeguatezza del nostro fragile corpo, il rifulgere di quella
manifestazione trinitaria.
Nel 1566, esattamente tra il 21 e il 27 maggio, Giorgio Vasari si trovava
a Venezia e visitò la chiesa di San Salvador dove poté vedere il
dipinto, e di quella visita e del commento che lo stesso Tiziano gli fece,
scrive: “sull’altar maggiore una
tavola, dove è un Cristo trasfigurato sul monte Tabor;... ma queste opere
ultime, ancorché in lor si veggia del buono, non sono molto stimate da
lui, e non hanno di quella perfezione che hanno l’altre sue pitture”.
Da
queste parole sembra dunque che Tiziano non amasse molto il dipinto e che
anzi non lo avesse rifinito a sufficienza, ma in realtà non è così.
Tiziano si è misurato con la luce della Trasfigurazione e ha provato con
un linguaggio nuovo a dipingere quelle vesti tanto splendenti che nessun
lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche, e ha sentito il
limite del suo sapiente pennello. Dipingere quell’esplosione di luce,
confrontarsi con un bianco che è imparagonabile, gli ha svelato il
limite, tutto in un colpo; e come Pietro, Tiziano ha balbettato qualcosa
per dire la gioia, ma ha avuto paura di essere inadeguato di fronte al
mistero che gli si svelava tra le mani, dipingendo quella tela. E come sul
Tabor, in un attimo tutto è svanito e l’arte si è fatta fragile,
incapace di dire di più.
Ancora una volta l’artista giunge sulla soglia, ma sente di non riuscire
a varcare la porta. Tiziano pur avendo dipinto un capolavoro lo giudica
insufficiente, perché per un artista dipingere la luce di Dio è la sfida
più grande.