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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

Cristo nei suoi Misteri

La domenica “del cieco nato”

4a di Quaresima - A

10 marzo 2002


La guarigione del cieco nato. Miniatura. Mont Athos, Monastero di Iveron

di Roberto Soprano

Orazione

“O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina”.

 

La Pasqua dovrebbe essere una meta desiderata, perciò si raccomanda di affrettare il passo... Non si tratta ovviamente di celebrare solo un rito, ma di rivivere, in modo penetrante, l’iniziativa di Dio nei propri riguardi. Abbiamo bisogno di immergerci ancora nella storia del passato, farne il memoriale, per comprendere meglio quanto viviamo oggi e quanto Dio ama noi. Pare abbiamo bisogno di congiungere in un punto tutti i grandi momenti dell’amore creativo di Dio e riviverlo nella riconoscenza e nella gioia. La Pasqua cristiana, riassumendo tutti i gesti miracolosi di Dio del passato, porta il credente al mistero della croce dove risplende, in modo ineguagliabile, l’amore di Dio. Per questo Pasqua è gioia; e per questo la preghiera di oggi è invito ad affrettarsi per raggiungerla presto nella sua celebrazione rituale.

Prima lettura (Sam 16,1b.6-7.10-13a)

Questa lettura presenta una tappa importante nella storia della salvezza: lo scettro passa alla tribù di Giuda. L’elezione di Davide è come una conferma del fatto che il più piccolo e da nessuno supposto (né da Jesse, né da Samuele) è improvvisamente quello giusto, scelto da Dio, che supera tutti gli altri candidati con maggiori credenziali. Il fatto che non viene scelto il primogenito mette in rilievo non solo la libertà, ma anche l’iniziativa di Dio nel condurre la storia. Dio non può tenere conto, nell’opera di salvezza, del merito degli uomini.

Seconda lettura (Ef 5,8-14)

“Fratelli - dice Paolo in questa lettura - un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”. Ma siamo davvero tutti e solo luce? Perché, allora, quel grido finale, come nella notte, che ci è rivolto dall’Apostolo: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà?”. La verità è che noi siamo in parte luce ed in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo ricevuto la virtù della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da fare tra Dio e la nostra libertà. Luce e tenebre indicano dunque, qualcosa di più che le verità di fede che già conosciamo e le verità che ancora ignoriamo. Indicano invece le opere concrete, le scelte evangeliche o contrarie al Vangelo, che compiamo giorno per giorno.

Vangelo (Gv 9,1-41)

    Nel Vangelo che oggi viene proclamato, la liturgia evidenzia due elementi: la fede e il battesimo. Dopo la domenica della Samaritana e dell’acqua, oggi è la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce. L’evangelista non ci intrattiene con astratte riflessioni su Cristo-luce, riferisce un fatto: Gesù che ridona la vista ad un cieco. Attraverso questo racconto, Giovanni ha voluto dirci soprattutto due cose. Quel cieco era ognuno di noi; anche noi siamo andati un giorno alla piscina di Siloe, il fonte battesimale, ci siamo lavati e siamo tornati che ci vedevamo. La luce che ci ha dato è la fede. Quel ragazzo cieco alla fine incontrò di nuovo Gesù ed esclamò: “Io credo, Signore”. Questa frase è l’equivalente di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi. Allora battesimo e fede sono veramente i contenuti simbolici del brano evangelico.
     Possiamo tuttavia domandarci perché la nostra fede è paragonata ad una luce? Che cosa fa la luce? Ci rivela le cose, ci dà il senso delle distanze e delle proporzioni, ci dà l’orientamento. Cristo in quanto luce ha rivelato il Padre, il senso della vita e del mondo. Ha dato una risposta a quegli eterni interrogativi che l’uomo da sempre si pone e che un autore del II secolo così formulava: “Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo?” (Estratti di Teodoto).
   È anche vero però, che Gesù è impotente a guarire coloro che non ammettono la propria cecità; riesce ad aprire gli occhi unicamente a coloro che non vogliono tenerli chiusi...

Parole dalla Parola

  Oggi la liturgia stessa, attraverso il prefazio proprio, offre un commento prezioso al Vangelo: “Nel mistero della sua incarnazione egli si è fatto guida dell’uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della rinascita ha liberato gli schiavi dall’antico peccato per elevarli alla dignità di figli”.

Perché Gesù ha compiuto dei miracoli? Perché ha guarito il cieco nato? Per ricordarci che c’è un altro occhio che deve ancora aprirsi nel mondo, oltre quello materiale: l’occhio della fede. Esso permette di scorgere un altro mondo al di là di quello che vediamo con gli occhi del corpo: il mondo di Dio, della vita eterna, il mondo che non finisce neppure con la… fine del mondo. La fede è allora come una finestra che ci spalanca davanti un orizzonte sconfinato. Questo ha voluto ricordarci Gesù con la guarigione del cieco nato. Anzitutto, egli invia il giovane cieco alla piscina di Siloe. Non poteva, come altre volte, guarirlo subito e direttamente? Mandandolo a lavarsi, Gesù voleva significare che questo occhio diverso, della fede, comincia ad aprirsi nel battesimo, quando riceviamo in germe il dono della fede. L’episodio serve all’evangelista per mostrarci come si arriva ad una fede piena e matura nel Figlio di Dio. Il recupero della vista da parte del cieco procede di pari passo con la sua scoperta di chi è Gesù. Proviamo a ricostruire le tre tappe di questo cammino. All’inizio, il cieco non sa nulla di Gesù che è per lui soltanto un “uomo”, nient’altro che un uomo. Più tardi, interrogato ancora, risponde che Gesù è un profeta. Ha fatto un passo avanti; ha capito che Gesù è un inviato da Dio, che parla e opera in nome di lui. Ci è arrivato in base ad un semplice ragionamento che chiunque può fare: “Se non fosse da Dio, non potrebbe compiere le cose che fa”. Infine, dopo che i farisei lo hanno cacciato dalla sinagoga e insultato per aver osato difendere l’operato di Cristo, incontra di nuovo Gesù e questa volta gli grida: “Io credo, Signore!” e si prostra dinanzi a lui per adorarlo, riconoscendolo così apertamente come suo Signore e suo Dio.
  Il salto mediante il quale si diventa cristiani in senso proprio è quando si proclama, come il cieco nato, Gesù Signore e lo si adora come Dio. Per giungere a riconoscere Gesù come Signore e Dio, quel giovane dovette accettare di essere scacciato dalla sinagoga, che a quel tempo significava entrare in conflitto con l’opinione dominante, rinunciare a fare parte del mondo che contava...(chi ha orecchi per intendere...). Se non riusciamo a gridare ancora come il cieco nato: “Io credo, Signore”, diciamogli almeno, come fa un altro personaggio del Vangelo: “Signore, aiuta la mia incredulità!”.


Tre preziose teche per l’Evangeliario

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore Gesù, siediti a questa mensa; dicci pure in cosa la nostra umanità è manchevole, se ci affanniamo per cose inutili, se siamo cristiani solo in apparenza; siamo pronti ad ascoltarti, a correggerci, a fare meglio.
Aprici gli occhi, tu che sei verità e carità eterna; Amen.

Dario e Antonella

 

Celebrare nella bellezza

* Il battesimo dona occhi nuovi, quelli della fede per vedere le cose che non si vedono come se fossero visibili. La fede che illumina e dona uno sguardo nuovo nasce dall’ascolto e dall’obbedienza alla Parola.

* La Parola di Dio risuona con abbondanza dai nostri amboni; occorre riconoscere che si pone molto impegno a qualificare i lettori, i cantori, a dare onore al libro dei Vangeli, alla dignità degli spazi ecc… ma continua una difficoltà attorno all’omelia, tormento di chi la propone e di chi l’ascolta.

* Recentemente, della Parola di Dio nella liturgia e quindi anche dell’omelia si è occupato il VI Convegno liturgico-pastorale della facoltà teologica di Sicilia. Ne abbiamo a disposizione gli Atti Viva ed efficace la Parola di Dio a cura di p. Pietro Sorci. Noi vorremmo che il volume raggiungesse ogni parrocchia e comunità: il confronto aperto e franco, la competenza dei relatori e il rigore dei lavori ne fanno un vero sussidio aggiornato sulla funzione e importanza della Parola nella Liturgia. 
L’introduzione di p. Sorci documenta le iniziative avutesi sull’argomento poiché, infatti,”la liturgia scaturisce dalla Bibbia come dalla sua sorgente e ne è come la culla” (L. Chauvet).
L’omelia è trattata da almeno due relatori del Convegno: citiamo qui la dott.ssa Ina Siviglia Sammartino: L’omelia recepita dalla navata, pp 159-168.

“Nella celebrazione liturgica la parola si fa evento” : è il titolo della relazione teologica di p. Pietro Sorci. Non possiamo elencare tutti gli altri titoli ma dobbiamo ricordare che appunto il Lezionario Romano del 25 maggio 1969 costituisce lo sforzo più grande mai fatto nelle Chiese cristiane per portare la Bibbia ai fedeli e i fedeli alla Bibbia. A ragione è considerato il capolavoro e il frutto più duraturo della intera riforma liturgica, il contributo più rilevante alla causa ecumenica e il fondamento della maggior parte delle riforme dei lezionari delle varie confessioni cristiane. Può essere suscettibile di miglioramento ma intanto nelle nostre assemblee risuonano come parole di risurrezione le pagine dell’Antico e del Nuovo testamento come voce di Cristo Signore, pastore, maestro e Sposo che parla alla sua sposa, la Chiesa.



                            Perché la Parola riacquisti vita 

               (cf Atti del VI Convegno liturgico-pastorale, o.c., pp 269-275)

Perché la parola di Dio, passando dallo scritto alla celebrazione, possa sortire gli effetti della Parola che ha chiamato alla esistenza il mondo, ha creato il popolo di Dio del Primo e del Nuovo Testamento, ha sanato gli infermi, perdonato i peccatori e risuscitato i morti, è viva, efficace, tagliente e penetrante, devono verificarsi alcune condizioni.

- Anzitutto è indispensabile l’atteggiamento dell’ ascolto.
Quello dell’ascolto è il primo e fondamentale comandamento (cf Dt 6,4) e quello a cui è promessa la beatitudine propria di colei nel cui grembo la Parola si è fatta carne (cf Lc 11,28). Esso non è semplice udire assorbente, né ascolto funzionale a se stessi, selettivo dei contenuti, ma disponibilità, apertura personale, gratuità, libertà interiore, frutto di educazione, di impegno ascetico faticoso e paziente, ed esige la capacità del silenzio, grembo materno, ambito e spazio vitale della parola, quel silenzio su cui giustamente insistono i libri liturgici.
   E’ necessario poi che i fedeli acquistino familiarità con la Scrittura. 
Nella celebrazione non si tratta di scoprire il testo ma di riconoscerlo per scoprire in esso un volto e una voce nota e amica che ci rivela sempre più se stesso e noi. E’ un tema su cui insisteva Giovanni Crisostomo con espressioni che a distanza di mille e seicento anni non hanno perduto nulla della loro attualità e pertinenza: “Ecco ciò che vi chiedo: che un giorno alla settimana o la domenica ciascuno di voi prenda in mano il passo dei Vangelo che vi verrà letto nella liturgia, per leggerlo e rileggerlo in anticipo, che ne facciate in casa uno studio attento e ponderato, notando ciò che vi è di chiaro e di oscuro, ciò che sembra contraddittorio senza esserlo in realtà. Dovreste venire ad ascoltare la parola sacra soltanto dopo una tale preparazione, diligente e completa. Questo lavoro sarebbe di grande utilità per me: io non troverei grande difficoltà a farvi comprendere il senso di ogni testo essendo la vostra intelligenza già familiarizzata con i testi; voi sareste più chiaroveggenti e perspicaci, non solamente per ascoltare e apprendere meglio, ma anche per insegnare agli altri quanto avrete appreso” (Omelia su Giovanni, 11, 1 PG 59, coll. 77-78).
   Molto spesso il disagio di fronte alle letture bibliche del nuovo Lezionario dipende proprio dal fatto che i testi ci risultano assolutamente nuovi. E’ un disagio destinato a passare con l’uso del Lezionario (quello domenicale per intero l’abbiamo percorso appena una decina di volte), con la pratica dei salmi, con la catechesi biblica che, occasionale e sistematica, nei gruppi e nella preparazione ai sacramenti, sta entrando nello stile delle comunità.
   Grande attenzione esige la scelta delle letture, nel rispetto al testo ispirato, che tengano nel dovuto conto il mistero celebrato, la tradizione della Chiesa, i tempi liturgici e la capacità dei fedeli. Da questo punto di vista, pur esprimendo incondizionata riconoscenza agli artefici della riforma liturgica e del magistero della Chiesa che ci ha fatto dono del nuovo Lezionario, alcune scelte non appaiono indovinate.
   I tagli, le omissioni, e soprattutto le cesellature a volte paiono arbitrarie, o addirittura strumentalizzare la Parola adorabile di Dio che ci giudica.
   Pur ammettendo che l’unità delle Scritture è fatta dallo Spirito Santo che le ha ispirate e dal mistero pasquale che ne è il contenuto essenziale, problematica appare a molti dal punto di vista pastorale la lettura continua o semicontinua dell’apostolo nelle domeniche del tempo ordinario.
   Maggiore rispetto esige infine l’AT la cui lettura appare troppo episodica e la scelta delle pericopi dettata unicamente dal criterio tipologico Sono necessarie inoltre:

- Traduzioni comprensibili, che non si limitino all’equivalenza formale con il testo originale, ma facciano tesoro delle conquiste delle scienze linguistiche e della comunicazione, in maniera da rendere trasparente il linguaggio. Espressioni come: «imitare gli abomini degli altri popoli» (2 Cr 36,14), «scontare i sabati» (2 Cr 36,21), distante il cammino di un sabato» (At 1,12), «ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,6), «cinti i fianchi della vostra mente» (1 Pt 1,13), «odiare il padre, la madre, i figli, i fratelli e le sorelle» (Lc 14,26), per citarne qualcuna a caso, per essere comprese richiedono il ricorso all’ausilio di note esplicative, che ovviamente non è possibile nella liturgia. Per tradurre un testo da usare nella liturgia non basta la comprensione del testo stesso, occorre una buona familiarità con le strutture semantiche della lingua.

- Proclamazione che permetta di cogliere la presenza di Dio e di Cristo che parla attraverso le Scritture e lettori istituiti, ministri della lettura che siano veramente idonei, dal punto di vista biblico e liturgico e tecnico e coscienti di prestare la propria voce a Cristo che parla per mezzo loro. A questo proposito c’è da esprimere l’auspicio che venga superata la norma che esclude le donne, che sono la parte di gran lunga più cospicua delle assemblee liturgiche, e solitamente le persone più preparate a svolgerlo, dal ministero istituito del lettorato, e anche dal diaconato. Si tratta del riconoscimento doveroso di un dato di fatto, contro il quale non sembrano sussistere ragioni dogmatiche né storiche.

- Ambone, non oggetto, ma luogo della proclamazione, elevato, stabile, adornato, bene collegato con l’altare, che dica con la sua architettura, iconografia e decorazione, come la tribuna di Esdra e il monte delle beatitudini, anche fuori della celebrazione, la trascendenza della parola che da lì si proclama, ed evochi il sepolcro vuoto dall’ingresso del quale l’angelo annunzia la risurrezione del crocifisso, vero contenuto di tutte le Scritture, e ne sia celebrazione.

- Libro dignitoso, che dica la nobiltà e santità della Parola: il Lezionario, mai sostituito da altri sussidi, quali messalini e fo-glietti che, secondo l’Introduzione al Lezionario servono per prepararsi alla messa e meditarne personalmente le letture dopo la celebrazione, e soprattutto l’Evangeliario, vero scrigno, teca o tabernacolo del Verbo, portato in processione all’ingresso e al momento della proclamazione, deposto sull’altare, intronizzato, incensato, baciato, almeno qualche volta da tutti i fedeli.

- Preghiere e canti d’ingresso,
di offerta, di comunione, inni, litanie dell’atto penitenziale e dell’Agnello di Dio, che siano veramente permeati della Parola che viene proclamata, ne siano risonanza, permettano di gustarla, di assaporarla, di ridirla a Dio, come avveniva nelle antiche liturgie di tipo ispanico-gallicano, dove non soltanto i testi eucologici della liturgia della Parola, ma tutti gli elementi variabili dell’anafora che si raccolgono intorno al nucleo fisso del racconto della istituzione, attingono dalla parola proclamata nella celebrazione. Il nuovo Messale italiano, con le nuove collette e gli embolismi per la memoria e le intercessioni della preghiera eucaristica delle grandi solennità sembra essersi incamminato per questa strada.    Accanto a testi di buona fattura, tuttavia parecchi accentuano la dimensione catechetica a scapito di quella strettamente eucologica e lasciano l’impressione di essere stati composti più per essere ascoltati dagli uomini che detti a Dio, altri volendo condensare tutte le tematiche delle letture risultano antologici, contorti e faticosi.
  «In definitiva, scrive Gianni Cavagnoli, si deve concordare che l’eucologia attuale, seppure ispirata dalla Parola, necessita complessivamente di una maggiore “ruminatio ecclesiale”.
Il cammino è appena iniziato: c’è solo da auspicare che non si arresti, ma prosegua.

- Infine, non dovrebbe escludersi nelle maggiori solennità l’utilizzazione di una icona della festa che metta dinanzi agli occhi l’immagine trasfigurata di quanto risuona all’orecchio, come avviene nella liturgia bizantina.
  Non si tratta di estetismo. La liturgia nel suo insieme e in tutti i suoi momenti ed elementi è memoria e attualizzazione della parola vivente che viene invocata, proclamata, ascoltata, cantata, e per virtù dello Spirito Santo, si rende udibile, visibile e palpabile, si fa pane e vino, corpo e sangue di Cristo e di quanti la accolgono, per diventare vita del mondo. Se così sarà anche il compito dell’omelia, senza nulla perdere della sua delicatezza e importanza, resterà relativizzato con sollievo dei ministri talvolta angosciati dalla responsabilità, e dei fedeli spesso frustrati da omelie che non mediano la Parola di Dio: la trasmissione della parola non è affidata unicamente e totalmente ad essa, ma a tutta la celebrazione. Ma per questo tutti gli elementi della celebrazione: parole, immagini, luci, suoni, vesti, colori, profumi, sapori, gesti, movimenti, oggetti, tempi, spazi, canti, preghiere, formule di saluto, benedizioni, didascalie, monizioni, invocazioni, acclamazioni, dossologie, devono diventare trasparenza e risonanza del mistero indicibile della parola, che la rendano udibile, visibile, tattile, odorifera, saporosa, la celebrino e la ridicano a Dio carica dello stupore, del pentimento, della implorazione e soprattutto della gioia che si fa rendimento di grazie, di quanti il Padre ha radunato alla sua presenza per ,manifestare e affidare ad essi i misteri del regno”.


*
Oggi, è la domenica ‘Laetare’, Rallegrati! Dalla prima parola del canto di ingresso motivato da Is 66,10-11 che, se non è cantato, può essere lodevolmente proclamato con un breve ritornello in canto.

* E’ permesso il colore rosaceo dei paramenti e la presenza di fiori nell’aula liturgica; essi siano semplici, pochi, non costosi, sistemati come una composizione che scaturisce dalla preghiera e dalla meditazione. Se si pongono sull’altare non siano alti, non superino mai l’altezza del calice che è più importante di essi. Facciano vedere la luce degli occhi aperti dal Signore a un cieco nato.

C.C.

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro