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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

Cristo nei suoi Misteri

Giovedì santo

Messa Vespertina nella Cena del Signore

28 marzo 2002


Giovedì santo nella cena del Signore

di Roberto Soprano

Prima lettura (Es 12,1-8.11-14)

Questo brano dell’Esodo descrive cosa significò per gli ebrei fare la Pasqua. Fu innanzi tutto celebrare un rito comune anche ad altri pastori nomadi dell’Oriente. Si uccideva un agnello e si consumava insieme in segno di solidarietà, invocando la protezione di Dio, prima di dividersi per raggiungere i nuovi pascoli all’arrivo della primavera. Quell’anno, questo rito acquistò un significato nuovo; il passaggio di Dio che viene a salvare il suo popolo: “In quella notte, io passerò”. Pasqua, quindi, perché Dio passò (cf Es 12,12.27). Fu tuttavia qualcosa di più di un rito che celebrava il passaggio di Dio. Fu un passare essi stessi: Pasqua perché Dio ci ha fatto passare (Dt 16,1).

Il passaggio attraverso il Mar Rosso era il segno del passaggio, più profondo, dalla schiavitù alla libertà. Questo popolo diventa libero per servire Dio e dirigersi verso quel deserto dove Dio l’aspettava. Attraverso quel deserto Israele giunse al riposo della terra promessa. Questo fu per gli ebrei fare la Pasqua: celebrare un rito, ma soprattutto compiere un passaggio.

Seconda lettura (1 Cor 11,23-26)

Ciò che Gesù fece “quella sera”, Pasqua tanto desiderata, lo ha ricordato e descritto san Paolo; l’Eucaristia sarà, d’ora in poi, la nuova cena pasquale per i credenti. In essa si consumano le carni dell’Agnello e si riceve su di sé il suo sangue. È il memoriale antico che si carica di un nuovo contenuto: l’esodo di tutta l’umanità dalla schiavitù dei peccati verso il perdono e l’alleanza. Ogni volta che si celebra questo rito, si ricorderà la morte del Signore, fino al giorno della sua venuta. Anche per Gesù, quindi, la Pasqua non fu soltanto celebrare o istituire un rito; anche per lui, si trattò di compiere un passaggio.

Vangelo (Gv 13,1-15)

Il passaggio di Gesù è stato definito da Giovanni come quello “da questo mondo al Padre”. Gesù stesso lo aveva anticipato con l’immagine del chicco di grano che deve essere sepolto in terra per risorgere come spiga e portare frutto (cf Gv 12,24). E, infatti, questo fu il passaggio di Gesù: passare attraverso la morte verso la vita. Fu il passaggio attraverso un abisso d’angoscia dove Gesù sperimentò l’amarezza del fallimento, dell’abbandono, della paura. Fu così, dunque, che Gesù fece la sua Pasqua: “Attraverso la passione passò da questo mondo al Padre, aprendo la via a noi, che crediamo nella sua risurrezione, perché passassimo anche noi dalla morte alla vita” (sant’Agostino, Enarr. In Ps., 120, 6)

Parole dalla Parola

Dopo aver considerato cosa fu la Pasqua per gli ebrei e per Gesù, è necessario approfondirne il significato per noi, oggi. Anche per noi è anzitutto celebrare un rito, anzi un insieme di riti: la Quaresima è stata già un rito preparatorio alla Pasqua, così come le celebrazioni solenni di questi giorni. I riti, tuttavia, sono mezzi per arrivare al fine che è, anche per noi, compiere un passaggio. L’Apostolo lo chiama il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. Non dunque un passaggio da un posto all’altro, ma da un modo di vivere ad un altro, dal vivere per il mondo e secondo il mondo, al vivere per il Padre. Il Vangelo ha una parola per esprimere tutto ciò, ed è quella con cui abbiamo iniziato la Quaresima: conversione. Un passaggio tra sponde ravvicinate ma profonde: dall’”io” a Dio, dal “me” agli altri”. Di questo passaggio che è conversione, la Pasqua mette in luce un aspetto nuovo: non è più soltanto fatica, rinuncia, dolore, è anche un passaggio verso la libertà e la gioia. È uno scrollarsi di dosso le mille catene che tengono schiavi e metterci in cammino verso la “patria dell’identità”, là dove saremo veramente noi stessi, liberi. Dio, a Pasqua, ci chiama ad uscire, a ribellarci a questa condizione umiliante, a destarci dal sonno terribile in cui siamo immersi, ad alzarci e a metterci in cammino. Per questo la Pasqua si doveva mangiare con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano e in fretta (Es 12,11); essa, infatti, è il segno di un cammino da intraprendere e spinge a mettersi in viaggio; è la festa della “grande emigrazione” (Filone Alessandrino).

Aprirci a Dio, incamminarci verso di lui, può essere questo il senso più profondo del messaggio pasquale. Forse la nostra vita è ancora chiusa a lui che vi entra quasi di sfuggita e obliquamente, come il sole da una piccola feritoia in un castello buio. Forse la Pasqua è ancora uno dei tanti riti che scandiscono in modo incolore la nostra insipida esperienza di fede. Ed è per questo con continuiamo ad inanellare una Pasqua dopo l’altra, senza che avvenga un vero “esodo” ma ritrovandoci nell’Egitto spirituale di sempre. Se questo è vero e ci accade, in questa Pasqua, proviamo a farci illuminare dalla sua luce, ad esporre la nostra vita al suo giudizio e al suo perdono, e i riti non saranno più solo riti, ma diventeranno realtà viventi, segni e fonti di grazia e ci verrà da esclamare, per la prima volta in un modo nuovo: è la Pasqua del Signore!

 

Celebrare nella bellezza

* La Messa crismale con la benedizione degli oli santi (dei catecumeni, degli infermi e il sacro crisma) è esaltazione di Gesù, unico nostro sacerdote. Il suo sacerdozio è partecipato da tutto il Corpo della Chiesa cioè da tutti i battezzati, cresimati, eucaristizzati e, in maniera propria e differente dai vescovi, presbiteri e diaconi che con il loro ministero (= servizio) rendono possibile l’esercizio del sacerdozio di tutto il popolo di Dio.

* Nelle parrocchie , alla sera, si accolgono gli oli benedetti e si celebra la Cena del Signore con la lavanda dei piedi e la solenne reposizione dell’Eucaristia che, custodita per la comunione del venerdì, è solennemente adorata sino alla mezzanotte.

* All’offertorio, insieme al pane e al vino, si porteranno le offerte per i poveri raccolte nella Quaresima; il pane avrà più apparenza di pane che sarà spezzato e condiviso.

* Si distribuirà la comunione sotto le due specie per intinzione predisponendo più calici, patene e ministri.

* L’altare della reposizione non avrà apparenza di sepolcro né l’Eucaristia sarà esposta in un ostensorio ma racchiusa in un tabernacolo prezioso ed addobbato di fiori, luci, profumi….

* La lavanda dei piedi è un segno per esprimere la consegna che Gesù fa di sé; se non può aver luogo per diverse ragioni si potrebbe anticipare il gesto della pace dopo il vangelo e l’omelia, cantando “Dov’è carità e amore” prima di passare alla preghiera universale di carità.

C.C.

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro