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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

Cristo nei suoi Misteri

Venerdì della Passione e morte del Signore

29 marzo 2002


Gesù crocifisso Göreme (Cappadocia), Chiesa oscura

Prima lettura (Is 52,13-53,12)

Nella storia di Israele si è verificato spesso che alcuni uomini, scelti da Dio, siano stati chiamati a fungere da mediatori in favore dei propri fratelli: Abramo ebbe il compito di intercedere per la città di Sodoma, Mosè fece penitenza per quaranta giorni e altrettante notti per riparare la poca fede di Israele, profeti come Geremia ed Ezechiele soffrirono tremendamente per il bene del popolo loro affidato. Nessuno, tuttavia, soffrì quanto l’innominato, misterioso servo, l’uomo dei dolori, da tutti disprezzato ed evitato, che si riteneva colpito da Dio; egli fu maltrattato per i nostri peccati e ha immolato la sua vita in sacrificio di espiazione. Dalle sue ferite siamo stati guariti. È impossibile identificare questo servo nel popolo d’Israele, che non può espiare per il proprio peccato. Lungo secoli questo servo rimase ignoto e trascurato da Israele, finché nel servo crocifisso del Padre, trovò un nome ed un volto. È Dio che agisce nel suo servo ed è il servo che volontariamente si unisce all’agire di Dio e lo fa suo.

Seconda lettura (Eb 4,14-16; 5,7-9)

Nell’Antica alleanza, il sommo sacerdote poteva entrare una volta l’anno nel Santo dei Santi e bagnarlo con il sangue sacrificale di un animale. Il nuovo Sommo Sacerdote entra nel vero Santo dei Santi, nel cielo davanti al Padre, col suo sangue e, quindi, come sacerdote e vittima nello stesso tempo. Il Figlio di Dio, diventando simile ai fratelli, si rende così capace di compatire perché è passato attraverso i patimenti, in altre parole ha patito. L’obbedienza nel compimento della sua missione sofferente lo ho reso causa di salvezza, cioè sacerdote perfetto..

Vangelo (Gv 18,1-19,42)

Nella passione secondo Giovanni, Gesù cammina in modo regale attraverso il suo dolore. Liberamente si lascia catturare, dignitosamente risponde ad Anna di aver sempre parlato in pubblico, confessa la sua regalità a Pilato: una regalità che consiste nel testimoniare con il suo sangue che il Padre ha amato il mondo fino alla fine. La croce, vero e definitivo sacrificio pasquale che riunisce il popolo nella nuova alleanza, diventa così il trono del re dei giudei, a partire dal quale Gesù attira tutti a sé e dal quale fonda la sua Chiesa.

Parole dalla Parola

Quale dev’essere l’atteggiamento del credente in questo giorno? Immergersi nel dolore di Cristo, lasciarsene compenetrare e “impressionare”; ma non fermarsi ad esso. Il dolore è solo il segno; la realtà significata è il suo amore per noi. E di fronte alla prova suprema che Cristo ci ama, perché non c’è amore più grande che sacrificare la vita per la persona amata, non si può dare il primato alla compassione e neppure al dispiacere; il primato dev’essere dello stupore, della gratitudine e della gioia. Chi ama non vuole essere compatito, ma riamato. Questa è la vera adorazione spirituale della croce che è adorazione della sua potenza salvatrice, ma anche dell’amore sconfinato di cui è segno. Gratitudine, amore, stupore ma anche speranza. Se Dio non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?

La liturgia del Venerdì santo può essere anche definita come un canto di nozze tra Cristo e la sua Chiesa: “La prima donna fu formata dal fianco dell’uomo che dormiva, e fu chiamata vita e madre dei viventi. Qui il secondo Adamo, chinato il capo, si addormenta sulla croce, perché così, con il sangue e l’acqua che sgorgano dal suo fianco, fosse formata la sua sposa” (sant’ Agostino, Trattati sul Vangelo di Giovanni, 120, 2).

Abbiamo poi, nel Nuovo Testamento, un’ulteriore autorevole conferma di quanto affermato: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa..., al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata...Nessuno ha mai preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa. Questo mistero è grande per il suo riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,25-32).

Quanto tratteggiato nei brani citati può essere sufficiente per comprendere quanto Cristo abbia amato ed ami la sua Chiesa tanto da sposarla senza pretenderla troppo bella ed esente da difetti. E noi quanto amiamo la Chiesa? Perché tanto spesso alziamo l’indice accusatore contro nostra madre, accusando i suoi errori, rimproverandola per quanto dovrebbe fare e non fa, dovrebbe dire e non dice? Chi non ama la Chiesa non ama Cristo. E avere la Chiesa per madre vuol dire anche stimarla, rispettarla, amarla come madre, sentirsi solidali con lei nel bene e nel male. Chi guarda la Chiesa dall’esterno non vede che lati oscuri e miserie, ma chi la guarda dal di dentro, con gli occhi della fede, vedrà forse quello che vedeva Paolo: un meraviglioso edificio, una sposa senza macchia, un “grande mistero”! E l’incoerenza, i peccati e gli scandali, soprattutto degli uomini di Chiesa? Il Signore conosce bene queste miserie così come un tempo ha conosciuto bene le infedeltà degli apostoli, suoi amici e collaboratori. Cristo è morto per renderci santi ed immacolati, non perché già lo fossimo..

La Chiesa è così “povera” perché porta sulle spalle noi, carichi di quella zavorra che è il peccato.

Primo Mazzolari ha scritto: “Signore, sono la tua carne inferma; ti peso come croce che pesa, come spalla che non regge. Per non lasciarmi a terra, ti carichi anche del mio fardello e cammini come puoi. E tra coloro che tu porti c’è qualcuno che ti fa colpa di non camminare secondo le regole e accusa di lentezza anche la tua Chiesa, dimenticando che, carica com’è di scorie umane che non può né vuole buttare a mare (sono i suoi figli!), il portare vale più dell’arrivare”.

La Chiesa sarebbe senza macchia, se non avesse noi! La Chiesa avrebbe una ruga in meno, se io avessi commesso un peccato in meno. Erasmo di Rotterdam rispose così a chi lo accusava di rimanere ancora in una Chiesa corrotta: “Sopporto questa Chiesa, in attesa che divenga migliore, dal momento che anch’essa è costretta a sopportare me, in attesa che io divenga migliore”.

Nel libro di Geremia si legge questo oracolo: “Il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo” (Ger 31, 22). Il profeta vuole affermare che fino ad oggi è stato lo sposo, Dio, a ricercare e rincorrere la donna infedele che andava dietro agli idoli. Ma verrà un giorno in cui non sarà più così. Anzi, sarà la donna stessa, la comunità dell’alleanza, a ricercare il suo sposo e a stringersi a lui. Quel giorno è venuto! Ora tutto ciò si è compiuto. Non perché l’umanità sia improvvisamente divenuta fedele, ma perché il Verbo l’ha assunta e unita a sé, nella sua stessa persona, in un’alleanza nuova ed eterna.

Tutta la liturgia del Venerdì santo esprime il compimento di quell’oracolo. Esso è cominciato sul Calvario, con Maria che stringe tra le mani e bacia il volto del Figlio deposto dalla croce, e prosegue ora nella Chiesa, di cui ella era, in ciò, figura e primizia. La Chiesa che, in questa liturgia, sfilerà a baciare il Crocifisso, è la Donna che “cinge l’uomo”, che lo abbraccia, piena di gratitudine e commozione. Che dice, con la sposa del Cantico: “Ho trovato l’amato del mio cuore; l’ho stretto fortemente e non lo lascerò mai” (Ct 3,4).

 

Celebrare nella bellezza

* Questo giorno è tutto incentrato sulla Croce del Signore: la comunità cristiana proclama la passione gloriosa di lui e adora la sua croce. Il colore rosso è il colore dei martiri: Cristo Gesù, Sommo Sacerdote a nome di tutta l’umanità, si è consegnato volontariamente alla morte, come primo martire, per salvare tutti.

* Si digiuna il Venerdì e, se è possibile si protrae questo digiuno anche al Sabato santo (SC 110) per esprimere che la comunità cristiana segue il cammino del suo Signore attraverso la morte. E’ un digiuno pieno di speranza che si aprirà alla gioia della resurrezione.

* Non si celebra l’Eucaristia oggi ma solo la liturgia delle Ore e la passione e la croce.  Dalla mezzanotte del giovedì vi sono i segni di austerità: non ci sono fiori, non si suonano strumenti musicali e campane, l’altare è spoglio, il tabernacolo è aperto e vuoto… Domani nella Veglia torneranno i fiori e le luci della celebrazione: i segni della festa che durerà 50 giorni come fosse un solo giorno.

*  L’ora della celebrazione della Passione del Signore potrebbe essere il mezzogiorno o il tardo pomeriggio; l’ora più conveniente per la comunità non deve necessariamente essere legata alla presunta ora della morte del Signore.

* Questa celebrazione, dopo la quale si potrà anche realizzare, ad orario conveniente la Via Crucis, è più importante di quest’ultima.
Essa prevede tre momenti:

1. l’ingresso in silenzio e la prostrazione dei celebranti la liturgia della Parola e la preghiera universale

2. l’adorazione della Croce

3. La comunione all’Eucaristia conservata dal Giovedì santo sera.

*  Dinanzi alla Croce in questo giorno si genuflette, con un solo ginocchio. La croce resta per tutto il Sabato santo sino a che si prepara l’aula liturgica per la solenne Veglia della Notte santa.

C.C.

              
      
Per la Terra di Gesù e le comunità cristiane che vi abitano

                                   di Francesco Mattiocco

Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra, mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia (cf Salmo 137).

  
L’invocazione di questo Salmo ci può accompagnare per comprendere il senso della “Giornata di preghiera e di offerte per la Terra Santa” che abitualmente le comunità sono invitate a vivere il Venerdì santo. Nessuno può dimenticare la Terra dove si è compiuta la nostra salvezza e per questo è divenuta Santa, non è solo pensare ai luoghi santi, ma alle comunità cristiane che là vivono e che permettono a quei luoghi di non diventare dei musei, ma pietre ancora capaci di testimoniare gli eventi che le hanno viste protagoniste. Da circa otto secoli i Francescani custodiscono i luoghi santi, continuando a celebrare gli eventi della salvezza, accogliendo i pellegrini e sostenendo con varie iniziative educative e sociali sia le comunità cristiane che le popolazioni di altra religione.
   Questa presenza, inizia già con san Francesco e, trovò un primo riconoscimento da parte del sultano di Egitto nel 1333 per interessamento del Re e della Regina di Napoli, Roberto e Sancia, che ottennero la custodia del Santo Sepolcro.
   Nel 1342 il papa Clemente emanò i decreti per organizzare l’organismo giunto fino a noi che è la Custodia di Terra Santa.

   In questi secoli i frati hanno conservato e riscattato i luoghi santi con difficoltà talvolta determinate dalla divisione tra i cristiani e dopo la caduta dell’Impero Ottomano hanno avuto la possibilità di costruire in molte località edifici per il culto (Betania, Nazareth, Betlemme, Emmaus, Beatitudini e Cafarnao).
   Oltre a ciò si sono impegnati in molte iniziative di carattere sociale per aiutare soprattutto le giovani famiglie cristiane a non emigrare. Così pure hanno sviluppato l’attività scientifico-culturale, specialmente nel campo della ricerca archeologica collegata alla Sacra Scrittura, questo grande impulso si è avuto con lo Studio Biblico Francescano.
   Affinché tutto questo possa continuare, ognuno si faccia promotore nella propria comunità per aiutare la Terra Santa, con la preghiera, la raccolta di offerte e con ogni iniziativa anche culturale per una attiva solidarietà.



Per informazioni sulla Custodia di Terra Santa in Italia rivolgersi alla Delegazione in via Matteo Boiardo 16 - 00185 Roma tel. 06.70495651.

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro