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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

Cristo nei suoi Misteri

La domenica del “Signore risorto in mezzo ai suoi discepoli”

2a di Pasqua - 7 aprile 2002

 


Visita del Papa ed eccezionale celebrazione eucaristica nella sala in cui la Tradizione fa memoria della Cena di Gesù e delle sue apparizioni. Ogni otto giorni, nel giorno chiamato domenica la Chiesa fa memoria del Signore risorto (cf SC 106)

di Emmanuela Viviano

I doni del Risorto 
(Vangelo: Gv 20,19-31)

La sera della domenica di Pasqua Gesù sta, (“stette in mezzo a loro”) come Risorto, in mezzo all’assemblea liturgica e comunica tutto quello che ha guadagnato attraverso la passione, la remissione dei peccati, il dono dello Spirito. La Pasqua diventa, così, Pasqua della Chiesa, partecipata ad essa e attraverso la quale la Chiesa, liberata dalla paura, ritrova gioia, coraggio e pace.
Nel brano evangelico non si tratta solo del racconto di un’apparizione da parte di Gesù, ma di una grande e solenne cristofania.
L’evangelista Giovanni mette davanti ai nostri occhi questa assemblea liturgica in cui Gesù è presente in modo permanente. E’ l’assemblea dei discepoli che, malgrado l’annuncio di Maria di Magdala “Ho visto il Signore”, stanno ancora sprangati dietro le porte del cenacolo “per paura dei Giudei”. Il Risorto si manifesta in questa situazione della Chiesa nascente per far dono dello Spirito e spalancare le porte.
La scena evangelica potrebbe essere chiamata anche la “pentecoste giovannea”: non c’è bisogno di aspettare 50 giorni poiché, per l’evangelista, tutto avviene in un solo giorno che la liturgia esalta come “giorno primo ed ultimo, giorno radioso e splendido…“ in cui “il Signore risorto promulga per i secoli l’editto della pace”. Infatti per Giovanni la morte di Gesù è già la glorificazione e subito c’è la Chiesa e il dono dello Spirito.
Il primo saluto del Risorto è: “Pace a voi”. E’ un saluto che va visto sotto una duplice valenza: quella di saluto abituale (“šalǒm”) e quella simbolica.
Con il saluto usuale, tipico degli ebrei, Gesù si situa nelle strutture umane con la stessa cordialità, bontà e amore di prima. Ma il tradizionale saluto assume sulle sue labbra un senso nuovo. Da augurio: la pace sia con voi, diventa presenza: la Pace è con voi. La pace, dono messianico che include ogni bene, è una Persona: il Signore crocifisso e risorto in mezzo ai suoi. E’ come se Gesù dicesse: “Me stesso a voi”.
Nell’Antico Testamento la pace è un bene oggettivo, non è solo tranquillità dell’anima, il Dio della pace è il Dio del bene, che da il bene. Nel capitolo 9 di Isaia il Messia è chiamato “Principe della pace”, colui che organizza il bene. La pace è la somma dei beni che Dio vuole dare al suo popolo, e l’”organizzatore”, il “distributore” di questi beni è il Messia. Così nel Nuovo Testamento la pace è un’espressione della presenza di Gesù: “Egli è la nostra pace” (cf Ef 2,14).
“Detto questo mostrò loro le mani e il costato”. Gesù si mostra ai discepoli in “stato di passione” mostrando loro le mani, che portano l’impronta dei chiodi, e il costato aperto dalla lancia, segni indelebili della morte vinta per sempre. La resurrezione non annulla la passione (sebbene la sofferenza fisica sia storicamente conclusa) ma è l’evento privilegiato di tutta la ricchezza salvifica e redentiva ottenuta da Gesù mediante la sofferenza e la morte. C’è una perfetta identità tra il Gesù del venerdì santo e il Signore della domenica di Pasqua e di tutto il tempo della vita della Chiesa.
"Poi alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo”. Il primo dono di Cristo Risorto è lo Spirito Santo. Gesù compie una azione simbolica alitando sui discepoli; il gesto richiama quello stesso che Dio fa sull’impasto di fango che era Adamo prima di essere vivo (cf Gen 2,7), e proprio per questo soffio egli riceve la vita. Così pure ci richiama la visione del profeta Ezechiele dove lo Spirito scende sulla valle piena di ossa aride e le riporta in vita (cf Ez 37,9).
Compiendo questo gesto antropomorfico molto significativo Gesù indica un passaggio della sua vitalità ai discepoli, vuole che essi, ripieni del suo Spirito, siano con Lui principio di una nuova creazione.
Tommaso, assente la sera di Pasqua, non accetta l’espressione della fede dei suoi confratelli: “Abbiamo visto il Signore” e pone delle condizioni al suo credere. Gesù accetta le condizioni di Tommaso e, otto giorni dopo, viene per la terza volta a portare la sua pace e invita Tommaso a toccare i segni evidenti del suo mistero pasquale.
Come una luce che squarcia le tenebre la fede di Tommaso, da implicita, viene esplicitata nella sua confessione: “Signore mio e mio Dio”. E’ la fede piena, dono della pace e dello Spirito Santo, fede che accetta l’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”(cf Ger 7,23; Ez 36,28) e risponde: “Tu sei il mio Signore e il mio Dio”. In questa alleanza sono ammessi i credenti “non vedenti” di ogni tempo. Se i segni non sono veduti tanto più sono beati coloro che credono solo sulla Parola divina apostolica.
Alla Chiesa, a ciascuno di noi che ci diciamo cristiani è affidato il compito di annunciare la risurrezione e suscitare, mediante il dono dello Spirito Santo, la fede nel Risorto, fede di coloro che credono senza aver visto, come il discepolo amato che entrò nel sepolcro “e vide (non vide il Signore, ma le bende per terra e il sudario) e credette”. 

<<Tipi come Tommaso ci mettono un po’ ad inginocchiarsi, ma quando si inginocchiano, si inginocchiano veramente, quando amano, amano veramente. Quando Tommaso si offre è un uomo che si offre. E se offre a Cristo il proprio cuore, è un cuore d’uomo che si offre. E se china la sua testa davanti a lui, è una testa d’uomo che si china. Così comincia l’adorazione “in spirito e verità”>>. 
                                                                                                                   
(P. Mazzolari)

La novità della vita cristiana 
(1a lettura: At 2,42-47)

Nel libro degli Atti (la cui lettura si protrae per tutto il tempo pasquale) Luca dipinge lo stile e la qualità di vita nuovi della prima comunità cristiana che ha accolto il dono dello Spirito Santo alitato dal Risorto.
Sono quattro i pilastri che fondano e sostengono la vita ecclesiale: l’ascolto della Parola che rende assidui all’insegnamento degli apostoli; la Koinonia, cioè l’amore fraterno, testimoniato concretamente e manifestato nella condivisone dei beni materiali; la frazione del pane, l’Eucaristia memoriale della Pasqua; le preghiere. Queste linee portanti sono le stesse presenti ancora oggi nella vita della Chiesa che continua a spezzare il pane, quale assemblea del popolo santo del Dio vivente. 

Rigenerati dalla risurrezione di Cristo 
(2a lettura: 1 Pt 1,3-9)

Durante questo periodo pasquale la liturgia fa leggere in modo semicontinuo la 1a lettera di Pietro che presenta la gioia serena dei cristiani, malgrado le prove cui sono sottoposti.
La lettera inizia con una benedizione e colui che viene benedetto è “il Padre del Signore nostro Gesù Cristo”.
L’autore si rivolge alla comunità cristiana provata dalle persecuzioni per aiutare a leggere, dentro le situazioni difficili e dolorose, il compiersi del disegno salvifico. Il battezzato cammina nella gioia del cuore, anche in mezzo alle sofferenze, poiché la sua speranza poggia sulla roccia sicura della vita eterna, il conseguimento della salvezza e di tutti i beni eterni.
“Gesù Cristo voi lo amate pur senza averlo visto, e ora senza vederlo credete in lui” ancora il richiamo al credere senza vedere). La beatitudine che il Vangelo proclama per coloro che credono, appare qui in tutta la sua sublime ricchezza e la fede è il dono prezioso con il quale siamo da Dio custoditi nel nostro pellegrinaggio. L’oggetto della nostra speranza è l’eredità che ci viene riservata nei cieli e nulla può diminuire o intralciare questa speranza. 

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore Gesù,
vieni nella nostra famiglia come nel Cenacolo e riempi i nostri cuori di gioia come quelli dei discepoli; aiuta la nostra fede come hai aiutato quella di Tommaso. Benedici questo cibo e resta con noi.
Anche oggi fa che tanti condividiamo il pane con chi ha fame.

Celebrare nella bellezza

* Occorre fare memoria perché la storia e l’esperienza sia sempre bagaglio e ricchezza per noi, che questa domenica è stata detta per tanto tempo nella Chiesa in albis, e in albis deponendis, con riferimento alla veste bianca (alba) che, indossatala nella notte di Pasqua, aveva distinto le file dei catecumeni nelle riunioni di catechesi mistagogica e preghiera della settimana pasquale e che oggi deponevano. A Roma i neo battezzati venivano condotti presso la tomba del giovane martire Pancrazio, protettore dei giuramenti. Fu chiamata anche, questa domenica, “quasi modo” dalle prime parole del canto d’ingresso tratto dalla prima lettera di san Pietro: “Quasi modo geniti infantes…”, “Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale…” che tradotto più precisamente è: “bramate il puro latte della Parola” (= logico, secondo il logos, in latino rationabile.
La Parola fa crescere verso la salvezza: “…se avete gustato quanto è dolce il Signore” (1 Pt 2,2-3).
 
Che cantare all’ingresso al posto di questi versetti della lettera di Pietro? A dire il vero non abbiamo trovato né nel repertorio nazionale né in altre raccolte un canto che sia degno di sostituirli. Che fare?
Pensiamo che si debba innanzitutto prestare attenzione alla caratteristica del momento rituale tanto per l’ingresso come per l’offertorio e la comunione. I riti di ingresso sono raduno, accoglienza del Signore che viene in mezzo a noi, nella persona di chi ci presiede con i suoi ministri, e celebra l’Incarnazione, lo “scendere” di Dio, la sua misericordia e bontà: un canto tipico e di riferimento è: Alzate, porte i vostri frontali: entri il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria?… (cf Salmo 24,7-10) oppure “Rallegrati, Gerusalemme, accogli i tuoi figli nelle tue mura” o ancora “Esultai quando mi dissero andremo alla casa del Signore (cf Salmo 122,1ss ) e simili.
Anche il Messale suggerisce un’altra antifona tratta dal libro di Esdra 2,36-37: “Entrate nella gioia e nella gloria, e rendete grazie a Dio che vi ha chiamati al regno dei cieli, alleluia” (cf Messale Romano p 194).
Chiediamo al Signore dei poeti o intere nostre comunità capaci di dire la Parola di Dio in maniera ardita, profetica e poetica perché i musicisti la possano vestire di musica bella, forte, degna.
La Chiesa ha sempre preferito attingere le parole del suo canto dalla Scrittura perché fosse più evocativo e pieno.
L’antifona tratta dalla lettera di Pietro incastonava il salmo 81 (80), gioioso canto per la festa delle Capanne, il cui testo parla proprio di ascolto: “Ascolta, popolo mio… se il mio popolo mi ascoltasse …!”
Il canto d’ingresso, dunque, colloca la domenica nel contesto del tempo liturgico dell’anno che si sta vivendo.
E’ vero: non si vorrebbe eseguire il canto che accompagna la processione di ingresso alla maniera del salmo responsoriale ma se oggi trovassimo un bel ritornello con l’alleluia ed un solista proclama alcuni versetti del salmo 81 sarebbe un dignitoso ingresso.

* Abbiamo appena ricevuto la telefonata di d. Luigi il quale ci esorta a non dire cose difficili o suggerire cose astratte e ideali e ricordarci in concreto dei molti preti che hanno parrocchie di campagna, a volte tre o cinque o anche di più e non hanno laici preparati capaci di collaborare; il richiamo è a scendere giù nelle realtà che in molte parti vivono le nostre comunità e i loro pastori. Grazie a don Luigi per l’affettuoso richiamo. Cosa possono fare i parroci dell’Appennino, di molte zone di campagna? A noi pare di poter dire questo senza fare i maestri di nessuno:
- prima di tutto prendere un giorno libero dagli impegni nelle parrocchie per stare con altri confratelli, per leggere, aggiornarsi, per pregare di più.
- Ogni giorno, oltre la celebrazione dell’Eucaristia e delle Ore fare almeno un’ora di Adorazione e preghiera personale.
- Ogni settimana, per preparare anche l’omelia che non sia moralistica ma lieto annunzio del Vangelo alla poca o tanta gente che ascolta, stare 4 ore sulle letture della domenica e magari organizzare l’ascolto, come lectio divina con alcuni parrocchiani, fossero anche solo due o tre, preparando anche con loro la preghiera dei fedeli della comunità.
- Nelle varie chiesette dove dovranno celebrare la domenica (ma è chiaro che in una dovrebbe esserci l’Eucaristia il sabato sera), nel giorno di domenica se ne potrà raggiungere due o al massimo tre, se non può farsi aiutare da altri sacerdoti, dovrà pensare a preparare un laico o una laica, meglio se una coppia, una suora o un seminarista che nelle comunità, raggiunte a turno per l’Eucaristia, si faccia comunque domenica con la riunione, l’ascolto della Parola, la preghiera, la partecipazione all’Eucaristia custodita anche per questo. Le chiese saranno affidate a turno alle famiglie del luogo perché le custodiscano, ne abbiano cura, le aprano qualche volta per la preghiera: preparazione alle feste, mese di maggio, ecc…
Una cosa grande è già che non siano polverose, non ci siano fiori finti, tovaglie sporche, né siano ripostiglio di sedie, panche e altre cose non usate e siano sempre belle, dignitose, pulite con la lampada se c’è il santissimo Sacramento e un fiore, anche uno solo, di campagna, ma fresco e custodito.
Poi la domenica non si celebri in fretta e in maniera piatta perché tanto sono tutti anziani e non capiscono…
Dobbiamo far venire la nostalgia della domenica anche ai giovani, per la gioia e la bellezza del nostro celebrare. Badino i sacerdoti di vestirsi bene, puliti, non sgualciti. Per questo hanno diritto di pretendere che i fedeli si impegnino ad aiutare.
E’ vero la nostra gente è materialista ed indifferente ma non ci preoccupiamo del numero né possiamo lasciarci vincere dallo sconforto e dalla depressione. Pensino i sacerdoti che con la liturgia e la preghiera fanno anche promozione umana per questo debbono curare la bellezza, il canto, la musica, l’ambiente e prepararsi, aggiornarsi sulla liturgia e la Parola di Dio.
- Infine vorremmo raccomandare di avere fiducia nella Parola che annunciano, poiché è potenza di Dio e cammina da sé (cf At 6,7), la sua efficacia non dipende dai nostri metodi e bravura.
Proprio per questo dedichino molto tempo alla preghiera almeno tre ore al giorno. Nessuno dica che non può. Basterà vedere a cos’altro si dedica il tempo e se è proprio necessario che si facciano tante ore di scuola. L’evangelizzazione dipende più dalla preghiera e dalla santità che dal darsi da fare. Ogni anno si trovi il tempo per un po’ di vacanza e per gli esercizi spirituali, quelli seri, cioè fatti in silenzio assoluto, con una guida capace, non è difficile trovare dove.

* Noi li abbiamo visti: sacerdoti ricchi di umanità e di cultura, dono di Dio alla chiesa e all’umanità, le studiano tutte per evangelizzare: in questo momento sono un po’ affaticati perché meno numerosi; è l’occasione per vedere di fare tutto e solo ciò che è proprio del prete e per il resto chiamare i laici che hanno dovere e diritto per il battesimo di lavorare per e nella Chiesa come membra attive. Ci vuole pazienza perché bisogna formarli ma è la Provvidenza che oggi chiama a tutto ciò.

* In questa domenica suggeriamo di fare attenzione alle apparizioni di Gesù, proprio di domenica: l’ottavo giorno. La domenica è il “sacramento” della risurrezione, noi incontriamo davvero il Risorto, il vivente che sta in mezzo a noi, parla, spezza il pane, ascolta la nostra preghiera ci rinfranca e colma di gioia e di pace. Oggi succede questo per noi: qui, adesso. In ogni chiesa e cappella di questo mondo e in ogni casa.

* Fare gioia la domenica! Qualche segno può aiutare. Nelle famiglie, per esempio, la tovaglia bianca a tavola, un fiore, un cero e la preghiera del Padre nostro… Nelle parrocchie: il vestito della domenica, il suono delle campane, la bellezza dell’aula liturgica, del canto, la cura nelle letture, l’altare bello, pulito, le vesti della domenica anche per il sacerdote e i ministri, la comunione anche al calice, la preghiera universale, gli avvisi, la vendita di libri: Bibbia, vita dei Santi, messalini, catechesi… Le piccole frazioni di campagna o montagna non rinunciano a qualcosa di tutto ciò, qualche famiglia di fede che aiuta si torva sempre, prepararla durante la settimana con paziente tenacia. 

* Bisogna forse dirci ancora una cosa: restare capaci di stupirci, meravigliarsi, essere contenti ed anche sognare un po’… ma non stare a guardare o condannare quelli che non vengono, non ci sono...

* La dove è stata benedetta l’acqua nella notte di Pasqua abbia luogo il rito dell’aspersione con quella, altrimenti si può benedire acqua nuova a ricordo del battesimo, come atto penitenziale (vedi Messale p 1021-1036).

C.C.

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro