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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

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Il celebrare liturgico e il suo valore pastorale

 


Abbazia di Senanque (presso Avignone - Francia): emerge da un mare... di lavanda. Il silenzio, l'ascolto, la preghiera, la bellezza, il profumo... linguaggi che la liturgia trasfigura 
e pone a servizio del dialogo d'amore tra Dio e l'uomo. 

 

di SILVANO SIRBONI

     Il tempo pasquale è il tempo della mistagogia cioè quell’attività per cui i battezzati sono orientati ad entrare e a penetrare il mistero della Iniziazione cristiana. In realtà tale attività della Chiesa non finisce mai e in concreto costituisce la sua azione pastorale.
Per gentile concessione dell’autore, nostro amico e collaboratore, proponiamo una lezione, appunto, sul valore pastorale del celebrare liturgico. Investire nella liturgia vuol dire investire per una efficace azione pastorale.
Sebbene un poco esteso abbiamo ritenuto di non poter suddividere questo contributo così importante; esso può suscitare una verifica ed essere oggetto di studio nelle comunità e nei gruppi liturgici. La preoccupazione pastorale guida ogni ambito dell’agire liturgico sino alla ministerialità e allo spazio sacro.

Ogni attività della Chiesa è per rivelare il volto di Dio

     L’aspetto pastorale delle attività ecclesiali non viene di solito affrontato per ultimo perché meno importante, ma al contrario, perché la pastorale è il traguardo ultimo della riflessione teologica, della ricerca storica e della normativa giuridica. La Chiesa non è un salotto di intellettuali che si esibiscono in vertiginose acrobazie razionali per il gusto di dare spettacolo; non è un’associazione di appassionati di storia e di ex-combattenti che custodiscono gelosamente le memorie e i cimeli del passato; né tanto meno la Chiesa è una specie di associazione di fanatici moralizzatori per la difesa del buon costume e delle buone maniere; la Chiesa non è poi certo un’impresa per organizzare cerimonie gratificanti e commoventi nei momenti importanti della vita. Lo scopo ultimo della Chiesa, attraverso tutte le sue attività, è sempre uno solo: rivelare al mondo il volto e l’amore di Dio così da condurre a lui, liberamente, ogni uomo, sull’esempio del Cristo, buon Pastore. E’ questa in ultima analisi la pastorale e tutta l’attività della Chiesa è in funzione di questo fine. Niente ha senso se si perde di vista questo traguardo! Pertanto il culto cristiano non può essere che pastorale, cioè in funzione di portare gli uomini all’incontro con Dio.

     La celebrazione cristiana non è un discorso su Dio, ma conversazione con Dio (in latino il verbo conversor, da cui il nostro termine conversazione, significa stare insieme, convivere, frequentare!). La stessa catechesi non si fa semplicemente per poter ricevere i sacramenti, ma perché i sacramenti diventino autentica conversazione con Dio, intima unione di vita con lui. A ‘scanso’ di equivoci ciò è detto chiaramente come prima cosa nel proemio della Costituzione conciliare sulla liturgia che, come un preludio musicale, offre il leitmotiv, il tema che guida tutta quanta la riforma liturgica: “Il sacro Concilio, proponendosi di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli, di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo, e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa, ritiene suo dovere interessarsi in mo     do speciale anche della riforma e dell’incremento della liturgia” (SC 1)1 

La celebrazione liturgica è per sua natura pastorale

      Pertanto la liturgia cristiana non ha lo scopo di riempire gli occhi, ma il cuore; non mira a fare dei clienti, ma dei fedeli; non sollecita applausi, ma conversione. Soltanto questa chiarezza di finalità evita alla liturgia di cadere nel puro estetismo che cerca l’epidermico fascino del cerimoniale. I cristiani di ‘sana costituzione’ spirituale non pretendono dalla Chiesa la grandiosità esteriore delle cerimonie, né quella morbida e mielosa atmosfera che caratterizza certe sette, ma la verità e la trasparenza dei simboli, i quali sono chiamati a rivelare il progetto di Dio e la sincera risposta dell’uomo. Soltanto la chiarezza di questa finalità, che emerge dalle Premesse a tutti quanti i riti rinnovati dal Concilio, evita alla liturgia di diventare un prodotto commerciale consumistico, per cui si è tentati di mirare più sulla quantità che sulla qualità. La Chiesa non è  un supermercato che cerca di offrire i suoi prodotti al prezzo più conveniente, con meno spesa e a tutti gli orari per non perdere i ‘clienti’! Sarebbe comunque un’illusione quella di voler evangelizzare continuando ad usare il metro della comodità per assecondare i gusti individuali e persino capricci. In tal modo si formerebbero dei cristiane simili a bambini viziati che, come tutti i bambini viziati, non solo non sono mai contenti, ma ad un certo momento rimprovereranno ai loro genitori (in questo caso la Chiesa) di non avere dato loro una corretta educazione, di non essere stati più severi e più coerenti secondo verità. Non basta distribuire messe, sacramenti vari e benedizioni... Non è questo lo scopo della liturgia cristiana. E’ la qualità che conta e non la quantità! E’ questo un criterio tenuto presente da tutta quanta la riforma liturgica. Soltanto avendo ben chiara in mente la finalità pastorale della celebrazione è possibile evitare alla liturgia quella strumentalizzazione demagogica che mira a soddisfare epidermicamente i fedeli concedendo spazio alle mode, trasformando il canto liturgico, ad esempio, in festival della canzonetta; la sobrietà liturgica in spettacoli di “sons et lumières”; i liberi interventi previsti nel rito in esibizioni personali per intrattenere il “pubblico”!
Il riferimento primario di ogni celebrazione non è il nostro gusto, la nostra soddisfazione, ma ciò che Dio vuol dire e fare per noi! Guai dimenticare questa fondamentale dimensione pastorale della celebrazione.


Giovani della Comunità incontro: l'esperienza liturgica e contemplativa, quasi monastica, 
insieme al lavoro, risana anche dalle ferite profonde della droga e del disagio.

La celebrazione liturgica: dialogo nuziale fra Dio e la sua Chiesa

     Dunque la liturgia rivela e conduce gradualmente alla pienezza dell’incontro perché si realizzino le nozze fra Dio e l’umanità. Una delle immagini più belle con le quali i testi conciliari invitano insistentemente a leggere l’evento liturgico è proprio il dialogo nuziale fra Dio e la sua Chiesa per mezzo di Cristo. “In quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’eterno Padre” (SC 7; cf anche SC 47,84-85, 102; LG 4,6-7,39). La celebrazione liturgica non è una tassa da pagare alla divinità, ma attualizza l’incontro d’amore fra Dio e il suo popolo. Una dimensione fondamentale per capire e vivere l’evento liturgico. Tutta la storia della salvezza è riassumibile nelle immagini di un travagliato amore fra Dio e il suo popolo. Un amore che trova piena risposta in Cristo; in lui Dio e l’uomo si incontrano e celebrano un matrimonio indissolubile e instaurano un dialogo nuziale che continua nella liturgia della Chiesa (cf SC 5-7), per mezzo di Cristo, con tutti coloro che si sforzano di conformarsi a lui, di identificarsi con lui. La liturgia realizza oggi, qui, per noi, quell’incontro fra lo sposo e la sposa che è il filo conduttore di tutta quanta la storia della salvezza. Dio vuole parlare alla sua sposa, che è la Chiesa, e la Chiesa è chiamata ad esprimere visibilmente questo dialogo d’amore con il suo sposo. Pertanto la partecipazione attiva dei fedeli, che costituisce l’asse portante di tutta quanta la riforma liturgica, non è una demagogica trovata del Concilio fondata su ragioni di efficienza cerimoniale o di semplice coinvolgimento pedagogico, ma è fondata su ragioni teologiche. “La madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto, ha diritto e dovere in forza del battesimo” (SC 14).

Un dialogo d’amore per Cristo, con Cristo e in Cristo

     In questo contesto poi non bisogna dimenticare che la sposa è la Chiesa che si manifesta in quanto assemblea e non il singolo battezzato. Anche questo è un altro grande principio del culto cristiano che sovente sfugge alla considerazione con il rischio di non comprendere la portata di certe norme e con il rischio di dar vita a dannosi malintesi. Ad esempio ci sono ancora persone che mal sopportano i gesti e gli atteggiamenti comuni prescritti durante le celebrazioni liturgiche. Prescrizioni che sovente vengono subite a malincuore o trasgredite, in buona fede, come attentati alla devozione individuale, come imposizione populista... In realtà gli atteggiamenti comuni intendono essere l’espressione unanime di una sposa che non è spastica, ma corpo gerarchicamente ordinato che con un cuor solo e un’anima sola risponde alla voce del suo sposo e Signore. “Gli atteggiamenti comuni prescritti per tutti i partecipanti al rito sono un segno della comunità e dell’unità dell’assemblea; essi esprimono e favoriscono l’atteggiamento interno dei partecipanti” (PNMR 20; cf anche MR, precisazioni CEI n 1). Ecco allora che la non conoscenza dei grandi principi teologici che fondano queste norme di vita a quella categoria di persone che pensano di essere più devote se stanno in ginocchio quando gli altri sono in piedi; se fanno la genuflessione prima di ricevere il corpo del Signore anche se ciò non è prescritto; se recitano preghiere supplementari privatamente mentre gli altri cantano o ascoltano la Parola di Dio... Così facendo non si dimostra devozione, ma semplice ignoranza. Si dimostra di non sapere che la preghiera liturgica è certamente strumento di salvezza per ciascuno nella misura in cui si accetta di diventare e di  manifestare il corpo di Cristo. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi...” (SC 26). Ci si raduna in assemblea non per manifestare la propria devozione, ma quella della Chiesa, la sua identità di sposa fedele e innamorata, che ascolta, prega e canta e si unisce a Dio in un mistico amplesso per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo che è amore.
In breve, nella liturgia l’interlocutore non è il singolo, ma la sposa che è l’assemblea. E questa dimensione è fondamentale per conoscere e vivere quella comunione con gli altri che costituisce lo strumento privilegiato nel disegno divino della salvezza. Certamente dopo secoli di devozionalismo individuale non è facile recuperare in tutta la sua ricchezza la dimensione comunitaria della liturgia che facilmente viene scambiata per dimensione collettiva. Ma non per questo bisogna rallentare il passo sul cammino conciliare. Anzi, oggi è necessario intensificare l’impegno per non cedere a quella tendenza assai diffusa che spinge al recupero di aspetti privatistici e devozionali all’interno dell’azione liturgica. E ciò in contrasto con le norme. “Nella celebrazione della Messa i fedeli formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote, ma anche insieme con lui, e imparare ad offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione. Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli, e che perciò tutti sono fra loro fratelli. Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la Parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene nei gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme...” (PNMR 62). Questa è la prima scuola di catechismo per capire cosa è la Chiesa!
La devozione privata è importante e deve avere uno spazio nella vita del cristiano (cf SC 13). Ma quando si celebra liturgicamente ognuno è chiamato a superare se stesso, i propri gusti, per poter esprimere concordemente, con tutti gli altri battezzati, l’unica realtà della Chiesa, di cui ciascuno è membro gerarchicamente ordinato. La consapevolezza e la testimonianza dell’autentica carità fraterna nasce anche e soprattutto da una corretta esperienza liturgica attorno all’altare. La celebrazione liturgica non è né spettacolo, né devozione individuale, ma scuola di vita cristiana. Una scuola che usa il metodo più efficace, quello induttivo attraverso l’esperienza, per mezzo dei riti e delle preghiere (cf SC 48). Dio per primo da buon pedagogo, anzi da creatore e Padre, sa che l’uomo impara soprattutto facendo. Una scuola di vita che è inoltre garantita dall’azione efficace dello Spirito Santo.  
Da questa dimensione pastorale della liturgia, teologicamente fondata, si giustificano tutte quelle particolari accentuazioni che caratterizzano la riforma liturgica conciliare, dove al centro non c’è il rito in sé, ma l’assemblea.

Il p. Burkard Neunheuser attivo protagonista della riforma liturgica e confondatore del PIL, nella cripta del monastero benedettino Maria Laach (presso Francoforte – Germania dove risiede), spiega ad un gruppo di attente suore Pie Discepole del Divin Maestro, come cominciò l’apostolato liturgico del Monastero, sotto la guida di Romano Guardini e dell’abate I. Herwegen. 

 


La sistemazione dello spazio della cripta e della chiesa anticipò gli orientamenti della riforma liturgica per la partecipazione del popolo

I - La celebrazione liturgica manifesta e fonda
la missione pastorale della chiesa

     Condizionati come siamo ancora dalla teologia manualistica e poco sensibili alla teologia biblica, la nostra attenzione è in genere attratta da quegli aspetti della liturgia che maggiormente sono legati alle grandi tematiche della riflessione teologica: la natura del sacerdozio cristiano, le modalità della presenza reale di Cristo, il limite che divide la liturgia dal pio esercizio, ecc... Non che questi aspetti non siano importanti con riflessi pastorali altrettanto importanti, ma non è certo casuale che la costituzione conciliare sulla liturgia si preoccupi in primo luogo di sottolineare che la celebrazione liturgica “manifesta la Chiesa come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio si raccolgano in unità finché si faccia un solo ovile e un solo pastore” (SC 2). Apparentemente questa affermazione di chiaro riferimento biblico (cf Is 11,12) non sembra sollecitare più di tanto la nostra attenzione, mentre in realtà è fra le affermazioni più sconvolgenti e innovative in rapporto alla prassi precedente. Noi siamo inevitabilmente eredi di una secolare tradizione teologica, quella tridentina, pienamente giustificata dalla necessità di definire i limiti minimali della fede e della sua celebrazione di fronte al violento assalto dei riformatori. Questa contingenza storica ha profondamente segnato anche la liturgia per un periodo di quasi quattro secoli, che il grande storico della liturgia Theodor Klauser chiama l’epoca della stasi ovvero della rubricistica2. In altri termini, la preoccupazione verteva inevitabilmente a quel tempo massimamente sulle condizioni per una valida e lecita celebrazione, sul rito in sé e su chi doveva compierlo con meticolosa precisione.
Oggi, dopo la riscoperta conciliare delle originarie e profonde radici del culto cristiano, la prima preoccupazione è certamente su un altro versante: “Quale immagine di Chiesa emerge da questa celebrazione?”. Una domanda che, nonostante le affermazioni di principio, ancora troppo pochi si pongono. Una domanda che, se correttamente posta, è destinata a cambiare profondamente il volto delle nostre celebrazioni liturgiche. Ad esempio, una Messa festiva poco frequentata in rapporto alla popolazione locale è un segno adeguato per rivelare la natura e il volto della Chiesa?3 Allo stesso modo un’assemblea muta e un presidente factotum esprime un’immagine corretta della Chiesa? La liturgia cristiana manifesta il dono gratuito dell’amore di Dio al quale noi siamo chiamati a rispondere non affermando egoisticamente il nostro “pacchetto” di salvezza, ma manifestando a nostra volta agli altri il volto e il progetto di Dio sull’uomo. Anche la celebrazione liturgica entra in qualche modo nel fondamentale compito di quella testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di fronte al mondo. Dio non ha bisogno dei nostri incensi e dei nostri sacrifici “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva” (Prefazio com. IV). E’ su questa dimensione di testimonianza che si fonda veramente, secondo l’antica tradizione, il precetto dell’assemblea domenicale4. Non quindi sul dovere moralistico di dare un “tozzo” del nostro tempo a Dio! La celebrazione liturgica educa alla testimonianza, la fonda e la inizia.

II - Dei segni non per decorare, ma per rivelare

La celebrazione liturgica è teologia simbolica in atto

     All’interno di questa fondamentale dimensione della liturgia cristiana che è manifestazione sacramentale e testimonianza della Chiesa assumono la giusta luce anche tutti gli altri aspetti della ricerca liturgica dove i contenuti teologici non sono oggetto di disquisizione, ma di celebrazione; essi vengono comunicati attraverso dei segni affinché possano raggiungere la loro finalità pastorale che è l’incontro con Cristo.

     La liturgia è teologia simbolica. Pastorale non è opposto a dottrinale, esprime soltanto una finalità che è poi quella più importante della Chiesa. Per questo la riforma liturgica si preoccupa tanto dei segni. Non certo per motivi estetici, ma per rendere visibile, per rivelare il mistero di Cristo: “In tale riforma occorre ordinare i testi e i riti in modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano e il popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e parteciparvi con una partecipazione piena, attiva e comunitaria (SC 21).

     Durante l’epoca del cosiddetto rubricismo una buona parte di segni liturgici, quelli che non entravano nella stretta categoria della validità e della liceità, hanno finito per scadere a semplici elementi decorativi. Lo sfarzo, la grandiosità aveva in qualche modo preso il sopravvento, al punto che un pontificale o una Messa solenne non prevedeva la comunione dei fedeli in quanto era ritenuta un disturbo per la cerimonia! Questa tendenza alla cerimonialità condiziona ancora oggi in qualche modo la celebrazione liturgica... Si pensi ad esempio alla concelebrazione che da manifestazione della comunione dei presbiteri nell’unico sacerdozio (cf SC 57) viene sovente strumentalizzata per fare cerimonia, per dare solennità. Allo stesso modo, in un contesto particolarmente segnato dal devozionalismo individuale, alcuni segni liturgici hanno perduto la loro finalità pastorale per diventare semplici oggetti sacri. Pensiamo all’acqua benedetta e ai vari usi più o meno superstiziosi. In genere si finisce per tendere a subordinare e sottovalutare il rito in funzione dell’oggetto sacro. Nonostante le apparenze contrarie, ciò avviene persino per quanto riguarda l’Eucaristia: la Messa come strumento per ottenere l’ostia consacrata! E’ inserendosi nel contesto persistente di una simile mentalità che la riforma liturgica rischia di non raggiungere la sua preminente finalità pastorale. Questo spiega perché sia così difficile far entrare nella prassi comune un’autentica sensibilità verso la verità dei segni (cf PNMR 279). Insensibilità che è anche all’origine di un certo cattivo gusto che domina nell’arredamento delle nostre chiese. Non si tratta di ricercare il bello, ma il vero. La liturgia è bella quando è vera!


Nella foto: Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, morto qualche anno fa. 
La preoccupazione pastorale per l’attenzione ai piccoli, ai poveri, ai giovani ha come culmine e punto di partenza una semplice ma autentica partecipazione liturgica

La celebrazione liturgica è annuncio non verbale

     Questa analisi è autorevolmente confermata dalla Commissione Episcopale per la liturgia: “Abituati a considerare la celebrazione come un susseguirsi di cerimonie prescritte, il vero senso dell’agire rituale nella liturgia cristiana sfugge a molti ministri e fedeli che spesso soffrono il disagio di una certa estraneità a tutto ciò che si svolge intorno all’altare... Per risultare significativi i riti da una parte devono conservare la loro autenticità senza essere banalizzati con un cerimonialismo che ne estenua l’originale senso umano; dall’altra devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la salvezza del suo popolo e ancora oggi opera nella celebrazione” (CEL, Il rinnovamento liturgico in Italia, n 12). Ecco quindi un altro aspetto fondamentale della liturgia che non viene considerato a sufficienza mentre costituisce l’elemento caratterizzante della liturgia, che è dialogo con Dio per mezzo di segni. Per questo la costituzione liturgica recita: “I riti splendano per nobile semplicità; siano chiari per brevità ed evitino inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno di molte spiegazioni” (SC 34). Al centro della pastorale liturgica c’è dunque sempre l’assemblea che deve instaurare un autentico dialogo con Dio... Ma non sempre il vino nuovo è stato messo in otri nuovi. Così può succedere che la nobile semplicità e la chiara brevità vengano intese unicamente come semplificazione fino a raggiungere la banalità. Si vanifica così uno dei principali obiettivi della riforma liturgica che è quello di comunicare il messaggio di Dio attraverso i riti e le preghiere (cf SC 48; 33; OLM 7).

III - La celebrazione: luogo privilegiato della Parola

Dalla Parola nasce l’alleanza

     Il valore pastorale della celebrazione liturgica emerge poi particolarmente nel ruolo privilegiato che viene dato alla Parola di Dio (cf OLM 3-10). E ciò è più che ovvio se la liturgia è in primo luogo dialogo per iniziativa di Dio. Un’ovvietà che tuttavia non è facile da recepire in tutte le sue conseguenze pastorali in quanto stiamo a malapena uscendo da una tradizione dove l’azione liturgica, semplificando un po’, o era precetto, o era spettacolo, o era prassi sociale, o strumento per patteggiare qualcosa con il Padre eterno, o occasione per fare le proprie devozioni. Certamente ci fu un tempo in cui non passava neppure per l’anticamera del cervello che la celebrazione liturgica fosse anche una forma di annuncio. Tant’è vero che la messa “valida” escludeva del tutto la Parola! Ora il Concilio, recuperando l’originaria tradizione della Chiesa, afferma che “massima è l’importanza della sacra Scrittura nel celebrare la liturgia” (SC 24). E aggiunge: “Benché la liturgia sia principalmente culto della maestà divina, contiene tuttavia anche una ricca istruzione per il popolo fedele. Nella liturgia infatti Dio parla al suo popolo: Cristo annunzia ancora il Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera” (SC 33). In questo contesto è sintomatica la norma del nuovo benedizionale: “Sebbene i segni usati nelle benedizioni, e specialmente il segno di croce, implichino di per sé una certa evangelizzazione e un’espressione di fede, di norma non è lecito impartire una benedizione di cose e di persone con il solo segno esterno senza ricorso alcuno alla Parola di Dio o a una formula di preghiera: questo per rendere più attiva la partecipazione ed evitare il pericolo di superstizione” (n 27). Senza l’accoglienza della Parola di Dio non c’è nessuna benedizione, nessun sacramento efficace, nessuna alleanza di salvezza. La liturgia cristiana non è gesto scaramantico per scacciare il male e assicurarsi una qualche protezione in alto… La parola di Cristo è chiara: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). E’ pure sintomatico che le premesse al Messale Romano elencando gli elementi della celebrazione eucaristica mettano al primo posto la Parola di Dio (cf PNMR 9). E proprio questa connaturale dimensione pastorale della celebrazione liturgica che ha fatto ben presto cadere la barriera linguistica del latino, ben al di là delle primitive intenzioni. E questo anche a costo di essere una veneranda e ricca tradizione. Ma la Chiesa non è un museo. Essa è un corpo vivo che custodisce con amore la propria storia, come ciascuno di noi, senza essere schiava del passato.

E’ la Parola che dà pienezza di senso ai segni

     Nella proclamazione della Parola la pastoralità si rivela anche nel fatto che non si tratta soltanto di far conoscere ai fedeli intellettualmente il messaggio, come normalmente si fa in una conferenza su argomenti biblici. Tutti i gesti prendono significato dalla Parola. “L’atteggiamento del corpo, i gesti e le parole con cui si esprime l’azione liturgica e si manifesta la partecipazione dei fedeli, ricevono il loro significato non solo dall’esperienza umana donde tali forme sono tratte, ma dalla Parola di Dio e dall’economia della salvezza alla quale sono riferite; tanto più viva, quindi, è la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica, quanto più profondamente nell’ascolto della Parola di Dio in essa proclamata, i fedeli stessi si sforzano di aderire al ‘Verbo di Dio’, incarnato nel Cristo, impegnandosi ad attuare nella loro vita ciò che hanno celebrato nella liturgia e di conseguenza a trasfondere nella celebrazione liturgica il loro comportamento quotidiano” (OLM 6). Esemplificando: se alla comunione è prescritto che debba andarci camminando e restando in piedi, il riferimento non è certo alle code davanti agli sportelli dei pubblici uffici, ma al cammino dell’esodo e al rituale della cena pasquale… “con i fianchi cinti e le lucerne accese”. Se le norme della celebrazione liturgica prevedono l’ascolto comunitario e non la lettura comunitaria della Parola di Dio, ciascuno sul proprio foglietto, il riferimento non è semplicemente agli ovvi valori pedagogici insiti in questo atteggiamento comunitario è piuttosto a quella testimonianza visibile che la Chiesa è chiamata a dare come tale, cioè come comunità che nasce dall’ascolto unanime della Parola.

IV - Una ministerialità a servizio dell’assemblea e dell’uomo

I ministeri: segni di una Chiesa a servizio

     Non è poi così lontano il tempo in cui il numero dei ministri attorno all’altare era considerato semplicemente quale espressione di solennità. In altre parole, la solennità veniva valutata in base al numero dei preti e dei vari ministri presenti in presbiterio. Non è senza motivo che l’istruzione Musicam Sacram del 5 marzo 1967 precisa il concetto di solennità: “Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dell’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, cioè dell’esecuzione di tutte le sue parti secondo la loro natura” (MS 11).
Tenere conto dell’integrità e della natura dell’azione liturgica significa in primo luogo esprimere la natura di quella Chiesa che è tutta ministeriale, cioè caratterizzata dal servizio reciproco, sull’esempio di quel Gesù che si è fatto servo di tutti. Non per ostentazione di ruoli gerarchici, ma per meglio esprimere questa fondamentale natura di servizio la Costituzione liturgica scrive: “Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza” (SC 28). La finalità pastorale della ministerialità liturgica è quella di rivelare come il vero culto a Dio passa attraverso il servizio all’uomo. Ciò è chiaramente ribadito da Paolo VI proprio nel documento che ripristina i ministeri laicali: “Fin dai tempi antichi furono istituiti dalla Chiesa alcuni ministeri al fine di prestare debitamente a Dio il culto sacro e di offrire secondo le necessità un servizio al popolo di Dio” (Ministeria Quaedam in EV IV, 1749).
Al di fuori di questa chiave interpretativa pastorale, che pone l’assemblea come passaggio obbligato per rendere un vero culto a Dio, diventa impossibile una lettura ed un realizzazione corretta della ministerialità liturgica, anzi, si rischia facilmente una realizzazione deviante.

La celebrazione liturgica non è devozione privata né scenografia teatrale

     Pertanto a cominciare dal prete che presiede la preoccupazione primaria non è la propria devozione privata, ma la partecipazione piena e attiva dell’assemblea (cf PNMR 60; CEL, Il rinnovamento liturgico in Italia, n 7). In una corretta spiritualità presbiterale la preoccupazione per l’assemblea e la personale devozione non sono in contrapposizione, anzi… E’ attraverso il proprio ministero pastorale che il prete acquisisce e pratica una corretta spiritualità. Ci sono ancora preti (e non solo anziani) profondamente segnati da una spiritualità che faceva della messa un’espressione della loro devozione individuale. L’Eucaristia, come ogni altra azione liturgica, è per natura sua assemblea e pertanto una prassi anomala od eccezionale non fa testo, foss’anche secolare (cf PNMR 74-76). E’ del resto assai sintomatico che, anche a rischio di apparire poco devoto, il ritus servandus del nuovo Messale romano, contrariamente al vecchio, non parli mai della preparazione privata del prete, né del suo ringraziamento privato dopo la messa. Chi presiede prega e rende grazie con il popolo.
Al fine di scoraggiare ogni tentazione di ministerialità puramente estetica, le premesse al messale, prima di presentare i diversi ministeri laicali ribadiscono: “I fedeli si dimostrino pronti a servire con gioia l’assemblea del popolo di Dio ogni volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare” (PNMR 62). In altri termini, l’attenzione è sempre posta principalmente sull’assemblea. L’accolito, il lettore, il salmista… tutti hanno una funzione primariamente pastorale, cioè di condurre i fedeli, attraverso il loro specifico servizio, ad un maggiore inserimento nel mistero pasquale. Nessuno è lì per presentare se stesso, nessuno è lì per gratificare la propria smania di esibizionismo, nessuno è lì per fare scenografia. Il  nostro culto inizia nella semplicità della stalla di Betlemme e culmina nella tragica povertà del calvario; due momenti legati da un unico filo conduttore: la testimonianza di quell’amore che si fa servizio fino al dono totale. E’ questo il messaggio che deve trasparire dalla ministerialità liturgica.


Jean Vanier  fondatore dell’Arca: "perché le persone più piccole abbiano il loro posto"

Musica e parole per cantare la propria fede

     Sull’esempio di quel Gesù che ha violato la legge del sabato in favore dell’uomo e che ha reso ombra e annuncio il vecchio culto del tempio, la preoccupazione pastorale della Chiesa ha finito inevitabilmente per ridimensionare alcuni aspetti del culto che nel tempo si erano sviluppati in modo anomalo facendo sì che talvolta il secondario divenisse principale e viceversa. Uno di questi aspetti che la preoccupazione pastorale ha messo in crisi e reso problematico è senza dubbio quello del canto liturgico. Già san Pio x si trovò di fronte ad una situazione che con tutta la buona volontà non riuscì a modificare più di tanto5.
Una particolare situazione, che pur ha dato vita a splendide pagine musicali, rischiava però di trasformare l’assemblea in pubblico. E’ un discorso che resta ancora difficile da essere affrontato con pacata oggettività. Al di là delle nostre opinioni personali, nel contesto della riscoperta della dimensione pastorale della celebrazione liturgica, i principi sono chiari per tutti e, oltre alla sopra citata istruzione del 1967 sulla musica sacra, sono così sinteticamente riassunti nelle premesse al Messale romano: “Tra i fedeli esercita un proprio ufficio liturgico la schola cantorum o corale, a cui spetta eseguire a dovere le parti che le sono proprie secondo i vari generi di canto, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto. Quello che si dice della schola cantorum vale anche, con gli opportuni adattamenti, per gli altri musicisti, specialmente per l’organista” (PNMR 63). Quindi fra le sublimi esecuzioni di benemerite cappelle e il banale gracidare di chitarre che accompagnano uno sparuto gruppetto di bravi ragazzi condizionati dal festival di San Remo o dalla discoteca, resta ancora da ottemperare la norma della Chiesa che ancora una volta vede l’assemblea come soggetto principale. Tra l’altro è assai significativo che nel vecchio ordinamento del messale si distinguesse fra messa cantata e messa letta; mentre ora la distinzione è fatta con riferimento all’assemblea: messa con il popolo e messa senza il popolo. Non è quindi la messa in sé che detta le leggi, ma la presenza o meno di un’assemblea.

Ambiente e arredamento: strumenti dell’unico messaggio

     Ed infine è ancora la dimensione pastorale della celebrazione cristiana che detta, oggi come non mai, le leggi all’ambiente e all’arredamento delle chiese. L’esasperato individualismo devozionale aveva portato anche alla frantumazione dell’aula Dei, che col tempo si è venuta a trovare divisa in tanti piccoli spazi dove ognuno poteva trovare il suo santo protettore per portare davanti a Dio le particolari richieste. Una pletora di statue, immagini e altarini che finivano per trasformare la chiesa sulla struttura di un supermercato ante litteram. Una prassi che ha attenuato il buon gusto e la sensibilità simbolica. Ora la preoccupazione pastorale di ridare al massimo alla liturgia e al contesto celebrativo la dimensione di epifania della Chiesa non poteva non influire sulla struttura dell’edificio di culto e sul suo arredamento con una consapevolezza maggiore di quella delle prime generazioni cristiane6.
L’unità dell’assemblea deve pertanto rispecchiarsi nell’unicità dell’altare; la funzione di servizio presidenziale del ministro ordinato deve essere chiaramente espressa dalla posizione della sede di fronte all’assemblea; la posizione dell’ambone, verso il quale deve convergere e la sede del presidente e lo spazio riservato all’assemblea rivela la centralità e la supremazia della Parola per tutti quanti; la funzione della schola è pure definita dalla sua posizione fra l’assemblea e l’altare… così la posizione della riserva eucaristica, possibilmente in una cappella separata che favorisce la preghiera privata, colloca il culto eucaristico fuori della messa nella sua giusta e originaria dimensione. Nel primo millennio e anche un poco oltre, l’itinerario penitenziale dell’uomo che va incontro a Dio era espresso dal battistero posto fuori della chiesa. Nel contesto della societas christiana, il fonte battesimale viene portato dentro la chiesa, presso l’ingresso. Perdendo sempre più il battesimo la sua dimensione di conversione, in quanto celebrato quasi esclusivamente per i bambini, assume particolare importanza la penitenza con la confessione privata e nascono i confessionali come arredamento posticcio, accostato alla struttura architettonica… Ciò rivela la dimensione intimistica e devozionale con la quale è visto il sacramento. E’ invece assai significativo che con la riforma conciliare del Vaticano ii sia sorta l’esigenza di uno spazio penitenziale che faccia parte della struttura stessa della chiesa. Questo spazio distinto, ma in relazione con il luogo dove si raduna l’assemblea, recupera l’antica funzione simbolica del battistero e proclama visibilmente che la conversione, la penitenza e il perdono sono elementi costitutivi della Chiesa in quanto tale, sono alla radice del popolo di Dio. In questo modo l’ambiente e l’arredamento entrano nella dimensione pastorale della celebrazione come sottolineano le premesse al messale: “L’arredamento della chiesa abbia di mira una nobile semplicità, piuttosto che il fasto. Nella scelta degli elementi per l’arredamento, si curi la verità delle cose e si tenda all’educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo sacro” (PNMR 279).

Conclusione

     Ci fu un momento della nostra storia assai recente in cui alcuni pensarono di intaccare l’autorevolezza del concilio Vaticano ii o di sminuire comunque l’importanza delle sue decisioni, dicendo che alla fin dei conti si tratta di un concilio…”pastorale”! Si potrebbe dire che in qualche modo si è ripetuto il prodigio dell’asina di Balaam che, senza saperlo, aprì la bocca per ragliare e invece parlò a nome di Dio. Dio può parlare anche attraverso un animale. Ma ancor meglio bisogna dire che Dio è capace di scrivere diritto sulle righe storte dell’uomo; egli è in grado di far convergere sempre al servizio del bene anche gli errori e le cattiverie dell’uomo. Dire che un Concilio è pastorale infatti significa dargli il massimo onore alla luce della missione fondamentale della Chiesa che è appunto quella pastorale. E al vertice di questa missione sta la celebrazione liturgica che, con parole e gesti, rivela il volto di Dio e il suo progetto sull’uomo, comunica il suo amore, cioè la forza dello Spirito santo che permette di raggiungere in pienezza quella festosa comunione di cui la celebrazione liturgica è simbolo e caparra.


1 Anche l’istruzione Inter Oecumenici del 26 settembre 1964: “Ma prima di tutto è necessario che ognuno si convinca che scopo della costituzione del concilio Vaticano ii sulla sacra liturgia non è tanto di cambiare i riti e i testi liturgici, quanto piuttosto di suscitare quella formazione dei fedeli, e promuovere quella azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra liturgia. Infatti i cambiamenti che finora sono stati introdotti nella liturgia, o lo saranno in seguito tendono a questo scopo” (n 5). Vedere anche i nn 6-7 della stessa istruzione.

2 cf  KLAUSER T., Breve storia della liturgia occidentale, EP 1958, p 49.

3 Può essere interessante riportare qui, a mò di esempio l’inizio del capitolo secondo del vecchio ritus servandus che era posto in testa al Messale romano prima della riforma del concilio Vaticano ii: “Il sacerdote rivestito di tutti i paramenti prende con la mano sinistra il calice preparato in antecedenza come sopra descritto, lo tiene all’altezza del petto mentre con la mano destra tiene la borsa sopra il calice. Fatto l’inchino alla croce o alla sua eventuale immagine che si trova in sacristia, si avvia all’altare con il capo coperto… avanza con gli occhi bassi, con il passo lento e con il busto eretto…” E così via di questo passo fino al ritorno in sacristia alla fine della messa.

4 Così la Didascalia degli Apostoli, documento siriano della metà del III secolo esorta i cristiani a partecipare all’assemblea domenicale: “Perché siete membra di Cristo, non disperdetevi dalla Chiesa, non riunendovi.. non lacerate e non disperdete il suo corpo... ma in giorno di domenica, mettendo da parte ogni cosa, affrettatevi alla Chiesa” (2,59,2-3).

5 Ancora patriarca di Venezia il card. Sarto il 1° maggio 1895 indirizzava ai fedeli una lettera pastorale contro l’invadenza delle messe-concerto: “Un’altra obiezione al canto liturgico è quella di essere breve assai, per cui in tre quarti d’ora si finisce una messa solenne. Sicuro! Il popolo sempre si stanca delle lunghe funzioni, ma per secondare il gusto del popolo (attenti alla logica!) la messa solenne deve essere lunga; al canto si devono premettere lunghi preludi di sinfonia, il canto deve essere interrotto con eterni intermezzi e, perché piaccia la musica, almeno venti volte deve essere ripetuto il gloria, il laudamus, il gratias, il domine, senza dire delle mille ripetizioni del credo, con pericolo tante volte di far dire ai cantori, che dovrebbero fare con esso la professione di fede, i più madornali spropositi e le eresie più spaventevoli…”. La lettera continua con vivace descrizione di quelle messe concerto.

6 “il popolo di Dio che si raduna per la messa, ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (o ministeri) e nel diverso comportamento secondo le singole parti della celebrazione. Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno. I fedeli e la schola avranno un poto che renda più facile la loro partecipazione attiva. Il sacerdote invece e i suoi ministri prenderanno posto nel presbiterio, ossia in quella parte della chiesa che manifesta il loro ministero, e in cui ognuno rispettivamente presiede all’orazione, annuncia la parola di Dio e serve all’altare. Queste disposizioni servono a esprimere la struttura gerarchica e la diversità dei compiti (o ministeri), ma devono anche assicurare una più profonda e organica unità, attraverso la quale si manifesti chiaramente l’unità di tutto il popolo santo. La natura poi e la bellezza del luogo e di tutta la suppellettile devono favorire la pietà e manifestare la santità dei misteri che vengono celebrati” (PNMR 257).

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro