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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA |
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Studi Il
celebrare liturgico e il suo valore pastorale
di
SILVANO SIRBONI
Il tempo pasquale è il tempo della mistagogia
cioè quell’attività per cui i battezzati sono orientati ad entrare e a
penetrare il mistero della Iniziazione
cristiana. In realtà tale attività della Chiesa non finisce mai e in
concreto costituisce la sua azione pastorale. Ogni
attività della Chiesa è per rivelare il volto di Dio
L’aspetto
pastorale delle attività ecclesiali non viene di solito affrontato per
ultimo perché meno importante, ma al contrario, perché la pastorale è il
traguardo ultimo della riflessione teologica, della ricerca storica e della
normativa giuridica. La Chiesa non è un salotto di intellettuali che si
esibiscono in vertiginose acrobazie razionali per il gusto di dare
spettacolo; non è un’associazione di appassionati di storia e di
ex-combattenti che custodiscono gelosamente le memorie e i cimeli del
passato; né tanto meno la Chiesa è una specie di associazione di fanatici
moralizzatori per la difesa del buon costume e delle buone maniere; la
Chiesa non è poi certo un’impresa per organizzare cerimonie gratificanti
e commoventi nei momenti importanti della vita. Lo scopo ultimo della
Chiesa, attraverso tutte le sue attività, è sempre uno solo: rivelare al
mondo il volto e l’amore di Dio così da condurre a lui, liberamente, ogni
uomo, sull’esempio del Cristo, buon Pastore. E’ questa in ultima analisi
la pastorale e tutta l’attività della Chiesa è in funzione di questo
fine. Niente ha senso se si perde di vista questo traguardo! Pertanto il
culto cristiano non può essere che pastorale, cioè in funzione di portare
gli uomini all’incontro con Dio. La celebrazione cristiana non è un discorso su Dio, ma conversazione con Dio (in latino il verbo conversor, da cui il nostro termine conversazione, significa stare insieme, convivere, frequentare!). La stessa catechesi non si fa semplicemente per poter ricevere i sacramenti, ma perché i sacramenti diventino autentica conversazione con Dio, intima unione di vita con lui. A ‘scanso’ di equivoci ciò è detto chiaramente come prima cosa nel proemio della Costituzione conciliare sulla liturgia che, come un preludio musicale, offre il leitmotiv, il tema che guida tutta quanta la riforma liturgica: “Il sacro Concilio, proponendosi di far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli, di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti, di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo, e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa, ritiene suo dovere interessarsi in mo do speciale anche della riforma e dell’incremento della liturgia” (SC 1)1 La celebrazione liturgica è per sua natura pastorale Pertanto
la liturgia cristiana non ha lo scopo di riempire gli occhi, ma il cuore;
non mira a fare dei clienti, ma dei fedeli; non sollecita applausi, ma
conversione. Soltanto questa chiarezza di finalità evita alla liturgia di
cadere nel puro estetismo che cerca l’epidermico fascino del cerimoniale.
I cristiani di ‘sana costituzione’ spirituale non pretendono dalla
Chiesa la grandiosità esteriore delle cerimonie, né quella morbida e
mielosa atmosfera che caratterizza certe sette, ma la verità e la
trasparenza dei simboli, i quali sono chiamati a rivelare il progetto di Dio
e la sincera risposta dell’uomo. Soltanto la chiarezza di questa
finalità, che emerge dalle Premesse
a tutti quanti i riti rinnovati dal Concilio, evita alla liturgia di
diventare un prodotto commerciale consumistico, per cui si è tentati di
mirare più sulla quantità che sulla qualità. La Chiesa non è
un supermercato che cerca di offrire i suoi prodotti al prezzo più
conveniente, con meno spesa e a tutti gli orari per non perdere i ‘clienti’!
Sarebbe comunque un’illusione quella di voler evangelizzare continuando ad
usare il metro della comodità per assecondare i gusti individuali e persino
capricci. In tal modo si formerebbero dei cristiane simili a bambini viziati
che, come tutti i bambini viziati, non solo non sono mai contenti, ma ad un
certo momento rimprovereranno ai loro genitori (in questo caso la Chiesa) di
non avere dato loro una corretta educazione, di non essere stati più severi
e più coerenti secondo verità. Non basta distribuire messe, sacramenti
vari e benedizioni... Non è questo lo scopo della liturgia cristiana. E’
la qualità che conta e non la quantità! E’ questo un criterio tenuto
presente da tutta quanta la riforma liturgica. Soltanto avendo ben chiara in
mente la finalità pastorale della celebrazione è possibile evitare alla
liturgia quella strumentalizzazione demagogica che mira a soddisfare
epidermicamente i fedeli concedendo spazio alle mode, trasformando il canto
liturgico, ad esempio, in festival della canzonetta; la sobrietà liturgica
in spettacoli di “sons et lumières”;
i liberi interventi previsti nel rito in esibizioni personali per
intrattenere il “pubblico”!
La
celebrazione liturgica: dialogo nuziale fra Dio e la sua Chiesa
Dunque la
liturgia rivela e conduce gradualmente alla pienezza dell’incontro perché
si realizzino le nozze fra Dio e l’umanità. Una delle immagini più belle
con le quali i testi conciliari invitano insistentemente a leggere
l’evento liturgico è proprio il dialogo nuziale fra Dio e la sua Chiesa
per mezzo di Cristo. “In quest’opera così grande, con la quale viene
resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo
associa sempre la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale prega il suo
Signore e per mezzo di lui rende culto all’eterno Padre” (SC 7; cf anche
SC 47,84-85, 102; LG 4,6-7,39). La celebrazione liturgica non è una tassa
da pagare alla divinità, ma attualizza l’incontro d’amore fra Dio e il
suo popolo. Una dimensione fondamentale per capire e vivere l’evento
liturgico. Tutta la storia della salvezza è riassumibile nelle immagini di
un travagliato amore fra Dio e il suo popolo. Un amore che trova piena
risposta in Cristo; in lui Dio e l’uomo si incontrano e celebrano un
matrimonio indissolubile e instaurano un dialogo nuziale che continua nella
liturgia della Chiesa (cf SC 5-7), per mezzo di Cristo, con tutti coloro che
si sforzano di conformarsi a lui, di identificarsi con lui. La liturgia
realizza oggi, qui, per noi, quell’incontro fra lo sposo e la sposa che è
il filo conduttore di tutta quanta la storia della salvezza. Dio vuole
parlare alla sua sposa, che è la Chiesa, e la Chiesa è chiamata ad
esprimere visibilmente questo dialogo d’amore con il suo sposo. Pertanto
la partecipazione attiva dei fedeli, che costituisce l’asse portante di
tutta quanta la riforma liturgica, non è una demagogica trovata del
Concilio fondata su ragioni di efficienza cerimoniale o di semplice
coinvolgimento pedagogico, ma è fondata su ragioni teologiche. “La madre
Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella
piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche che
è richiesta dalla natura stessa della
liturgia e alla quale il popolo cristiano, stirpe eletta, sacerdozio
regale, nazione santa, popolo di acquisto, ha diritto e dovere in forza del
battesimo” (SC 14). Un
dialogo d’amore per Cristo, con Cristo e in Cristo In
questo contesto poi non bisogna dimenticare che la sposa è la Chiesa che si
manifesta in quanto assemblea e non il singolo battezzato. Anche questo è
un altro grande principio del culto cristiano che sovente sfugge alla
considerazione con il rischio di non comprendere la portata di certe norme e
con il rischio di dar vita a dannosi malintesi. Ad esempio ci sono ancora
persone che mal sopportano i gesti e gli atteggiamenti comuni prescritti
durante le celebrazioni liturgiche. Prescrizioni che sovente vengono subite
a malincuore o trasgredite, in buona fede, come attentati alla devozione
individuale, come imposizione populista... In realtà gli atteggiamenti
comuni intendono essere l’espressione unanime di una sposa che non è
spastica, ma corpo gerarchicamente ordinato che con un cuor solo e
un’anima sola risponde alla voce del suo sposo e Signore. “Gli
atteggiamenti comuni prescritti per tutti i partecipanti al rito sono un
segno della comunità e dell’unità dell’assemblea; essi esprimono e
favoriscono l’atteggiamento interno dei partecipanti” (PNMR 20; cf anche
MR, precisazioni CEI n 1). Ecco allora che la non conoscenza dei grandi
principi teologici che fondano queste norme di vita a quella categoria di
persone che pensano di essere più devote se stanno in ginocchio quando gli
altri sono in piedi; se fanno la genuflessione prima di ricevere il corpo
del Signore anche se ciò non è prescritto; se recitano preghiere
supplementari privatamente mentre gli altri cantano o ascoltano la Parola di
Dio... Così facendo non si dimostra devozione, ma semplice ignoranza. Si
dimostra di non sapere che la preghiera liturgica è certamente strumento di
salvezza per ciascuno nella misura in cui si accetta di diventare e di
manifestare il corpo di Cristo. “Le azioni liturgiche non sono
azioni private, ma celebrazioni della Chiesa che è sacramento di unità,
cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi...” (SC
26). Ci si raduna in assemblea non per manifestare la propria devozione, ma
quella della Chiesa, la sua identità di sposa fedele e innamorata, che
ascolta, prega e canta e si unisce a Dio in un mistico amplesso per mezzo di
Cristo, nello Spirito Santo che è amore.
I
- La celebrazione liturgica manifesta e fonda
Condizionati come siamo ancora dalla teologia manualistica e poco
sensibili alla teologia biblica, la nostra attenzione è in genere attratta
da quegli aspetti della liturgia che maggiormente sono legati alle grandi
tematiche della riflessione teologica: la natura del sacerdozio cristiano,
le modalità della presenza reale di Cristo, il limite che divide la
liturgia dal pio esercizio, ecc... Non che questi aspetti non siano
importanti con riflessi pastorali altrettanto importanti, ma non è certo
casuale che la costituzione conciliare sulla liturgia si preoccupi in primo
luogo di sottolineare che la celebrazione liturgica “manifesta la Chiesa
come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio si
raccolgano in unità finché si faccia un solo ovile e un solo pastore” (SC
2). Apparentemente questa affermazione di chiaro riferimento biblico (cf Is
11,12) non sembra sollecitare più di tanto la nostra attenzione, mentre in
realtà è fra le affermazioni più sconvolgenti e innovative in rapporto
alla prassi precedente. Noi siamo inevitabilmente eredi di una secolare
tradizione teologica, quella tridentina, pienamente giustificata dalla
necessità di definire i limiti minimali della fede e della sua celebrazione
di fronte al violento assalto dei riformatori. Questa contingenza storica ha
profondamente segnato anche la liturgia per un periodo di quasi quattro
secoli, che il grande storico della liturgia Theodor
Klauser chiama l’epoca della stasi ovvero della rubricistica2.
In altri termini, la preoccupazione verteva inevitabilmente a quel tempo
massimamente sulle condizioni per una valida e lecita celebrazione, sul rito
in sé e su chi doveva compierlo con meticolosa precisione. II - Dei segni non per decorare, ma per rivelare La celebrazione
liturgica è teologia simbolica in atto
All’interno di questa fondamentale dimensione della liturgia
cristiana che è manifestazione sacramentale e testimonianza della Chiesa
assumono la giusta luce anche tutti gli altri aspetti della ricerca
liturgica dove i contenuti teologici non sono oggetto di disquisizione, ma
di celebrazione; essi vengono comunicati attraverso dei segni affinché
possano raggiungere la loro finalità pastorale che è l’incontro con
Cristo.
La liturgia è teologia simbolica. Pastorale non è opposto a
dottrinale, esprime soltanto una finalità che è poi quella più importante
della Chiesa. Per questo la riforma liturgica si preoccupa tanto dei segni.
Non certo per motivi estetici, ma per rendere visibile, per rivelare il
mistero di Cristo: “In tale riforma occorre ordinare i testi e i riti in
modo che esprimano più chiaramente le sante realtà che significano e il
popolo cristiano, per quanto possibile, possa capirle facilmente e
parteciparvi con una partecipazione piena, attiva e comunitaria (SC 21).
Durante l’epoca del cosiddetto rubricismo una buona parte di segni
liturgici, quelli che non entravano nella stretta categoria della validità
e della liceità, hanno finito per scadere a semplici elementi decorativi.
Lo sfarzo, la grandiosità aveva in qualche modo preso il sopravvento, al
punto che un pontificale o una Messa solenne non prevedeva la comunione dei
fedeli in quanto era ritenuta un disturbo per la cerimonia! Questa tendenza
alla cerimonialità condiziona ancora oggi in qualche modo la celebrazione
liturgica... Si pensi ad esempio alla concelebrazione che da manifestazione
della comunione dei presbiteri nell’unico sacerdozio (cf SC 57) viene
sovente strumentalizzata per fare cerimonia, per dare solennità. Allo
stesso modo, in un contesto particolarmente segnato dal devozionalismo
individuale, alcuni segni liturgici hanno perduto la loro finalità
pastorale per diventare semplici oggetti sacri. Pensiamo all’acqua
benedetta e ai vari usi più o meno superstiziosi. In genere si finisce per
tendere a subordinare e sottovalutare il rito in funzione dell’oggetto
sacro. Nonostante le apparenze contrarie, ciò avviene persino per quanto
riguarda l’Eucaristia: la Messa come strumento per ottenere l’ostia
consacrata! E’ inserendosi nel contesto persistente di una simile
mentalità che la riforma liturgica rischia di non raggiungere la sua
preminente finalità pastorale. Questo spiega perché sia così difficile
far entrare nella prassi comune un’autentica sensibilità verso la verità
dei segni (cf PNMR 279). Insensibilità che è anche all’origine di un
certo cattivo gusto che domina nell’arredamento delle nostre chiese. Non
si tratta di ricercare il bello, ma il vero. La liturgia è bella quando è
vera!
La celebrazione
liturgica è annuncio non verbale
Questa analisi è autorevolmente confermata dalla Commissione
Episcopale per la liturgia: “Abituati a considerare la celebrazione come
un susseguirsi di cerimonie prescritte, il vero senso dell’agire rituale
nella liturgia cristiana sfugge a molti ministri e fedeli che spesso
soffrono il disagio di una certa estraneità a tutto ciò che si svolge
intorno all’altare... Per risultare significativi i riti da una parte
devono conservare la loro autenticità senza essere banalizzati con un
cerimonialismo che ne estenua l’originale senso umano; dall’altra devono
risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la salvezza del suo popolo
e ancora oggi opera nella celebrazione” (CEL, Il
rinnovamento liturgico in Italia, n 12). Ecco quindi un altro aspetto
fondamentale della liturgia che non viene considerato a sufficienza mentre
costituisce l’elemento caratterizzante della liturgia, che è dialogo con
Dio per mezzo di segni. Per questo la costituzione liturgica recita: “I
riti splendano per nobile semplicità; siano chiari per brevità ed evitino
inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei
fedeli e non abbiano bisogno di molte spiegazioni” (SC 34). Al centro
della pastorale liturgica c’è dunque sempre l’assemblea che deve
instaurare un autentico dialogo con Dio... Ma non sempre il vino nuovo è
stato messo in otri nuovi. Così può succedere che la nobile semplicità e
la chiara brevità vengano intese unicamente come semplificazione fino a
raggiungere la banalità. Si vanifica così uno dei principali obiettivi
della riforma liturgica che è quello di comunicare il messaggio di Dio
attraverso i riti e le preghiere (cf SC 48; 33; OLM 7). III - La celebrazione: luogo privilegiato della Parola Dalla Parola nasce
l’alleanza
Il valore pastorale della celebrazione liturgica emerge poi
particolarmente nel ruolo privilegiato che viene dato alla Parola di Dio (cf
OLM 3-10). E ciò è più che ovvio se la liturgia è in primo luogo dialogo
per iniziativa di Dio. Un’ovvietà che tuttavia non è facile da recepire
in tutte le sue conseguenze pastorali in quanto stiamo a malapena uscendo da
una tradizione dove l’azione liturgica, semplificando un po’, o era
precetto, o era spettacolo, o era prassi sociale, o strumento per
patteggiare qualcosa con il Padre eterno, o occasione per fare le proprie
devozioni. Certamente ci fu un tempo in cui non passava neppure per
l’anticamera del cervello che la celebrazione liturgica fosse anche una
forma di annuncio. Tant’è vero che la messa “valida” escludeva del
tutto la Parola! Ora il Concilio, recuperando l’originaria tradizione
della Chiesa, afferma che “massima è l’importanza della sacra Scrittura
nel celebrare la liturgia” (SC 24). E aggiunge: “Benché la liturgia sia
principalmente culto della maestà divina, contiene tuttavia anche una ricca
istruzione per il popolo fedele. Nella liturgia infatti Dio parla al suo
popolo: Cristo annunzia ancora il Vangelo. Il popolo a sua volta risponde a
Dio con il canto e con la preghiera” (SC 33). In questo contesto è
sintomatica la norma del nuovo benedizionale: “Sebbene i segni usati nelle
benedizioni, e specialmente il segno di croce, implichino di per sé una
certa evangelizzazione e un’espressione di fede, di norma non è lecito
impartire una benedizione di cose e di persone con il solo segno esterno
senza ricorso alcuno alla Parola di Dio o a una formula di preghiera: questo
per rendere più attiva la partecipazione ed evitare il pericolo di
superstizione” (n 27). Senza l’accoglienza della Parola di Dio non
c’è nessuna benedizione, nessun sacramento efficace, nessuna alleanza di
salvezza. La liturgia cristiana non è gesto scaramantico per scacciare il
male e assicurarsi una qualche protezione in alto… La parola di Cristo è
chiara: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano” (Lc 11,28). E’ pure sintomatico che le premesse al Messale
Romano elencando gli elementi della celebrazione eucaristica mettano al
primo posto la Parola di Dio (cf PNMR 9). E proprio questa connaturale
dimensione pastorale della celebrazione liturgica che ha fatto ben presto
cadere la barriera linguistica del latino, ben al di là delle primitive
intenzioni. E questo anche a costo di essere una veneranda e ricca
tradizione. Ma la Chiesa non è un museo. Essa è un corpo vivo che
custodisce con amore la propria storia, come ciascuno di noi, senza essere
schiava del passato. E’ la Parola che dà pienezza di senso ai segni
Nella proclamazione della Parola la pastoralità si rivela anche nel
fatto che non si tratta soltanto di far conoscere ai fedeli
intellettualmente il messaggio, come normalmente si fa in una conferenza su
argomenti biblici. Tutti i gesti prendono significato dalla Parola.
“L’atteggiamento del corpo, i gesti e le parole con cui si esprime
l’azione liturgica e si manifesta la partecipazione dei fedeli, ricevono
il loro significato non solo dall’esperienza umana donde tali forme sono
tratte, ma dalla Parola di Dio e dall’economia della salvezza alla quale
sono riferite; tanto più viva, quindi, è la partecipazione dei fedeli
all’azione liturgica, quanto più profondamente nell’ascolto della
Parola di Dio in essa proclamata, i fedeli stessi si sforzano di aderire al
‘Verbo di Dio’, incarnato nel Cristo, impegnandosi ad attuare nella loro
vita ciò che hanno celebrato nella liturgia e di conseguenza a trasfondere
nella celebrazione liturgica il loro comportamento quotidiano” (OLM 6).
Esemplificando: se alla comunione è prescritto che debba andarci camminando
e restando in piedi, il riferimento non è certo alle code davanti agli
sportelli dei pubblici uffici, ma al cammino dell’esodo e al rituale della
cena pasquale… “con i fianchi cinti e le lucerne accese”. Se le norme
della celebrazione liturgica prevedono l’ascolto comunitario e non la
lettura comunitaria della Parola di Dio, ciascuno sul proprio foglietto, il
riferimento non è semplicemente agli ovvi valori pedagogici insiti in
questo atteggiamento comunitario è piuttosto a quella testimonianza
visibile che la Chiesa è chiamata a dare come tale, cioè come comunità
che nasce dall’ascolto unanime della Parola. IV
- Una ministerialità a servizio dell’assemblea e dell’uomo I
ministeri: segni di una Chiesa a servizio
Non è poi così lontano il tempo in cui il numero dei ministri
attorno all’altare era considerato semplicemente quale espressione di
solennità. In altre parole, la solennità veniva valutata in base al numero
dei preti e dei vari ministri presenti in presbiterio. Non è senza motivo
che l’istruzione Musicam Sacram
del 5 marzo 1967 precisa il concetto di solennità: “Si tenga presente che
la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma
più ricca del canto e dell’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto
piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione che tiene conto
dell’integrità dell’azione liturgica, cioè dell’esecuzione di tutte
le sue parti secondo la loro natura” (MS 11). La celebrazione liturgica non è devozione privata né scenografia teatrale
Pertanto a cominciare dal prete che presiede la preoccupazione
primaria non è la propria devozione privata, ma la partecipazione piena e
attiva dell’assemblea (cf PNMR 60; CEL, Il
rinnovamento liturgico in Italia, n 7). In una corretta spiritualità
presbiterale la preoccupazione per l’assemblea e la personale devozione
non sono in contrapposizione, anzi… E’ attraverso il proprio ministero
pastorale che il prete acquisisce e pratica una corretta spiritualità. Ci
sono ancora preti (e non solo anziani) profondamente segnati da una
spiritualità che faceva della messa un’espressione della loro devozione
individuale. L’Eucaristia, come ogni altra azione liturgica, è per natura
sua assemblea e pertanto una prassi anomala od eccezionale non fa testo,
foss’anche secolare (cf PNMR 74-76). E’ del resto assai sintomatico che,
anche a rischio di apparire poco devoto, il ritus
servandus del nuovo Messale romano, contrariamente al vecchio, non parli
mai della preparazione privata del prete, né del suo ringraziamento privato
dopo la messa. Chi presiede prega e rende grazie con il popolo.
Musica e parole per cantare la propria fede
Sull’esempio di quel Gesù che ha violato la legge del sabato in
favore dell’uomo e che ha reso ombra e annuncio il vecchio culto del
tempio, la preoccupazione pastorale della Chiesa ha finito inevitabilmente
per ridimensionare alcuni aspetti del culto che nel tempo si erano
sviluppati in modo anomalo facendo sì che talvolta il secondario divenisse
principale e viceversa. Uno di questi aspetti che la preoccupazione
pastorale ha messo in crisi e reso problematico è senza dubbio quello del
canto liturgico. Già san Pio x
si trovò di fronte ad una situazione che con tutta la buona volontà non
riuscì a modificare più di tanto5. Ambiente e arredamento: strumenti dell’unico messaggio
Ed infine è ancora la dimensione pastorale della celebrazione
cristiana che detta, oggi come non mai, le leggi all’ambiente e
all’arredamento delle chiese. L’esasperato individualismo devozionale
aveva portato anche alla frantumazione dell’aula
Dei, che col tempo si è venuta a trovare divisa in tanti piccoli spazi
dove ognuno poteva trovare il suo santo protettore per portare davanti a Dio
le particolari richieste. Una pletora di statue, immagini e altarini che
finivano per trasformare la chiesa sulla struttura di un supermercato ante
litteram. Una prassi che ha attenuato il buon gusto e la sensibilità
simbolica. Ora la preoccupazione pastorale di ridare al massimo alla
liturgia e al contesto celebrativo la dimensione di epifania della Chiesa
non poteva non influire sulla struttura dell’edificio di culto e sul suo
arredamento con una consapevolezza maggiore di quella delle prime
generazioni cristiane6. Conclusione
Ci fu un momento della nostra storia assai recente in cui alcuni
pensarono di intaccare l’autorevolezza del concilio Vaticano ii
o di sminuire comunque l’importanza delle sue decisioni, dicendo che alla
fin dei conti si tratta di un concilio…”pastorale”! Si potrebbe dire
che in qualche modo si è ripetuto il prodigio dell’asina di Balaam che,
senza saperlo, aprì la bocca per ragliare e invece parlò a nome di Dio.
Dio può parlare anche attraverso un animale. Ma ancor meglio bisogna dire
che Dio è capace di scrivere diritto sulle righe storte dell’uomo; egli
è in grado di far convergere sempre al servizio del bene anche gli errori e
le cattiverie dell’uomo. Dire che un Concilio è pastorale infatti
significa dargli il massimo onore alla luce della missione fondamentale
della Chiesa che è appunto quella pastorale. E al vertice di questa
missione sta la celebrazione liturgica che, con parole e gesti, rivela il
volto di Dio e il suo progetto sull’uomo, comunica il suo amore, cioè la
forza dello Spirito santo che permette di raggiungere in pienezza quella
festosa comunione di cui la celebrazione liturgica è simbolo e caparra. 1 Anche l’istruzione Inter Oecumenici del 26 settembre 1964: “Ma prima di tutto è necessario che ognuno si convinca che scopo della costituzione del concilio Vaticano ii sulla sacra liturgia non è tanto di cambiare i riti e i testi liturgici, quanto piuttosto di suscitare quella formazione dei fedeli, e promuovere quella azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra liturgia. Infatti i cambiamenti che finora sono stati introdotti nella liturgia, o lo saranno in seguito tendono a questo scopo” (n 5). Vedere anche i nn 6-7 della stessa istruzione. 2 cf KLAUSER T., Breve storia della liturgia occidentale, EP 1958, p 49. 3 Può essere interessante riportare qui, a mò di esempio l’inizio del capitolo secondo del vecchio ritus servandus che era posto in testa al Messale romano prima della riforma del concilio Vaticano ii: “Il sacerdote rivestito di tutti i paramenti prende con la mano sinistra il calice preparato in antecedenza come sopra descritto, lo tiene all’altezza del petto mentre con la mano destra tiene la borsa sopra il calice. Fatto l’inchino alla croce o alla sua eventuale immagine che si trova in sacristia, si avvia all’altare con il capo coperto… avanza con gli occhi bassi, con il passo lento e con il busto eretto…” E così via di questo passo fino al ritorno in sacristia alla fine della messa. 4 Così la Didascalia degli Apostoli, documento siriano della metà del III secolo esorta i cristiani a partecipare all’assemblea domenicale: “Perché siete membra di Cristo, non disperdetevi dalla Chiesa, non riunendovi.. non lacerate e non disperdete il suo corpo... ma in giorno di domenica, mettendo da parte ogni cosa, affrettatevi alla Chiesa” (2,59,2-3). 5 Ancora patriarca di Venezia il card. Sarto il 1° maggio 1895 indirizzava ai fedeli una lettera pastorale contro l’invadenza delle messe-concerto: “Un’altra obiezione al canto liturgico è quella di essere breve assai, per cui in tre quarti d’ora si finisce una messa solenne. Sicuro! Il popolo sempre si stanca delle lunghe funzioni, ma per secondare il gusto del popolo (attenti alla logica!) la messa solenne deve essere lunga; al canto si devono premettere lunghi preludi di sinfonia, il canto deve essere interrotto con eterni intermezzi e, perché piaccia la musica, almeno venti volte deve essere ripetuto il gloria, il laudamus, il gratias, il domine, senza dire delle mille ripetizioni del credo, con pericolo tante volte di far dire ai cantori, che dovrebbero fare con esso la professione di fede, i più madornali spropositi e le eresie più spaventevoli…”. La lettera continua con vivace descrizione di quelle messe concerto. 6 “il popolo di Dio che si raduna per la messa, ha una struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti (o ministeri) e nel diverso comportamento secondo le singole parti della celebrazione. Pertanto è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno. I fedeli e la schola avranno un poto che renda più facile la loro partecipazione attiva. Il sacerdote invece e i suoi ministri prenderanno posto nel presbiterio, ossia in quella parte della chiesa che manifesta il loro ministero, e in cui ognuno rispettivamente presiede all’orazione, annuncia la parola di Dio e serve all’altare. Queste disposizioni servono a esprimere la struttura gerarchica e la diversità dei compiti (o ministeri), ma devono anche assicurare una più profonda e organica unità, attraverso la quale si manifesti chiaramente l’unità di tutto il popolo santo. La natura poi e la bellezza del luogo e di tutta la suppellettile devono favorire la pietà e manifestare la santità dei misteri che vengono celebrati” (PNMR 257).
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La
Vita in Cristo e nella Chiesa |
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