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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
Cristo nei suoi Misteri

La domenica del “Consolatore che rimane”

6a di Pasqua – 5 maggio 2002


Fiori bianchi all'ambone nelle domeniche di Pasqua

di Emmanuela Viviano

Il “testamento” di Gesù
(Vangelo: Giovanni 14,15-21)

   Il quarto Vangelo, in continuità con la scorsa domenica, ci fa compiere (come direbbe Paolo VI) «un’escursione nel parco incantato delle rivelazioni sgorgate dal cuore e dalle labbra di Gesù» per farci comprendere il senso profondo dell’eredità pasquale lasciata ai discepoli e alla Chiesa prima del suo transito da questo mondo al Padre.
   Siamo dunque ancora nel contesto dei discorsi di addio pronunciati nell’ultima cena. Quale è l’eredità lasciataci dal nostro Maestro? “Se mi amate osserverete i miei comandamenti; io pregherò il Padre per voi ed egli vi darà un altro consolatore”. 
   La pietra di paragone per saggiare l’amore dei discepoli è l’osservanza dei comandamenti non più scritti sulle tavole di pietra ma incisi nel cuore nuovo.
   Dopo aver lavato i piedi ai discepoli nel gesto umile del servo per dare l’esempio (cf Gv 13,1-17), dopo essersi rivelato come Buon Pastore e Porta dell’ovile (cf Gv 10,1-18), come unica Via, Verità e Vita per accedere al Padre (cf Gv 14,6-11), il Signore comunica la visita di “un altro Consolatore” che rimarrà per sempre con la Chiesa. Il dono dello Spirito è accolto, veduto e conosciuto da coloro che credono e osservano i comandamenti, Egli rivelerà pienamente la realtà del Cristo e del Padre.
   Il termine Paraclito indica l’avvocato, il difensore ma anche il testimone favorevole. Gesù stesso è il primo paraclito che il Padre ci ha inviato (cf 1 Gv 2,1:“…se qualcuno ha peccato abbiamo un’ avvocato presso il Padre”); dopo la sua ascensione alla destra del Padre egli intercederà presso Dio il dono di un altro Paraclito che rimarrà sempre con i suoi. La presenza dello Spirito consolatore non è percettibile con i sensi ma conosciuta attraverso la fede da chi presta attenzione alle cose di Dio.
   Il mondo, a differenza dei discepoli, non può ricevere lo Spirito perché “non lo vede e non lo conosce”, dove il verbo vedere non sta ad indicare gli occhi della carne e lo sguardo esteriore ma la conoscenza profonda che va al di là delle apparenze. Chi non è disponibile agli interventi di Dio non si apre alla sua luce, è un cieco che ha bisogno del “collirio divino” per poter vedere la luce vera e stare sotto il raggio di azione del Consolatore.
   Lo Spirito ha il compito di rincuorare e incoraggiare i credenti, avrà cura di essi come ha fatto Cristo stesso.
   Il tempo di Cristo diventa il tempo dello Spirito e della Chiesa senza alcuna rottura ma in continuità per giungere alla pienezza della verità.

La Pentecoste in Samaria
(1a lettura: At 8,5-8.14-17)

   Il tema dello Spirito collega la prima lettura al Vangelo e preannuncia l’arrivo della solennità della Pentecoste ormai vicina.
   Nel libro degli Atti degli Apostoli lo Spirito Santo è anzitutto il dono escatologico che il Risorto effonde sulla comunità messianica. Luca mostra la sovrana libertà dello Spirito, non legato a un luogo specifico, né ad un unico popolo, né a persone o gruppi particolari.
   I samaritani, disprezzati dai Giudei, sono amati e cari a Dio; essi accolgono generosamente il Vangelo annunciato loro da Filippo: “E vi fu grande gioia in quella città”. Si tratta di persone che facevano problema nella Chiesa primitiva e la cui accoglienza nella comunità segna un passo decisivo in avanti nel cammino  della Parola di Dio.
   Così dopo aver ricevuto il battesimo, la Chiesa di Samaria riceve la cresima attraverso la preghiera e l’imposizione delle mani di Pietro e Giovanni. Questa Pentecoste samaritana mette in luce il legame tra il dono dello Spirito e l’ingresso nella comunità attraverso il ministero apostolico.
   Lo Spirito Santo non fa preferenze, ma i destinatari di questo dono sono tutti coloro che accolgono l’annuncio della fede, l’invito alla conversione e ricevono mediante il battesimo la grazia della salvezza nel nome di Gesù Cristo, a qualsiasi popolo o gruppo socio-religioso essi appartengano.

«Adorate Cristo nei vostri cuori»
(2a lettura: 1 Pietro 3,15-18)

    Pietro esorta i cristiani dell’Asia Minore a non scoraggiarsi nelle persecuzioni che li affliggono, imitando il Signore Gesù che diede la vita per liberarci dai nostri peccati “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne ma reso vivo nello Spirito”. La prova cui sono sottoposti diventa così l’occasione migliore per rendere ragione della speranza e per adorare Cristo nel proprio cuore, riconoscendo il suo agire nei nostri confronti
    La grandezza della vocazione cristiana non risparmia dalla sofferenza e persecuzione a causa del nome di Gesù. Questa è la condizione del cristiano nel mondo, oggi come ai tempi delle prime comunità alle quali si rivolgeva l’apostolo Pietro. Il Cristo stesso, parola di Dio fatta carne, ha assunto l’umiltà della condizione umana per condividere il dolore umano. I discepoli, se veramente sono tali, percorrono la stessa strada del Maestro e vanno controcorrente. Se la logica del mondo è ancora quella del taglione (la vendetta) il credente non rende male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario risponde benedicendo. “E’ meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male”.

«Cerca il motivo per cui l’uomo debba amare Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato. Colui che noi abbiamo amato, ha dato già se stesso per noi, ha dato ciò per cui potessimo amarlo». (sant’Agostino)

                      Preghiera della famiglia intorno alla mensa

Divino Consolatore,
noi ti chiediamo pane e salute in abbondanza
per noi e per ogni altro uomo al mondo.
Non permettere però che ci leghiamo
a queste cose buone della creazione
oltre la giusta misura e conservaci sensibili
al richiamo della verità e dell’amore.
Noi abbiamo tanto bisogno di Te. Amen.

                                                                                     
Dario e Antonella


Bouquet d'accoglienza a memoria del santo battesimo

                                   Celebrare nella bellezza

* Questa prima domenica di Maggio, 6ª di Pasqua, porta per noi la promessa di Gesù: l’altro Consolatore e la Chiesa tutta ne è confortata. Essa si trova a consolare all’infinito gli uomini e le donne nel mondo, provati nella loro carne e nel loro animo dalle devastanti conseguenze del peccato. La Chiesa si china in mille modi sulle sofferenze umane: consolata può consolare.

*
Maggio, nella nostra Italia è pieno di luce e queste domeniche sono illuminate anche dalla bellezza dei nostri bambini e ragazzi che ricevono i sacramenti. 
Tutti noi preghiamo perché sia una tappa nella crescita cristiana che deve in ogni caso continuare per tutta la vita. Forse non dobbiamo essere troppo facili a sacramentalizzare o forse anche disponibili a modificare il metodo della nostra catechesi perché sia, come ebbe a dire Giovanni Paolo II “più biblica e liturgica”. 
Noi aggiungiamo: più seria e gioiosa, con l’impegno degli adulti a crescere nella fede e nella conoscenza di Gesù e del Padre, infatti “questa è la vita eterna”, dice Gesù.

* I nostri fratelli della grande Chiesa dell’Oriente ortodosso celebrano oggi la Pasqua di risurrezione per il diverso calendario che adottano.
La fede nella risurrezione unisce già le Chiese in cammino verso l’unità che è frutto di grande conversione da parte di tutti. Nella nostra preghiera non può mancare il ricordo di questa comunione.

* Insegnando in alcune scuole di teologia, ci siamo resi conto della necessità di una istruzione cristiana che rende consapevoli di quello che facciamo e riceviamo da Dio nella liturgia. Dobbiamo dire che i laici sono molto disponibili ed aperti ma spesso l’osservazione è : “Perché tutto ciò non lo dite ai nostri parroci? Conoscendo noi soffriamo di più …”! In realtà non basta essere diaconi o presbiteri e dare per scontato che si conosce bene la liturgia e si sa già tutto. Purtroppo l’insegnamento nei seminari e nelle università è molto povero in quanto a teologia della liturgia, teologia simbolica che ha radici nella Scrittura, prima di tutto, poi nella conoscenza piena del rito e del suo senso. Non basta sapere come fare il rito e neppure avere un gusto estetico. La liturgia non è estetica come non è rubrica o cerimonia: è culto a Dio in spirito e verità che, mentre glorifica Dio cioè lo riconosce Signore e fonte di ogni bene e salvezza,ma salva l’uomo peccatore. Il culto è chiamata alla libertà dalla idolatria, è cammino verso la patria, è rapporto filiale con Dio.

* Invitiamo a rileggere un libro fondamentale anche se altri poi ve ne sono che aiutano a fondare il senso della liturgia, il volume storico di Cipriano vagaggini
Il senso teologico della liturgia, edizioni Ancora, Milano. Per esperienza, dopo 25 anni di impegno nello studio e nell’animazione liturgica, occorre dire che non si è mai scandagliato abbastanza il formidabile abisso del mistero della liturgia cristiana.

* Lo Spirito consolatore è paragonato nella letteratura cristiana alla rugiada che ristora, ravviva, addolcisce le conseguenze dell’arsura che brucia; ne proponiamo qualche piccolo brano relativo a questa bella immagine dello Spirito Santo.

Ireneo parla dello Spirito Santo come della «rugiada di Dio», e Basilio Magno afferma che tutti gli uomini hanno bisogno dello Spirito Santo e, «come irrorati dalla sua rugiada, ricevono vigore e sostegno». Ignazio di Antiochia, scrivendo a una Chiesa che l'ha tanto aiutato, dice: «Offrite la vostra preghiera e carità insieme a Dio, perché la mia Chiesa di Siria meriti di essere irrorata di rugiada, grazie alla vostra Chiesa» (Ai Magnesi XIV).

Tertulliano, nel trattato sull'orazione, parla «dell’angelo della rugiada».
Agostino invita a bere alla sorgente da cui ci- sono giunte poche stille di rugiada: «Vedrai allora palesemente quella luce di cui solo un raggio per vie indirette e oblique ha raggiunto il tuo cuore, ancora avvolto dalle tenebre e che ha ancora bisogno di purificazione. Allora potrai vederla quella luce e sostenerne il fulgore» (trattato 35,8-9).

Nelle Confessioni scrive: «Vediamo le acque che sono portate sopra il cielo in forma di vapore cadere in rugiada di notte» (Confessioni XIII, 32-47).

Tra Betlemme e Hebron i vigneti non sono tenuti bassi, come in Sicilia e in Provenza, ma stesi per terra. Dopo il periodo delle piogge cominciano a spuntare le foglie che ombreggiano le radici e non permettono al sole di prosciugare le gocce di rugiada. In luglio i grappoli d’uva poggiano per terra, e gli agricoltori fan la vendemmia stando seduti. Le donne portano via anche le foglie della vite che servono per preparare un cibo arabo («machshi») cioè involtini di foglie di vite con il riso. Quando ricominciano le piogge, l’acqua cade sul tronco della vite ormai privo di foglie.
Solo nella piana di Saron, nella piana di Esdrelon e in Galilea, alla rugiada si è aggiunta l’acqua di irrigazione artificiale proveniente dal lago di Tiberiade e allora vediamo bananeti, agrumeti e cotone, cioè le coltivazioni intensive degli ebrei con anche più raccolti all’anno.

In Samaria e in Giudea, invece, ci sono solo le coltivazioni estensive degli arabi che si accontentano della rugiada, quindi con un solo raccolto all'anno.
Una volta, nel deserto di Giuda, ho osservato i cammellieri che la sera stendevano per terra un grande telo impermeabile, a forma di imbuto. La mattina in quel telo c’erano alcuni litri di rugiada che i cammellieri versavano nel loro otre di cuoio. Ho capito solo così la preghiera del salmista: «I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?» (Salmo 56,9 Volgata 55,9).

Al salmista che invoca la pace su Gerusalemme (Salmo 122,6-8; Volgata 121,6-8) fa eco il profeta dell’Islam, Maometto, che invoca sulla città santa la rugiada: «Gerusalemme, terra eletta di Allah, e patria dei suoi servi; è dalle tue mura che il mondo è diventato mondo. Gerusalemme, la rugiada che cade su di te guarisce da ogni male, perché essa discende dai giardini del paradiso».

Il pellegrino che cammina per queste strade, cerca di incontrare Gesù che, qui, in questa terra intrisa di rugiada, si è fatto uno di noi.
Se si riesce a cogliere l'eco dei suoi passi, occorre però tener presente che i suoi passi hanno vagato in un mondo fatto così, cioè intriso di rugiada.” 
(P. campagnoni, Il paese dello splendore, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1987, pp 102-104).

                                                                                                         C.C.

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro