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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 

Cristo nei suoi Misteri

di Emmanuela Viviano

 

"Un’unica fonte e un’unica radice, un’unica forma rifulge del triplice splendore. Là dove brilla la profondità del Padre, erompe la potenza del Figlio, sapienza artefice dell’universo intero, frutto generato dal cuore paterno! E ivi sfolgora la luce unificante dello Spirito Santo". (Sinesio di Cirene)

 

Con la solennità della Pentecoste si è concluso il lietissimo tempo della cinquantina pasquale; la vita ordinaria dei credenti riprende con la celebrazione liturgica odierna della Santissima Trinità.
Si tratta di una delle quattro feste del Signore tipicamente occidentali e che le Chiese d’Oriente non celebrano. Il papa Giovanni XXII, nel 1334, ne rese obbligatoria la celebrazione fissandola la domenica che segue la Pentecoste.
Questa solennità celebra il mistero centrale e più alto della fede e della vita cristiana, da cui derivano e prendono significato tutte le innumerevoli manifestazioni salvifiche che si sono realizzate nel corso della storia. Infatti la Trinità non è solo oggetto della nostra fede ma "protagonista" della nostra salvezza.
Il Santo Padre, Giovanni Paolo II in una sua udienza ebbe a dire: "Non pensiamo in astratto la Trinità: è un seme deposto nel mondo e nel cuore degli uomini". Un solo Dio in tre persone: questa verità, che trascende la nostra intelligenza, ci è stata rivelata da Gesù Cristo. Non è dunque solo un dogma astratto che siamo obbligati a crede ma è la chiave per comprendere e accogliere fino in fondo il dono che Dio ci fa di se stesso per partecipare fin d’ora alla comunione della sua vita.
Il battesimo e tutta la nostra attività di cristiani ci inseriscono nel mistero della Trinità. Il Padre ama il mondo a tal punto da mandare il Figlio che dà la vita per noi; Egli muore, risorge, ascende al cielo e ci fa dono dello Spirito. Lo Spirito Santo incide in noi l’immagine del Figlio tanto che quando il Padre ci guarda vede in noi il proprio Figlio. Ecco che, allora, in obbedienza al comando evangelico la Chiesa celebra il battesimo nel nome della Trinità perché fin dal principio i neofiti sappiano a chi appartengono e secondo quale immagine devono costruire la propria esistenza.
La Trinità Santissima è l’origine dalla quale proveniamo ed è la meta verso la quale tendiamo nel nostro pellegrinaggio della fede. Al movimento discendente che parte dal Padre, passa attraverso Cristo redentore e ci raggiunge nel dono dello Spirito Santo santificatore corrisponde il movimento ascendente del cristiano che risponde con l’adorazione in spirito e verità. Questa è la nostra liturgia.

L’Amore che salva
(Vangelo: Gv 3,16-18)

Il testo evangelico va letto nel suo contesto tenendo conto di tutto il dialogo di Gesù con Nicodemo.
Nicodemo, appartenente alla setta dei farisei, membro del sinedrio, un "maestro d’Israele" si reca da Gesù nel cuore della notte. Ma la sua fede è ancora superficiale e inadeguata, condizionata da una concezione terrena e politica del Messia. A prima vista questo personaggio, di cui ci parla solo il quarto Vangelo, sembra conoscere perfettamente la verità, ma la sua conoscenza si sfalda ben presto nel dialogo con Gesù. Gesù corregge la sua concezione terrena del messianismo e annuncia la necessità di rinascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito, ma Nicodemo fraintende la rinascita spirituale con una nuova nascita naturale:
"Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".
Il riferimento cronologico alla notte simboleggia le tenebre del giudaismo che si contrappongono alla luce che è Cristo. La notte, simbolo dell’incredulità, verrà ricordata anche nel contesto del tradimento di Giuda (cf Gv 13,30). Forse Nicodemo va da Gesù nella notte per precauzione oppure per poter trattenersi con lui più liberamente; infatti la notte era considerata dai rabbini il tempo più opportuno per dedicarsi allo studio della Torah. Nicodemo è anche simbolo dell’uomo in ricerca ma non sappiamo se alla fine ha creduto….venuto nella notte nella notte scompare e non sappiamo più nulla di lui. Se la ricerca di Dio è solo speculazione non si approda a nulla.
Il centro della breve pericope che ci propone la liturgia di oggi porta la nostra attenzione, in collegamento con le altre letture, al grande amore di Dio per l’uomo:
"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna".
L’amore di Dio non è qualcosa di platonico o di nebuloso. La lettera agli Ebrei affermerà: "Dio, che aveva parlato molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti oggi parla a noi per mezzo del Figlio…" irradiazione del Padre, impronta della sua sostanza, manifestazione visibile di Dio invisibile. Nell’Antico Testamento vedere Dio comportava la morte perché la gioia sarebbe stata talmente forte che la natura umana non avrebbe resistito di fronte alla trascendenza del contatto con Dio. Ora questo desiderio di vedere Dio viene soddisfatto da Gesù: "Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il figlio Unigenito che è nel seno del Padre lui lo ha rivelato".
L’ingresso del Verbo nel mondo viene espresso dal verbo "dare". E’ un dono del Padre, il Figlio, che ci comunica l’amore nella pienezza dello Spirito. Il Padre si espropria del Figlio unico e lo offre in dono per amore del mondo. Nel gesto di Dio di dare l’Unigenito è evocata la figura di Abramo che non esita a sacrificare il figlio della promessa perché Dio glielo chiede. Gesù, nuovo Isacco, è il Nome unico donato da Dio nel quale possiamo essere salvati (cf At 4,10.12). Chi non crede in Lui si condanna da sé proprio a causa del suo rifiuto. La venuta di Gesù determina così una discriminazione tra gli uomini in base all’atteggiamento che essi assumono nei suoi confronti. Il giudizio avviene qui e ora e si pronunzia sulla base della fede o dell’incredulità nei riguardi dell’Unigenito. Chi crede ha la vita eterna e partecipa fin d’ora alla comunione della vita trinitaria.
L’insistenza di Dio a manifestarsi all’uomo come Amore ci ricorda che Egli ha a cuore ciascuno di noi, si prende cura della nostra vita, poiché "nel cuore della Trinità abita da sempre la forma dell’uomo".

Il nome di Dio
(1a lettura: Es 34,4-6.8-9)

Il volto di Dio che la rivelazione biblica ci presenta è quello di un essere vivo e appassionato. Non è il Dio dei filosofi, sconosciuto e indifferente all’uomo ma è un Dio che ama, un Dio in cui il primato non è quello della giustizia che punisce ma dell’amore che perdona anche quando questo ci lascia perplessi perché non è secondo la nostra logica. Il Dio dei cristiani non è lontano ma partecipa, si coinvolge negli eventi della storia, non sta fuori dal raggio delle vicende umane.
La prima lettura ci presenta un incontro che potremmo definire "liturgia" (azione teandrica = divino-umana): in un luogo "santo", punto d’incontro tra cielo e terra, Dio discende e Mosè ascende. Dopo la rottura dell’alleanza da parte del popolo che si è costruito un vitello d’oro per adorare come Dio (cf Es 31,18-32,35) Mosè intercede per ottenere il perdono e ricevere nuovamente le tavole della legge.
In questo contesto Dio si autopresenta e permette all’uomo di balbettare il suo nome: "Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà". Questo è il nome di Dio, non un concetto frutto di ragionamenti della nostra mente ma è l’agire stesso di Dio che è misericordia, benevolenza, fedeltà, amore… agire che viene conosciuto da chi ne fa l’esperienza e vi corrisponde a sua volta. Ecco che Mosè si curva in fretta fino a terra e si prostra accettando la rivelazione dell’amore di Dio.

 

Il Dio dell’amore e della pace è con noi
(2a lettura: 2 Cor 13,11-13)

E’ la conclusione della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi. Questo testo, legato alle altre letture, ci immerge pienamente nel mistero della Trinità. Si tratta del saluto a noi familiare che il celebrante rivolge all’ assemblea liturgica riunita, appunto, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, all’inizio della celebrazione.
"La grazia (charis) del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore (agape) di Dio Padre e la comunione (koinonía) dello Spirito Santo siano con tutti voi". Questo saluto esprime bene la realtà della comunione cristiana che avviene sempre nel nome della Santa e indivisa Trinità. Vivendo a contatto continuo con le Tre divine Persone il cristiano cerca la perfezione, vive nell’unità e nella pace. 
«Infatti la grazia e il dono accordati nella Trinità sono dati da parte del Padre, per il Figlio, nello Spirito Santo. Come la grazia viene accordata dal Padre per il Figlio, così la partecipazione al dono non si può realizzare in noi se non nello Spirito Santo.Partecipando in lui abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello Spirito Santo».
  (Atanasio D’Alessandria, 1 Lettera a Serapione, 28,30; PG, 594, 395,599)

 

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Trinità beata,
oggi celebriamo la festa dell’unità con te.
In Cristo ti abbiamo conosciuto
quale veramente sei, amore senza limiti,
abbraccio caloroso per ogni creatura.
Vorremmo avere in noi i tuoi "stessi sentimenti",
imparare a cercare la pienezza nel dono,
la ricchezza nella condivisione,
la felicità nella comunione.
Ti vogliamo bene. Amen.

Dario e Antonella

                                               Celebrare nella bellezza

* La Santa e indivisa Trinità è sempre da noi amata e adorata: siamo segnati con il segno della Croce e del Nome di Dio tre volte Santo; siamo unti nel suo nome, siamo convocati nel suo nome, siamo benedetti nel suo nome, siamo perdonati nel suo nome, siamo inviati nel suo nome, soffriamo, moriamo e siamo sepolti nello stesso santo nome.
La Trinità è la nostra Terra promessa e santa, la Patria e nello stesso tempo da essa siamo abitati come un tempio.
La Trinità è cibo e nutrimento è più dell’acqua e della stessa vita.
Per assaporare in un linguaggio simbolico tutto ciò, invitiamo e lo faremo altre volte, a riflettere su alcuni simboli e immagini bibliche come ad esempio i prodotti caratteristici della Terra promessa perché si apra a noi un mondo di allusioni e di linguaggi come strumenti per accedere a realtà ineffabili. Quest’oggi ci soffermiamo su il grano e il pane.
Il vino, il grano e l’olio, erano considerati il nutrimento quotidiano del popolo eletto (vedi Dt 7,13; 11, 14; 1Cr 14,41). Insieme all’orzo, i fichi, ai melograni e al miele, costituivano i principali prodotti naturali. Il miele è uno sciroppo ricavato dai datteri e per questo motivo era considerato un prodotto del suolo (Pro 24,13).
Tra questi prodotti indispensabili e fondamentali per il nutrimento il grano ha un posto del tutto particolare. Già i primi capitoli della Bibbia parlano del grano.

* Per l’uomo Dio e la sua Parola sono più necessari del grano, del pane, dell’acqua e il fatto che sono indispensabili alla vita ci insegna quanto ci è necessario Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo.

* Professiamo questa nostra fede durante l’Eucaristia in molti modi ma specialmente nel segno della croce e nel cibarci del Pane eucaristico.
"… Il pane era dunque il cibo principale degli ebrei. All'inizio della cena il padre o l'ospite prendeva la pagnotta in mano, pronunciava una preghiera di benedizione, poi la spezzava con le mani e ne donava un pezzetto a ciascuno dei commensali. A Emmaus Gesù ha fatto lo stesso gesto, e i due discepoli l’hanno riconosciuto finalmente, mentre invece non erano riusciti a riconoscerlo quando camminando insieme, egli apriva loro le Scritture e il loro cuore si andava riscaldando sempre più (Lc 24,13-35).
Questo rito del pasto serale era molto sentito dalla prima comunità cristiana: «Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio, e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,42-49).
…Per l’ebreo, condividere il proprio pane con un altro, non è solo un gesto di carità ma un atto di pace. Oggi ancora, nelle cerimonie ufficiali a Gerusalemme, si offre agli ospiti il pane secco con il sale. Qui si inserisce la particolare simbologia del sale. «Mangiare il sale di qualcuno» significa averne l’amicizia. «L’alleanza del sale» è un patto infrangibile.
Anche il «pane del lutto» (Ez 24,15-27) che i familiari e gli amici mangiano insieme in occasione della morte di una persona cara, vuole simbolicamente legare tra di loro quelli che sono rimasti.
Ai tempi di Gesù c’erano diverse qualità di pane. Il più comune era quello di orzo, che i romani chiamavano «cibarius» e che si trovava anche, a poco prezzo, nelle viuzze dei quartieri popolari. E’ il pane che un ragazzo della Galilea offri a Gesù quando moltiplicò i pani e i pesci: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani di orzo e due pesci, ma che cosa è questo per tanta gente?» (Gv 6,9).
I benestanti mangiavano pane di frumento, mentre i più poveri si accontentavano di pane di farro o spelta, di miglio e di lenticchie, oppure di pane di farine miste, nelle quali era contenuto anche una certa percentuale di polvere di fagioli. Nell’ottava di Pasqua il popolo ebraico usa ancora il pane azzimo (in greco significa senza lievito), in ricordo della partenza dall’Egitto, quando la fretta della fuga non permise alle donne di farlo lievitare (in ebraico è chiamato matza e al plurale matzot).
Del grano si mangiavano anche i granelli crudi, fatti sprizzare fuori dalla spiga (Dt 23,26; 2 Re 4,42; Mt 12,1), oppure tostati (Lv 23,14; Rut 2,14; 1Sam 17,17; 25,18; 2Sam 17,28), e anche ridotti nel mortaio in farro grossolano (Lv 2,14).
Gli scavi a Cafarnao hanno riportato alla luce macine da mulino, in pietra basaltica, in due pezzi. In uno c’è il buco dove passava la trave alla quale legavano un asino cieco, perché a girare non gli venisse il capogiro.
Gesù pensa a queste macine di Cafarnao, quando parla dei bambini: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6).
Le piccole macine invece erano girate da due donne. «Due donne macineranno il grano, una sarà presa e l'altra sarà lasciata», è scritto nel discorso escatologico (Mt 24,41).
Le macine familiari erano piccole e schiacciate, formate da due pietre rotonde. Quella inferiore era fissa, mentre la superiore era munita di un’apertura a forma di imbuto per ricevere i grani, e girava intorno a un perno. La farina di grano o di orzo, cadeva giù dall’orlo della pietra inferiore e veniva raccolta in un recipiente o in un pezzo di stoffa, poi mescolata con acqua e sale e fatta lievitare.
La macina era talmente sacra che Mosè aveva dato ordine di non accettarla mai in pegno: «Nessuno prenderà in pegno né le due pietre della macina domestica, né la pietra superiore della macina, perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Dt 24,6).
Ogni casa aveva il suo forno, quasi sempre consistente in un vaso di terraglia fatto a cupola e suddiviso in due piani. Nel piano inferiore si accendeva il fuoco, e in quello superiore si mettevano i pani a forma appiattita come una focaccia, per una più facile cottura. In campagna le focacce venivano cotte su pietre scaldate a legna e ricoperte di cenere caldissima. Un altro modo di cuocere il pane consisteva nel metterlo su una specie di coperchio di ferro posto su due pietre. Sotto il coperchio, il fuoco veniva alimentato con arbusti, paglia e letame.
…Un mistico ebreo di Safed - Lurìa- dice che, come il seme deve scoppiare prima di germogliare e fiorire, così nasce il mondo in cui viviamo: un nucleo iniziale scoppia e, dall’esplosione, le bucce del suo involucro primitivo si disperdono nell’universo trasformato. Queste bucce ne rappresentano la parte negativa, le scorie, il male. Anche la frutta, come il mondo, è fatta di polpa e di buccia. Lurìa divide le varietà della frutta, come della umanità, secondo il rapporto buccia-polpa. C’è la frutta, come le mele, la cui buccia si può mangiare e la parte negativa è quasi assente. Ci sono gli agrumi con la buccia tenera, facile a togliersi. E c’è la frutta, come le noci, con la scorza dura, difficile da eliminare. Ma c’è una certezza: anche la scorza più dura della frutta e dell’umanità può essere vinta e si può arrivare alla polpa, che è la parte più buona della frutta e dell'umanità.
Anche i Padri della Chiesa hanno sempre visto nella trebbiatura il lavoro di ricerca e di studio; nella paglia e nella pula - come le bucce del mistico cabbalista - la lettera; nel grano invece essi hanno visto lo Spirito, cioè la Parola di Dio.
Per il popolo eletto la Parola di Dio era la presenza di Dio nella creazione, presenza che l’uomo faceva sua, con la lettura, la meditazione e la preghiera. Sono anche i nostri tre momenti della lectio divina (2Tm 3, 14-17). La Parola di Dio ascoltata, invocata, amata, diventa così pane per la fame del mondo" (P. campagnoni, Il paese dello splendore, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1987, pp 127-132).

* E’ così che il Verbo-la Parola fatta carne inviata dal Padre diventa cibo nostro, nostra vita e ci dona il suo Spirito.
La Santa e indivisa Trinità è dunque cibo che sazia la nostra immensa fame di felicità e di vita. E ciò soprattutto nell’Eucaristia domenicale.

                                                                                                      C.C.

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro