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La domenica
“dello Sposo divino”
Donatella Scaiola
8a del
tempo ordinario - anno B - 2 marzo 2003
Prima lettura:
Os 2,16-17.21-22
Salmo responsoriale:
Sal 102, 1-4.8-10.12-13
Seconda lettura: 2Cor 3,1-6
Vangelo: Mc 2,18-22

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore” (cf Os
2,16). Dio c’invita a fare alleanza con lui.
La gioia
per la vicinanza di Dio
La liturgia ci
propone oggi un brano del profeta Osea, forse il più conosciuto di
tutto il suo libro. Esso si trova però inserito in un contesto che ci
permette di comprenderlo nel suo senso più proprio. Il brano inizia (v 4)
con un verbo: "Accusate". Il profeta si presenta come l'accusatore e
l'accusa ha senso nella misura in cui è mossa da un desiderio d'amore e di
riconciliazione. A noi può sembrare strano, ma è proprio perché Dio ama il
peccatore che gli va incontro e lo sposa. È perché Dio è amore, che non solo
sposa Israele, ma gli parla dicendogli la verità. E se la verità d’Israele è
di essere peccatore, ciò di cui Israele ha bisogno è di sentire la parola
che denuncia il suo peccato. Forse non è una voce simpatica da sentire, ma è
la parola d'amore di Dio per il suo popolo.
L'accusa però non è l'ultima parola, ma è finalizzata alla riconciliazione.
Quando Osea infatti dice: "Non è più mia moglie e io non sono più suo
marito" (v 4), non si deve intendere "io la ripudio", ma piuttosto si deve
capire questa frase come la constatazione di una rottura. La relazione
sponsale è già stata infranta dalla donna, infedele al marito. Davanti a
tale situazione il marito/Dio interviene in vari modi, spogliando
progressivamente la donna da tutte le maschere che aveva indossato e che le
davano sicurezza. L'ultimo atto di tale spogliamento è quello descritto
nella pericope odierna. La donna viene condotta nel deserto e lì Dio "parla
al suo cuore". L'espressione parlare al cuore non va più di tanto
idealizzata. Può significare "fare la corte", oppure, ricordando che il
cuore è la sede dei pensieri, il luogo in cui si prendono le decisioni, la
parola pronunciata nel deserto mira alla volontà più che ai sentimenti e ha
lo scopo di condurre la donna a decidersi in favore del Signore. "Parlare al
cuore" può allora significare convincere la donna, Israele, ad accettare di
nuovo la relazione di alleanza con il Signore.
Questa parola inoltre risuona nel deserto che, nella tradizione
biblica, è il luogo della morte. Dio, per parlare al cuore, conduce l'uomo
nella solitudine più totale, in un luogo di morte, perché appaia la
speranza. Se l'uomo, guidato da Dio, entra veramente in questo deserto di
solitudine e di morte, allora sentirà la voce dell'amato e risponderà con il
canto. Nel deserto la donna risponderà con la sua adesione, come ai tempi
della sua giovinezza. Si parla cioè di una nuova nascita, come si evince
dalla menzione dell'Esodo. Con questo riferimento si vuol forse dire che la
liberazione dalla presente idolatria non è senza punti di contatto con
l'uscita dall'Egitto. Il movimento, di fatto, è lo stesso: Dio sottrae il
popolo al paese coltivato, per farlo andare nel deserto dove si trova privo
dei beni di cui godeva. In realtà, in entrambi i casi si tratta ancora di
una liberazione. Infatti Israele, nella terra dell'abbondanza, era comunque
schiavo: del faraone, che l'ha ridotto ai lavori forzati, e delle divinità
dei popoli circostanti, i Baalim, che lo costringono alla
prostituzione. In entrambi i casi, poi, Dio conduce Israele nel deserto per
parlargli, cioè per invitarlo a scegliere e a fare alleanza.
Osea è il profeta che per primo parla dell'alleanza in termini sponsali,
come si legge nel brano odierno. Per tre volte si ripete il verbo "ti
fidanzerò", che esprime l'avvenuto incontro tra Dio e il popolo. Questa
triplice ripetizione corrisponde alla stipulazione dell'alleanza al Sinai,
dove Israele si era impegnato per tre volte ad ascoltare e a fare alleanza.
"Fidanzare" significa cancellare il passato di prostituzione ed evocare una
promessa, una dinamica del provvisorio. La relazione che il Signore inaugura
resterà per sempre aperta sull'avvenire, come una promessa che continuamente
si rinnova.
Il fidanzamento comportava che si dessero dei doni come dote alla donna. Qui
non vengono menzionati doni materiali, ma solo doni relazionali, che mirano
ad assicurare al nuovo legame il suo carattere perpetuo. Si parla
innanzitutto di diritto e giustizia, che sottolineano l'aspetto
legale del rapporto. Nonostante il passato della donna, questa relazione non
manca di legittimità. Vengono poi menzionate la bontà e la
tenerezza, che insistono sul versante affettivo dell’unione. Infine si
nomina la fedeltà, che introduce l'aspetto di solidità che rende il
legame fermo e stabile consentendone la durata.
La risposta della donna è suggerita alla fine, con un'espressione che
appartiene al vocabolario dell'alleanza: "Tu
conoscerai il Signore",
cioè farai esperienza anche
intima di quello che il rapporto con Dio evoca.
Il verbo conclusivo, non a caso, è al futuro. Si tratta di una promessa, di
un fidanzamento che può diventare realtà se il popolo, se ciascuno di noi,
vi acconsente, accettando di ritornare al deserto.
Il Vangelo di Marco riprende il discorso sponsale già fatto dal profeta, ma
in modo innovativo. Paragonando il suo rapporto con la comunità dei
discepoli a quello tra sposa e sposo, Gesù assume un simbolismo caro ai
profeti dell'Antico Testamento, tramite il quale si esprimeva il livello più
profondo, appassionato, impegnativo del rapporto tra Dio e Israele, e,
assieme alle delusioni, le speranze più ardite. Gesù s’identifica con lo
sposo la cui presenza non permette che la gioia. È lui lo sposo, innamorato
del suo popolo, evocato dai profeti per parlare dell'alleanza. Non si tratta
solo di un annuncio lieto, perché Gesù aggiunge anche: "Verranno giorni
in cui lo sposo sarà loro tolto". Questa frase fa allusione alla morte
di Gesù. Tale modo di esprimersi, insieme gioioso perché Gesù si presenta
come lo Sposo, e tragico, perché contemporaneamente si allude alla sua morte
violenta, è tipico del Vangelo. Il tema sponsale, l'alleanza d'amore di cui
avevano parlato i profeti, preannuncia nel Vangelo un dramma: lo Sposo è
venuto, Dio ha compiuto le sue promesse, si avvicina all'uomo offrendo
amore, ma la sposa non acconsente al fidanzamento. Si evoca il mistero del
rifiuto dell'amore di Dio, che appare totalmente ingiustificato, eppure
reale.
Anche noi, se ci guardiamo dentro e proviamo a leggere le nostre reazioni
con lucidità, desideriamo profondamente tutto quello che è evocato dalla
metafora dell'alleanza sponsale, eppure intimamente diffidiamo di Dio.
Questa diffidenza è motivata, forse, da quello che Gesù rappresenta nella
nostra vita, e che viene descritto nelle due brevi parabole che concludono
il brano evangelico odierno. La venuta dello sposo rinnova a tal punto
l'uomo, che non può pensare di semplicemente adattarsi a questa novità
radicale. Aprirsi ad essa, significa accettare che tutto ciò che è vecchio
crolli, per far posto al nuovo.
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Preghiera della
famiglia
attorno alla mensa
Spirito
Santo Signore, grazie dei beni materiali che ci consentono una vita
dignitosa; non permettere, però, che ad essi dedichiamo più tempo e
cuore dello stretto necessario. Insegnaci a coltivare l'interiorità, a
tessere i giusti rapporti con ognuno, a vincere la consuetudine con il
peccato, per presentarci a Gesù come persone libere e per nulla
appesantite dall'uomo vecchio, curvato su di sé. Amen.
Dario e Antonella |
È un po' quello che già
diceva Osea: la sposa può ascoltare una parola d'amore che rinnova
totalmente la sua vita, solo accettando di spogliarsi dalle false sicurezze
che costituivano il suo assoluto. Ma
nessuno di noi vuole spogliarsi totalmente, e la parola della promessa
appare futura, rispetto alla sicurezza un po' mortificante rappresentata
dalle note cipolle d'Egitto. Analogamente, il Vangelo dischiude uno scenario
di rinnovamento che appare talmente incredibile, da farci preferire le
nostre cose vecchie, al massimo lucidate a nuovo. Ma, come sempre, il
Vangelo c’impone di scegliere: vecchio e nuovo sono tra loro incompatibili,
non si possono tenere insieme, anzi, questo tentativo disperato si traduce
nella perdita di entrambi: il rattoppo nuovo squarcia il vestito vecchio,
e il vino nuovo spacca gli otri.
Gesù parla del nostro rapporto con Lui attraverso immagini semplici, che
rispondono ad esperienze primordiali: cibo, amore, vestito, bevanda. Egli è
lo sposo, che dà inizio al banchetto nuziale al quale si accede con il
vestito nuovo, e nel quale ci si abbevera di uno Spirito nuovo. Ciò che è
vecchio, è passato; ogni sua promessa è mantenuta, ogni nostra attesa
compiuta: comincia la novità del Vangelo, la vita nella gioia del sì
reciproco tra Dio e uomo. Paragonando la gioia del suo annuncio, la gioia
del regno, alla gioia nuziale, Gesù, da una parte, proclama l'assoluta
novità del tempo, ma, dall'altra, ne ratifica anche la libertà superiore:
quello che può la sposa presso lo sposo, possono i discepoli nel rapportarsi
a Dio. Il loro comportamento è ormai posto, per pura grazia, sotto il segno
della grande gioia cui sono consentite libertà inaudite. Con questa
prospettiva, inaugurata, si diceva, dai profeti, si chiude tutta la
Scrittura (Ap 22).
Davanti a questo orizzonte così vasto, è quasi inevitabile porsi degli
interrogativi, per esempio: che ne è, presso i cristiani di oggi, di questa
libertà inaudita dell'amore? Dov'è la grande gioia per la vicinanza di Dio,
per il suo regno ormai in mezzo a noi? L'alternativa che il Vangelo propone
è ancora valida per noi, o cerchiamo, con le nostre opere religiose, di
mettere toppe su un vestito vecchio, espressione stantìa di chi non sa
abbandonarsi alla gioia di essere amato gratuitamente e in modo totale?
Già Paolo, nella seconda lettura, mostra che la novità del Vangelo, da lui
predicata, tendeva ad essere annacquata da alcuni nella comunità di Corinto.
Gli avversari lo accusavano di non essere veramente un apostolo, di non
avere le credenziali a posto. Paolo invece sostiene di essere realmente un
apostolo, accreditato non dall'esterno, ma dalla qualità interiore del suo
servizio. Tale confronto si allarga e riprende, ancora una volta, ma in modo
originale, il tema dell'alleanza. Viene menzionata, da una parte, l'alleanza
sinaitica, scritta sulle tavole di pietra, dall'altra, la nuova
alleanza, di cui avevano parlato i profeti, scritta nel cuore dei
credenti. Egli ritiene di esprimere tale alleanza, che non ha bisogno di
credenziali esteriori, ma si qualifica per la relazione libera e vitale che
intrattiene con lo Spirito, della cui presenza si possono cogliere i segni.
Essi sono infatti "scritti"; si tratta di una lettera, che non ha bisogno di
carta, o di altri materiali, in quanto è costituita dalla comunità: "Voi
siete una lettera di Cristo composta da noi".
Lo stesso Spirito scrive lettere diverse, perché tale è la sua libertà. Il
monito che Paolo ancora oggi ci rivolge è di non volere omologare le varie
espressioni dello Spirito, canonizzandole in una sola. Nella gioia del vino
nuovo, ognuno di noi è invitato a scrivere la sua lettera personale, che
sarà pertanto insieme uguale e diversa a quella degli altri, ma comunque
esprimerà la comunione nella diversità che solo lo Spirito sa realizzare.
“Siete
voi la mia lettera, scritta non su tavole di pietra ma nei vostri cuori, non
con l’inchiostro ma con lo Spirito di Dio vivente” (cf 2 Cor 3,2-3).
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Celebrare nella
bellezza
L'Evangelo
di oggi inizia riferendo del digiuno che stavano facendo i discepoli di
Giovanni e i farisei subito dopo averci detto che Gesù stava
banchettando in casa di Levi in compagnia di peccatori e pubblicani. Il
digiuno è uno dei pilastri della pietà giudaica. Era però il segno
dell'attesa messianica; adesso, dice Gesù, il regno è qui; c'è lui il
"banchetto regale” imbandito dal Padre; è lo Sposo che si fa presente
alla sposa, come può dunque questa digiunare?
Come
si vede il banchetto è una delle più belle immagini per indicare il
tempo messianico giunto in mezzo a noi. Nella tradizione della Chiesa e
nell'insegnamento dei Padri dai giorni di digiuno e penitenza è esclusa
severamente la domenica. In essa infatti ci si raduna per il convito
eucaristico messianico, si celebra il Signore Risorto e dunque Presente,
la sposa è in festa.
Tuttavia
il tempo messianico non è compiuto e il banchetto eucaristico è solo
anticipo e profezia di quello eterno e allora la sposa, nei giorni della
settimana, nel tempo dell'attesa del ritorno dello Sposo, digiuna e
veglia, consolata la domenica nell'Eucaristia; questa anticipa il
ritorno ma acuisce il desiderio di essere per sempre con il Signore e
l'anelito al banchetto del cielo, comunione piena della sposa con lo
Sposo.
Questa
domenica può davvero far comprendere perché ci preoccupiamo tanto di
curare l'esperienza eucaristica domenicale. Se non lo facciamo, chi mai
potrebbe spiegare a questo popolo di Dio chi è, che cosa attende, che
cosa fa Dio per esso? Senza tante parole la Scrittura e la liturgia lo
dicono con un'immagine, quella appunto del banchetto di festa; esso
parla di novità assoluta, di comunione di vita con Dio ritrovata.
Che
cosa si potrebbe fare per convincere i sacerdoti e chi li aiuta a
celebrare in maniera festiva e rendere la domenica un giorno molto,
molto diverso dagli altri?
Perché poi non leggere l'introduzione al messale per non continuare ad
eseguire il rito come se il Concilio e la riforma liturgica non
esistessero?
Alcune
volte sembra che sia stata cambiata sola la lingua, ma la mentalità e
persino il modo di eseguire il rito sono rimasti vecchi. Per esempio
abbiamo visto di persona il sacrestano, una suora e il sacerdote stesso
preparare l'altare per la Messa stendendo anche il corporale, porvi
sopra calice e patena e in qualche caso il messale con tutto il leggío.
E' chiaro che questi fratelli non hanno letto il n 49 di Principi e
Normeche dice: “All'inizio della liturgia eucaristica si portano
all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo. Si
prepara anzitutto l'altare, o mensa del Signore, che è il centro di
tutta la liturgia eucaristica, ponendovi sopra il corporale, il
purificatoio, il messale e il calice, se non viene preparato alla
credenza. Poi si portano le offerte: è raccomandabile che siano i fedeli
stessi a presentare il pane e il vino; il sacerdote - o il diacono - in
luogo opportuno e adatto li riceve e li depone sull'altare, recitando le
formule prescritte. Sebbene i fedeli non portino più, come un tempo, il
loro proprio pane e vino destinati alla liturgia, tuttavia il rito di
presentare questi doni conserva il suo valore e il suo significato
spirituale. Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri
doni, portati dai fedeli o raccolti in chiesa, per i poveri o per la
chiesa stessa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori della mensa
eucaristica”. Viene dunque detto: si prepara l'altare, esso non è perciò
già preparato e tutte le cose elencate non vi sono poste prima della
Messa e della liturgia della Parola. Queste indicazioni sono scritte sin
dal 1970. Il testo di questa citazione meriterebbe altri rilievi, come
per esempio: il sacerdote o il diacono in luogo opportuno e adatto li
riceve e li depone sull'altare, recitando le formule prescritte. Queste
indicazioni vogliono dire che sull'altare depongono le offerte solo il
sacerdote o il diacono, non i ministranti; e pertanto debbono
accoglierle accanto all'altare così che, prendendole, possano
pronunciare le formule di presentazione e deporle su di esso. L'altare è
staccato dal muro perché vi si possa girare attorno, i fedeli che recano
le offerte possono circondarlo recando le offerte senza deporle
sull'altare ma consegnandole al ministro ordinato, il solo che, di per
sé, ha a che fare con l'altare. Pare estraneo del tutto alla norma,
ricevere, da parte del celebrante, le offerte alla sede. Una volta
consegnato il pane, il vino e l'acqua, gli offerenti ridiscendono per
recarsi ai loro posti: essi hanno eseguito, con il loro incedere, una
elegante e raffinata danza attorno all'altare mentre l'assemblea esegue
un canto di carità.
Aggiungiamo una postilla anche alla raccolta di offerte in denaro. Si
tratta di un vero atto di culto che significa la partecipazione di
carità: un po' della mia vita per la vita del fratello. Questo denaro ha
una sua dignità perché appunto destinato alla vita del fratello
bisognoso o alle necessità della comunità, va deposto in luogo adatto ma
pare meno indicato deporlo a terra sotto l'altare; occorre predisporre
un luogo per la carità dove magari i fedeli, anche lungo la settimana
possano, di loro iniziativa, recare offerte e il necessario per i poveri
che sono sempre tra noi a ricordarci il nostro peccato come un dono che
non ci lascia tranquilli.
Ogni
cosa va fatta a suo tempo e a suo luogo, il rito è come un'autostrada:
se parto da Roma per andare a Napoli passo necessariamente per Fiuggi,
Cassino ecc non posso eliminarli o passarci dopo! Bisogna fidarsi del
rito e lasciarsi condurre senza anticipare o omettere una tappa, solo
così funziona ed è garantita l'esperienza di Dio che è stabilito che io
possa fare.
Tornando
all'altare, purtroppo ingombro di troppe cose, compresi vetri e
plastiche sotto le ampolline, i candelieri e i fiori, è necessario
ripetere che esso non è più un supporto come una volta. Prima del nuovo
rito della dedicazione di un altare esso era solo la così detta "pietra
sacra", molto venerata, di piccole dimensioni (circa 30 x 40), il resto
era supporto per candelieri, reliquie, fiori ecc. Ora altare è tutta la
mensa, che infatti viene tutta consacrata con il santo crisma. Esso è
santo, è segno di Cristo… va esaltato e rispettato, vestito di lino o
seta o lana e su di esso può stare solo il libro dei Vangeli quando non
si celebra. Durante la celebrazione vi sta solo il calice, la patena con
il pane e il messale per la grande preghiera eucaristica. Le ampolline
non ci devono stare, né il relativo brutto vetro, i fiori e i ceri che
lo onorano possono stare accanto, nell'ambiente, anche lungo le pareti
della chiesa, a fiorire e onorare anche i fedeli, popolo sacerdotale (cf
anche PNMR n 269). Chi serve all'altare si può trovare anche per le
Messe feriali; si devono preparare con pazienza uomini e donne, giovani
e adulti come servi dignitosi e discreti pronti a trarsi da parte per
esaltare il presbitero ordinato, il solo deputato a stare presso
l'altare a compiere l'offerta.
Questa
domenica ci ricorda che la nostra Eucaristia è il banchetto nuziale,
festivo e gioioso che il Padre imbandisce per noi e dove si rinnova
l'alleanza tra Cristo e la Chiesa, che diventa carne della sua carne e
osso delle sue ossa.
Ci
verrebbe il desiderio di dire una parola sulle vesti, ma lo faremo
un'altra volta.
Dovremmo
domandarci: credi tu a quel che celebri?
L'Eucaristia
comunitaria, festiva, gratuita, bella, gioiosa è inevitabilmente
inebriante, fa assaporare il cielo!
Mercoledì
sono le Ceneri, occorre ricordarlo alla comunità e invitarla a
partecipare al rito dell'imposizione delle ceneri per entrare nel tempo
santo di Quaresima.
C.C. |
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