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La Trasfigurazione di Gesù
2a domenica di Quaresima - anno B - 16 marzo 2003
Corrado
Maggioni
Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18: Il sacrificio del
nostro padre Abramo.
Sal 115,10.15-19: Camminerò davanti al Signore nella terra dei viventi.
Rm 8,31b-34: Dio non ha risparmiato il proprio Figlio.
Mc 9,2-10: Questi è il mio Figlio prediletto.
Non si può dimenticare che la trasfigurazione - di
cui narra il Vangelo in questa domenica - si accende nell'ombra del
sacrificio mortale che si annuncia. E' mysterium lucis quanto accade
su un monte alto: ma la luce incandescente che rende bianchissime le vesti
di Gesù davanti agli spauriti Pietro, Giacomo e Giovanni, proviene
dall'olocausto che arde nel cuore del Padre e del suo Figlio prediletto.
A chi cerca il volto del Signore (cf antifona d'ingresso), l'odierna
liturgia mostra i lineamenti del Cristo trasfigurato, perché sacrificato. La
contemplazione del mistero celebrato nei santi segni è dono da invocare,
come fa la Chiesa radunata per l'Eucaristia: "O Padre, che ci chiami ad
ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e
purifica gli occhi del nostro spirito" (colletta).
L'oblazione della fede
Il cammino del credente prevede l'ora della
crisi, allorché s’insinua il dubbio modulato più o meno in questi termini:
se le cose stanno così, conviene ancora fidarsi di Dio? La risposta di
Abramo, padre dei credenti, è semplice ma esigente (cf prima lettura):
credere è obbedire a Dio quando vengono meno le ragioni per continuare a
farlo.
Una tale fede ferisce ed insieme trasfigura la vita, concedendo di scorgere
ciò che è invisibile agli occhi. In una parola di fare Pasqua!
Abramo viene messo alla prova da Colui che lo ha stretto a sé con amore:
"Prendi il tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel
territorio di Moria ed offrilo in olocausto su di un monte che io ti
indicherò". La richiesta - pur suonando stonata rispetto alla promessa e
contradditoria al compiersi della stessa
- si colloca dentro l'originale vocazione di Abramo, approfondendola.
Infatti, nel metterlo alla prova, Dio lo chiama per nome (la reiterazione
del nome indica un momento vocazionale), ricevendone prontamente la risposta
"Eccomi!" (cf vv 1-2).
Abramo non apre bocca né chiede spiegazioni, ma obbedisce: "si mise in
viaggio, costruì l'altare, collocò la legna, stese la mano e prese il
coltello per immolare suo figlio". Certo non è un silenzio impassibile
quello di Abramo: non è solo la tragedia di un padre che perde (uccide)
l'unico erede, senza speranza d'averne altri; è il dramma del credente che
si è fidato di Dio e si vede trattato in modo crudele. Chi è Colui che prima
regala un figlio e poi lo vuole morto? E' in discussione la credibilità di
simile Dio. Pur senza appoggio di umane ragionevolezze, Abramo sceglie di
essere un uomo di fede, sacrificando tutto di sé insieme con il figlio.
Il suo silenzio oblativo è violato dalla voce dell'angelo, che lo chiama per
due volte (la vocazione si approfondisce). La prima, per ordinargli di non
stendere la mano sul figlio, poiché Dio ha gradito l'olocausto già consumato
nel cuore. La seconda, perché ascolti il giuramento divino, così concluso:
"Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra,
perché tu hai obbedito alla mia voce".
I bagliori della Pasqua
Il sacrifico di Abramo, motivo di benedizione per
tutte le genti, prefigura quello della nuova ed eterna alleanza, per la
quale "Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti
noi" (seconda lettura; cf 3 ant. II Vespri). Si disegna pertanto un
percorso tipologico dal monte di Moria fino al Calvario, passando per il
monte su cui Gesù si è trasfigurato: vi è qui l'anticipo della gloria senza
tramonto che sorgerà con la risurrezione del Figlio dell'uomo. Come Abramo e
Isacco, Gesù si lascia condurre dalla vocazione ricevuta, accettando una
prospettiva messianica che umanamente - così agli occhi dei discepoli -
conduce solo all'insuccesso. Nell'avviarsi ormai decisamente verso l'altare
del sacrificio cruento, Gesù vive nel suo corpo la trasfigurazione che sarà
perenne quel primo giorno dopo il sabato, quando l'angelo in vesti bianche
annuncerà alle donne che la carne e il sangue offerti in sacrificio non
appartengono alla morte.
In verità, il sacrificio consuma la vita, ma dona di far Pasqua! E' il
convincimento espresso nel ritornello del salmo: "Camminerò davanti al
Signore nella terra dei viventi". Nella morte del seme deposto sotto
terra già s’intravede il bagliore della spiga splendente di frutti; e nella
sofferta spremitura dell'uva si può già scorgere l'allegro scintillìo del
vino. In questo sentire, la trasfigurazione fa splendere l'Agnello di Dio
che toglie il peccato del mondo: consumare la vita per amore non è
semplicemente perderla e basta, bensì conoscere il segreto della nuova vita.
Lo rammentano le parole del salmo responsoriale: "Ho creduto anche quando
dicevo: "Sono troppo infelice". “Preziosa agli occhi del Signore è la morte
dei suoi fedeli".
Di ciò il Trasfigurato discorre con Mosé ed Elia: tutta la rivelazione -
la legge e i profeti - tende al compimento nel mistero pasquale di Cristo.
La fede sofferta ma solida di Abramo è il modulo su cui si sviluppa la
storia della salvezza, che ha il suo culmine nell'obbedienza del Figlio alla
vocazione ricevuta dal Padre.
La trasfigurazione c’interpella
Testimoni della trasfigurazione sono Pietro,
Giacomo e Giovanni. I loro occhi vedono senza vedere appieno il mistero che
interpella anche loro: la nube della divina presenza li avvolge e una voce
risuona per essi: "Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!".
Se il loro sguardo ora vede "Gesù solo con loro", sanno che egli è il
Maestro a cui debbono prestare ascolto, lasciandosi formare la vita alla sua
scuola: "dopo aver dato ai discepoli l'annunzio della sua morte, sul
santo monte manifestò la sua gloria e chiamando a testimoni la legge e i
profeti indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo
giungere al trionfo della risurrezione" (prefazio).
Mentre scende dal monte, ormai diretto a Gerusalemme per il martirio, Gesù
ordina ai discepoli di tacere su quanto hanno visto finché il Figlio
dell'uomo non sia risuscitato dai morti (cf anche ant. al Magn. II Vespri);
essi però si domandavano che cosa volesse dire risuscitare dai morti.
Solo al terzo giorno si chiarirà, davanti al Risorto, il senso del morire
per puro amore.
Progressivamente i discepoli imparano a conoscere Gesù e a seguirlo fino a
Pasqua: vedono le sue opere, ascoltano il suo insegnamento, ne misurano -
secondo la capacità di ognuno - le intenzioni più intime. Vedere Gesù
trasfigurato è una vocazione che impegna a maturare il silente spazio
recettivo della Parola fatta carne, il Figlio prediletto nel quale anche noi
siamo figli del Padre che è nei cieli. Dio, infatti, ricorda san Paolo nella
seconda lettura, non ha risparmiato il suo Figlio per donarci ogni cosa
insieme con lui. E dunque: Chi potrà separarci dall'amore del Padre e del
Figlio? La risposta è una: soltanto la nostra incredulità, durezza di
cuore, rifiuto della Pasqua, possono separarci dall'amore fedele di Dio,
dimostratoci in Cristo Gesù.
Celebrare l'odierna liturgia significa porsi davanti alla trasfigurazione
del Signore, perché le nostre anime partecipino del suo mistero
offertoriale-pasquale. Colui che si è mostrato un giorno davanti a Pietro,
Giacomo e Giovanni, chiamandoli a convertirsi al suo Volto trasfigurato
perché sacrificato, viene a noi oggi, in questa Eucaristia, per irradiare la
medesima attrattiva. A ciò tende la liturgia della Parola e la Comunione
sacramentale. La nube che oggi avvolge noi e da cui esce per noi la voce:
"Ascoltatelo", sono i santi misteri che celebriamo (cf antifona alla
comunione). A chi è ancora pellegrino sulla terra, l'Eucaristia fa
pregustare i beni del cielo (cf dopo la comunione): lì, dissolta ogni nube,
sarà chiaro "che cosa significa risuscitare dai morti".
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Celebrare con arte e competenza
Un
messaggio da comunicare
In tutti e tre gli anni del ciclo domenicale il Vangelo della seconda
domenica di Quaresima presenta sempre il racconto della trasfigurazione,
desunto ovviamente dall'evangelista dell'anno corrente che nell'attuale
anno B è Marco. Fondamentalmente questa pagina ha lo scopo di affermare
che Gesù è il messia, il compimento delle Scritture, l'annunciato dai
profeti, l'atteso d’Israele e delle genti. Gesù, come in un'altra simile
circostanza di "manifestazione", cioè il battesimo al Giordano, non solo
fa conoscere la sua identità e la sua missione, ma dice anche l'identità
e la missione di tutti coloro che per il battesimo sono diventati suo
corpo, partecipi della sua morte e della sua risurrezione. Cristo è
quindi l'immagine e il modello al quale deve tendere la nostra
conversione. Un itinerario di gloria che passa attraverso il mistero
della croce. La croce non è espressione di una spiritualità di
rassegnazione e di dolorismo, ma il segno di una vita che si fa dono. Il
racconto del sacrificio di Abramo (prima lettura) è significativo: Dio
non vuole il sacrificio umano come una divinità dispotica e crudele. Il
culto gradito a Dio è la vita che si fa dono, foss'anche fino alla
morte, e alla morte di croce, ma per esprimere quella stessa carità che
ha condotto Gesù, il "Figlio prediletto", a versare il suo sangue per
tutti, per rivelare a tutti l'amore di Dio a cominciare dai più lontani.
Un
rito da valorizzare
Se c'è un elemento della celebrazione eucaristica che in Quaresima deve
in qualche modo assumere una particolare importanza e incisività questo
è senza dubbio l' atto penitenzialeposto all'inizio della celebrazione
eucaristica. Non è inutile ricordare come si svolge questo rito tenendo
ben presenti tutti gli elementi, nessuno dei quali è superfluo: un
invito del presidente alla penitenza, una breve e congrua pausa di vero
silenzio, la confessione generale dell'assemblea mediante una delle
formule proposte dal messale; l'assoluzione del sacerdote (cf PNMR 29).
Questi importanti elementi per una corretta ritualità vengono purtroppo
sovente male gestiti con un'introduzione standard o troppo lunga, con
uno spazio di silenzio troppo breve, formale, mentre troppi ministri
fanno altro. La Quaresima può e deve essere il tempo opportuno per dare
verità e pienezza di senso a questo rito usando in alternanza le tre
diverse formule proposte dal messale ( il Confesso a Dio, i versetti
salmici, le invocazioni a Cristo con il canto del Kyrie eleison). Questo
rito non è un esame di coscienza dettagliato come talvolta, per troppo
zelo qualcuno tende a fare, ma un atto penitenziale generico che
privilegia la dimensione ecclesiale della conversione. Non è del tutto
fuori luogo ricordare che questo atto penitenziale è rivolto a Dio o a
Cristo e mai direttamente a Maria o ai santi! Le invocazioni a Cristo
possono essere anche frutto di opportuno adattamento e di creatività,
ovviamente con lo stesso stile sobrio, biblico e cristologico presentato
dal messale. Il numero delle invocazioni non è tassativamente limitato a
tre (cf PNMR 30). Forse per dare un forte segnale penitenziale in
Quaresima queste invocazioni potrebbero anche essere aumentate, ma
sempre con saggia moderazione.
Uno
spazio da predisporre
Nella domenica della trasfigurazione non sarebbe fuori luogo
intronizzare presso l'ambone una dignitosa icona o della trasfigurazione
o almeno del volto di Cristo. Possibilmente non un'immagine qualsiasi di
Cristo di carattere devozionale. Il volto di Cristo potrebbe essere in
questa domenica il segno caratteristico per ricordare che ogni
cristiano, per il battesimo, l'unzione crismale e la comunione al corpo
e sangue di Cristo è chiamato a dare un volto al Salvatore presso i
fratelli. Accanto all'icona potrebbe essere posto un dignitoso addobbo
floreale. La norma che vieta l'uso dei fiori in questo tempo riguarda
soltanto l'altare. Anche e a volte soprattutto con i fiori si possono
dare diversi messaggi. In questo caso un addobbo bello, sobrio e austero
non rischierebbe di confondere la Quaresima con la Pasqua! Accanto
all'icona sarebbe significativo anche un cero, possibilmente non avvolto
nella plastica rossa come quelli usati per la custodia eucaristica e al...
cimitero! L'icona potrebbe essere intronizzata con la processione
d'ingresso, ma anche posta stabilmente presso l'ambone per tutte le
celebrazioni eucaristiche di questa seconda domenica di Quaresima.
Un
testo per pregare in famiglia
Per continuare in qualche modo anche nella preghiera privata
l'accentuazione penitenziale data alla Messa della domenica si può
proporre questo testo offerto dal sussidio CEI per la preghiera in
famiglia. L: Dal libro del profeta Gioele Così dice il Signore:
Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio,
perché egli è misericordioso e benigno, tardo all'ira e ricco di
benevolenza e s’impietosisce riguardo alla sventura. Preghiamo. (Breve
spazio di silenzio per la preghiera individuale) Padre misericordioso,
abbiamo peccato contro di te e da te solo, che sei senza peccato,
imploriamo e speriamo il perdono. Fa' che amiamo ciò che tu ami e
compiamo ciò che tu desideri, nello Spirito del Cristo tuo Figlio. T:
Amen.
Silvano Sirboni |

Basilica della Trasfigurazione, mosaico dell’abside.
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