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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 


Tempio vivo è Cristo

 

3a domenica di Quaresima - anno B - 23 marzo 2003

Corrado Maggioni

 

Es 20,1-17: La legge fu data per mezzo di Mosè.
Sal 18,8-11: Signore, tu hai parole di vita eterna.
1Cor 1,22-25: Predichiamo Cristo crocifisso.
Gv 2,13-25: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.

 

Trasfigurata dal sacrificio di Cristo, che non cessa d’illuminarci con la sua grazia nei sacramenti, la vita cristiana ha bisogno di essere continuamente purificata dall'insidia di un falsato rapporto con Dio. Continuamente, perché il camminare sulla terra fa sì che c‘impolveriamo, ci stanchiamo, ci sediamo o sviamo... In una parola, perdiamo di vista ciò che il Signore chiede alla nostra condotta quotidiana. Non è ipotetico, infatti, il rischio di coltivare una religiosità qualsiasi, ciascuno a modo suo, inoltrandosi pian piano in un cristianesimo "senza Cristo". A forza di vivere come ognuno crede, si finisce con il credere come si vive. Ecco perché abbiamo bisogno di riascoltare - vi provvede l'odierna liturgia - l'appello a lasciarci purificare "dentro" dall'intervento del Signore: "Quando manifesterò in voi la mia santità, vi raccoglierò da tutta la terra; vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre sozzure e io vi darò uno spirito nuovo" (antifona d'ingresso).

 Vivere l'alleanza

E' accaduto anche al popolo d'Israele, scelto fra tutti per essere l'alleato di Dio, di smarrire l'essenziale e di presentarsi al Signore per gettargli soltanto fumo negli occhi. E' avvenuto, in modo particolare, nel tempio di Gerusalemme: edificato per esprimere visivamente l'incontro col tre volte Santo - che non abita in case costruite da mani d'uomo-, è diventato luogo di commercio del sacro. Il caro prezzo di obbedire a Dio con la vita ha trovato sostituzione nel comodo prezzo pagato per cose e animali da offrire sull'altare: è la religione dell'esteriorità a regolare il rapporto con l'Altissimo e non più l'offerta di un cuore convertito alla sua voce. Il culto chiesto al popolo liberato dalla schiavitù del faraone per servire il Signore era tuttavia preciso: ascoltare e mettere in pratica le parole dell'alleanza.
L'accordo stipulato da Dio, per la mediazione di Mosè, con i liberati dall'Egitto in vista di farne il "suo" popolo santo, non aveva nulla di formale: impegnava la vita dei contraenti. Anzitutto impegnava Dio, consapevole di essersi legato ad Israele (Io sono il "tuo" Dio), non per interesse ma per amore gratuito. Il tradimento lo fa fremere e la fedeltà lo commuove: "Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli, fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano ed osservano i miei comandi". Non stupisca il sentire "umano" di Dio, geloso e punitivo verso i disobbedienti; si valuti invece la "divina" sproporzione tra il castigo fino alla terza e quarta generazione e il favore esteso alla millesima.
L'alleanza, poi, impegnava con libertà il popolo, cosciente che la vita gli era venuta dal "suo" Dio e che essa si manteneva in misura della corrispondenza al divino abbraccio sponsale ricevuto. Israele non ha mai visto come un’imposizione i 10 comandamenti dell'alleanza (cf prima lettura). Al contrario, li ha ricevuti come una grazia immeritata, un dono nuziale: l'osservanza di essi non è costrizione mortificante, ma via alla felicità. Lo richiama esplicitamente il salmo responsoriale: "La legge del Signore è perfetta, rinfranca l'anima; gli ordini del Signore fanno gioire il cuore, i suoi comandi danno luce agli occhi: sono più preziosi dell'oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante".

 

Il tempio in cui adorare il Dio vivente è il nostro cuore. Affresco di Giotto: la cacciata dei mercanti dal tempio, Padova, cappella degli Scrovegni.  

Purificazione cultuale

Il servizio cultuale desiderato dal Dio d'Israele è, dunque, fin dall'inizio, l'osservanza pratica delle parole dell'alleanza uscite dalla sua bocca. Non ha chiesto altro al Sinai (cf Ger 7,21-23). Ma come si sa, per insipienza e durezza di cuore, è sopraggiunto il formalismo vuoto ed esteriorista: non è più l'obbedienza alla voce divina a dar lode al Signore, esternata visivamente nel sacrificio di animali o in oblazione di vegetali; presentando carni immolate a Chi non ha bisogno di mangiarne (cf salmo 49[50] 7-13.23), si pensa di metterlo a tacere. Questo però non è il sacrificio accetto al Dio d'Israele: Egli gradisce la preghiera sincera, ossia una vita che si consuma nel praticare la sua parola. E' il cuore il "luogo santo" in cui lodare il Signore! Proprio per contestare una simile profanazione del tempio gerosolimitano (divenuto luogo di culto-mercato), nella pagina del Vangelo odierno Gesù opera la purificazione: trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe… gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi [perché nulla d’immondo varcasse il luogo santo, l'acquisto degli animali per i sacrifici doveva essere pagato con denaro coniato dal tempio e non dai Romani], e ai venditori di colombe disse: "Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato". Nel rovesciare cose e colpire persone legate ad una falsata economia cultuale, Cristo intende restituire al luogo santo d'Israele l'originaria vocazione del popolo eletto: fare del proprio cuore il tempio in cui adorare il Dio vivente. Questo è pregare secondo l'alleanza mosaica. Questa è la preghiera che anima il Figlio dell'Altissimo: dall'ora in cui prese un corpo dalla Vergine fino all'ultimo respiro sulla croce; perciò la croce è divenuta altare. Il suo corpo - distrutto dagli uomini e fatto risorgere in tre giorni dallo Spirito di Dio - è il vivo tempio in cui è offerto il sacrificio che sale gradito a Dio e santifica gli uomini.

Purificazione del cuore

Nel sangue di Cristo sparso per fedeltà al volere del Padre è inaugurata la nuova ed eterna alleanza, di cui quella sinaitica era semplicemente figura. Il nuovo popolo di Dio è composto da quanti, liberati dalla schiavitù del peccato, servono Dio imitando Cristo Gesù, vivendo il suo Vangelo, credendo nella sua Croce redentrice. San Paolo è esplicito nel presentare la novità dell'economia cristiana rispetto al miracolismo inseguito dai Giudei e alla sofìa ricercata dai Greci: "noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio" (seconda lettura).
Celebrare l'Eucaristia vuol dire associarsi al sacrificio di Cristo, partecipare della sua preghiera, diventando pietre vive del vero tempio del Dio vivente. Questo è il frutto della Comunione sacramentale, che invochiamo dal Padre celeste: "e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito" (preghiera eucaristica III).
La purificazione del cuore dipende anche da noi, ma è principalmente opera di Colui "che sa quello che c'è in ogni uomo" (conclusione del Vangelo). E' lui che per rifarci, a sua immagine, un cuore di credenti, rovescia in noi una religione senza fede, fatta di cose e di abitudini vuote, di mercato e di pretese, di miracoli ad ogni costo e di ragionamenti nostri più che di silenzioso ascolto dei divini pensieri. Non è infrequente neppure per i battezzati abbandonare la preghiera cristiana per affidarsi ad oroscopi, maghi, carte, superstizioni, astri, ritualità esoteriche…
La Quaresima è dunque il tempo opportuno per purificare il nostro rivolgerci a Dio. Ecco le parole suggeriteci dalla Liturgia delle Ore: "Accogli, o Dio pietoso, le preghiere e le lacrime che il tuo popolo effonde in questo tempo santo. Tu che scruti e conosci i segreti dei cuori, concedi ai penitenti la grazia del perdono" (inno quaresimale dei Vespri).

  “La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità per mezzo di Gesù Cristo” (cf Gv 1,17).

 

Celebrare con arte e competenza

 Un messaggio da comunicare

Con l'introduzione del nuovo lezionario domenicale e festivo (1969) la terza, la quarta e la quinta domenica di Quaresima offrono per l'anno B (come pure per l'anno C) testi diversi da quelli dell'anno A, che sono in funzione dell'itinerario catecumenale e della celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione cristiana. Tuttavia, per ragioni pastorali, in particolare la presenza dei catecumeni, i testi dell'anno A possono essere sempre usati (cf OLM 97). I brani evangelici di queste tre ultime domeniche di Quaresima sono desunti dal Vangelo secondo Giovanni e mirano a sollecitare un itinerario di conversione a partire dall'identità e dalla missione di Cristo, la sua piena glorificazione attraverso la croce. Si tratta di arrivare a quell'atto di fede che pone al centro Cristo come modello dell'identità di ogni cristiano. Questo è il filo conduttore delle tre domeniche che precedono la settimana santa nell'anno B. Pertanto, fra i tanti messaggi presenti nella pagina evangelica che riporta la cacciata dei mercanti dal tempio, non bisogna dimenticare il cuore di questo racconto che è costituito da Gesù che presenta se stesso come il vero tempio di Dio. Convertirsi significa quindi edificare il tempio di Dio con la nostra vita, dando pienezza di senso a quel battesimo che ci costituisce corpo di Cristo. Convertirsi significa eliminare dal nostro cuore ogni forma d’idolatria e di paganesimo per unirci sempre più a Cristo, pietra angolare, per formare insieme il suo corpo ecclesiale. La figura dei mercanti si presta molto bene ad identificare quella religiosità paganeggiante che invece di trasformarsi in offerta di vita e di comunione fraterna cerca esclusivamente di contrattare benessere, consolazioni, interessi e gusti individuali.... Proprio come offrono in questi tempi tante forme alienanti di religiosità.

 Un rito da valorizzare
Fin dalla prima domenica di Quaresima l'atto penitenziale all'inizio della messa è opportuno che assuma una particolare importanza. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che nel corso della celebrazione eucaristica ci sono anche altri elementi penitenziali che meritano di essere valorizzati per alimentare l'itinerario di conversione. Pensiamo in particolare al canto dell' Agnello di Dioche purtroppo viene in genere recitato frettolosamente e distrattamente mentre l'assemblea è ancora impegnata a scambiarsi il segno di pace. In Quaresima il canto dell' Agnello di Dio, che accompagna la frazione del pane (= corpo spezzato e offerto per la salvezza di tutti!), dovrebbe costituire uno dei segnali più forti di questo tempo liturgico. Da notare che anche quest’invocazione, come il Kyrie eleison, non è strettamente legata alla formula ternaria: "Si può ripetere questa invocazione quante volte è necessario per accompagnare la frazione del pane. L'ultima invocazione termina con le parole: dona a noi la pace"(PNMR 56 e). C'è però da chiedersi se la frazione del pane sia ancora un rito visto che la comodità delle particole ha ridotto questo gesto quasi al nulla. Perché non cogliere l'occasione della Quaresima per ridare verità a questo rito se non proprio con un'ostia sufficientemente grande almeno con una congrua quantità di ostie della misura che viene solitamente usata per colui che presiede? Lo stesso segno di pace che precede la frazione del pane dovrebbe, almeno in Quaresima, rivelare più chiaramente e più correttamente la sua fondamentale dimensione di riconciliazione. Il gesto intende essere una risposta visibile alle parole che sono state da poco pronunciate nel Padre nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" .Purtroppo in non pochi luoghi questo rito viene deformato e confuso con un semplice gesto di accoglienza con preti e ministranti che fanno una lunga passeggiata fra l'assemblea scambiandosi saluti e convenevoli vari. Opportunamente le premesse alla terza edizione del Messale Romano precisano: "Conviene che ciascuno dia la pace soltanto a quelli più vicini in modo sobrio"(n 82). La dimensione penitenziale del segno di pace potrebbe essere opportunamente evidenziata da una particolare e breve monizione come insegna a fare il messale in lingua italiana. Questo crescendo di carattere penitenziale trova il suo vertice nell'invocazione che l'assemblea pronuncia prima di accostarsi alla mensa eucaristica: "O Signore, non sono degno di partecipare a alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato".

 Uno spazio da predisporre
Se l'altare continua ad essere nobilmente spoglio per evidenziare la centralità di Cristo e l'essenzialità e la sobrietà del suo messaggio, in questa domenica in cui il Cristo e il suo corpo ecclesiale vengono manifestati come il vero tempio di Dio non sarebbe fuori luogo concentrare in qualche modo l'attenzione su quel fonte battesimale dal quale prende origine la Chiesa. Illuminato e sobriamente addobbato (ovviamente non come a Pasqua!) costituirebbe in questa domenica il segno per ricordare come la Quaresima sia per tutti i cristiani un itinerario per recuperare le dimensioni essenziali del battesimo a cominciare, ovviamente, da quell'aggregazione alla Chiesa che è l'aspetto visibile della vera conversione, della riconciliazione e della comunione in Cristo. Un segno che aiuterebbe a comprendere la stessa omelia, che oggi non dovrebbe ignorare questo aspetto ecclesiale che costituisce il centro del messaggio evangelico e della conversione.

 Un testo per pregare in famiglia
In riferimento al messaggio di questa domenica, dove la conversione è messa in rapporto alla dimensione ecclesiale e alla capacità di comunione, si potrebbe proporre per la preghiera personale il testo attribuito a san Francesco d'Assisi:
Signore, fa' di me uno strumento della tua pace.
Dove c'è odio che io porti l'amore.
Dove c'è offesa che io porti il perdono.
Dove c'è discordia che io porti l'unione.
Dove c'è dubbio che io porti la fede.
Dove c'è errore che io porti la verità.
Dove c'è disperazione che io porti la speranza.
Dove c'è tristezza che io porti la gioia.
Dove sono le tenebre che io porti la luce.
Signore, fa' che io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare; di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato, quanto di amare.
Perché è donando che si riceve; è perdonando che si è perdonati; è morendo che si risuscita a vita eterna.

Silvano Sirboni

 

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro