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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 

Cristo è venuto a salvare

non a condannare


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a domenica di Quaresima - anno B - 30 marzo 2003

Corrado Maggioni

2 Cr 36,14-16.19-23: Con la liberazione si manifesta la misericordia del Signore.
Sal 136,1-6: Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.
Ef 2,4-10: Morti per i peccati, siamo stati salvati per grazia.
Gv 3,14-21: Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

 

Un rimprovero procura sempre tristezza, ma si sente se è guidato dall'astio oppure dall'amore. Il risultato è ben diverso. Nel secondo caso, passato il momento della tensione e compreso lo sbaglio, rinasce la gioia, sincera e riconoscente. Proprio in questo spirito di letizia, ben noto ad Israele, poiché sa che Dio non abbandona l'opera delle sue mani, si apre la celebrazione eucaristica: "Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della vostra consolazione" (antifona d’ingresso). Risuona la lieta notizia che Dio, buono e fedele, non si stanca mai di richiamare gli erranti a vera conversione e nel suo Figlio innalzato sulla croce guarisce dai morsi del male e rinnova la capacità di corrispondere al suo eterno e sconfinato amore (cf colletta alternativa).

Rinascere dalla polvere

La pagina dell'esilio babilonese è senza dubbio una delle più buie d'Israele. Ma associata ad essa, vi è quella esaltante della liberazione: la lettura di entrambe dà la chiave interpretativa del popolo di Dio, alla luce della storia dell'alleanza (cf prima lettura).
Più che la disgrazia di trovarsi esuli in terra straniera, conta il motivo che sta a monte: perché è successo ciò al popolo eletto fra tutti? da chi è dipeso? La risposta è offerta dalla visione teologica dell'accaduto: per il moltiplicarsi delle infedeltà, sia nel popolo sia nelle componenti dei capi e sacerdoti, Dio ammonisce ripetutamente Giuda, finché, al colmo della misura, egli permette il grande choc della devastazione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor.
L'aver disprezzato la parola del Signore ed aver così frantumato l'alleanza con lui ha come conseguenza l'incendio del tempio, la distruzione delle mura e delle case della città, la deportazione dei suoi abitanti a Babilonia. E' certo una dura condanna l'esilio, ma insieme una medicina salutare che guarisce, restituendo al popolo mortificato il senso dell'appartenenza al Signore e la via della conversione a lui.
Nel deserto dell'esilio bagnato di lacrime, infatti, rispunta la nostalgia della gioiosa comunione con Dio: "Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia" (ritornello del salmo). Nel mutismo della tristezza, la lingua ricomincia a sciogliersi nella preghiera: "Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Come cantare i canti di Sion in terra straniera? Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia" (salmo responsoriale).
Costatati i frutti della terapia d'urto, Dio suscita allora Ciro (re di Persia, vincitore sui Babilonesi), spingendolo a ricostruire il tempio in Gerusalemme e a far prendere al popolo d'Israele la strada di casa. Anche qui, più che la liberazione in sé, è rilevante la ragione teologica che l'ha decisa: il Dio d’Israele appartiene al "suo " popolo e viceversa. Così, al triste ricordo del pianto a Babilonia e delle cetre silenti - che richiama l'infedeltà del popolo - è inseparabilmente congiunta la gioiosa memoria del ritorno in patria - che richiama la fedeltà di Dio. Più che la di-sgrazia della caduta a terra, impressiona la grazia di rinascere dalla polvere per opera di Colui nel cui cuore, più che l'ira, vince la misericordia.

La grazia del Salvatore

Se gli uomini non imparano la lezione e si rivoltano tra un'infedeltà e l'altra, neppure Dio cambia condotta: il suo amore non viene meno! Lo spiega Gesù stesso a Nicodemo - oggi a noi che ascoltiamo il Vangelo: Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Non ha motivo il Padre d’inviare il suo Figlio nel mondo, per condannarlo. Il "mondo" (in senso giovanneo, ciò che si oppone a Dio) è già di per sé condannato, essendo lontano dalla Fonte della vita. Al contrario, Dio si fa carico in prima persona del dramma in cui si dibatte l'umanità: non manda il Figlio per proferire il giudizio che inchioda il mondo alle sue empietà, "ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui". Prefigurato in Ciro liberatore, Cristo è il vero Salvatore suscitato per revocare la condanna! Da qui la conseguenza è evidente: chi crede nel nome dell'unigenito Figlio di Dio è liberato dalla condanna in cui si dibatte; chi invece non crede in lui, è già stato condannato, rimanendo ostaggio della propria incredulità. Ecco pertanto il giudizio inevitabile (giacché s’impone da sé), provocato dalla presenza di Cristo, Luce che splende nelle tenebre e nonostante esse lo rifiutino: "chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".
Da battezzati quali siamo, comprendiamo bene di che cosa parli Gesù. Conosciamo quale chiamata abbiamo ricevuto col santo lavacro, per mezzo del quale "siamo venuti alla luce". Lo ricorda san Paolo: Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia, infatti, siete stati salvati (seconda lettura).

Venire alla luce

L'odierna liturgia risveglia l'adesione al Salvatore inviatoci dal Padre: Per questa grazia infatti voi siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Il sapersi salvati dalla condanna non per le proprie buone opere ma per "grazia", spinge a praticare ormai le opere dei ricreati in Cristo.
Per noi, che abbiamo imparato a conoscere il suo Vangelo, non è dunque indifferente fare le opere della verità, oppure assecondare l'oscurità che seduce al male. Certo, finché siamo nel mondo, nessuno è pienamente "venuto alla luce"; quaggiù, fedeltà e infedeltà convivono dentro di noi. Perciò venire alla luce è vocazione permanente del cristiano. Alla fine del tempo, Colui che non è venuto a condannare ma a salvare, tornerà infatti a giudicare i vivi e i morti: sarà libero e inappellabile il suo giudizio, ma sappiamo che egli giudica come colui che ci ha amato infinitamente. Cristo è il Salvatore e non l'accusatore!
La Quaresima è il tempo opportuno per prendere coscienza delle nostre colpe e delle terapie necessarie. Poiché l'esperienza d’Israele durante l'esilio è anche la nostra, la Liturgia delle Ore ci suggerisce le parole da dire: "Nella santa assemblea, o nel segreto dell'anima, prostriamoci e imploriamo la divina clemenza. Dall'ira del giudizio liberaci, o Padre buono; non togliere ai tuoi figli il segno della tua gloria. Ricorda che ci plasmasti col soffio del tuo spirito… Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale" (inno delle Lodi).
L'Eucarestia che celebriamo ci aiuta a passare dal rifiuto mondano della Luce alla ricerca incessante del suo splendore. Partecipare al Corpo e al Sangue del Signore è farci riscaldare dal suo sacrificio, invocare che la sua venuta salvifica rischiari il fosco "mondo" che si agita in noi e nelle nostre opere (cf antifona alla comunione). Sono questi i frutti della comunione che chiediamo con fede: "O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fa' risplendere su di noi la luce del tuo volto, perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero" (orazione dopo la comunione).

 

La Croce, segno maledetto di sofferenza, attraverso il Sacrificio di Cristo è diventata testimonianza sicura dell’amor di Dio.  

 

Celebrare con arte e competenza

 Un messaggio da comunicare
Nel contesto dell'itinerario quaresimale per l'anno B (= la conversione in riferimento alla figura e alla centralità di Cristo) questa domenica pone al centro la croce quale strumento con il quale il Padre ha voluto rivelare il suo amore per il mondo: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito... Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Oggi è anche la domenica di metà Quaresima; domenica che in passato segnava una breve interruzione del severo digiuno. Sosta gioiosa espressa anche dal canto d'ingresso della Messa dal quale prendeva nome la domenica stessa: Laetare! "Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza...". La croce diventa infatti per noi un motivo per rallegrarci poiché, sebbene segno di una grande sofferenza, attraverso il sacrificio di Cristo è diventata testimonianza sicura di quell'amore di Dio che mai viene meno, neppure quando il suo silenzio sembra lasciarci senza risposte.
Non è inutile riportare la norma liturgica per questa domenica: "La domenica quarta di Quaresima (Laetare) e nelle solennità e feste è ammesso il suono degli strumenti e l'altare può essere ornato con fiori. In questa domenica possono adoperarsi le vesti sacre di colore rosaceo" (Congreg. per il culto divino, Preparazione e celebrazione delle feste pasquali, 25).

Un rito da valorizzare
Il Messale Romano propone ben 26 testi di preghiere di benedizione sul popolo (cf pp 446-450). Nel vecchio messale queste antiche formule di benedizione erano poste a conclusione della Messa, prima della benedizione con il segno di croce, e riservate al tempo di Quaresima. Attualmente queste preghiere si possono usare, a giudizio del sacerdote, al termine della celebrazione della Messa o di una Liturgia della Parola, o della Liturgia delle Ore, o dei sacramenti e, come in origine, in ogni tempo dell'anno liturgico. In pratica queste preghiere sono poche usate. Perché non recuperarle almeno in Quaresima? Se non lo si è già fatto prima, almeno a cominciare da questa domenica che, in qualche modo, segna il giro di boa di questo tempo liturgico. Mancano, infatti, venti giorni alla Pasqua! Il gesto presidenziale di stendere le mani, previsto per queste preghiere sul popolo, il quale è invitato ad inchinarsi, costituisce una ritualità forte ed eloquente per sottolineare l'umile disponibilità all'azione dello Spirito che viene invocato per purificare i cuori di tutti i fedeli. Non dimentichiamo, infatti, che, parallelamente, nella terza, quarta e quinta domenica di Quaresima, là dove ci sono i catecumeni che si preparano ai sacramenti dell'iniziazione cristiana, sono previsti gli scrutini, cioè le solenni preghiere di purificazione. Le preghiere sul popolo potrebbero esprimere in qualche modo la stessa richiesta per tutta l'assemblea dei battezzati, i quali attraverso la penitenza ribadiscono continuamente il loro itinerario di conversione per dare concretezza e continuità agli impegni battesimali.

Uno spazio da predisporre
Senza dare l'impressione di voler anticipare il solenne rito del venerdì santo, oggi, alla luce del Vangelo proclamato (= il serpente innalzato nel deserto), accanto all'ambone, da dove risuona la parola di Dio, potrebbe essere posto un dignitoso crocifisso ornato con fiori e possibilmente anche con un cero. Potrebbe costituire una significativa visualizzazione di ciò che viene proclamato nel Vangelo odierno ed espresso anche nella colletta del messale italiano: "Dio buono e fedele, che mai ti stanchi di richiamare gli erranti a vera conversione, e nel tuo Figlio innalzato sulla croce ci guarisci dal morso del maligno, donaci la ricchezza della tua grazia, perché rinnovati nello Spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore".

Un testo per pregare in famiglia
Per questa settimana di Quaresima, a partire dal messaggio evangelico domenicale, si potrebbero proporre per la preghiera personale o in famiglia le invocazioni che la Liturgia delle Ore prevede per la festa della Santa Croce.
Esaltiamo Cristo Signore, che ha fatto della croce il segno della redenzione universale e, supplicandolo con fede, diciamo: Salvaci, Signore, per la tua croce.

* Figlio di Dio, che nel deserto guarivi chi guardava la figura del serpente elevata sul palo a segno di salvezza
- per la tua croce curaci dai morsi velenosi del maligno.

* Figlio dell'uomo che fosti elevato in croce a compimento dell'antico simbolo,
- per la tua passione sollevaci alla tua gloria.

* Figlio unigenito di Dio, che ti sei immolato per la salvezza di chi crede in te,
- concedi la vita eterna a coloro che sperano nella tua croce.

* Signore, costituito dal Padre giudice universale,
- ricordati che non sei venuto e non sei morto per la condanna, ma per la salvezza del mondo.

* Tu che hai detto: quando sarò elevato da terra trarrò tutto a me,
- fa' che dove sei tu siamo anche noi per contemplare la tua gloria.

Padre nostro....

Silvano Sirboni

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro