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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 

 

Gesù si consegna al martirio

Corrado Maggioni

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

 13 aprile 2003

 

Is 50,4-7: Terzo canto del Servo del Signore
Sal 21,8-9.17-20.23-24: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Fil 2,6-11: Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l'ha esaltato.
Mt 26,14-27,66:
La passione del Signore.

 

La festosità che accompagna l'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme non ha nulla di mondano: è la gloria del "martire" che s’irradia tra i presenti, accende la speranza e dischiude le bocche in grida di lode: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nel più alto dei cieli" (cf Vangelo alla benedizione dei rami, antifone). Il pacifico incedere di Gesù, a dorso di un asinello, lo porterà ad attraversare gli incroci del potere umano, conducendolo fino al trono regale della croce; su di essa vi sarà l'iscrizione con il motivo della condanna: “Il re dei Giudei!”. Nato dalla Vergine per instaurare un regno che non avrà fine, il Re della gloria porta in capo una corona di spine. Così egli apre le porte del regno dei cieli!


I
ngresso di Gesù in Gerusalemme: trionfale, ma a dorso di un asino.

 

Verso la Pasqua

Entrando nella città santa, mentre “molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde tagliate dai campi”, Gesù ha la via tracciata verso il luogo del Gòlgota: viene nel nome del Signore per offrire se stesso in sacrificio di salvezza, affinché al potere dell'odio succeda la signoria della pace. Lo esprime il suo atteggiamento regale ed umile insieme: cavalcando un asino (come è tradizione dei re d’Israele in tempo di pace, poiché montare a cavallo è assetto di guerra), procede verso il combattimento decisivo che lo attende. Ci sarà un mortale contrasto tra forze avverse - interpretate da persone e fatti descritti nel Vangelo della Passione -, ma dalle ferite del Crocifisso scorrerà come un fiume inarrestabile la pacificazione e dall'ombra del sepolcro, sigillato con un masso davanti all'uscita, sorgerà la luce che non tramonta.
Le due prospettive - la gloria e la croce - che connotano la domenica “delle Palme e della Passione” sono le stesse che qualificano il martirio: non è il disprezzo della vita a far scegliere al martire di morire, bensì l'amore a quella vita che non può essere uccisa dalla morte; per questo il patire per amore porta già in sé, invisibilmente ma in maniera reale, il radioso riverbero della vittoria. Guai a togliere la gloria alla passione del Crocifisso. E guai a togliere le ferite al corpo glorioso del Risorto. E' l'inscindibilità della Pasqua ad esigerlo! In questo grido di vittoria che si leva dal sangue innocente che lava il peccato del mondo, la Chiesa commemora oggi, nella preghiera, l'ingresso glorioso e doloroso del Signore in Gerusalemme. Lo fa riascoltando il brano evangelico di quel fatto, consapevole che è il cuore dei credenti la santa città in cui l'Agnello di Dio intende entrare per vivere la sua passione e trascinarli con sé verso la risurrezione (cf monizione introduttiva, benedizione dei rami, colletta). Il racconto della Passione di Gesù appartiene al fondo originario del Vangelo, essendo parte integrante della trasmissione della fede apostolica nel Risorto: c'è bisogno di conoscere quale via di scandalosa umiliazione ha percorso Colui “davanti al quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra” (cf 2a lettura). Gli stessi discepoli, narra la Passione secondo Marco, non saranno esentati dal subire lo scandalo della croce, come preannunciato loro da Gesù: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: "Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.

Per la nostra salvezza

La morte di croce, ignominiosa ed infame, non è tuttavia l'ultima parola della vita di Gesù, poiché in essa, nascosto, è racchiuso il segreto "del terzo giorno". Lo esprime così l'antico inno cristologico riferito da san Paolo, ascoltato nella seconda lettura e cantato di nuovo nell'acclamazione che introduce al Vangelo: "Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome". Ecco perché abbiamo bisogno di ascoltare - affinché si imprima nel cuore e passi nelle opere - la lieta notizia della Passione di Gesù Cristo: spiega il motivo della sua obbedienza al Padre fino al dono supremo della vita, ossia "per la nostra salvezza". Lo confessiamo nel Credo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo… fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto”.
La morte di Gesù, infatti, non fu un incidente di percorso né il semplice risultato di una macchinazione religioso- politica e neppure il destino dovuto alla caparbietà di un sognatore. E' la grande rivelazione dell'amore di Dio per l'umanità intera: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo (in greco doùlos)… facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (2a lettura).
Il martirio di Gesù è l'incrocio obbligato che riorienta il cammino dell'umanità incontro a Dio; meglio, è il modo stabilito da Dio per riconciliare cielo e terra mediante la condizione di servo assunta dal Figlio. Nel Cristo Crocifisso si compiono le misteriose profezie d’Isaia sul Servo sofferente, flagellato, percosso, insultato, ma risoluto nel fare la volontà di Dio, sapendo di non restare deluso (cf 1a lettura). L'animo del Servo percosso ma non vinto, turbato ma non incredulo, è manifestato dalla preghiera espressa nel salmo responsoriale. L'interrogativo iniziale: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, si declina in una fiducia granitica, e si chiude con la liberazione da una morte assaporata ma non gustata: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea”.

Portò il peso dei nostri peccati

Dal Crocifisso, "schernito da quelli che lo vedono, circondato da un branco di cani, assediato da una banda di malvagi, forato alle mani e ai piedi, denudato delle vesti" (salmo), riparte il nuovo corso della storia, verso la risurrezione gloriosa di Adamo. Ha occhi per "vedere" il prodigio il centurione pagano che ha eseguito la condanna, del quale l'evangelista osserva: “visto Gesù spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!”. E’ qui espressa la professione di fede a cui Marco mira di portare i destinatari del suo Vangelo (cf 1,1).
Nella domenica delle Palme la Chiesa celebra il preludio della Pasqua del Signore, mistero di morte per la vita del mondo. L'esegesi orante del racconto della Passione di Cristo è così presentata nell'odierno prefazio: "Egli, che era senza peccato, accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un'ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati. Con la sua morte lavò le nostre colpe e con la sua risurrezione ci acquistò la salvezza" (cf anche il prefazio ambrosiano di questa domenica). In questa fede, cantiamo a Cristo Crocifisso: "Per radunare i popoli nel patto dell'amore, distendi le tue braccia sul legno della croce. Dal tuo fianco squarciato effondi sull'altare i misteri pasquali della nostra salvezza" (inno delle Lodi della settimana santa).
Raccolta per l'Eucaristia, la comunità in preghiera spalanca le porte del cuore per accogliere Colui che, morto e risorto, le viene incontro "nei santi segni" e lo acclama: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna!” (canto del Santo). Nel memoriale eucaristico il Re della gloria viene a celebrare la sua Pasqua per trasfonderla nella vita di quanti comunicano al sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. L'antifona alla comunione ricorda a coloro che si accostano al sacro convito il prezzo della salvezza pagato da Gesù: “Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”; ed insieme, ricorda ad essi l'impegno che comporta il partecipare "al pane della vita e al calice della salvezza" (preghiera eucaristica II).

 

 

 

Celebrare con arte e competenza

 

Un messaggio da comunicare

Come è noto, l'attuale struttura della celebrazione liturgica nella domenica delle Palme risulta dalla fusione della tradizione di Gerusalemme (la processione con le palme) con la tradizione romana (la lettura della Passione). Fusione avvenuta verso la fine del X secolo. I due momenti rituali restano ancora oggi ben distinti, anche se intimamente uniti nel contenuto celebrato. La regalità di Cristo, infatti, non segue le dinamiche delle potenze politiche, ma si fonda sull'unica forza che vince il mondo: l'amore che si fa dono. Anche dal semplice punto di vista umano soltanto l'amore è in grado di prepararsi un trono nel cuore dell'altro. Ogni altra forza dà vita ad un semplice ossequio formale. All'inizio della Settimana santa viene subito proclamato il cuore del messaggio evangelico che in qualche modo ritornerà in tutte le celebrazioni che troveranno il loro vertice nella veglia pasquale: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,35). Acclamare alla regalità di Cristo con in mano un ramo di ulivo o di palma significa accogliere questa eroica dinamica di vita evangelica.

 Un rito da valorizzare

Il rito che oggi, forse più di altri, merita di essere particolarmente curato per comunicare un corretto messaggio è la commemorazione dell'ingresso del Signore in Gerusalemme. "La processione sia una soltanto e fatta sempre prima della messa con maggiore concorso di popolo, anche nelle ore vespertine, sia del sabato che della domenica. Per compierla si raccolgano i fedeli in qualche chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa, verso la quale la processione è diretta. I fedeli partecipano a questa processione portando rami di palma o di altri alberi. Il sacerdote e i ministri precedono il popolo portando anch'essi le palme. La benedizione delle palme o dei rami si fa per portarli in processione...” (FP 29). Quest'ultima precisazione (tutt'altro che superflua!) ricorda come il primo scopo di questi rami (come le candele il 2 febbraio!) sia rituale, cioè in funzione di un rito preciso. Non devono pertanto ridursi a semplici "oggetti sacri" che si ritirano e si portano a casa, sovente con intenzioni più scaramantiche che di fede. La presenza di questi rami fra le mura domestiche intende essere memoria del rito e segno dell'effettiva accoglienza del messaggio di Cristo. Soltanto così quei rami costituiscono una vera benedizione per la famiglia. Proprio per offrire a tutti la possibilità di dare un corretto significato ai rami di palma e di ulivo, le norme consigliano di fare almeno un ingresso solenne a tutte le messe di questo giorno (cf MR n 17, p.121). “E' necessario tuttavia che i fedeli siano istruiti sul significato della celebrazione, perché sia capito il suo senso. Sarà opportuno, per esempio, ribadire che ciò che è veramente importante è la partecipazione alla processione e non procurarsi soltanto la palma o il ramoscello di ulivo; che questi non vanno conservati a guisa di un amuleto, o a scopo soltanto terapeutico o apotropaico, per tenere lontano cioè gli spiriti cattivi e stornare da case e campi i danni da essi causati, il che potrebbe essere una forma di superstizione” (Dirett. su pietà popolare e liturgia, 139). Per quanto riguarda la seconda parte dell'odierna liturgia è opportuno accennare anche alla lettura della Passione che, sovente, seguendo una prassi invalsa nel tardo Medio evo, viene eseguita con modalità teatrale e distribuita a tre diverse voci secondo i personaggi. Se questa modalità “catechistica" potrebbe anche essere accettata con un'assemblea a maggioranza di fanciulli, oggi non costituisce il modo migliore per comunicare il messaggio ad una normale assemblea di adulti. Sembra meglio una lettura eseguita da lettori diversi e competenti che si suddividono il testo in modo razionale e non secondo i personaggi. Non si dimentichi che la lettura è lunga e per un migliore ascolto è opportuno far sedere l'assemblea (cf MR, Precisazioni CEI, 1). E' altrettanto opportuno, significativo ed emotivamente coinvolgente far alzare l'assemblea e invitarla a mettersi in ginocchio, per quanto possibile, facendo un congruo spazio di silenzio quando si proclama la morte di Gesù.

 Uno spazio da predisporre

Quella stessa croce "ornata a festa" che ha aperto la processione è bene che sia anche oggi collocata presso l'ambone o anche presso l'altare, magari circondata da rami di palma, che nella tradizione biblica significano la vittoria sulla morte e il possesso della vita senza fine. L'Apocalisse, infatti, descrive i beati nella Gerusalemme del cielo avvolti in vesti candide mentre tengono fra le mani rami di palma (Ap 7,9). Anche un vaso con un congruo ramo di ulivo sarebbe significativo. E' il segno della riconciliazione annunciata dal racconto di Noè, al termine del diluvio (Gn 8,11) e portata a compimento da Gesù con la sua morte in croce.

 Un testo per pregare in famiglia

Un testo di preghiera che bene si adatta allo spirito di questi santi giorni potrebbe essere l'inno previsto dalla liturgia delle ore per l'ufficio delle letture.

 

Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t'invochiamo: salvaci, o Signore.

Tu spezza le catene della colpa,
proteggi i miti, libera gli oppressi
e conduci nel cielo ai quieti pascoli
il popolo che crede nel tuo amore.

 

Sia lode e onore a te, pastore buono,
luce radiosa dell'eterna luce,
che vivi con il Padre e il Santo Spirito
nei secoli dei secoli glorioso. Amen.

Silvano Sirboni  

 

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro