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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 

Il trono della grazia di Cristo

Venerdì santo - 18 aprile 2003

CORRADO MAGGIONI

 

Is 52,13 - 53,12: E' stato trafitto per i nostri peccati.
Sal 30,2.6.12.13.15-17.25: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
Eb 4,14-16; 5,7-9: Imparò l'obbedienza e divenne causa di salvezza.
Gv 18,1-19,42:
La Passione del Signore

 

La Chiesa si raccoglie in preghiera il Venerdì santo per riscoprire nelle mani aperte di Gesù in croce l'abbraccio nuziale dello Sposo. Ella sa di essere nata dal fianco trafitto del nuovo Adamo: “dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa”, scrive sant'Agostino (Sul salmo 138, 2).

Non è dunque il lutto a modulare la voce della sposa davanti al Crocifisso, bensì lo stupore silente per un “amore forte come la morte, con vampe di fuoco che le grandi acque non possono spegnere né i fiumi travolgerlo” (cf Ct 8,6-7). Le vesti liturgiche del Venerdì santo, in effetti, non sono nere ma rosse: si celebra il martirio dell'Agnello di Dio, il cui sangue dà vita al mondo. Morendo, Cristo ha distrutto la morte.

Il vero Agnello pasquale

Il "martire" scomoda ed attrae, c’interpella e risponde alle nostre domande. Come il servo-agnello preannunciato da Isaia (cf 1a lettura), attorno a cui i fatui giudizi umani si convertono, al fine, a quelli divini: “si è caricato delle nostre sofferenze e noi lo giudicavamo percosso da Dio e umiliato… Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; dalle sue piaghe siamo stati guariti”. Nell'agnello condotto al macello si attua il segreto disegno salvifico di Dio, al quale "è piaciuto prostrarlo con dolori", prima di “innalzarlo, onorarlo, esaltarlo grandemente”. Isaia descrive i supplizi e “l'intimo tormento” di colui che, eliminato dalla terra dei viventi, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, giustificherà molti. La coscienza del Servo - rimasta inespressa nelle parole del profeta - è manifestata dal salmo 30, ripetuta dichiarazione di una fedeltà filiale, in cui si mescolano invocazione d'aiuto e speranza immortale, per sé e per gli altri (cf salmo responsoriale, riletto dal ritornello in chiave cristologica: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”). Variamente interpretata in senso collettivo e individuale, la figura del martire intravisto da Isaia acquista chiara fisionomia in Gesù. Le ingiurie perpetrate “all'uomo dei dolori, trafitto per le nostre iniquità”, fanno da filigrana al racconto evangelico della Passione di Cristo, così riassunto dall'autore della lettera agli Ebrei: “pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (2a lettura). L'evangelista Giovanni è attento a porre la morte di Gesù e la trafittura con la lancia del costato, da cui uscì sangue e acqua, nell'ora stessa in cui, nel tempio, venivano immolati - senza spezzare loro alcun osso - gli agnelli per la celebrazione della Pasqua giudaica. La sua è la testimonianza della Chiesa che, nell'immolazione di Cristo riconosce il compiersi della Pasqua del vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo (tollere = prendere su di sé, caricarsi). Davvero Gesù “è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”.


Adorazione della croce nella cattedrale di Bari. Il Rito sobrio e solenne celebra la vittoria dell’amore di Dio

Il testamento del Crocifisso

I versi di Isaia - come la Passione -, sono crudi nel descrivere l'"uomo dei dolori", e struggenti nell'attirare lo sguardo su colui “davanti al quale ci si copre la faccia”. Non è il fascino dell'horror, ma la "bellezza" del martire a conquistare! La Croce non ha deturpato "il più bello dei figli dell'uomo", come osserva sant'Agostino: "Ma perché anche sulla croce aveva bellezza? Perché la follia di Dio è più sapiente degli uomini; e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (cf 1Cor 1,23-25). A noi dunque che crediamo, lo Sposo si presenta sempre bello. Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine... bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell'invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte; bello nell'abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo” (Sul salmo 44, 3).
Una particolarità di Giovanni è la menzione di Maria presso la croce, associata al sacrificio dell'Agnello di Dio. Ella sta "in piedi", sorretta dal dolore salvifico della Pasqua. Così Victor Hugo coglie la luce mariana che balena in quell'ora buia: “Era là, in piedi, la madre dolorosa. / La tenebra cupa, cieca, sorda, terribile, / grondava da ogni parte intorno al Golgota. / O Cristo! La luce si fece buia quando tu le fosti tolto, / e il tuo ultimo respiro portò via ogni chiarore. / La Madre era là, in piedi, vicino al patibolo! / E io mi dissi: Ecco il dolore!, e mi accostai. / "Che cosa tieni, le dissi, fra le tue dita divine?". / Allora, ai piedi del Figlio, sanguinante per il colpo di lancia, / essa levò la mano destra e l'aprì in silenzio, / e vidi nella sua mano la stella del mattino” (Les contemplations, settembre 1855).
Accanto alla madre, vi è il discepolo amato, figura di ogni seguace del Crocifisso: “Donna, ecco il tuo figlio! Ecco la tua madre!”. E' il supremo testamento del morente, che trascina nella propria oblazione la Madre e il discepolo. Sotto la croce, la maternità di Maria si estende, per volere del Figlio, a ciascun battezzato nel sangue dell'Agnello. E dalle mani del Maestro i discepoli ricevono in eredità la Madre, prolungando nel loro amore verso di lei l'amore stesso del frutto del suo grembo. Maria non è una presenza "devozionale" nel Venerdì santo: è l'immagine della Chiesa della Pasqua.

Dalla croce la gioia nel mondo

Se ci sono delle lacrime da versare di fronte al Cristo morto, vengono dalla compunzione e dal comprendere fino a che punto si spinge la misericordia di Dio per redimere la miseria umana. Certo, l'incommensurabilità dell'amore inquieta (pensiamo ai personaggi che attraversano la scena della Passione). Oggi siamo noi inquieti, guardando il Crocifisso che ci chiama e ci indica la strada.
Il Venerdì santo è un giorno paradossale, che riassume ogni contraddizione: è il giorno della violenza e della riconciliazione, del dolore e della consolazione, della tristezza e della gioia, del delitto e dell'assoluzione, dell'odio e del perdono, dello smarrimento e del ritrovamento, della separazione e dell'incontro, della condanna e della salvezza, dell'assenza e della presenza, del dubbio e della fede.
E' il giorno di Pasqua: trasfigura la morte in sorgente di vita.
Perciò Cristo non è un morto da piangere, ma il Salvatore davanti al quale piegare le ginocchia in adorazione, invocando Kyrie eleison per noi e per l'umanità intera (cf preghiera universale). E' ciò che fa oggi la Chiesa, “accostandosi con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutata al momento opportuno” (cf 2a lettura).
Commemorando la morte di Gesù celebriamo la croce. Anch'essa ha fatto Pasqua: non è più mortale patibolo, ma “talamo, trono ed altare al corpo di Cristo Signore” (Liturgia delle Ore). Nel venerarla cantiamo: “Adoriamo la tua croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della croce è venuta la gioia in tutto il mondo!” (antifona all'adorazione della croce).
Le ore che seguono non sono una veglia funebre, ma lo "stare in piedi", silenti, con Maria, volgendo il cuore alla grazia della Croce. Per tutto il Sabato santo, fino all'accendersi della fiamma viva del cero pasquale.

  Celebrare con arte e competenza

 Un messaggio da comunicare

 Ciò che è stato annunciato con la liturgia della domenica delle Palme trova oggi compimento. Non solo il colore rosso dei paramenti e la lettura della passione uniscono le due liturgie, ma l'oggetto stesso della celebrazione: la regalità di Cristo dalla croce. La Chiesa celebra la morte di Gesù come l'ora del trionfo. I testi liturgici, infatti, parlano di passione e morte gloriosa. In questi termini ne parla anche Gesù: “E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo... Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me... Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo perché il figlio glorifichi te”. Il Venerdì santo non celebra un funerale. Austerità non significa tristezza. Per i primi sei secoli i cristiani amavano presentare la croce gloriosa senza il Cristo crocifisso. E in seguito, fino al XIII secolo, il Cristo in croce era raffigurato vivo, con gli occhi aperti, con la tunica bianca del risorto e sovente con una corona regale sul capo al posto di quella di spine. Oggi attraverso una sobria e solenne ritualità deve emergere chiaramente come la Chiesa, pur facendo memoria delle indicibili sofferenze di Gesù, celebra la gloriosa vittoria dell'amore di Dio sulle stoltezze e l'ingratitudine degli uomini.

Un rito da valorizzare

Il rito che identifica l'azione liturgica di questo giorno è certamente l'ostensione e l'adorazione della croce. “La croce da mostrare al popolo sia sufficientemente grande e di pregio artistico... Tutto questo rito si compia con lo splendore di dignità che conviene a tale mistero della nostra salvezza; sia l'invito fatto nel mostrare la santa croce che la risposta data dal popolo si eseguano con il canto. Non si ometta il silenzio riverente dopo ciascuna prostrazione, mentre il sacerdote celebrante rimane in piedi tenendo elevata la croce" (FP 68). Come già si è detto per la V domenica di quaresima, non sembra particolarmente eloquente alla nostra cultura il graduale svelamento della croce. Il dubbio è presente anche al messale che, opportunamente, propone anche un solenne ingresso della croce con tre soste e relative acclamazioni, sul modello dell'ingresso del cero pasquale. * Senza dubbio “'adorazione personale della croce è un elemento molto importante in questa celebrazione. Si adoperi il rito dell'adorazione fatta tutti contemporaneamente solo nel caso di un'assemblea molto numerosa”(FP 69). Per questa adorazione personale oggi è sopravvenuto un ostacolo: molti non gradiscono poggiare le labbra dove altri l'hanno fatto, per ovvie ragioni. Così succede che molti o non si presentano oppure si limitano ad una finzione che stempera il gesto. E' bene tenere conto di questa sensibilità. Forse un'adorazione comunitaria ben introdotta e con un congruo spazio di silenzio, e per quanto possibile in ginocchio, potrebbe recuperare la forza emotiva dell'adorazione individuale, che ognuno può sempre fare al termine dell'azione liturgica.

Uno spazio da predisporre

Non possiamo ignorare che in molte chiese anche il Venerdì santo, prima dell'azione liturgica, prevale l'attenzione verso il luogo della reposizione. Ciò succede perché non si tiene conto di una chiara norma: “Dopo la mezzanotte si faccia l'adorazione senza solennità dal momento che ha già avuto inizio il giorno della passione del Signore” (FP 56). Pur tenendo conto che molti, soprattutto coloro che non hanno potuto partecipare alla messa in coena Domini, faranno il Venerdì una visita al luogo della reposizione, questo deve presentarsi discreto nei lumi e nell'addobbo per poter orientare il pensiero al mistero delle crocifissione. Potrebbe essere utile un'icona della crocifissione (non la croce!) nel luogo della reposizione. * Molta attenzione bisogna avere anche nel collocare la croce dopo l'adorazione. "Dopo la celebrazione si procede alla spogliazione dell'altare, lasciando però la croce con quattro candelieri. Si prepari in chiesa un luogo adatto (per es. la cappella di reposizione dell'Eucaristia nel Giovedì santo), ove collocare la croce del Signore che i fedeli possano adorare e baciare e dove ci si possa trattenere in meditazione" (FP 71). La collocazione della croce nel luogo stesso della reposizione aiuta a percepire la continuità del mistero celebrato durante tutto il triduo pasquale. Verso questo stesso luogo potrebbe essere orientata la preghiera anche il Sabato santo con l'aiuto di una dignitosa icona della deposizione, o della discesa di Cristo agli inferi, o della beata Vergine Addolorata (cf FP 74).

Silvano Sirboni

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro