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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 


Il giorno di Cristo Signore

Domenica di Pasqua - 20 aprile 2003

 

CORRADO MAGGIONI

At 10, 34-.37-43: Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
Sal 117: Questo è il giorno di Cristo Signore: alleluia, alleluia.
1 Cor 5, 6-8: Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova.
Gv 20, 1-9:
Egli doveva risuscitare dai morti.

 

Il motivo del vegliare in preghiera nella notte di Pasqua è racchiuso nella "buona notizia" rivolta alle mirofore: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui” (Vangelo della veglia: Mc 16,1-8). Queste parole, che colmarono di spavento le donne sulla soglia del sepolcro, riempiono di gioia la Chiesa celebrante i santi misteri. Ella sa che il Risorto fa fare Pasqua all'intera storia umana, rischiarandone ogni ombra di morte col suo vivo splendore: “A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui gloria e potere per tutti i secoli in eterno” (preparazione del cero).


La risurrezione di Cristo e la discesa agli inferi. Icona russa del XIX secolo.

Il giubilo cristiano dell'alleluia

La paura che, dopo il peccato, invase l'anima e il corpo dei discendenti di Adamo ed Eva è ormai dissolta dalla risurrezione di Cristo: "Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!", canta con audacia l'Exsultet. Nel Risorto si dispiega la mano salvatrice di Dio, si adempiono la sue promesse di dare agli uomini un cuore ed un corpo ricreati (vedi le letture bibliche con i salmi e le collette).
La risurrezione di Gesù non è vaneggiamento di donne, né entusiasmo di fanatici discepoli che intendono rimuovere la morte del loro Maestro. Neppure per essi fu facile aprire la mente alla novità del sepolcro vuoto. Le bocche chiuse nel mutismo - Marco dice che le donne fuggirono via dal sepolcro e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura - non tardarono tuttavia a sciogliersi nella gioiosa lode di Dio, l'alleluia appunto. Fu subito chiaro per gli amici di Gesù avvertire come questa tradizionale espressione ebraica (composta dalle voci hallelu = lodate e Jah = Jahwé) era ormai innervata da un motivo completamente nuovo: non solo la creazione del mondo e dell'uomo, la liberazione dalla schiavitù d'Egitto, la misericordia dimostrata ad Israele nel corso della sua storia, erano motivi per lodare l'Altissimo. Era la risurrezione di Gesù ora a suscitare la lode nei loro cuori e a contrassegnare di ripetuti alleluia la loro preghiera (cf Ap 19,1-8).
Da qui lo sprigionarsi, in questa "notte veramente beata", dell'acclamazione dell'alleluia che fa da contrappunto alle celebrazioni pasquali della Chiesa (riservato a Roma per la domenica di Pasqua e l'ottava, il canto dell’alleluia fu esteso da papa Damaso - sec. IV - ad ogni giorno della cinquantina pasquale). Nelle voci dei figli, raccolti a celebrare il Risorto, la Chiesa prolunga il giubilo della comunità apostolica, testimone dell'annuncio alle mirofore: "Non è qui. E' risorto!". Anche la Liturgia delle Ore si riveste di alleluia posti a fioritura di ogni antifona che precede e segue i salmi e i cantici. Si esprime così l'incessante atteggiamento laudativo che deve connotare la vita dei battezzati, fatti nuovi dalla vittoria di Cristo sul peccato e la morte.

L'apertura al Mistero

La domenica di Pasqua si congiunge "sacramentalmente" a quel primo giorno dopo il sabato, quando - vedi l'odierno Vangelo - Maria di Magdala si reca al sepolcro di buon mattino per onorare un morto e trova la pietra ribaltata via dall'ingresso. Come spiegare l'accaduto senza una rivelazione dall'alto? Non ci sono prove documentarie. Il sepolcro vuoto, da solo, è un testimone muto: dice che Gesù non è più lì, ma non dice ancora che è risorto!
L'assenza del corpo di Gesù viene interpretata sbrigativamente da Maria di Magdala: "hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto". Questo ella riferisce a Pietro e all'altro discepolo, quello che Gesù amava, suscitando la loro corsa al sepolcro per constatare di persona. C'è un osservare i segni di una assenza: la tomba aperta, le bende per terra e il sudario piegato in un luogo a parte; c'è, quindi, il progressivo aprirsi alla fede del discepolo amato, il quale "vide e credette". Annota, infatti, l'evangelista che gli apostoli "non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti".
Dal "vedere" le tracce di un'assenza al "credere" ad una viva Presenza: in questo passaggio si delinea l'esperienza pasquale del discepolo che crede ciò che è invisibile agli occhi! Dall'indizio del sudario ben ripiegato, egli intuisce che non si tratta di trafugamento del corpo di Gesù. Non gli è tutto chiaro, non ha ancora visto il Vivente, ma già albeggia nel suo cuore la fede nella risurrezione del Crocifisso.
Saranno le apparizioni del Risorto a provare la verità dell'accaduto e a suscitare negli apostoli la pienezza della fede, muovendoli a diventare testimoni qualificati del Vangelo della risurrezione. Ecco come san Pietro esprime davanti a tutti - oggi davanti a noi - tale consapevolezza: "Noi siamo testimoni di tutte le cose compiute da Gesù nella regione dei Giudei in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo ad una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti" (1a lettura).

Testimoni della Presenza

Gli apostoli hanno visto e creduto. La loro fede è fondamento del nostro credere e rivive nella nostra fede. La sorpresa di Maria di Magdala, l'intuizione del discepolo che per primo "vide e credette", la pubblica testimonianza dell'apostolo Pietro, c’invitano e ci aiutano a vivere con verità questo giorno di Pasqua, che ci vede riuniti non attorno ad una assenza ma alla presenza viva del Risorto.
Qual è allora la nostra parte nell'odierna liturgia? Per prima cosa celebriamo la fede, rendendo grazie al Padre "soprattutto in questo giorno nel quale Cristo nostra Pasqua si è immolato. E' lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita" (prefazio). La fede è un dono da custodire, da difendere, da alimentare, da far fruttificare ogni giorno. Altrimenti c'è il pericolo reale di vivere da testimoni di un'assenza anziché di una Presenza che ci attraversa i pensieri, le parole e le opere. Abbiamo dunque bisogno di celebrare la fede per vivere credibilmente da uomini e donne di fede nelle vicende presenti. Ci spronano in tal senso - dalla fede celebrata alla fede vissuta - le parole pasquali dell'apostolo Paolo: "Non sapete che un po' di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, di malizia e di perversità, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi" (2a lettura). La corruzione del male è incompatibile con la novità della risurrezione.
E' la nostra "rinascita nella luce del Signore risorto" (cf colletta) la prova tangibile che davvero Gesù ha lasciato il sepolcro. Partecipando ai sacramenti pasquali del Corpo e Sangue del Signore, sentiamo in noi che "gli indizi dell'assenza" si trasfigurano "in segni della divina Presenza". Così riviviamo l'esperienza della Maddalena che, recatasi al sepolcro, "vide che la pietra era stata ribaltata" (antifona alla comunione). E ci riconosciamo nel discepolo che "vide e credette", pronti a testimoniare ciò che è invisibile agli occhi.
Sarà più facile farlo, affidandoci alla Madre del Signore: "Donna dai riflessi del Risorto negli occhi, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato" (mons. Tonino Bello). E' il senso del rivolgersi a Maria, nel tempo pasquale, invocandola con la nota antifona: Regina del cielo rallegrati, alleluia. Prega il Signore per noi, alleluia.

 Il cero pasquale nel monastero benedettino di Silos (Spagna).

Celebrare con arte e competenza

 

Un messaggio da comunicare

Si dice che i fedeli sentano più il Natale che non la Pasqua. Per la verità in questi ultimi anni, almeno là dove la veglia è celebrata con arte e competenza, le chiese si riempiono come a Natale, o quasi. Certamente la qualità dell'assemblea pasquale è migliore. E' giusto che la celebrazione della Pasqua ritrovi il suo primato; celebra il cuore della nostra fede: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15,14). La Pasqua è la sorgente dell'anno liturgico, cioè di tutte le domeniche e feste. Sant’Agostino definiva la veglia "madre di tutte le veglie", cioè di tutte le assemblee liturgiche. Pertanto anche modello di tutte le celebrazioni. La veglia deve quindi essere esemplare in tutto: nelle parole, nei gesti, nei canti, nella musica, nell'addobbo... La cura posta per organizzare la liturgia della Pasqua non è un impegno facoltativo e tanto meno tempo perso; costituisce un grave dovere per la comunità cristiana, che in questa circostanza particolare manifesta la sua fede e la sua identità.

Un rito da valorizzare

Tutta la celebrazione pasquale merita un'attenzione particolare. Tuttavia ci sono alcuni riti che richiedono una cura maggiore. L'accensione, la processione e l'intronizzazione del cero pasquale costituiscono un'originale e significativa sequenza rituale. E' quindi importante conoscere le norme e saperle gestire con saggezza tenendo conto delle regole di una corretta comunicazione simbolica. Che significato simbolico può avere l'accensione di un cero in una chiesa già illuminata, anche se poco? Il linguaggio simbolico viene impoverito se non addirittura vanificato (cf FP 83). E' proprio un problema insormontabile che se non proprio tutti almeno la maggioranza dei fedeli abbia un lume in mano? Lasciamo che questo forte simbolismo sia riservato negli stadi durante gli spettacoli dei cantautori? Non s‘ignori poi la seguente norma: “Nel rispetto della verità del segno si prepari il cero pasquale fatto di cera, ogni anno nuovo, unico, di grandezza abbastanza notevole, mai fittizio, per poter rievocare che Cristo è la luce del mondo” (FP 82). Dobbiamo poi ridurre il preconio pasquale ad una affrettata e maldestra lettura? Le norme permettono questo annuncio anche ad un ministro laico purché questo testo altamente poetico entri nel cuore dei fedeli.
* Tutta la struttura della veglia è orientata al battesimo. Anche la semplice benedizione del fonte o dell'acqua lustrale con la professione di fede battesimale deve essere gestita con saggezza e competenza, tenendo presente che tutto l'itinerario quaresimale è in funzione di questo rito.
* Un'ultima osservazione. Nelle nostre comunità si preparano con tanta attenzione e impegno i canti per il Natale, la festa patronale, la visita del vescovo... Almeno lo stesso impegno, se non di più, deve essere preso per la preparazione dei canti per le celebrazioni pasquali e della veglia in particolare. Non dimentichiamo che i canti non sono elementi decorativi, ma parte integrante del rito e quindi devono essere appropriati, coerenti per il testo e la musica con il momento liturgico che si sta celebrando.
* Per quanto riguarda la domenica di Pasqua basti ricordare la norma: “Si celebri la messa del giorno di Pasqua con grande solennità. E' opportuno oggi compiere l'aspersione dell'acqua benedetta nella veglia, come atto penitenziale”(FP 97). Dopo la riforma del triduo la veglia sta gradualmente recuperando il primato sulla messa del giorno.

Uno spazio da predisporre

E' indubbio che se c'è uno spazio significativo da allestire per la Pasqua questo è il luogo dove collocare il cero. "il cero pasquale, da collocare presso l'ambone o vicino all'altare, rimanga acceso almeno in tutte le celebrazioni liturgiche più solenni di questo tempo, sia nella messa, sia a lodi e vespri, fino alla domenica di Pentecoste” (FP 98). Il cero è il segno del tempo pasquale. Deve pertanto emergere ed assumere importanza in uno spazio ben definito. Esso è più importante del presepio a Natale o della statua di un santo; è un elemento rituale della celebrazione liturgica.

Un testo per pregare

Il sussidio della CEI per la preghiera in famiglia suggerisce come preghiera alla sera di Pasqua possibilmente prima della cena, il testo seguente. L - Dal Vangelo secondo Giovanni. “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore”. G - Preghiamo! ( breve silenzio di preghiera personale) Ti rendiamo grazie, Padre, per la gloria del Cristo risorto. Dona, Signore, la tua benedizione a questa tavola di famiglia e riempici della gioia pasquale. T - Amen. Alleluia.

Silvano Sirboni

 

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro