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L’oblazione pasquale del buon pastore
CORRADO
MAGGIONI
4a domenica di Pasqua - 11 maggio 2003
At 4,8-12: Dio ha costituito Signore e Cristo
quel Gesù che avete crocifisso.
Salmo 117,1.8-9.21-23.26.28-29: La pietra scartata dai costruttori
ora è pietra angolare.
1Gv 3,1-2: Vedremo Dio così come egli è.
Gv 10, 11-18: Il buon pastore offre la vita per le sue pecore.
Una
delle prime figurazioni del Cristo, rinvenibile nelle catacombe romane di
Priscilla (sec. III), è quella del "buon pastore". Raffigurato in piedi,
recante in spalla l'evangelica pecorella smarrita, oppure seduto tra le
pecore, quale punto di riferimento per ciascuna di esse, impugnando il
vincastro della croce nella mano sinistra mentre con la destra accarezza la
pecora più vicina (così nel mosaico ravennate del mausoleo di Galla
Placidia, sec. V), il buon pastore è figura che esprime, nel linguaggio
simbolico, il legame esistenziale che vincola Cristo ai battezzati e questi
tra di loro, nella Chiesa. Non è dato pastore senza un gregge, né è dato
alcun gregge senza un pastore che lo guidi, difenda e conservi unito.
Tra le molteplici valenze cristologiche della
figura del buon pastore, l'odierno
Vangelo
mette in risalto in particolare il sacrificio che
fa per la salvezza delle pecore. E' l'oblazione pasquale di Gesù, infatti, a
dare spessore ad una simbolica che non ha niente di oleografico: la "bontà"
del pastore non è il buonismo a buon mercato, bensì la carità pagata a caro
prezzo.
 
Pronto a dare
la vita
L'immagine del "pastore" è familiare nel mondo
biblico per descrivere la relazione tra Dio e il suo popolo: non v'è dubbio,
sia nella mente divina che in quella degli israeliti, che è JHWH il
Pastore d'Israele. E' evocativo al riguardo il salmo 22 (23), che canta con
fiducia ed affetto: "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; su
pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce". In
Israele anche il re è chiamato pastore, ma solo in quanto il suo ministero
rende visibile la guida che Dio stesso assicura al popolo. Similmente, pure
i capi dei giudei sono detti pastori: i profeti li dicono buoni in ragione
della premura che dimostrano per il popolo o, al contrario, cattivi, a
motivo della mira profittatrice che li connota (cf Ez 34; Zc 11,4-17).
Questo sostrato anticotestamentario fa da
orizzonte ermeneutico al testo di
Gv 10,1-18, in cui Gesù, ormai in aperto contrasto con i
farisei e i capi del popolo - che si comportano da cattivi pastori - si
autopresenta attraverso la simbologia del "buon" pastore. Così facendo svela
la propria missione di inviato dal Padre per la salvezza del popolo e,
insieme, si dissocia da quanti presumono di essere "buone" guide,
nascondendo i propri interessi dietro quelli di Dio.
Nel brano odierno, dopo l'esordio della solenne
proclamazione: Io sono il buon pastore (v 11, ripetuta nei medesimi
termini al v 14), Gesù fa seguire una spiegazione illustrativa della qualità
del pastore: è "buono" perché "offre la vita per le pecore". L’espressione
ritorna quattro volte nel Vangelo di oggi, arricchendosi ogni volta di un
approfondimento ulteriore. Gesù non tarda ad applicare a se stesso la
descrizione del buon pastore, dichiarando ripetutamente: "offro la vita
per le pecore".
Il comportamento del buon pastore è rischiarato
dal suo contrario, ritratto nel mercenario, il quale, lavorando per
denaro e interesse, abbandona il gregge e fugge davanti al lupo, poiché
"non gli importa nulla delle pecore". Fuori metafora, Gesù dice
chiaramente di amare a tal punto i suoi, da anteporre la loro vita alla
propria. E la croce dimostrerà che dalla sua bocca non esce menzogna. Non
esiste un gregge senza un pastore che lo guidi, difenda e conservi unito.
Un solo
pastore per un solo gregge
La bontà del pastore è inoltre qualificata dalla
conoscenza - ricambiata - che egli ha delle pecore. Non si tratta di un atto
cognitivo intellettuale, quanto di "esperienza" diuturna che investe "tutto"
(cuore, tempo, energie) del pastore come delle pecore. La comunione di vita
tra Gesù e i discepoli riflette la conoscenzacomunione che intercorre tra il
Padre e il Figlio. In quest'ottica di familiarità, coltivata nella
condivisione motivata dall'amore e non dal profitto, Gesù abbraccia "tutti"
nel dono di sé, anche coloro che al presente non gli appartengono ancora;
venuto per tutti, di tutti è responsabile, tutti deve condurre a salvezza.
Ogni uomo è candidato ad appartenere al gregge di Cristo: a nessuno egli
trascura di far giungere la sua voce, affinché quanti l'ascoltano diventino
"un solo gregge" sotto la guida di "un solo pastore".
E' riconoscibile nelle parole di Gesù la
vocazione della Chiesa: raccolta nell'unità di un solo corpo, è purtroppo
insidiata dalla divisione. Ma ciò non svilisce la parola di Gesù, che resta
monito e mandato perenne: all'unico pastore, deve corrispondere un solo
gregge. Infine, Gesù sa che nel dono totale di sé vi è la prova d'amore per
Colui che lo ha inviato a salvare e condurre le pecore perdute. Osservare il
comando ricevuto dal Padre è decisivo per il Figlio. Perciò con sovrana
libertà e fiducia è pronto ad affrontare il sacrificio contro l'egoistico
potere di chi rapisce, disperde, uccide.
Nell'oblazione di Gesù vi è la salvezza dell'uomo
e di "tutto" l'uomo. E' questa la verità che Pietro espone davanti al
sinedrio, nell'interrogatorio cui è sottoposto per aver guarito uno storpio:
è nel nome di Gesù, crocifisso e risorto, che quell'uomo ha riacquistato
sanità e salute (cf
prima lettura). Anzi, il parlare di Pietro si spinge al
di là del prodigio visibile, per annunciare l'invisibile grazia della Pasqua
di Gesù; la replica dell'apostolo passa così dalla guarigione fisica di uno
storpio alla salvezza elargita a tutti dal Cristo: "In nessun altro c'è
salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel
quale è stabilito che possiamo essere salvati".
La vocazione
al servizio
Dunque, non solo Cristo è vivo, ma è l'unico
salvatore dato da Dio agli uomini di ogni tempo e spazio. Nella morte e
risurrezione di Gesù (= Dio salva), precisa Pietro, si è adempiuta la
profezia: "la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata
d'angolo" (Sal 117,22). La testimonianza della Scrittura citata
dall'apostolo in senso cristologico-pasquale è cantata nel ritornello del
salmo
responsoriale,
che si apre e si chiude con l'invito seguente: "celebrate il Signore
perché è buono".
Il sacrifico di Cristo ci fa conoscere il suo
amore per noi e, nel contempo, l'amore paterno di Dio che ci ha rigenerati
suoi figli (cf
seconda
lettura).
Nella logica dell'offerta della vita perché altri vivano, è racchiuso il
segreto della redenzione dalla morte. La croce è il grande compimento della
missione del buon pastore: la sua morte segna la nostra rinascita alla vita
eterna.
Ciò non può essere capito dal mondo, poiché non
conosce Dio. E non conoscendo Dio non può neppure accettare quanti sono in
comunione con Dio, essendo stati da lui rigenerati. Vivere da figli di Dio,
nella speranza di godere appieno tale dono "quando Egli si sarà
manifestato", significa vivere uniti al buon pastore, imitando il suo
atteggiamento oblativo. Lo ricorda Giovanni Paolo II nell'odierno
messaggio per
la giornata di preghiera per le vocazioni: "La vocazione al servizio è sempre,
misteriosamente, vocazione a prender parte in modo molto personale, anche
costoso e sofferto, al ministero della salvezza".
Il Signore imbandisce per noi la mensa
eucaristica, mediante la quale pasce le nostre anime con i frutti del suo
sacrificio: "E' risorto il buon pastore, che ha dato la vita per le sue
pecorelle e per il suo gregge è andato incontro alla morte" (antifona
alla comunione).
Partecipando all'Eucaristia acconsentiamo ad andare dietro a Lui, seguendolo
nel cammino pasquale che dalla terra conduce alla beatitudine eterna:
"Custodisci benigno, o Dio nostro Padre, il gregge che hai redento con il
sangue prezioso del tuo Figlio, e guidalo ai pascoli eterni del cielo" (dopo
la comunione).


Celebrare con arte e
competenza
Un messaggio da comunicare
Non è inutile ribadire ancora che tutte le domeniche del tempo pasquale
costituiscono come un'unica grande domenica e i testi scritturistici della
Liturgia della Parola devono essere sempre interpretati nel contesto del
tempo pasquale, alla luce del Cristo morto e risorto. Pertanto anche
l'immagine del buon pastore che offre la vita per le sue pecore deve essere
letta in tale cornice, in riferimento alle parole di Gesù: "Quando sarò
elevato da terra attirerò tutti a me" (Gv 12,32). L'accento di questa
allegoria non è posto sulle pecore, ma sulla figura del pastore buono che ha
dato la vita per conoscere l'amore infinito del Padre e per raccogliere
tutti gli uomini nel suo nome. Segno della nostra partecipazione al mistero
pasquale, della nostra effettiva appartenenza al gregge di Cristo, della
nostra guarigione da quell'infermità "originale" che separa l'uomo da Dio e
dai suoi simili, è la nostra capacità di comunione. L'orazione-colletta
riassume molto bene questo messaggio: "O Dio, creatore e Padre, che fai
risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata
l'infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi nell'unità di
una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di
essere tuoi figli". La giornata di preghiera per le vocazioni deve tenere
presente questo più ampio contesto per non cadere in visioni anguste e
logori luoghi comuni. Le vocazioni presbiterali e religiose, come altre
ministerialità istituite o di fatto, sono tutte chiamate a manifestare la
gratuità di quel servizio e di quell'amore che, come in Cristo, rende capaci
di donare la vita perché altri trovino gioia e salvezza nel tempo e per
l'eternità.
Un rito da valorizzare
C'è, forse, ancora qualcuno che rimpiange (o che auspica!) il tempo in
cui ognuno (meglio ancora se con un rito solo per lui!) riceveva la
comunione in ginocchio alla balaustra. Prassi che si sviluppò gradualmente
fra il XIV e il XVI secolo quando la comunione era sempre più percepita come
un gesto devozionale separato dalla messa. Opportunamente la riforma
liturgica del Vaticano II ha ripristinato la comunione in piedi (non
dimentichiamo che questo è l'atteggiamento per i riti più significativi
della cena pasquale ebraica!) e la processione per accostarsi alla mensa
eucaristica. Questo movimento non è una "manovra" in funzione di un'ordinata
efficienza; è un rito altamente significativo e educativo. Infatti manifesta
visibilmente il permanente esodo pasquale del popolo di Dio verso la
Gerusalemme del cielo e, nello stesso tempo, intende manifestare come la
comunione eucaristica non si riduca ad un semplice atto di devozione
individuale, ma miri a formare la Chiesa, ad alimentare la comunione
ecclesiale. Per questo nella domenica del buon pastore si potrebbe dare una
particolare importanza alla processione di comunione facendola aprire
eccezionalmente dalla croce, accompagnata da due accoliti con due
candelieri. Questa processione, oggi più che in altre circostanze, sarebbe
opportunamente accompagnata dal canto del salmo 23: Il Signore è il mio
pastore...
Uno spazio da predisporre
Bisogna far attenzione a non sovraccaricare gli spazi liturgici con
simbolismi forzati, tanto meno con elementi devozionali che finirebbero col
soffocare la sobrietà incisiva dei segni liturgici. Lo spazio liturgico è
già di per sé stesso un segno altamente eloquente, purché correttamente
evidenziato, allestito e curato. In questa domenica del buon pastore,
sebbene ciò presenti una difficoltà, sarebbe opportuno attirare in qualche
modo l'attenzione sulla sede della presidenza. Chi presiede, infatti, lo fa
nel nome di Cristo- Pastore. Non è il caso di trasformare per l'occasione la
sede presidenziale in una specie di trono regale; anzi, ciò è espressamente
vietato. "La sede è il luogo liturgico che esprime il ministero di colui che
guida l'assemblea e presiede la celebrazione nella persona di Cristo, Capo e
Pastore, e nella persona della Chiesa, suo corpo. Per la sua collocazione,
essa dev'essere ben visibile da tutti e in diretta comunicazione con
l'assemblea, in modo da favorire la guida della preghiera, il dialogo e
l'animazione. La sede del presidente è unica e non abbia forma di trono;
possibilmente, non sia collocata né a ridosso dell'altare preesistente, né
davanti a quello in uso, ma in uno spazio proprio e adatto" (Nota pastorale
CEI del 1996 L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n.19).
Come s’intuisce non ci sono molte possibilità per evidenziare in modo
speciale il luogo della presidenza senza il rischio di deformarne la natura
e il messaggio. Tuttavia, circondandola eccezionalmente con qualche pianta,
ciò potrebbe essere un segnale sufficiente, senza tralasciare di spiegare ai
fedeli che non si tratta tanto di rendere onore alla persona del prete in
quanto tale, ma a Colui che il prete rappresenta visibilmente svolgendo quel
ruolo.
Un testo per pregare in famiglia
PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI
Padre santo, sorgente di ogni dono perfetto, concedi alla tua
Chiesa una rinnovata primavera dello Spirito; fa' maturare con la tua grazia
i germi di vocazione che a piene mani tu semini, perché molti accolgano la
tua chiamata e scelgano come ideale di vita la sequela di Cristo e il
servizio dei fratelli, a lode e gloria del tuo nome. (dal Messale Romano)
Silvano Sirboni |
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