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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 

Cristo

è assiso alla destra di Dio

Corrado Maggioni

 

Ascensione del Signore - 1° giugno 2003

At 1,1-11: Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi.
Salmo 46,2-3.6-9: Ascende il Signore tra canti di gioia.
Ef 4,1-13: Chiamati allo stato di uomo perfetto.
Mc 16,15,20:
Gesù è assunto in cielo e siede alla destra di Dio.

 

Risorto nel suo vero corpo, Gesù prende la via del cielo non senza aver impresso la direzione di marcia al cammino dei discepoli: appare ad essi infatti per quaranta giorni (tempo sufficiente e necessario a far sperimentare l'accaduto), e poi si sottrae al loro sguardo senza separarsi da loro; anzi prolunga la sua missione attraverso di loro.

L'Asceso coniuga così la terra al cielo in una sorta di tensione che, sprigionata con la risurrezione, attraversa la storia fino all'ultimo giorno: “Uomini di Galilea, perché fissate nel cielo lo sguardo? Come l'avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà” (antifona d'ingresso). Tra l'Ascensione ed il ritorno del Signore si dispiega il tempo per lasciarsi permeare dal dinamismo della Pasqua, sotto la guida dello Spirito effuso il cinquantesimo giorno dal cielo, là dove Cristo siede alla destra del Padre. In questa prospettiva celebriamo l'Eucaristia: “contemplando nell'intelligenza della fede la gloria del Risorto perché al suo ritorno possiamo conseguire le ricchezze sperate” (colletta ambrosiana).

Pellegrini nel mondo quali “membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro Capo, nella gloria” (colletta).

 Asceso perché disceso

L'Ascensione è un mistero che riguarda Cristo, incarnato, morto e risorto. Ma riguarda anche la Chiesa e la stessa natura umana, creata per aver parte alla vita divina. Il nesso è sottolineato dalla colletta: “Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te”.

Guidati dalla testimonianza biblica, celebriamo l'andata di Gesù al Padre: la discesa del Figlio dell'Altissimo nella carne umana si corona nel movimento di ascesa, dalla terra al cielo, del Figlio dell'uomo. Mai disgiunto da Colui che lo ha generato dall'eternità, il Figlio va al Padre in modo "nuovo", poiché vi torna con il corpo assunto dalla Vergine.

Si presenta risorto nell'alto dei cieli, col corpo ferito dalla Passione, per fare perenne memoria davanti al Padre dell'obbedienza prestata al suo volere, di quanto gli è costata la redenzione umana ed impetrare misericordia fino al sorgere di cieli nuovi e terra nuova. Si chiarisce così il mirabile scambio: Colui che è disceso per far suo ciò che è nostro, ascendendo elargisce agli uomini ciò che è suo, come dice san Paolo: “Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini". Ma che significa la parola "ascese", se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose" (seconda lettura).

Il Cristo lascia dunque la terra, senza abbandonare chi la abita! La sua missione continua attraverso la Chiesa, grazie al dono dello Spirito: all'andare del Cristo in cielo corrisponde il venire del Consolatore sulla terra. E' questa, infatti, la promessa fatta da Gesù ai discepoli quaranta giorni dopo la risurrezione, prima di essere elevato in alto sotto i loro occhi e sottratto da una nube al loro sguardo: “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (prima lettura).

 Vocazione ecclesiale

L'attesa del ritorno del Signore dal cielo è tempo di operosa missione. Per questo l'Asceso non vuole discepoli alienati in uno sterile fissare il cielo: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta”. Vuole che volgano lo sguardo al quotidiano, al terreno, perché è lì che devono testimoniare Colui che vive in loro.

Lo stesso brano evangelico dice qual è la vocazione dei discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. Il giudizio, che sarà manifesto nell'ultimo giorno, si decide qui e ora, in ragione della fede in Cristo, accompagnata dai segni dell'avvento del regno di Dio: liberazione dal male e guarigione dai mali. Dopo aver dato il mandato, l'Apparso “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio”. Al movimento ascensionale del Risorto fa seguito, nel testo evangelico, il movimento missionario dei discepoli: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano”.

L'Ascensione aiuta dunque la Chiesa a capire se stessa: è il prolungamento della missione del Risorto nel faticoso volgere della storia; è "sacramento" dell'incontro tra Dio e gli uomini in Cristo, poiché forma "una sola cosa" con lui. La Chiesa vive in Cristo e Cristo vive nella sua Chiesa, chiamata a costruirsi nell'unità dello Spirito e a conservarla. Della vocazione ecclesiale che l'Asceso lascia ai credenti in lui si fa interprete san Paolo: la diversità di ministeri e carismi è ordinata a “edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (seconda lettura).

 Dalla terra al cielo

L'Ascensione rischiara, infine, la dignità della natura umana che, ascendendo con Cristo, rientra nel "cielo" lasciato dopo il peccato: “nello slancio della sua ascensione all'alto dei cieli il tuo Figlio, o Dio, ha potentemente tratto anche noi, liberandoci dalla schiavitù del peccato” (dopo la comunione, ambrosiana). In Gesù seduto alla destra del Padre, l'uomo contempla se stesso coronato di gloria, secondo l'iniziale disegno del Creatore: “Cristo non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (prefazio). Perciò san Paolo ci esorta a “comportarci in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto…, cercando di conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (seconda lettura).

La speranza della nostra chiamata non ci evapora dal tessuto della storia. Il cristiano è pervaso dalla dinamica innescata dal mistero dell'Ascensione: è abitante della terra ed insieme del cielo. Tenere presente questa realtà, riduce il rischio di vedere solo la terra o di contemplare soltanto il cielo, ma porta a coniugare - senza confonderli - e terra e cielo. Se ci attardiamo a fissare il cielo, l'Angelo domanda anche a noi: “Perché state a guardare il cielo?” Se invece non alziamo gli occhi dalla terra, san Paolo ci ammonisce: “una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione”. Siamo così: fatti per il cielo, ci arriviamo percorrendo i sentieri della terra. Nel cammino ci sostiene l'Eucaristia! Gustando nei divini misteri la compagnia di Dio, lo preghiamo: “suscita in noi il desiderio della patria eterna, dove hai innalzato l'uomo accanto a te nella gloria” (dopo la comunione). Testimone della discesa del Verbo nella carne, la Vergine Maria accompagna i discepoli del Figlio asceso al cielo, nell'accogliere lo Spirito del Padre. L'iconografia orientale della festa odierna non trascura di porre al centro della raffigurazione misterica, in atteggiamento orante, la Madre di Cristo e della Chiesa. E nei giorni che congiungono l'Ascensione alla Pentecoste, nell'inno delle Lodi cantiamo: “E’ asceso il buon Pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo”.

 Il mistero dell'Ascensione spiega la dignità della natura umana, creata per aver parte alla vita divina.

La Chiesa prolunga la missione di Gesù nel faticoso volgere della storia. Nella foto: Convegno diocesano a Napoli, aprile 2003.

 

Celebrare con arte e competenza

 Un messaggio da comunicare

I Vangeli sinottici e gli Atti degli apostoli fanno dell’evento dell’Ascensione una lettura soprattutto teologica. Bisogna quindi evitare una presentazione semplicemente cronachistica. Luca, riportando questo evento, intende presentare Gesù come il nuovo Elia atteso dal popolo. Per questo sottolinea come Gesù "fu portato verso il cielo" alla pari di Elia sul carro di fuoco (cf 2 Re 2,11; Sir 48,9). Matteo, invece, conclude il racconto dell'Ascensione riportando le parole di Gesù: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" per mettere in evidenza come il Risorto continui ad essere l'Emmanuele, il Dio-con-noi, sebbene in modo diverso, nei segni sacramentali. Marco (è la pagina di quest'anno B) sottolinea che Gesù "fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio". Questa espressione intende evidenziare l'investitura regale di quel Gesù che, morto sulla croce, viene riconosciuto Figlio di Dio, uguale al Padre e stabilito in potenza presso Dio per intercedere continuamente con noi e per noi. E' in questo contesto teologico che devono essere letti tutti gli altri elementi descrittivi dell'Ascensione di Gesù, della sua piena glorificazione. Ancora una volta i quaranta giorni vengono assunti come preludio ad un nuovo capitolo della storia della salvezza: il capitolo della Chiesa che rende presente il Risorto per mezzo dei sacramenti. In primo luogo attraverso quel battesimo che esprime la fede che salva: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo". Un battesimo che, con l'unzione che dona lo Spirito, impegna i cristiani non a guardare il cielo, in attesa di visioni e nuovi messaggi, ma ad annunciare l'unico messaggio evangelico, il solo in grado di vincere il veleno del maligno con la forza dell'amore.

 Un rito da valorizzare

San Giustino nel II secolo riporta come i cristiani si riunissero la domenica per la liturgia della Parola e per la liturgia eucaristica al termine della quale "si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli alimenti consacrati e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti"(Ap I,67). L'istruzione Eucharisticum Mysterium (1967) scrive: “Conviene che coloro i quali non possono essere presenti alla celebrazione eucaristica della comunità siano con premura nutriti con l'eucaristia e in tal modo si sentano uniti alla medesima comunità e sostenuti dall'amore dei fratelli” (n 40). L'istituzione dei ministri straordinari della comunione (1973) permette facilmente di esprimere anche in questo modo l'attenzione verso gli ammalati e gli infermi, specialmente nel giorno del Signore, quando la comunità cristiana è chiamata a manifestare la sua comunione fraterna in Cristo. Anche questo può essere un segno che accompagna coloro che credono. Ovviamente per essere un segno rivelativo e educativo deve essere anche chiaro e visibile. Pertanto la consegna della teca con il pane eucaristico ai ministri straordinari della comunione che dovranno recarsi presso gli assenti, deve aver luogo con una certa solenne visibilità subito dopo la comunione dei fedeli. E questo possibilmente con una breve monizione che ne richiami il significato e l'impegno di tutti presso gli ammalati e gli infermi.

 Uno spazio da predisporre

Contrariamente alla prassi invalsa nel medio evo, e giunta fino al Vaticano II, prassi che tendeva a teatralizzare il simbolismo liturgico, diventato ormai incomprensibile al popolo, il cero pasquale oggi non viene più spento, ma continua ad essere il segno dominante e qualificante di tutta la cinquantina pasquale. Tuttavia in questo giorno in cui la liturgia intende comunicare la presenza e l'azione del Risorto non solo alla destra del Padre, ma anche nella Chiesa per mezzo della Parola e dei sacramenti, potrebbe essere significativo porre accanto al cero pasquale i contenitori (dignitosi!) degli oli santi: l'olio dei catecumeni, l'olio degli infermi e il santo crisma. Ovviamente il tutto in un giusto contesto floreale e con un dignitoso supporto per gli oli... Nell'omelia un accenno a questi segni viene quasi d'obbligo in riferimento ai segni che accompagnano i discepoli di Gesù... Questo simbolismo prepara opportunamente la solennità di Pentecoste.

 Un testo per pregare in famiglia

Con la riforma conciliare del calendario liturgico i giorni che intercorrono tra la solennità dell'Ascensione e quella di Pentecoste hanno acquistato una particolare importanza e sono stati arricchiti di formulari propri che richiamano alla mente le promesse di Cristo e preparano i cuori ad accogliere l'azione speciale dello Spirito Santo nella celebrazione della Pentecoste. Le orazioni feriali del Messale Romano costituiscono un ricco e chiaro itinerario spirituale. Eccone due che potrebbero servire opportunamente per la preghiera quotidiana in famiglia: Padre onnipotente e misericordioso, fa' che lo Spirito Santo venga ad abitare in noi e ci trasformi in tempio della sua gloria. Per Cristo nostro Signore. AMEN Padre misericordioso, fa' che la tua Chiesa riunita dallo Spirito Santo, ti serva con piena dedizione e formi in te un cuore solo e un'anima sola. Per Cristo nostro Signore. AMEN

Silvano Sirboni  

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro