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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA |
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Dello Spirito di Cristo vive la Chiesa Domenica di Pentecoste - 8 giugno 2003 CORRADO MAGGIONI
At 2,1-11:
Furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare.
Nell'alleanza ebraica, la Pasqua ricorda annualmente la liberazione dall'Egitto e la Pentecoste il dono della Legge al Sinai. Queste stesse feste, invariate nel nome ma cariche della "novità" recata da Cristo, qualificano anche il popolo della nuova alleanza che, liberato dalla schiavitù del peccato, serve Dio obbedendo al suo Spirito. La santa unzione dal Capo alle membra La solennità di Pentecoste celebra il frutto maturo della Pasqua: il dono dello Spirito agli apostoli, e in loro alla Chiesa di ogni tempo. Secondo il Vangelo di Giovanni fu effuso dal Risorto, apparso ai discepoli, la sera del giorno della risurrezione (cf Gv 20,19-23: l'odierno Vangelo nella liturgia ambrosiana); secondo gli Atti degli apostoli, invece, cinquanta giorni dopo (pentecoste, in greco, significa cinquantesimo). Duplice la testimonianza, ma unico è il mistero: il medesimo soffio divino è trasfuso dal Capo nelle membra del suo Corpo. Da questa trasfusione del respiro e del calore del Risorto nei discepoli, trae motivo la celebrazione della veglia e del giorno di Pentecoste. Così prega l'orazione che apre la liturgia vigiliare: “Dio onnipotente ed eterno, che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni, rinnova il prodigio della Pentecoste: fa' che i popoli dispersi si raccolgano insieme e le diverse lingue si uniscano a proclamare la gloria del tuo nome”. Le Scritture della liturgia vigiliare narrano lo smarrimento causato dalla superba contrapposizione dell'umanità a Dio (prima lettura: Babele) ed insieme svelano il progetto dell'Eterno di riunire a sé i dispersi mortali: anzitutto la teofania al Sinai, segno della presenza santificatrice di Dio in mezzo al popolo eletto (seconda lettura); quindi le promesse per bocca dei profeti: per insufflazione dello Spirito divino rivivranno le ossa inaridite (terza lettura), e chiunque sarà toccato dallo Spirito diverrà profeta del Signore (quarta lettura). L'interpretazione delle antiche Scritture è ben racchiusa nelle orazioni che le seguono, espressione della supplica a Dio della Chiesa celebrante la Pentecoste: “abbattuti gli orgogli di razza e di cultura, la terra diventi una sola famiglia”; “fa' un rogo solo dei nostri orgogli, e distruggi gli odi e le armi di morte; accendi in noi la fiamma della tua carità”; “lo Spirito torni a spirare nelle nostre menti e nei nostri cuori”; “illumina le menti dei fedeli e tutti i rinati nel Battesimo siano nel mondo testimoni e profeti”. Testimoni del vento e del fuoco di Dio Rifacendosi ai segni che accompagnarono la rivelazione sinaitica di HWH (cf Es 19,16-20: tuoni e fuoco), l'autore degli Atti descrive nell'effusione dello Spirito il coronamento della nuova ed eterna alleanza (cf prima lettura). Il Dono che irrompe dall'alto si manifesta come vento gagliardo che riempie la casa e con lingue di fuoco che, dividendosi, si posano su ciascuno dei presenti: due immagini che spiegano l'opera sensibile dell'invisibile Spirito. Chi può fermare il vento? Percettibile seppure non visibile, il vento smuove i ristagni coinvolgendo ogni cosa nella sua corsa: così è lo Spirito di Dio, che ossigenando "tutta la casa" rianima i terreni che la abitano: “Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (salmo responsoriale). Chi non conosce gli effetti del fuoco? Come la sua fiamma purifica, riscalda, illumina, fonde insieme i metalli, così fa lo Spirito di Dio! Sull'esempio degli apostoli raccolti in preghiera con Maria, siamo noi oggi ad invocare unanimi: “Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore” (acclamazione al Vangelo). Incenerire il male e far divampare il bene è quanto compie “il fuoco dello Spirito Paraclito, effusione ardente della vita d'amore del Padre” (colletta ambrosiana). Da qui l'esortazione di san Paolo ad obbedire allo Spirito, per aver parte della sua vitalità. In chi lo respira, la sua ossigenazione è antidoto alle opere mortifiche della carne: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. In chi crocifigge la propria carne con le sue passioni e i suoi desideri, la fecondità dello Spirito matura frutti pasquali: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cf seconda lettura). Per camminare secondo lo Spirito, “che è Signore e dà la vita” (Credo), c'è bisogno di prestare ascolto alla sua testimonianza, che è la fedele e integra trasmissione del volere del Padre condiviso dal Figlio: “tutto quello che il Padre possiede è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve lo annunzierà” dice Gesù ai discepoli. Così egli illustra l'identità e la missione dello Spirito e la vocazione dei credenti: “Quando verrà il Consolatore che io manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (Vangelo). La testimonianza dello Spirito è di duplice segno: è memoria e nel contempo profezia, poiché porta a comprendere- sperimentare per divenire testimoni credibili. L’adesione a Gesù, "via, verità e vita", troverà compimento nei discepoli in misura della loro docilità al magistero dello Spirito: “Egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Vivere in Cristo nella Chiesa A che l'impronta del Cristo si imprima nella nostra vita provvede l'azione "infocata" dello Spirito, operante nei sacramenti. La sua presenza nella celebrazione eucaristica è reale, infatti, come quella di Cristo, anche se è diversa: lo Spirito dà voce alle Scritture che ascoltiamo e prepara per noi il Pane della vita: “Chi lo mangia con fede - scrive sant'Efrem -, mangia con esso il fuoco dello Spirito” . Colui che “ha parlato per mezzo dei profeti” (Credo), dona ai credenti l'intelligenza spirituale della Parola divina e la forza di metterla in pratica "tutta intera". E come la consacrazione del pane e del vino posti sull'altare è grazia dello Spirito, così è frutto del medesimo Spirito l'unità di quanti vi partecipano: “per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo” (preghiera eucaristica II). La comunione eucaristica, infatti, ha come finalità e pienezza d'efficacia la costituzione della Chiesa. L'unità persa a Babele viene ricostituita nella Chiesa della Pentecoste: genti diverse sentono annunziare nella propria lingua le grandi opere di Dio, e rispondono confessando a una sola voce Colui che il Padre ha mandato per riconciliare tutti a sé. Perciò la lode al Padre, così espressa nel prefazio: “Oggi hai effuso lo Spirito Santo che ha rivelato a tutti i popoli il mistero nascosto nei secoli e ha riunito i linguaggi della famiglia umana nella professione dell'unica fede". Nell'azione liturgica si rinnova per noi il prodigio della Pentecoste: mediante i santi segni siamo raggiunti dalla potenza dello Spirito del Padre (cf orazione dopo la comunione). Partecipando all'Eucaristia sperimentiamo di appartenere come membra vive alla Chiesa della Pentecoste, pronti a farci guidare - tra le menzogne del mondo - alla verità tutta intera su Dio e sull'uomo, dallo Spirito di verità (cf antifona alla comunione). La memoria dei misteri di Cristo suscita la profezia della testimonianza: il soffio del Risorto gonfi le nostre timide vele, portandoci al largo sulle vie della Pasqua.
Celebrare con arte e competenza
Anche se sono già passati 40 anni dal Concilio Vaticano II e dalla conseguente riforma della liturgia, si resta ancora assai condizionati dalla precedente visione “frantumata” dell'anno liturgico, come se fosse una casuale successione di feste e non lo sviluppo dell'unico mistero pasquale (cf CCC 1169). Per questo la riforma del calendario (1969) sottolinea che “i cinquanta giorni dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste sono celebrati nella letizia e nell'esultanza come un solo giorno di festa, anzi, come una grande domenica” (n 22). E' del resto significativo che le domeniche del tempo pasquale vengano chiamate tutte quante “domeniche di Pasqua” e non dopo Pasqua, come prima della riforma. Pertanto, per comunicare correttamente il messaggio della Pentecoste (= 50° giorno) non è possibile prescindere dalla Pasqua e dal battesimo. Il dono dello Spirito, infatti, non è che il compimento della Pasqua, lo scopo della passione, morte e risurrezione di Gesù, “innalzato” per attirare tutti a sé (cf Gv 12,32), per fare, cioè, la Chiesa, il popolo della nuova ed eterna alleanza. Non a caso le lingue di fuoco e il rombo proveniente dal cielo richiamano la prima alleanza del Sinai. Oggi la Chiesa celebra, per così dire, il suo compleanno, l'evento che costituisce ufficialmente la sua nascita e la sua azione fra gli uomini. E' quasi impossibile non fare riferimento a quel battesimo e a quell'unzione crismale che esprime e realizza la nostra aggregazione alla Chiesa. Un dono di Dio che impegna alla testimonianza. Una comunione con Dio che non esime dalla continua ricerca della verità. Del resto ogni autentica unione nuziale è un rapporto che si costruisce e si rinnova in permanenza... In ogni tempo la Chiesa è guidata dallo Spirito per trovare nuove vie per comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. La Chiesa non è un museo e i cristiani non sono semplici nostalgici del passato. Lo Spirito spalanca le porte del cenacolo e invia sulle strade del mondo.
A conclusione del tempo pasquale e alla luce del particolare messaggio della Pentecoste, oggi sembra opportuno dare una particolare enfasi alla benedizione finale e al congedo perché appaia come un vero e proprio mandato. Il testo proposto dal Messale Romano per la triplice e solenne benedizione finale sembra particolarmente adatto, soprattutto se introdotto da una brevissima monizione che richiami come ogni battezzato e cresimato abbia ricevuto un mandato per essere nel mondo testimone e strumento della salvezza evangelica, portatore di gioia e di speranza. Questa benedizione finale diventa particolarmente eloquente se accompagnata dall'imposizione delle mani, gesto che in passato costituiva l'unico segno di benedizione. Inoltre la conclusione della celebrazione eucaristica diventerebbe particolarmente significativa se con la processione finale si portasse il cero pasquale al fonte battesimale, dove resterà stabilmente per tutto il resto dall'anno liturgico (cf RICA, Introd. gen. 25) Se ciò non sembrasse opportuno a tutte le messe, lo si faccia almeno alla messa più frequentata o all'ultima messa del giorno... Non si lasci questo compito al sacrestano mentre riordina la chiesa!
Nel tardo medio evo in alcune chiese di Francia e d'Italia, nel contesto di quella particolare sensibilità che aveva sopperito l'incomprensibilità del simbolismo liturgico con la rappresentazione scenica, era invalso l'uso di far piovere dall'alto durante la messa di Pentecoste, soprattutto durante il canto della sequenza, petali di rose rosse e persino batuffoli di stoppa accesi per evocare la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco. Per questo ancora oggi in alcune contrade del centro-sud dell'Italia la Pentecoste è chiamata “Pasqua rosata”. Non è certo il caso di recuperare queste o simili tradizioni. Oggi, data la particolare attenzione che viene data al cero nell'ultimo giorno pasquale, potrebbe essere significativo, insieme ad un congruo addobbo floreale, porre accanto al cero o l'evangeliario subito dopo la proclamazione del Vangelo, oppure, fin dall'inizio della celebrazione, una dignitosa e sufficientemente grande Bibbia aperta verso l'assemblea. Potrebbe costituire un eloquente segno per ricordare che il cristiano è chiamato a portare al mondo la luce di Cristo annunciando il Vangelo di Dio con la parola e con la vita.
Vieni, santo Spirito, e manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. Silvano Sirboni |
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La
Vita in Cristo e nella Chiesa |
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