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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 

La domenica

"della missione dei discepoli"

15a del tempo ordinario - 13 luglio 2003

Donatella Scaiola

Prima lettura: Am 7,12-15
Salmo responsoriale:
Sal 84,9-14
Seconda lettura
: Ef 1,3-14
Vangelo:
Mc 6,7-13

 

Dalla missione di Gesù a quella dei discepoli

Se Gesù è l'uomo rifiutato, sorte non diversa capiterà ai suoi discepoli nel momento in cui vengono inviati come messaggeri della buona notizia del Vangelo. Gesù stesso non li proteggerà da questo rischio, anzi, nel prospettare loro il cammino che li aspetta, esclude esplicitamente ogni difesa, ogni protezione. Non li dota di mezzi potenti per avere successo, né di mezzi vistosi per fare colpo; li invia con la forza inerme della comunione fraterna ("a due a due") e con il potere, che è suo, di liberare gli uomini dagli spiriti immondi.

Sono in due perché si aiutino a vicenda, perché la loro testimonianza sia valida, ma soprattutto perché devono testimoniare tra loro l'amore che proclamano agli altri. Due, inoltre, è il principio di molti, germe della comunità. La missione, come non è una iniziativa privata, così non è neanche un incarico personale. I compagni di Gesù, se hanno imparato ad essere con lui, sanno stare anche tra di loro nel suo nome, insegnando così agli altri a fare altrettanto.

Devono mettersi in cammino con la prospettiva del rifiuto, sapendo che l'annuncio che essi portano non può che coinvolgere interamente la loro esistenza nel suo stesso destino: rivolgendosi alla libertà dell'uomo, la Parola può essere rifiutata e nulla può di fronte alla libertà di chi ascolta. L'impotenza di Dio che si manifesta in Gesù come Parola misericordiosa, come appello a convertirsi, ad entrare nella mentalità nuova della misericordia, nella libertà dal demonio della sopraffazione, dell'egoismo, del potere, caratterizza anche gli apostoli, mandati da lui, inviati a portare il suo messaggio.

Maestro dei cori, "Missione degli apostoli" 1467, museo nazionale di Cracovia.

Lasciandosi ospitare da chiunque, essi testimoniano la gratuità dell'annuncio che portano, che si lascia accogliere in qualunque cuore d'uomo quale seme capace di germogliare in qualsiasi terreno, ponendo come unica condizione l'apertura, la docilità, l'accoglienza. L'importanza della missione dei dodici è fondamentale perché prolunga ed estende la proclamazione del regno inaugurata da Gesù. Per questo la mancanza d'accoglienza deve essere denunciata: il gesto di scuotere la polvere dai piedi e dai vestiti in segno di rottura è prescritta dagli Atti degli apostoli (13,51) e dal Talmud. Sull'attività dei dodici Marco non dà alcuna indicazione di tempo o di luogo: gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che ha detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione, operare esorcismi e guarigioni. È importante sottolineare che essi partono realmente in missione; in Matteo il discorso di Gesù non è seguito dalla partenza dei discepoli (Mt 11,1), che viene rimandata a dopo la risurrezione (Mt 28,16-20). In Marco, invece (come in Lc 9,10), i discepoli torneranno, raccontando al Maestro tutto ciò che hanno fatto e insegnato (6,30). Questo brano evangelico si presenta come un "breviario di viaggio" perché gli inviati non dimentichino il volto di chi li invia. È la carta di identità della Chiesa apostolica la cui missione fu in povertà, e passò attraverso il fallimento, il nascondimento, l'impotenza e la piccolezza. Chi è mandato, non è un eroe, e tale non deve sentirsi, ma riceve il più grande dono del Padre: essere pienamente associato al Figlio, partecipe del mistero che annuncia. L'annuncio del Vangelo avviene sempre in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. La tentazione più grande è ritenere che ci siano altri mezzi più adatti al fine.

I dodici, e quelli dopo di loro, devono avere grande cura di vivere i valori del regno che annunciano, quelli che Gesù ha vissuto in prima persona. Più che di ciò che bisogna dire, Gesù si mostra preoccupato di ciò che bisogna essere. È vero che la Parola di Dio è efficace di per sé; non è la mia testimonianza e renderla credibile. Tuttavia la mia controtestimonianza produce scandalo.

La povertà che Gesù ordina non è di tipo stoico, non nasce dal disprezzo delle realtà mondane, ma viene dalla gioia di chi ha scoperto il tesoro (Mt 13,44), e conduce alla vittoria sul peccato del mondo, che consiste nella brama di avere, di potere e di apparire. La povertà è inoltre il volto concreto della fede, che fa riporre tutta la propria fiducia in Dio come Padre e Signore di tutto.

Si noti, infine, che tutto questo discorso scaturisca da un ordine di Gesù (v. 8). Non è dunque un consiglio quello che Gesù dà, ed è la prima volta che Gesù comanda qualcosa. Si comanda quando si sa che l'altro da sé non farebbe, o farebbe diversamente. Soltanto l'obbedienza a lui motiva la missione in povertà, di cui noi faremmo volentieri a meno. L'osservanza di questo comando è prova della nostra fede in lui. La non accoglienza della parola non è prospettata da Gesù solo come un'eventualità remota, come si diceva, e come la prima lettura illustra efficacemente.

Siamo nell'VIII sec. a.C., nel regno del nord, in Israele, in un periodo di grande sviluppo economico, di tranquillità politica, di pace con l'esterno, un'epoca che si potrebbe definire positiva. In quel contesto risuona la parola del primo profeta scrittore, Amos. Secondo gli esegeti, la sua missione profetica durò poco, forse solo alcuni mesi, perché, come racconta la prima lettura odierna, Amos fu scacciato dal santuario di Bethel e rimandato a casa sua, nel regno di Giuda. Nel momento del massimo rifiuto, il profeta non ha altre armi da opporre a chi lo respinge, non ha altra prova da fornire circa la legittimità della sua parola, che il riferimento alla sua vocazione. Nel momento in cui è scacciato, Amos racconta come il Signore l'ha chiamato e che cosa l'ha incaricato di annunciare a Israele.

Il profeta non è solo un messaggero della Parola di Dio. Tra l'ascolto della Parola e la sua proclamazione, c'è un momento intermedio che è quello dell'accoglienza della parola da parte del profeta stesso. Questo momento diventerà essenziale per chi si pone in rapporto con il messaggio dei profeti. Infatti il problema di Israele sarà il non ascolto, che eliminerà la condizione per vivere la parola e restare in alleanza con Dio. Emblematico, in questo senso, è il testo di Amos che la liturgia ci propone. Il sacerdote Amasia tenta di impedire ad Amos di profetizzare in Israele. Il testo è costruito sull'opposizione tra il comando dato dal Signore ad Amos e quello che Amasia vuole imporre al profeta. Questo episodio si trova nella terza parte del libro di Amos (capp 7-9), che contiene cinque visioni, costruite tutte secondo il medesimo schema. Ma, mentre dopo la prima e la seconda visione, il castigo annunciato da Dio non si realizza perché Amos intercede per il popolo, le altre tre visioni parlano del castigo come di una realtà imminente.

La differenza sta nel fatto che dopo la terza visione si trova il brano che stiamo leggendo, nel quale Amos viene scacciato e così non può più intercedere per il popolo. Di conseguenza, il Signore non può più perdonare, e viene la fine di Israele. C'è dunque un legame molto stretto tra il fatto che ad Amos sia impedito di profetizzare, la sua mancanza di intercessione e il conseguente non-perdono del Signore. Nel tentativo, messo in atto da Amasia, di scacciare Amos e di impedirgli la profezia, viene interrotta la possibilità di comunicazione tra l'uomo e Dio, quindi il dialogo di intercessione- perdono. Ma, nella fine della profezia imposta ad Amos con l'espulsione da Bethel, si attua la fine di Israele. Se il profeta non può più parlare ed intercedere, è come se fosse eliminato dalla scena perché il suo esistere è la sua profezia. Ma nella sua eliminazione non resta che constatare la fine d’Israele (Am 8,1-3).

Questa realtà tragica del rifiuto del profeta, del rifiuto dell'apostolo, è messa di fronte a noi come una sorta di monito, per indicarci una realtà sempre possibile, dalla quale nessuno può sentirsi al riparo. Ma la liturgia ci presenta anche il contrario di questo atteggiamento, e ci invita a scegliere. La chiave di volta che consente di passare da una posizione all'altra ci sembra di individuarla nella seconda lettura, che ci presenta l'inizio della lettera agli Efesini, un inno che, partendo dalla benedizione di Dio, ci fa contemplare il mistero della sua volontà, definita come "beneplacito", come favore, e non come minaccia. Dalla contemplazione di questo progetto, possiamo attingere la forza per aderirvi, diventando, a nostra volta, annunciatori del Vangelo.

 

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore, ti ringraziamo per il cibo che è sulla tavola e per l'amore che ci unisce. Molte avversità minacciano la vita dell'uomo: fame, malattie, inimicizie, vuoto esistenziale. Te le presentiamo perché tu sei il rimedio per ciascuna di esse. Distoglici dall'inseguire il benessere economico a scapito del bene integrale della persona. Rendici solleciti per la povertà degli altri ed apri il nostro cuore alle necessità di tutti. Sappiamo di non poter uscire dalla prigione dell'egoismo se non fondiamo su te la nostra sicurezza. Stacci sempre accanto. Amen.

Dario e Antonella

 

Celebrare nella bellezza

 * Dio è irriducibile. Continua a chiamare e a mandare nonostante conosca il rifiuto degli uomini. Manda i suoi a due a due perché siano comunità di fratelli che si sostengono a vicenda e dove Dio è in mezzo a loro. Gesù non è geloso delle sue prerogative: le consegna e le comunica a quelli che continueranno l'opera sua sino alla fine del mondo. “Chiamare” e “mandare”: in questi due verbi è racchiusa tutta l’identità del cristiano. Lo ricorda il Concilio Vaticano II: “La Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria... e a ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, per quanto gli è possibile, la fede” (Ad gentes 2).

* Oggi ricordiamo che tutti siamo chiamati, come Chiesa, a partecipare alla missione di Gesù e a compiere le sue opere, non per forza nostra ma per la potenza di Dio che abita in noi, si serve di noi per guarire, consolare, sanare gli uomini feriti e segnati dal peccato nel corpo e nell'anima. L'inviato, spesso suo malgrado, ha da dare un annuncio che per la mentalità mondana e godereccia è scomodo: gli uomini non lo stanno a sentire ma egli non può fare a meno di dir loro che Dio li chiama, li cerca, li attende. Si è chiamati per un servizio: testimoniare il Vangelo sino agli estremi confini della terra. In tale servizio si gioca la santità del chiamato.

* Oggi potremmo operare una revisione di vita veritiera e salutare; proveremo ad individuare ciò che ci rende ricchi e autosufficienti, così da ingannarci e farci credere che non abbiamo bisogno di Dio. Il Signore vuole la nostra libertà vera.

* Anche se è tempo di vacanza, troviamo il tempo di parlare di Dio e dell'opera sua; ritagliamo spazi di silenzio e di preghiera in una chiesa deserta, o dinanzi ad un panorama di montagna o al mare. Dalle cose belle create si può risalire a lodare e adorare l'Autore di tanta bellezza.

* Ricordiamo sempre agli amici del gruppo liturgico di essere generosi e di preparare bene tutte le celebrazioni domenicali. Ma una parola rispettosa la rivolgiamo ai presbiteri delle nostre comunità: non pensate che sia inutile la cura per la bellezza dell'aula liturgica, della vostra persona, delle vesti, dell'altare e dei vasi sacri; né inutile la gestualità semplice e solenne. Tutto serve per elevare, riconoscere la dignità e avere rispetto del popolo che è di Dio e che voi guidate nell'incontro con il suo Signore e Salvatore. Nel rito non tutto fa lo stesso, vivetelo, interpretatelo con l'unzione dello Spirito. Trascinerete le masse, guiderete la Sposa ad incontrare il Risorto. È una supplica: preparatevi a celebrare, abbiate per le folle la compassione di Gesù, vedendole anche voi, oggi, provate, sofferenti, sbandate e sfinite come pecore senza pastore. Preghiamo anche insieme perché il Signore nella sua bontà e pietà mandi i pastori che mancano in tante comunità.

* Se non ci sono preti, catechisti, animatori, il popolo, noi, ridiventiamo pagani e in pasto agli animali selvatici e alle sette. La liturgia domenicale curata con dispendio salva molti dalle spire delle sette. Lo credano anche quei fratelli presbiteri che forse pensano che dare tempo e preparare la domenica sia cosa da sentimentali suore e liturgisti fissati. Occorre avere la chiara certezza che la liturgia è il più efficace mezzo di comunicazione della fede: la suppone, la alimenta, la manifesta. Un'esperienza liturgica domenicale provoca, istruisce, è molto più di un lungo ciclo di catechesi. Vi agisce Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e se l'uomo è aiutato a dire sì consapevolmente alla loro azione salvifica ne esce sanato per trasfigurare e pacificare il mondo. Il rito non è uno schema o una formula per "confezionare" una presenza ma è un ritaglio di vita, uno spazio, un luogo teologico dove avviene la salvezza dell'uomo.

C.C.  

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro