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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 


Gesù pane vero disceso dal cielo

 

18a del t.o. - 3 agosto 2003 - anno B

 Donatella Scaiola

Prima lettura: Es 16,2-4.12-15
Salmo responsoriale:
Sal 77,3.4bc.23-25.54
Seconda lettura:
Ef 4,17.20-24
Vangelo:
Gv 6,24-35 Il pane della vita

 

Dopo la liberazione dall'Egitto, che viene presentata come il momento della nascita di Israele, viene il tempo dell'educazione che è quello dell'apprendimento della dura realtà dei limiti. È quanto descrive il testo della prima lettura, che può essere considerato paradigmatico di quanto avviene nel deserto. In questo racconto appaiono l'atteggiamento di Israele, la funzione di Mosè e la risposta di Dio. L'atteggiamento del popolo di Israele durante il cammino nel deserto è contrassegnato dalla resistenza alla salvezza, di cui si parla in molti testi.
La prima lettura inizia descrivendo una situazione di disagio: "Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine"" (Es 16,2-3).
In questo caso, si tratta semplicemente del deserto. È molto importante notare che il racconto non inizia con un vero bisogno, come in altri episodi (Es 15,22; 17,1). Israele non viene presentato come se stesse per morire di fame e invocasse il pane. Al contrario, il popolo brama le "pentole di carne dell'Egitto" e "pane a sazietà". Ci sono dei testi, come
per esempio Nm 11,4 e il Sal 78,30, in cui viene condannata esplicitamente la bramosia di carne da parte del popolo come un desiderio illecito. Poiché il consumo di carne rappresentava una raffinatezza per la gente comune del vicino Oriente antico, in Es 16 è implicito lo stesso giudizio negativo nei confronti della richiesta degli Israeliti. Israele, comunque, protesta, o, come dicono altre traduzioni, "mormora", "recrimina". Il verbo "protestare" indica una lamentela con pretesa di qualcosa. L'atteggiamento di Israele manifesta un giudizio di valore sul cammino fatto: il popolo considera l'Esodo non un cammino verso la vita, ma verso la morte ("ci avete fatto uscire per farci morire"). Il popolo perde di vista il luogo verso cui sta andando; il deserto, da luogo di passaggio, è giudicato il luogo dove si arriva e si muore. Nasce allora la nostalgia dell'Egitto: si vuole tornare indietro, si preferisce la schiavitù dell'Egitto alla fatica del cammino. La preoccupazione per il cibo e l'acqua, la paura e la stanchezza, fanno dimenticare a Israele tutto ciò che Dio ha compiuto per lui. Nel deserto Israele non sa fare memoria, si sente solo con se stesso, schiavo più di prima. Ciò che riesce a ricordare è solo la sua schiavitù. Nel suo giudizio di valore, Israele stravolge il senso della salvezza operata da Dio, interpretandola come un cammino di morte (Es 14,11-12).

“I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto”. Miniatura su codice della Pierpont Morgan Library di New York.

Il dono delle quaglie e della manna è la risposta di Dio, attraverso Mosè e Aronne, alla recriminazione del popolo. Il racconto presenta un rapporto tra "mormorazione" e dono della manna. Nella mormorazione Israele aveva messo in discussione la capacità di salvezza di Dio, tanto da interpretare il cammino fino ad allora fatto come un cammino di morte. Dio, come risposta, mostra la preoccupazione per il suo popolo e insieme manifesta il suo amore per Israele. Nella relazione tra il lamento e il dono della manna e delle quaglie appare anche qual è il carattere del miracolo secondo l'Antico Testamento. È la capacità di vedere ciò che sta accadendo. Manna e quaglie, che sono due fenomeni relativamente naturali nell'ambito della penisola sinaitica, vengono letti come l'intervento provvidente di Dio che accompagna il suo popolo e lo nutre nel deserto. Dio nutre il suo popolo non perché causi fenomeni "soprannaturali", ma Egli interviene mostrando attraverso i segni della natura (e della storia) la sua mano provvidente. Occorre avere occhi adeguati per leggere il dono di Dio, per leggere ciò che viene concesso come dono. Occorre avere occhi per vedere la realtà di Dio, il suo modo di agire nella storia, e sapere leggere dietro le verità della storia la sua promessa.
Gesù, nel Vangelo, riprende e approfondisce questo discorso. Inizia la sua rivelazione con un detto enigmatico, parabolico: "Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà" (v 27). Gesù contrappone se stesso in quanto vero pane, a tutte le attese di salvezza, che possono essere intese come forme di preparazione, ma in nessun modo come meta e conclusione della ricerca dell'uomo.
Denunciando la falsità della ricerca della folla, Gesù spiega quale sia l'unica vera ricerca di Dio: credere.
Gesù è la luce, la forza, la pienezza del nostro vivere. Nella foto: “Cristo distribuisce l’Eucaristia”. Mosaico della cattedrale di S. Sofia, Kiev.

Si comprende qui il collegamento con la prima lettura, di cui abbiamo ampiamente parlato: mentre i Giudei pretendono di misurare Gesù e il suo comportamento sul modello del passato (Mosè, la manna), Gesù ribalta la prospettiva e afferma che il significato del passato non è racchiuso nell'avvenimento, ma nella sua apertura al futuro. Mosè e la manna rimandano a Gesù che è il vero "pane dal cielo". Il mistero di Dio si rivela in Gesù che si rapporta all'uomo come un essere-per, come vita dell'uomo e del mondo. Di qui la domanda dei Galilei: “Signore, dacci sempre questo pane”. Che cosa chiedono esattamente? Forse un pane materiale che li dispensi dalla fatica di procurasi il cibo? In ogni caso, Gesù parte da questa richiesta e approfondisce ulteriormente il suo discorso di rivelazione: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. "Io sono” richiama la formula solenne con la quale il Signore aveva rivelato il suo nome a Mosè sul Sinai (Es 3,14). Gesù si presenta come il vero nutrimento, come il pane annunciato dalla Scrittura, come la Sapienza che invitava coloro che l'ascoltavano a condividere il suo pane e a bere del suo vino: “Venite e me, voi che mi desiderate e saziatevi dei miei frutti…Coloro che mi mangiano avranno ancora fame, e coloro che mi bevono avranno ancora sete” (Sir 24,19.21); “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato” (Pro 9,5). L'appello è analogo, ma la conseguenza è diversa: infatti, mentre i discepoli della sapienza avranno ancora fame e sete di un nutrimento sempre saporito, quelli di Gesù saranno completamente soddisfatti. Con Gesù i tempi sono compiuti, il desiderio è appagato e questa esperienza è accessibile non solo ai Galilei, ma ad ogni uditore della Parola. A nostra volta siamo invitati ad accogliere questo dono, facendo nostro il ritornello del Salmo responsoriale: “Donaci, Signore, il pane della vita”.

  

 

Celebrare nella bellezza  

  “Il pane del cielo, quello vero”

* Non si può o almeno non s'impara né si sente il bisogno di celebrare con bellezza se non si sa cosa si sta facendo.

“Gli dissero: quale segno tu dunque fai perché vediamo e possiamo crederti?” (cf Gv 6,30).
Gesù dona il pane come “segno”; la manna, cibo che nutrì Israele nel deserto, ne era annunzio e profezia.
La manna, chiamata oggi dai botanici tamarix mannifera, era un arbusto tipico del deserto. La sua crescita in condizioni inospitali, quel suo rendersi utile come nutrimento in situazioni disagiate la faceva considerare dagli ebrei quasi un portento, un grande dono di Dio. Gli ebrei vedendola per la prima volta nel deserto domandarono: “Cos’è questo”?, in ebraico Man hu? Di qui il nome manna che le è rimasto. Gli ebrei la considerarono come il pane del cielo. Nel libro della Sapienza (16,20) il Signore è ringraziato così: “Hai sfamato il tuo popolo con il pane degli angeli”. Ancora oggi gli arabi la chiamano “il cibo del cielo”.
Quei galilei alle prese con Gesù in sostanza vengono a dirgli: Mosè ci ha dato la manna, e tu cosa ci dai? E Gesù chiarisce subito: “Non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero.” C’è un pane vero che il Padre vi dà oggi, lo dà per la fame degli uomini di oggi che siete voi.
E’ fatica distinguere il pane materiale da quello che nutre lo spirito.

* Molto spesso viene chiesto a noi liturgisti: quali segni possiamo inserire in questa Messa? O anche: spiegaci i "segni", intendendo con questa parola gesti, atteggiamenti, oggetti che sono nella liturgia o si aggiungono. Dobbiamo dirci chiaramente che i "segni fondamentali" da riconoscere sono proprio il Pane e il Vino. Questi sono il cuore e il segno-simbolo più alto nella celebrazione eucaristica, tutto il resto è orientato e finalizzato a questo.
Certo, il rito liturgico è complesso, fatto di parole e gesti, di ritmi, sequenze rituali, di gesti e parole che conducono ed accompagnano verso un simbolo fondamentale, e veicolano una realtà invisibile ma concreta. Il linguaggio simbolico della liturgia è costituito di gesti, azioni, oggetti, parole, come il radunarsi, cantare, stare in piedi, sedersi, ascoltare, pregare, offrire, lodare, elevare le mani, tendere le mani per
lo scambio di pace, stenderle per accogliere il Corpo di Cristo, camminare processionalmente, segnarsi, fare silenzio, mangiare, bere… il tutto qui, adesso, in questa festa, con questa comunità e la sua storia. Sono azioni umane, poste nel rito, volte a farci andare oltre il rito, nella fede, a vedere l'invisibile, a sperimentare una Presenza reale sebbene appunto invisibile. Proprio questo è il ruolo e l'essenza del simbolo, che è costituito da una realtà visibile che ne contiene una invisibile altrettanto reale; esso è anche segno proprio in quanto indica, informa, provoca… Ma il segno però non sempre è simbolo. La Parola di Dio, la rivelazione di Gesù, le Scritture ci istruiscono, aprono i nostri occhi di fede e fanno vedere al di là del segno per cogliere la realtà del simbolo. Proprio per questo allora le azioni, i gesti, le parole prendono una nuova forma, sono "riformati" e trasfigurati ed oltre la funzione normale che hanno sempre (es: si mangia perché si ha fame, si beve perché si ha sete ed è indispensabile alla vita) assumono, nel contesto liturgico, un di più di senso, veicolano un altro contenuto. Perciò il pane non è più solo pane ma il Corpo di Cristo, il vino il suo Sangue.

* Com'è questo mistero? Esso scandalizza ieri come oggi ma è così che ha voluto Gesù per farsi vita nostra in eterno.

* La questione è proprio questa: non preoccupiamoci tanto di aggiungere i segni dei Segni-simboli. Occorre piuttosto entrare in questi. Il pane dev'essere consacrato sempre in ogni Messa (prendere l'Eucaristia custodita nel tabernacolo per distribuirla ai fedeli, dovrebbe essere un'eccezione soltanto), perché ciascun fedele deve fare come Gesù: prendere un po' di pane e farne il segno dell'offerta di se stesso, cosicché Gesù, vedendo in quel pane, il discepolo che la pensa come lui può dire, attraverso il sacerdote: questo discepolo, nel segno del pane, è il mio corpo dato e il mio sangue versato.
Ecco come e in che senso l'Eucaristia fa la Chiesa. Infatti fa di noi il Corpo e il Sangue di Gesù che continua a donarsi e versarsi sino alla fine del mondo nei discepoli suoi. Il Padre gradisce quest'offerta del Figlio e del suo Corpo ecclesiale preparata dal fuoco dello Spirito Santo.

* Ricordiamo che nell'Eucaristia è attiva la nostra Cresima; possiamo fare Eucaristia, cioè offrire noi stessi, nel segno del pane e del vino come Gesù, in Gesù, per e attraverso Gesù, perché lo Spirito Santo della nostra Cresima ci sostiene come ha sostenuto, confortato, consolato Gesù, lo ha aiutato a morire per noi e aiuta anche noi a vivere e morire per lui e per i fratelli. Di per sé non potremmo, né sapremmo fare Eucaristia senza la Cresima. La realtà è che l'Eucaristia è il culmine dell'assimilazione a Gesù e cioè dell'iniziazione cristiana: Battesimo- Cresima-Eucaristia. Discernere il Pane, comprendere il segno-simbolo, significa dunque sapere che cosa rappresenta quel Pane; ce lo sta dicendo l'evangelista Giovanni in queste domeniche con il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao.

* Tutto sommato, l'uva e le spighe sono forse un aiuto ma in realtà sono soltanto il simbolo del Simbolo; questo è letto autenticamente soltanto dalla Parola di Dio, dalla fede e dalla preghiera. Il sacrificio della croce si rende realmente presente perché c'è qui un discepolo, oggi, che intende fare quello che fece Gesù, come e con lui.

* Occorre davvero capire bene allora la processione d'offertorio che è fatta per esprimere quanto stiamo dicendo: viene portato all'altare soltanto ciò che è destinato a divenire il Corpo di Cristo. Anche le offerte in danaro, che sono un po' della mia vita per la vita del fratello, sono in questa linea: i fratelli sono membra del Corpo diffuso di Cristo. La raccolta delle offerte è un vero atto di culto, il segno della volontà di offrire me stesso con Gesù, in Gesù, e come Gesù, al Padre per i fratelli. Se all'offertorio si offre un pallone non è perché ai bambini piace giocare, perlomeno non soltanto per questo ma per donarlo a bambini che non possono averlo per giocare; se si offre una Bibbia è per donarla a chi non può acquistarla, se si offrono alimenti, sono per i poveri ecc. Non possiamo stravolgere il senso del momento rituale con una sfilata folkloristica di prodotti tipici del luogo per fare coreografia. Può riuscire gratificante e coinvolgente, è vero: i segni del sacrificio di Cristo e nostro sono austeri e poveri ma non siamo noi che possiamo gestire tutto questo, li ha scelti Gesù per dire una determinata realtà. Non si possono fare cose che non hanno un senso preciso o hanno quello che gli diamo noi con il risultato che sono devianti e finiti. Per far entrare la storia nella liturgia, in modo che tutti vi si possano ritrovare e non risulti soltanto una fredda azione di testa, ci sono molti modi. E' indispensabile per esempio, la preparazione dell'ambiente, la monizione di accoglienza, il modo di confezionare e preparare il pane, di recare il vino all'altare, l'attenzione ai poveri, la preghiera per i bisogni della comunità, i malati, i bambini, le famiglie, ecc. Tutta la liturgia eucaristica è un annuncio di speranza, di risurrezione, di consolazione: un Evangelo!!!

C.C.

  

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore Gesù,
noi riconosciamo che tutto il buono
ed il bello del mondo viene da te.
Tu sei la vita ed il pane che la sostiene per sempre.
Da te abbiamo ricevuto e riceviamo ogni bene.
Vorremmo essere segni del tuo amore
per le creature, invece spesso presentiamo al
prossimo un volto sfigurato dalla stanchezza,
dai nervi e dalla paura.
Forse l'ateismo e l'indifferenza religiosa
dipendono proprio dai nostri rinnegamenti
e dalla nostra tiepidezza!
Donaci un cuore grato, coraggioso, coerente,
che sappia ricevere vita
e trasmetterla agli altri senza posa.
Signore, trasformaci in te. Amen.

Dario e Antonella

 

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro