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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA |
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18a del t.o. - 3 agosto 2003 - anno B Donatella Scaiola
Prima lettura:
Es 16,2-4.12-15
Dopo la
liberazione dall'Egitto, che viene presentata come il momento della nascita
di Israele, viene il tempo dell'educazione che è quello dell'apprendimento
della dura realtà dei limiti. È quanto descrive il testo della prima
lettura, che può essere considerato paradigmatico di quanto avviene nel
deserto. In questo racconto appaiono l'atteggiamento di Israele, la funzione
di Mosè e la risposta di Dio. L'atteggiamento del popolo di Israele durante
il cammino nel deserto è contrassegnato dalla resistenza alla salvezza, di
cui si parla in molti testi.
Il dono delle quaglie e della manna è la risposta di Dio,
attraverso Mosè e Aronne, alla recriminazione del popolo. Il racconto
presenta un rapporto tra "mormorazione" e dono della manna. Nella
mormorazione Israele aveva messo in discussione la capacità di salvezza di
Dio, tanto da interpretare il cammino fino ad allora fatto come un cammino
di morte. Dio, come risposta, mostra la preoccupazione per il suo popolo e
insieme manifesta il suo amore per Israele. Nella relazione tra il lamento e
il dono della manna e delle quaglie appare anche qual è il carattere del
miracolo secondo l'Antico Testamento. È la capacità di vedere ciò che sta
accadendo. Manna e quaglie, che sono due fenomeni relativamente naturali
nell'ambito della penisola sinaitica, vengono letti come l'intervento
provvidente di Dio che accompagna il suo popolo e lo nutre nel deserto. Dio
nutre il suo popolo non perché causi fenomeni "soprannaturali", ma Egli
interviene mostrando attraverso i segni della natura (e della storia) la sua
mano provvidente. Occorre avere occhi adeguati per leggere il dono di Dio,
per leggere ciò che viene concesso come dono. Occorre avere occhi per vedere
la realtà di Dio, il suo modo di agire nella storia, e sapere leggere dietro
le verità della storia la sua promessa. Si comprende qui il collegamento con la prima lettura, di cui abbiamo ampiamente parlato: mentre i Giudei pretendono di misurare Gesù e il suo comportamento sul modello del passato (Mosè, la manna), Gesù ribalta la prospettiva e afferma che il significato del passato non è racchiuso nell'avvenimento, ma nella sua apertura al futuro. Mosè e la manna rimandano a Gesù che è il vero "pane dal cielo". Il mistero di Dio si rivela in Gesù che si rapporta all'uomo come un essere-per, come vita dell'uomo e del mondo. Di qui la domanda dei Galilei: “Signore, dacci sempre questo pane”. Che cosa chiedono esattamente? Forse un pane materiale che li dispensi dalla fatica di procurasi il cibo? In ogni caso, Gesù parte da questa richiesta e approfondisce ulteriormente il suo discorso di rivelazione: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. "Io sono” richiama la formula solenne con la quale il Signore aveva rivelato il suo nome a Mosè sul Sinai (Es 3,14). Gesù si presenta come il vero nutrimento, come il pane annunciato dalla Scrittura, come la Sapienza che invitava coloro che l'ascoltavano a condividere il suo pane e a bere del suo vino: “Venite e me, voi che mi desiderate e saziatevi dei miei frutti…Coloro che mi mangiano avranno ancora fame, e coloro che mi bevono avranno ancora sete” (Sir 24,19.21); “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato” (Pro 9,5). L'appello è analogo, ma la conseguenza è diversa: infatti, mentre i discepoli della sapienza avranno ancora fame e sete di un nutrimento sempre saporito, quelli di Gesù saranno completamente soddisfatti. Con Gesù i tempi sono compiuti, il desiderio è appagato e questa esperienza è accessibile non solo ai Galilei, ma ad ogni uditore della Parola. A nostra volta siamo invitati ad accogliere questo dono, facendo nostro il ritornello del Salmo responsoriale: “Donaci, Signore, il pane della vita”.
Celebrare nella bellezza “Il pane del cielo, quello vero” * Non si può o almeno non s'impara né si sente il bisogno di celebrare con bellezza se non si sa cosa si sta facendo.
“Gli dissero: quale segno tu dunque fai perché vediamo e possiamo
crederti?” (cf Gv 6,30).
* Molto spesso viene chiesto a noi liturgisti: quali segni possiamo
inserire in questa Messa? O anche: spiegaci i "segni", intendendo con questa
parola gesti, atteggiamenti, oggetti che sono nella liturgia o si
aggiungono. Dobbiamo dirci chiaramente che i "segni fondamentali" da
riconoscere sono proprio il Pane e il Vino. Questi sono il cuore e il
segno-simbolo più alto nella celebrazione eucaristica, tutto il resto è
orientato e finalizzato a questo. * Com'è questo mistero? Esso scandalizza ieri come oggi ma è così che ha voluto Gesù per farsi vita nostra in eterno.
* La questione è proprio questa: non
preoccupiamoci tanto di aggiungere i segni dei Segni-simboli. Occorre
piuttosto entrare in questi. Il pane dev'essere consacrato sempre in ogni
Messa (prendere l'Eucaristia custodita nel tabernacolo per distribuirla ai
fedeli, dovrebbe essere un'eccezione soltanto), perché ciascun fedele deve
fare come Gesù: prendere un po' di pane e farne il segno dell'offerta di se
stesso, cosicché Gesù, vedendo in quel pane, il discepolo che la pensa come
lui può dire, attraverso il sacerdote: questo discepolo, nel segno del pane,
è il mio corpo dato e il mio sangue versato. * Ricordiamo che nell'Eucaristia è attiva la nostra Cresima; possiamo fare Eucaristia, cioè offrire noi stessi, nel segno del pane e del vino come Gesù, in Gesù, per e attraverso Gesù, perché lo Spirito Santo della nostra Cresima ci sostiene come ha sostenuto, confortato, consolato Gesù, lo ha aiutato a morire per noi e aiuta anche noi a vivere e morire per lui e per i fratelli. Di per sé non potremmo, né sapremmo fare Eucaristia senza la Cresima. La realtà è che l'Eucaristia è il culmine dell'assimilazione a Gesù e cioè dell'iniziazione cristiana: Battesimo- Cresima-Eucaristia. Discernere il Pane, comprendere il segno-simbolo, significa dunque sapere che cosa rappresenta quel Pane; ce lo sta dicendo l'evangelista Giovanni in queste domeniche con il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao. * Tutto sommato, l'uva e le spighe sono forse un aiuto ma in realtà sono soltanto il simbolo del Simbolo; questo è letto autenticamente soltanto dalla Parola di Dio, dalla fede e dalla preghiera. Il sacrificio della croce si rende realmente presente perché c'è qui un discepolo, oggi, che intende fare quello che fece Gesù, come e con lui. * Occorre davvero capire bene allora la processione d'offertorio che è fatta per esprimere quanto stiamo dicendo: viene portato all'altare soltanto ciò che è destinato a divenire il Corpo di Cristo. Anche le offerte in danaro, che sono un po' della mia vita per la vita del fratello, sono in questa linea: i fratelli sono membra del Corpo diffuso di Cristo. La raccolta delle offerte è un vero atto di culto, il segno della volontà di offrire me stesso con Gesù, in Gesù, e come Gesù, al Padre per i fratelli. Se all'offertorio si offre un pallone non è perché ai bambini piace giocare, perlomeno non soltanto per questo ma per donarlo a bambini che non possono averlo per giocare; se si offre una Bibbia è per donarla a chi non può acquistarla, se si offrono alimenti, sono per i poveri ecc. Non possiamo stravolgere il senso del momento rituale con una sfilata folkloristica di prodotti tipici del luogo per fare coreografia. Può riuscire gratificante e coinvolgente, è vero: i segni del sacrificio di Cristo e nostro sono austeri e poveri ma non siamo noi che possiamo gestire tutto questo, li ha scelti Gesù per dire una determinata realtà. Non si possono fare cose che non hanno un senso preciso o hanno quello che gli diamo noi con il risultato che sono devianti e finiti. Per far entrare la storia nella liturgia, in modo che tutti vi si possano ritrovare e non risulti soltanto una fredda azione di testa, ci sono molti modi. E' indispensabile per esempio, la preparazione dell'ambiente, la monizione di accoglienza, il modo di confezionare e preparare il pane, di recare il vino all'altare, l'attenzione ai poveri, la preghiera per i bisogni della comunità, i malati, i bambini, le famiglie, ecc. Tutta la liturgia eucaristica è un annuncio di speranza, di risurrezione, di consolazione: un Evangelo!!! C.C.
Preghiera della famiglia attorno alla mensa
Signore Gesù, Dario e Antonella
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La
Vita in Cristo e nella Chiesa |
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