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MENSILE D'INFORMAZIONE E FORMAZIONE LITURGICA

 
 

 


Gesù servo dell’umanità

 

 DONATELLA SCAIOLA

 25a del tempo ordinario 21 settembre 2003 - anno B

Prima lettura: Sap 2,12.17-20
Salmo responsoriale:
Sal 53,3-6.8
Seconda lettura:
Gc 3,16-4,3
Vangelo:
Mc 9,30-37

La croce del Figlio, l'unico giusto

La prima lettura sembra una predizione diretta della passione di Cristo, e probabilmente, infatti, gli evangelisti hanno utilizzato questo testo come chiave di lettura dell'evento della croce. Sullo sfondo del discorso si può intravvedere l'esperienza del martirio, entrato nella storia del popolo di Dio nel II sec. a.C., con i Maccabei. A partire da questa persecuzione, gli Ebrei si sono domandati: com'è possibile che Dio, onnipotente e pieno di amore verso i suoi, li abbandoni ai persecutori, permetta che vengano uccisi solo perché sono fedeli a Lui e non accorra a salvarli?
Questo interrogativo sul mistero di un Dio apparentemente impassibile di fronte alla morte dei giusti, ne provoca un altro: cosa pensare della morte e di una morte prematura, sofferta per Dio? Il problema è serio perché nel testo del libro della Sapienza gli empi che perseguitano il giusto sono esponenti e sostenitori di una concezione puramente materialistica dell'esistenza umana che nega qualsiasi tipo di sopravvivenza oltre la morte e qualunque intervento di Dio nella vita dell'uomo. Di conseguenza, la scala di valori che queste persone hanno corrisponde alla loro concezione della vita, unico bene di cui si possa godere, senza che esista una norma estrinseca che vada rispettata e ponga un limite alla brama del piacere.
Vittime di tale concezione della vita sono i deboli e chiunque sia rispettoso degli altri, vale a dire, il giusto. Gli empi negano qualunque intervento di Dio nel mondo; senza ragione o prove hanno sostituito Dio con il caso; cadono così nella mani di un automatismo impersonale e crudele che segna con fatalità, disperazione e tristezza la condizione umana. L'autore, invece, afferma che l'uomo non è un essere scagliato nel vuoto dell'esistenza, ma vuole che egli viva (Sap 2,23).
I testi biblici a cui l'autore di Sap 2 ha potuto ispirarsi nella sua descrizione dell'opposizione tra gli empi e il giusto, sono tre: innanzitutto, si ricordi il quarto canto del servo (Is 52,13-53,12). In comune con Isaia c'è la determinazione del giusto come pais (figlio o servo) del Signore e il fatto che, sia al giusto perseguitato che al servo sofferente, è riservato uno stesso destino, cioè una morte infame. Vi è anche, però, una differenza importante tra le due figure: il servo di Isaia porta su di sé le colpe di tutti (Is 53,4-8.11-12) e offre la sua vita in espiazione per queste colpe (53,10), elementi assenti dalla figura del giusto di Sap 2.
Il secondo testo è il salmo 22, che pure mette in scena un giusto oppresso e perseguitato, però quello che è caratteristico del giusto di Sap 2 è la sua fede nella felicità finale dei giusti, un elemento che manca  nel salmo 22, secondo il quale il giusto soffre pure del silenzio di Dio. Si potrebbe infine fare riferimento anche al salmo 2 perché il giusto, secondo gli empi (Sap 2,18), si proclama figlio di Dio, anche se nel salmo 2 siamo di fronte ad una figura esplicitamente regale.
Si può forse concludere dicendo che sullo sfondo di Sap 2 si intravvedono altri testi e figure che presentano elementi di contatto con il giusto descritto nel testo, e tutta questa tradizione precipita, per così dire, o viene raccolta dai Vangeli che la utilizzano per interpretare la passione di Gesù.
Nella pagina evangelica odierna il secondo annunzio della passione-risurrezione esprime un contrasto tra il Figlio dell'uomo, la cui gloria si è manifestata, e il suo triste destino che lo consegna "nelle mani degli uomini". Nel viaggio attraverso la Galilea (9,30) assistiamo ad una fermata: come all'inizio del Vangelo, Gesù sceglie Cafarnao come luogo di pausa, e i discepoli si ritrovano con Lui "nella casa". Nel Vangelo di Marco, la casa è il luogo privilegiato dell'insegnamento privato. Gesù li interroga sull'oggetto della loro discussione "per strada". I discepoli però tacciono, perché avevano discusso sul diritto di precedenza. Gesù si siede (v 35), nella posizione del maestro che insegna. È una lezione importante. In 3,13 li chiamò e costituì i Dodici perché stessero con Lui; in 6,7 li chiamò per inviarli; ora li chiama di nuovo per mostrare la loro vera identità, che dovranno vivere e annunciare.
Alla domanda "chi è il più grande?", Marco risponde mettendo l'accento sull'ultimo posto e sul servizio di tutti (9,35). Prendendo in braccio un bambino, poi, Gesù indica in che modo servire. Il bambino non era tenuto in particolare considerazione nella società del suo tempo. Il bambino è l'uomo non realizzato, ultimo di tutti. Insufficiente a sé e bisognoso degli altri, è ciò che gli altri ne fanno. Riceve tutto ciò che ha e che è, vivendo di dono e di accoglienza gratuita. E lo fa con semplicità, perché si sente amato. Diversamente non può neanche vivere. In questo rappresenta la condizione creaturale, comune a tutti.
Essere servo di tutti significa accogliere con amore coloro che la società trascura. Questa accoglienza implica un capovolgimento di valori: non avviene perché si è buoni, ma "in nome di Gesù", per la sua persona.
Gesù è talmente legato all'umanità che vive nel più profondo di ogni uomo, anche il più disprezzato: servire significa allora accogliere il piccolo col quale Dio si identifica. La minorità e il servizio sono il segno dello spirito di Cristo. Egli offre ai suoi discepoli questo criterio di realizzazione come guarigione dalla sete di protagonismo, principio di distruzione. Gesù sa che ognuno vuole e deve realizzarsi, per questo dà i veri criteri. Alla brama di primeggiare nell'avere, nel potere e nell'apparire, egli sostituisce il desiderio di servire e accogliere il piccolo. Questa è la grandezza di Dio. Essendo amore, non afferma se stesso a spese dell'altro, ma lo promuove a sue spese; non si serve dell'altro, ma lo serve; non lo spoglia di ciò che ha, ma si spoglia, a suo favore, di tutto, anche di sé. Essere povero, umile e piccolo, è la caratteristica propria di Dio che si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Per questo, il modello a cui il discepolo deve ispirarsi non è quello mondano della lotta per il dominio. Al centro della comunità nuova Gesù pone se stesso e un bambino col quale si identifica. Alla concorrenza per essere più grande, si sostituisce il gareggiare nella piccolezza (Rom 12,10; Fil 2,3) e nell'accoglienza del piccolo.

"Gesù istruiva i suoi discepoli e diceva loro: Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini…". Miniatura dell'evangeliario di Ottone III, biblioteca di Monaco.

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

 Dio Padre Onnipotente,
i tuoi doni sono meravigliosi e perfetti,
la tua bontà è infinita.
Non permettere che il nostro egoismo e la nostra
gelosia competano con la tua misericordia.
Dacci un cuore semplice per comprendere
che ogni bene viene da te, perché impariamo
a condividere tutto con i fratelli,
ad accettare il loro aiuto
e ad apprezzare i doni che tu hai fatto loro.
Ti rendiamo grazie per le ricchezze
che ci elargisci tramite i nostri fratelli.
Amen.

Dario e Antonella

 Nel Vangelo il bambino rappresenta chi è povero, chi deve dipendere dagli altri.  

Celebrare nella bellezza

 * Oggi torna il discorso duro della passione, i discepoli non vogliono intenderlo e, come un paradosso, discutono chi di loro sia il più grande. Devono essere rimasti mortificati alla domanda di Gesù: “di che cosa stavate discutendo lungo la via?…”. Infatti tacciono.

* In questa domenica possiamo approfittare per una verifica sul nostro servizio a Dio e a i fratelli, all'interno delle nostre comunità parrocchiali. E' chiaro: in parrocchia tutti sono tenuti a dare il proprio contributo secondo le possibilità e i doni ricevuti, è un impegno che deriva dall'iniziazione cristiana. Tutti dobbiamo attivarci per trasmettere la fede nella catechesi, celebrarla nella liturgia, mostrarla nella carità e solidarietà, questo però non perché abbiamo bisogno di essere gratificati, sentirci utili o perché abbiamo tempo da occupare. E' dovere gratuito, compiuto con grande umiltà, paghi solo del privilegio di poter lavorare nella vigna del Signore e servire l'avvento del regno di Dio. La nostra ricompensa è il Signore. Il servizio di Chiesa è da purificare dal protagonismo, dalle gelosie… Nessuno può farsi padrone di nulla, sia pure di un vaso di fiori o un armadio. Ciò che è dato, in tempo, energie, intelligenza, è dato, non mi appartiene più e non deve portare il mio nome. Non è molto cristiano trovare in buona evidenza, sotto uno degli arredi per la liturgia, il nome di chi l'ha donato: "la tua destra non sappia ciò che fa la tua sinistra…" o anche: "il più grande si faccia piccolo e servo",come Gesù. Dovrebbe esserci tra noi cristiani la gara che c'era tra i due amici santi Basilio e Gregorio: "Quando ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l'amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l'uno per l'altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale. Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice di invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l'emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all'altro di esserlo…. E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attività e imprese della loro vita, per noi invece era grande realtà e grande onore essere e chiamarci cristiani" (cf Lettura dell’Ufficio del 2 gennaio).

* I servizi nella liturgia richiedono disponibilità e sono molti: ne parla anche l'introduzione al Messale Romano ai nn 58- 73, in particolare: "i fedeli si dimostrino pronti a servire con gioia l'assemblea del popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche servizio particolare nella celebrazione (cf n 62). Occorre dire che compiendo un qualche servizio ci si arricchisce molto personalmente, la comunità si manifesta adorna dei doni che lo Spirito distribuisce a piene mani e si fa comunione nella diversità. E' lo stile che deve rigorosamente essere quello del servo del Signore, badando sempre di essere comunità aperta, avviando altri, lasciando il posto, pronti ad occupare quello che nessuno vorrebbe perché magari nascosto ma indispensabile.

* Che sarebbe la Messa parrocchiale della domenica se il coro non faticasse a prepararsi con adeguate prove di canto? Se qualcuno non pulisse la chiesa, non stirasse la tovaglia, non disponesse i fiori, non preparasse le preghiere, i lettori ecc? L'animazione liturgica è servizio al sacerdozio del popolo di Dio, richiede competenza, preparazione, studio e, lo ripetiamo, tanto dispendio.

* Credere al potenziale evangelizzante dell'azione liturgica. In alcuni casi ha custodito la fede di interi popoli. Normalmente i fedeli non partecipano ad alcuna catechesi ma frequentano la Messa domenicale; è questa dunque una chance, una opportunità che abbiamo per istruire anche nella fede e nutrirla. Ecco perché sono importanti i ministeri, la competenza, lo svolgerli nel migliore dei modi.

* Due piccoli richiami vogliamo proporre su due questioni: il momento degli avvisi e il modo migliore di fare l'esposizione eucaristica dopo la Messa. - I Principi e norme per l'uso del Messale Romano(= PNMR o IGMR), ai n 123 dicono: "Detta l'orazione dopo la comunione, si possono dare, se occorre, brevi comunicazioni (o avvisi) al popolo”. E' dunque stabilito il momento di questo intervento; non è da farsi subito dopo la comunione dove invece si deve rispettare il prescritto silenzio (cf ibid n 56j). - L'esposizione dell'Eucaristia subito dopo la Messa va fatta secondo le prescrizioni del Rito per il culto eucaristico fuori della Messa al n 111: "Se l'esposizione è solenne e prolungata, l'ostia per la adorazione si consacra nella Messa che precede immediatamente l'esposizione stessa e si colloca nell'ostensorio sull'altare dopo la comunione. La Messa termina con l'orazione dopo la comunione. Si tralasciano quindi i riti di conclusione. Prima di ritirarsi, il sacerdote, secondo l'opportunità, colloca il Sacramento sul trono e lo incensa". Se rispettiamo le indicazioni educhiamo il popolo e siamo guidati a rettamente comprendere ciò che facciamo. Se per noi tutto fa lo stesso, vanifichiamo i segni e ci impoveriamo, anzi, rischiamo di non capire o essere devianti. Se prolunga la Messa, l'adorazione prepara anche la successiva in maniera singolare anzi, ne acuisce il desiderio.
C.C.
 

 

 

 

       
       

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro