La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile d'Informazione e formazione liturgica

 


La domenica
“della gloria del Padre sul volto del Figlio”

2a di Quaresima - anno C - 7 marzo 2004

Andreina Alfero

 

Prima lettura: Gen 15,5-12.17-18
Salmo responsoriale: Sal 26,1.3a.7-9.13-14
Seconda lettura:
Fil 3,17-4,1
Vangelo:
Lc 9,28b-36

 

“Parlavano dell'esodo di Gesù …”

La seconda tappa del nostro itinerario quaresimale si apre con una parola che risuona nel cuore come un imperativo: "Cercate il suo volto!" (antifona d'ingresso). Il volto di Dio disegnato davanti a noi nella liturgia di oggi è il volto del Figlio, trasfigurato nella luce sul monte Tabor, esperienza questa che ci prepara alla contemplazione del volto sfigurato nel dolore sul monte Calvario. Eppure anche là, soprattutto là, egli è il Figlio e quel volto deve essere oggetto della nostra ricerca, del nostro desiderio d’amore. L'Evangelo di questa domenica ci invita a meditare sull'episodio conosciuto come "la Trasfigurazione". Il rischio è quello di scivolare sulla Parola di Dio, perché la conosciamo bene, così tanto che ormai non ci sorprende più. Se provassimo invece a leggere questo testo come fosse la prima volta potremmo ritrovarci a fare riflessioni che interrogano la nostra vita nel profondo, perché è nel cuore che abbiamo sentito "il comando della ricerca" e non vogliamo eluderlo. Proviamo a metterci nei panni dei tre discepoli, Pietro, Giovanni e Giacomo, "presi" da Gesù che sale sul monte. Notiamo subito che il verbo è al singolare: lui sta salendo... e loro? Incamminiamoci anche noi in questa salita, con la fatica e l'incertezza della distanza dalla vetta, del motivo per cui andiamo lassù, di che cosa accadrà. Gesù è sul monte con tre dei suoi discepoli, ma di lui si dice solo che prega, forse a lungo, (dato l'uso dell'imperfetto) e loro? E noi, restiamo spesso fuori dal mistero di Gesù che l'Evangelo ci fa contemplare, mentre egli vuole trasfigurare anche noi, "il nostro corpo dell'abbassamento (per conformarlo al) per dargli la forma del suo corpo della gloria" (seconda lettura). Siamo chiamati a entrare nella sua esperienza di preghiera che trasforma, che ci "porta fuori" dai nostri schemi per entrare in quelli di Dio, che pur essendo più ampi dei nostri ("Egli che crea i cieli e li dispiega", Is 42,5), alle volte ci appaiono stretti, perché "piccoli", dell'umiltà di Dio che viene incontro all'uomo abbassandosi.

Il volto del Figlio e la voce del Padre

Anche Abramo (prima lettura) viene "condotto fuori" da Dio per ascoltare la sua voce e ricevere la conferma delle sue promesse, fatte quando è stato portato fuori da Ur dei Caldei, per iniziare la sua esperienza di cammino con Dio. La preghiera, il restare alla presenza del Padre, fa cambiare l'aspetto del volto di Gesù. Nella cultura biblica, il volto è ciò che appare del mistero della persona, è la sua caratteristica unica e propria, che lo connota rispetto agli altri. In greco è espresso con termine neutro, come a indicare che non è chiaramente definibile: un volto svela e insieme vela il mistero di una persona, che non si può mai comprendere completamente. In ebraico, invece, il termine è plurale, ma ha un po' la stessa valenza, in quanto una persona, se è vero che ci appare con un solo volto, non è mai lo stesso, perché varia con i sentimenti che esprime: i nostri volti sono allora tanti, una pluralità di "espressioni". L'antropologia biblica su questo tema, è particolarmente interessante e ci offre molti spunti di riflessione in questa "domenica del volto" da ricercare e da contemplare, prima che il suo mistero ci sia sottratto e insieme svelato nella gloria della croce e risurrezione. Nel volto vediamo l'esterno di una persona, ma gli occhi sono la finestra del cuore, la bocca parla della sua pienezza, le orecchie sono il suo strumento di ascolto, il naso permette il passaggio del respiro, sinonimo di vita profonda della persona, e la fronte esprime il senso della propria dignità. La trasformazione che avviene sul volto di Gesù investe poi tutta la sua persona, come si capisce dall'indicazione delle vesti, che ricoprono il corpo. Il colore bianco indica la vittoria, (Ap 7,9.13-14), l'appartenere alle potenze del bene (Lc 24,4; At 1,10), in definitiva, il provenire dal "mondo" di Dio. Ed ecco che l'evangelista ci fa vedere la scena con gli occhi stupiti dei tre "spettatori", che assistono all'evolversi della situazione: appaiono nella gloria, che è quella di Gesù e di Dio, Mosè ed Elia, che la tradizione ha sempre interpretato come "la legge e i profeti", la sintesi delle Scritture, ma anche della fede della Prima Alleanza. Essi stanno parlando con Gesù del "suo esodo": sono due protagonisti di altrettanti "esodi", l'uno guidando il popolo dall'Egitto verso la terra della libertà, l'altro fuggendo Gezabele e lavorando per la rinascita di Israele schiavo, ma ora dell'idolatria. L'esodo che Gesù sta per compiere a Gerusalemme è quello che gli farà attraversare la morte per condurre il nuovo popolo credente in lui alla vita senza fine, alla libertà e all'eredità dei figli. Certamente questo discorso doveva apparire incomprensibile per Pietro e i suoi compagni, (come sentiamo altre volte nei racconti evangelici: cf Mc 7,17; 8,15; 9,32) che però non cedono al sonno, come faranno nella notte del Getsemani (Lc 22,45-46) e possono così vedere la sua gloria e provarne l'esperienza della pienezza. Infatti, attraverso la voce di Pietro, dicono: “Maestro, è bello per noi stare qui...”, come se non avessero mai visto niente di così bello. Desiderano allora restare a lungo lì, costruendo una situazione stabile anche se mobile, come le tende, che ricordano anche il luogo in cui Dio ha abitato con la sua presenza durante il cammino di Israele nel deserto. La tenda ora è la carne del Figlio (Gv 1,14) che si trasfigura per rivelare, per pochi istanti, a pochi privilegiati, il mistero che nasconde: “Egli è l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Ma non si può restare a lungo sul Tabor, non si può fermare il tempo, né il cammino di Gesù verso "il compimento del suo esodo": questo monte è una tappa verso la salita al monte della croce e a quello dell'Ascensione, alla gloria del Padre, che sarà la situazione definitiva del Figlio e dei suoi discepoli. La luce allora si trasforma in ombra, con la nube che li avvolge, con il senso di disorientamento e di incertezza che ne consegue. Dalla nube, inconsistente e inafferrabile, esce una voce, che però risulta molto chiara: è quella del Padre, perché parla del Figlio, l'eletto, il solo che deve essere ascoltato: eppure in quest'episodio Gesù non dice neppure una parola! Persino i discepoli, nei giorni seguenti restano in silenzio. L'unico che parla loro è il Padre, per confermarli: colui che stanno seguendo e che d'ora innanzi, dopo la discesa dal monte, prende una strada in salita, rischiosa, a tratti difficile e incomprensibile, va seguito ad ogni costo. E' la voce di Dio lo certifica: su Gesù il Padre ha messo il suo sigillo (Gv 6,27). Quella dei discepoli, come quella di Abramo, è una "grazia di conferma" dell'identità di Gesù, del suo mistero di Figlio, volto del Padre, venuto a compiere il suo progetto fino alla fine. Siamo solo all'inizio del cammino quaresimale, ma la meta è chiara. Accogliamo anche noi l'invito del Padre ad ascoltare il Figlio: egli è la sua Parola, il suo Verbo, venuto a parlarci di Dio (Gv 1,18). L'ascolto è il primo comandamento per il pio israelita (Dt 6,4) e anche per noi è chiaro che la fede, e quindi la nostra adesione a Cristo viene dall'ascolto (cf Rm 10,14). Ascoltare è aprirsi a una parola fuori di sé, è accettare di ricevere senso da un altro, di non essere noi a condurre la nostra vita, ma a lasciare che dall'esterno una voce ci guidi. Se la voce viene da una nube evanescente è allora particolarmente difficile accoglierla, credervi, perché la voce viene da una persona concreta, in genere nella nostra esperienza quotidiana. Ma i discepoli sul monte sono chiamati ad un ascolto attento per sostenere una fede forte (2 Pt 1,16-18), soprattutto Pietro che dovrà confermare in essa i suoi fratelli (Lc 22,32). In quest'esperienza di luce anche noi come i discepoli possiamo già "pregustare i beni del cielo", come ci fa pregare l'orazione dopo la comunione, poiché la promessa è già realtà, nel mistero, senza toglierci quella parte di fatica, di adesione personale, libera e quotidiana che siamo chiamati a dare, in questo cammino quaresimale, metafora e palestra dell'intera vita cristiana.

 

La basilica della Trasfigurazione costruita nel 1919 nella spianata del Tabor. Ai lati della facciata vi sono due cappelle dedicate a Mosè e a Elia.   

 

La scena evangelica della Trasfigurazione. Affresco nel refettorio del Pontificio collegio russo (Roma).  

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore Gesù, tu sei Dio,
eppure sei venuto tra noi
come uno che non ha forza.
Dovremmo fare tesoro di questa tua misteriosa
debolezza ed adottarla come stile di vita,
confidando solo nell'assistenza del Padre.
Noi crediamo che sei nella gloria e desideriamo
aver parte con te. Amen.

Dario e Antonella

 

O Gesù,
Figlio diletto del Padre,
servo fedele
nel compimento del suo progetto,
rendici simili a te,
trasfigurando anche il nostro volto
e il nostro cuore,
con la luce della compiacenza del Padre
sulla nostra vita di discepoli,
che cercano di salire con te
verso Gerusalemme.
Sii forza alla nostra debolezza
e incostanza,
sii certezza alla nostra sfiducia
e allo scoraggiamento che ci assale,
sii memoria del monte della luce,
quando saremo con te
su quello delle tenebre,
passaggio obbligato,
porta stretta
per la gloria senza fine.

Celebrare la bellezza

* Dopo aver vissuto domenica scorsa il mistero del Figlio di Dio tentato e aver sostato con lui nel deserto della prova, oggi saliamo sull’alto monte della Trasfigurazione. L’accento di questa domenica è posto sulla mèta del nostro cammino quaresimale, come indicato nel prefazio proprio: “indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione”. Sul monte Gesù viene confermato, unto nuovamente dallo Spirito Santo che gli fa assaporare quanto il Padre si compiace di lui donandogli un anticipo della sua risurrezione. Lo stesso Spirito aiuta Gesù a dirigersi decisamente (“indurì il suo volto”, Lc 9,51) verso Gerusalemme per portare a compimento il mistero pasquale, passando attraverso le acque della morte. La sua trasfigurazione ci aiuta a comprendere la nostra Cresima, o Confermazione sacramento ricevuto una volta per sempre e che ci attiva a fare Eucaristia.

* La liturgia odierna, fin dall’antifona d’ingresso, è tutta attraversata dall’invito a contemplare il volto del Signore. Perciò suggeriamo di esporre davanti all’assemblea un’icona della Trasfigurazione o del Volto del Signore, per incensarla, ornarla di fiori, venerarla fissando il nostro sguardo sul Gesù, icona dell’amore del Padre. Questo gesto costituisce per noi un richiamo a non dimenticare lo splendore del Cristo trasfigurato, anche quando sulla croce contempleremo il suo volto sfigurato. Ci aiutino in questo le parole di san Leone Magno: “Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perchè l’umiliazione della passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede... Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perchè tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perchè anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria che era brillata nel Capo”.

* L’invito che risuona nell’Evangelo di questa domenica raggiunge la comunità dei credenti proprio nel momento della liturgia della Parola: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. L’ascolto della Parola è una necessità per il credente chiamato a seguire il cammino della fede per condividere la gloria di Cristo. Per la comunità è dunque importante ricordare il valore della Parola proclamata nella liturgia, come suggerisce la Sacrosanctum Concilium al n 7: “Cristo è presente nella sua Parola, giacchè è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura”. Vivendo questo momento di ascolto della Parola la comunità risponde all’invito di Dio fatto sul monte della trasfigurazione: “Ascoltatelo” (Lc 9,35) .Mosè ed Elia presenti sul monte accanto a Cristo sono un chiaro riferimento alla legge e ai profeti che convergono ormai verso la Parola eterna e definitiva che è Cristo. Tutta la Scrittura proclamata dall’ambone trova il suo ultimo riferimento nell’annunzio del Vangelo, verso il quale la Chiesa riserva particolari gesti di venerazione, come il bacio e l’incensazione. Dagli amboni delle nostre chiese, in ogni celebrazione, Dio continua a parlare al suo popolo e Cristo stesso annuncia il suo Vangelo. L’ambone, in questa domenica sia adornato, con sobrietà e dignità. Si possono collocare dei ceri spenti che verranno accesi prima della proclamazione del Vangelo, dopo che il sacerdote ha posato l’Evangeliario. Lo sguardo di tutti e le nostre stesse persone siano rivolte verso questo luogo mentre si proclama l’Evangelo, non stiamo a testa bassa o girati da un’altra parte o con gli occhi incollati sul foglietto... anche l’atteggiamento del corpo favorisce o meno la nostra attiva e fruttuosa partecipazione. Là dove è possibile suggeriamo alle comunità di dotarsi del libro dei Vangeli o Evangeliario, distinto dal Lezionario, ricordando quanto si afferma al n 36 dell’introduzione al Lezionario: “Poichè l’annunzio del Vangelo costituisce sempre l’apice della liturgia della Parola, la tradizione liturgica sia orientale che occidentale, ha sempre fatto una certa distinzione tra i libri delle letture. Il libro dei Vangeli veniva infatti preparato e ornato con la massima cura, ed era oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture. E’ quindi molto opportuno che anche attualmente nelle cattedrali e almeno nelle parrocchie e chiese più grandi e più frequentate, ci sia un Evangeliario splendidamente ornato, distinto dal libro delle letture. Non senza ragione lo stesso Evangeliario viene consegnato al diacono nella sua ordinazione e nell’ordinazione episcopale viene posto e tenuto aperto sul capo dell’eletto”.

* Aiutiamo i sacerdoti a fare belle le chiese, degne di celebrare nella bellezza la vera Bellezza, anche attraverso offerte economiche concrete, secondo le possibilità di ciascuno.

E.V.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro