La
Vita
in Cristo
e nella Chiesa
Mensile d'Informazione e formazione
liturgica
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2a
di
Quaresima - anno C - 7 marzo 2004 Andreina Alfero Prima lettura: Gen 15,5-12.17-18 “Parlavano dell'esodo di
Gesù …” La seconda tappa del nostro itinerario quaresimale si apre con una
parola che risuona nel cuore come un imperativo: "Cercate il suo volto!" (antifona d'ingresso). Il volto di Dio disegnato davanti a noi nella liturgia di oggi
è il volto del Figlio, trasfigurato nella luce sul monte Tabor,
esperienza questa che ci prepara alla contemplazione del volto sfigurato
nel dolore sul monte Calvario. Eppure anche là, soprattutto là, egli è
il Figlio e quel volto deve essere oggetto della nostra ricerca, del
nostro desiderio d’amore. L'Evangelo di questa domenica ci invita a
meditare sull'episodio conosciuto come "la Trasfigurazione". Il
rischio è quello di scivolare sulla Parola di Dio, perché la conosciamo
bene, così tanto che ormai non ci sorprende più. Se provassimo invece a
leggere questo testo come fosse la prima volta potremmo ritrovarci a fare
riflessioni che interrogano la nostra vita nel profondo, perché è nel
cuore che abbiamo sentito "il comando della ricerca" e non
vogliamo eluderlo. Proviamo a metterci nei panni dei tre discepoli,
Pietro, Giovanni e Giacomo, "presi" da Gesù che sale sul monte.
Notiamo subito che il verbo è al singolare: lui sta salendo... e loro?
Incamminiamoci anche noi in questa salita, con la fatica e l'incertezza
della distanza dalla vetta, del motivo per cui andiamo lassù, di che cosa
accadrà. Gesù è sul monte con tre dei suoi discepoli, ma di lui si dice
solo che prega, forse a lungo, (dato l'uso dell'imperfetto) e loro? E noi,
restiamo spesso fuori dal mistero di Gesù che l'Evangelo ci fa
contemplare, mentre egli vuole trasfigurare anche noi, "il
nostro corpo dell'abbassamento (per
conformarlo al) per dargli la forma del
suo corpo della gloria" (seconda lettura). Siamo chiamati
a entrare nella sua esperienza di preghiera che trasforma, che ci
"porta fuori" dai nostri schemi per entrare in quelli di Dio,
che pur essendo più ampi dei nostri ("Egli che crea i
cieli e li dispiega", Is 42,5), alle
volte ci appaiono stretti, perché "piccoli", dell'umiltà di
Dio che viene incontro all'uomo abbassandosi. Il volto del Figlio e la voce del Padre Anche Abramo (prima lettura) viene "condotto fuori" da Dio per ascoltare la sua voce e ricevere la conferma delle sue promesse, fatte quando è stato portato fuori da Ur dei Caldei, per iniziare la sua esperienza di cammino con Dio. La preghiera, il restare alla presenza del Padre, fa cambiare l'aspetto del volto di Gesù. Nella cultura biblica, il volto è ciò che appare del mistero della persona, è la sua caratteristica unica e propria, che lo connota rispetto agli altri. In greco è espresso con termine neutro, come a indicare che non è chiaramente definibile: un volto svela e insieme vela il mistero di una persona, che non si può mai comprendere completamente. In ebraico, invece, il termine è plurale, ma ha un po' la stessa valenza, in quanto una persona, se è vero che ci appare con un solo volto, non è mai lo stesso, perché varia con i sentimenti che esprime: i nostri volti sono allora tanti, una pluralità di "espressioni". L'antropologia biblica su questo tema, è particolarmente interessante e ci offre molti spunti di riflessione in questa "domenica del volto" da ricercare e da contemplare, prima che il suo mistero ci sia sottratto e insieme svelato nella gloria della croce e risurrezione. Nel volto vediamo l'esterno di una persona, ma gli occhi sono la finestra del cuore, la bocca parla della sua pienezza, le orecchie sono il suo strumento di ascolto, il naso permette il passaggio del respiro, sinonimo di vita profonda della persona, e la fronte esprime il senso della propria dignità. La trasformazione che avviene sul volto di Gesù investe poi tutta la sua persona, come si capisce dall'indicazione delle vesti, che ricoprono il corpo. Il colore bianco indica la vittoria, (Ap 7,9.13-14), l'appartenere alle potenze del bene (Lc 24,4; At 1,10), in definitiva, il provenire dal "mondo" di Dio. Ed ecco che l'evangelista ci fa vedere la scena con gli occhi stupiti dei tre "spettatori", che assistono all'evolversi della situazione: appaiono nella gloria, che è quella di Gesù e di Dio, Mosè ed Elia, che la tradizione ha sempre interpretato come "la legge e i profeti", la sintesi delle Scritture, ma anche della fede della Prima Alleanza. Essi stanno parlando con Gesù del "suo esodo": sono due protagonisti di altrettanti "esodi", l'uno guidando il popolo dall'Egitto verso la terra della libertà, l'altro fuggendo Gezabele e lavorando per la rinascita di Israele schiavo, ma ora dell'idolatria. L'esodo che Gesù sta per compiere a Gerusalemme è quello che gli farà attraversare la morte per condurre il nuovo popolo credente in lui alla vita senza fine, alla libertà e all'eredità dei figli. Certamente questo discorso doveva apparire incomprensibile per Pietro e i suoi compagni, (come sentiamo altre volte nei racconti evangelici: cf Mc 7,17; 8,15; 9,32) che però non cedono al sonno, come faranno nella notte del Getsemani (Lc 22,45-46) e possono così vedere la sua gloria e provarne l'esperienza della pienezza. Infatti, attraverso la voce di Pietro, dicono: “Maestro, è bello per noi stare qui...”, come se non avessero mai visto niente di così bello. Desiderano allora restare a lungo lì, costruendo una situazione stabile anche se mobile, come le tende, che ricordano anche il luogo in cui Dio ha abitato con la sua presenza durante il cammino di Israele nel deserto. La tenda ora è la carne del Figlio (Gv 1,14) che si trasfigura per rivelare, per pochi istanti, a pochi privilegiati, il mistero che nasconde: “Egli è l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Ma non si può restare a lungo sul Tabor, non si può fermare il tempo, né il cammino di Gesù verso "il compimento del suo esodo": questo monte è una tappa verso la salita al monte della croce e a quello dell'Ascensione, alla gloria del Padre, che sarà la situazione definitiva del Figlio e dei suoi discepoli. La luce allora si trasforma in ombra, con la nube che li avvolge, con il senso di disorientamento e di incertezza che ne consegue. Dalla nube, inconsistente e inafferrabile, esce una voce, che però risulta molto chiara: è quella del Padre, perché parla del Figlio, l'eletto, il solo che deve essere ascoltato: eppure in quest'episodio Gesù non dice neppure una parola! Persino i discepoli, nei giorni seguenti restano in silenzio. L'unico che parla loro è il Padre, per confermarli: colui che stanno seguendo e che d'ora innanzi, dopo la discesa dal monte, prende una strada in salita, rischiosa, a tratti difficile e incomprensibile, va seguito ad ogni costo. E' la voce di Dio lo certifica: su Gesù il Padre ha messo il suo sigillo (Gv 6,27). Quella dei discepoli, come quella di Abramo, è una "grazia di conferma" dell'identità di Gesù, del suo mistero di Figlio, volto del Padre, venuto a compiere il suo progetto fino alla fine. Siamo solo all'inizio del cammino quaresimale, ma la meta è chiara. Accogliamo anche noi l'invito del Padre ad ascoltare il Figlio: egli è la sua Parola, il suo Verbo, venuto a parlarci di Dio (Gv 1,18). L'ascolto è il primo comandamento per il pio israelita (Dt 6,4) e anche per noi è chiaro che la fede, e quindi la nostra adesione a Cristo viene dall'ascolto (cf Rm 10,14). Ascoltare è aprirsi a una parola fuori di sé, è accettare di ricevere senso da un altro, di non essere noi a condurre la nostra vita, ma a lasciare che dall'esterno una voce ci guidi. Se la voce viene da una nube evanescente è allora particolarmente difficile accoglierla, credervi, perché la voce viene da una persona concreta, in genere nella nostra esperienza quotidiana. Ma i discepoli sul monte sono chiamati ad un ascolto attento per sostenere una fede forte (2 Pt 1,16-18), soprattutto Pietro che dovrà confermare in essa i suoi fratelli (Lc 22,32). In quest'esperienza di luce anche noi come i discepoli possiamo già "pregustare i beni del cielo", come ci fa pregare l'orazione dopo la comunione, poiché la promessa è già realtà, nel mistero, senza toglierci quella parte di fatica, di adesione personale, libera e quotidiana che siamo chiamati a dare, in questo cammino quaresimale, metafora e palestra dell'intera vita cristiana. La basilica della Trasfigurazione costruita nel 1919 nella spianata
del Tabor. Ai lati della facciata vi sono due cappelle dedicate a Mosè e
a Elia. La scena evangelica della Trasfigurazione. Affresco nel refettorio
del Pontificio collegio russo (Roma).
Preghiera
della famiglia attorno alla
mensa Signore
Gesù, tu sei Dio, O
Gesù,
Celebrare la bellezza *
Dopo aver vissuto domenica scorsa il mistero del Figlio di Dio tentato e
aver sostato con lui nel deserto della prova, oggi saliamo sull’alto
monte della Trasfigurazione. L’accento di questa domenica è posto sulla
mèta del nostro cammino quaresimale, come indicato nel prefazio
proprio: “indicò agli apostoli che
solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della
risurrezione”. Sul monte Gesù viene confermato, unto nuovamente dallo
Spirito Santo che gli fa assaporare quanto il Padre si compiace di lui
donandogli un anticipo della sua risurrezione. Lo stesso Spirito aiuta Gesù
a dirigersi decisamente (“indurì il suo volto”, Lc 9,51) verso
Gerusalemme per portare a compimento il mistero pasquale, passando
attraverso le acque della morte. La sua trasfigurazione ci aiuta a
comprendere la nostra Cresima, o Confermazione sacramento ricevuto una
volta per sempre e che ci attiva a fare Eucaristia. *
La liturgia odierna, fin dall’antifona
d’ingresso, è
tutta attraversata dall’invito a contemplare il volto del Signore. Perciò
suggeriamo di esporre davanti all’assemblea un’icona della
Trasfigurazione o del Volto del Signore, per incensarla, ornarla di fiori,
venerarla fissando il nostro sguardo sul Gesù, icona dell’amore del
Padre. Questo gesto costituisce per noi un richiamo a non dimenticare lo
splendore del Cristo trasfigurato, anche quando sulla croce contempleremo
il suo volto sfigurato. Ci aiutino in questo le parole di san Leone Magno:
“Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere
dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perchè
l’umiliazione della passione, volontariamente accettata, non scuotesse
la loro fede... Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un
fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perchè tutto il Corpo
di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato
oggetto, e perchè anche le membra si ripromettessero la partecipazione a
quella gloria che era brillata nel Capo”. *
L’invito che risuona nell’Evangelo
di questa domenica raggiunge la
comunità dei credenti proprio nel momento della liturgia della Parola:
“Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. L’ascolto della
Parola è una necessità per il credente chiamato a seguire il cammino
della fede per condividere la gloria di Cristo. Per la comunità è dunque
importante ricordare il valore della Parola proclamata nella liturgia,
come suggerisce la Sacrosanctum Concilium al n 7: “Cristo è presente
nella sua Parola, giacchè è lui che parla quando nella chiesa si legge
la sacra Scrittura”. Vivendo questo momento di ascolto della Parola la
comunità risponde all’invito di Dio fatto sul monte della
trasfigurazione: “Ascoltatelo” (Lc 9,35) .Mosè ed Elia presenti sul
monte accanto a Cristo sono un chiaro riferimento alla legge e ai profeti
che convergono ormai verso la Parola eterna e definitiva che è Cristo.
Tutta la Scrittura proclamata dall’ambone trova il suo ultimo
riferimento nell’annunzio del Vangelo, verso il quale la Chiesa riserva
particolari gesti di venerazione, come il bacio e l’incensazione. Dagli
amboni delle nostre chiese, in ogni celebrazione, Dio continua a parlare
al suo popolo e Cristo stesso annuncia il suo Vangelo. L’ambone, in
questa domenica sia adornato, con sobrietà e dignità. Si possono
collocare dei ceri spenti che verranno accesi prima della proclamazione
del Vangelo, dopo che il sacerdote ha posato l’Evangeliario. Lo sguardo
di tutti e le nostre stesse persone siano rivolte verso questo luogo
mentre si proclama l’Evangelo, non stiamo a testa bassa o girati da
un’altra parte o con gli occhi incollati sul foglietto... anche
l’atteggiamento del corpo favorisce o meno la nostra attiva e fruttuosa
partecipazione. Là dove è possibile suggeriamo alle comunità di dotarsi
del libro dei Vangeli o Evangeliario, distinto dal Lezionario, ricordando
quanto si afferma al n 36 dell’introduzione al Lezionario: “Poichè
l’annunzio del Vangelo costituisce sempre l’apice della liturgia della
Parola, la tradizione liturgica sia orientale che occidentale, ha sempre
fatto una certa distinzione tra i libri delle letture. Il libro dei
Vangeli veniva infatti preparato e ornato con la massima cura, ed era
oggetto di venerazione più di ogni altro libro destinato alle letture.
E’ quindi molto opportuno che anche attualmente nelle cattedrali e
almeno nelle parrocchie e chiese più grandi e più frequentate, ci sia un
Evangeliario splendidamente ornato, distinto dal libro delle letture. Non
senza ragione lo stesso Evangeliario viene consegnato al diacono nella sua
ordinazione e nell’ordinazione episcopale viene posto e tenuto aperto
sul capo dell’eletto”. *
Aiutiamo i sacerdoti a fare belle le chiese, degne di celebrare nella
bellezza la vera Bellezza, anche attraverso offerte economiche concrete,
secondo le possibilità di ciascuno. E.V.
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