La
Vita
in Cristo
e nella Chiesa
Mensile d'Informazione e formazione
liturgica
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3a
di
Quaresima - anno C - 14 marzo 2004 Andreina Alfero Prima lettura: Es 3,1-8a.13-15 “Se non vi convertirete
…” L 'Evangelo di questa terza domenica di Quaresima (Lc 13,1-9) ci insegna a leggere la buona e bella notizia per la nostra vita, anche partendo dalle notizie meno buone, o alle volte sconcertanti che non mancano nella nostra società attuale, che pur avendo un concetto alto di sé e della propria "civiltà", ci permette di essere ancora testimoni di violenze e prevaricazioni. La buona e bella notizia per noi è l'invito, meglio, il comando alla conversione. Questo brano, posto nell'Evangelo secondo Luca in un contesto apocalittico, che potrebbe richiamare meglio il tempo liturgico dell'Avvento, è quanto mai opportuno ora, in questa stagione di primavera, di risveglio della natura, di promessa di frutti. Gesù sembra dirci che non esiste una terza possibilità, una via di mezzo: la mediocrità (Ap 3,15) non rientra nella prospettiva biblica, secondo la quale ci sono solo due vie, "la vita e il bene, la morte e il male" (Dt 30,15.19; cf Sal 1; Gal 5,17.6,8). Non ci saranno attenuanti o eccezioni: se non ci convertiamo periremo tutti allo stesso modo. Non ci sarà possibilità di futuro, di vita, se non accettiamo la "sfida" della conversione. Siamo entrati nel tempo quaresimale con quest'invito, segnato sul nostro capo con l'imposizione delle ceneri: "Convertiti e credi al Vangelo". E' anche la prima predicazione di Gesù, in continuità con Giovanni il Battista (Mc 1,4.15). Evidentemente, si tratta davvero di una necessità urgente e ineludibile.
“Togliti i sandali dai piedi perché il suolo che tu calpesti è terra sacra” (cf Es 3,5). Mosaico della chiesa di S. Vitale a Ravenna
Convertirsi, dal termine greco metanoia indica un cambiamento di mentalità. Un andare oltre il proprio schema mentale, che determina un conseguente stile di vita. Se può essere difficile cambiare all'esterno, molto di più lo è riguardo al modo di pensare, ai criteri di giudizio, di valutazione della realtà, della scala dei valori. Convertirsi richiede un rinnovamento radicale verso un'altra situazione; non si tratta di piccoli ritocchi come un maquillage, ma di dare vita a una persona nuova. Gesù è esigente e non accetta mezze misure. Il cammino potrà essere lungo, per quanto riguarda l'assunzione stabile di atteggiamenti esterni, ma ciò che conta è la decisione, perché "Dio guarda il cuore" (1Sam 16,7) e questa deve essere chiara e decisa. Non ci è permesso dilazionare o dettare condizioni. E' il germogliare in noi di una vita nuova, che una volta sbocciata, procede inesorabilmente, automaticamente (cf Mc 4,28) dalla gemma al fiore, al frutto maturo. Tutto questo impegno e soprattutto il risultato, non è soltanto il prodotto del nostro sforzo o della nostra buona volontà: si tratta innanzitutto di accogliere una chiamata, una vera "vocazione", quella cristiana, che sorge dal Battesimo. Si tratta allora di permettere allo Spirito Santo di agire in noi, di trovare la nostra docile collaborazione o almeno di non scontrarsi con troppe resistenze o paure: la liturgia della Parola di questa domenica ci pone davanti l'esperienza di Mosè (prima lettura). Un freno può venire anche dalla "mentalità di questo secolo" (Rm 12,2) e dalla sua logica che ci domina, prendendo ogni spazio di decisione libera che lo Spirito cerca per entrare in azione in noi e trasformarci. Sarà lui a portare a compimento in noi la sua opera, poiché il frutto dipende anche dalla cura del contadino, dall'efficacia del suo intervento a favore del fico (cf Lc 13,8-9). Il frutto poi è la ragione di vita dell'albero e insieme lo scopo dell'azione del contadino: lo Spirito e noi agiamo nella stessa direzione, Dio e noi abbiamo sulla nostra vita, in definitiva le stesse attese di compimento di senso e di pienezza di vita. La conversione, il fruttificare per Dio, è allora la nostra vera vita: il "fare centro" in lui e non in noi. Rispondere a questa chiamata alla vita vera implica un cammino nuovo, un esodo, un uscire da se stessi e non restare dei perenni "installati" nelle nostre sicurezze, aderire al progetto di Dio che ci porta verso l'altro, dando alla nostra vita una nuova, impensata, fecondità di frutti. Mosè era ormai soltanto un pastore di animali (Es 3,1ss), uno che pensava alla sua vita e a quella della sua famiglia soltanto, quando Dio lo chiama per renderlo partecipe del suo progetto di salvezza a favore di un popolo intero. Se noi permettiamo a Dio di convertire a sé la nostra vita, egli saprà ricolmarla di frutti. Certo occorre lasciarsi attrarre da lui, che scende a vedere la sofferenza del suo popolo e ad ascoltarne il grido, che viene nella sua vigna a cercare frutti. Il primo movimento, l'iniziativa è sempre di Dio e anche il nostro cammino di conversione è una risposta alla sua chiamata alla comunione, alla vita vera, "eterna" con lui. Se ci lasciamo attrarre dal suo mistero, camminando scalzi "su una terra santa", restiamo contagiati dalla sua santità, restiamo presi in Lui, che sempre ci trascende e ci insegna a "trascenderci", ad andare oltre i nostri limitati orizzonti, sospinti dal suo Spirito. Non c'è spazio per le mezze misure, poiché la divisione del cuore è idolatria (cf 1Re 18,21) e adulterio, dall'unico amore, dall'unica passione che ci anima, dall'Unico che ci attrae e imprime una direzione nuova alla nostra vita. L'esperienza della conversione è la scoperta di un amore grande, preveniente: il volto di un Padre chino su di noi che non aspetta altro che noi ci volgiamo a lui. Certo, egli sa attendere, ed ecco che nel Vangelo si stabilisce un tempo lungo, ma limitato, un anno, e la seconda lettura (1Cor 10,1-6 - 10-12) ci avverte che "per noi è arrivata la fine dei tempi" e la decisione della conversione si fa urgente. La vita è una "cosa seria" e così l'amore di Dio: non potremo prenderci gioco di lui per sempre, anche se sappiamo che Egli è paziente (2 Pt 3,15) perché la sua magnanimità è spazio di salvezza per noi. Il popolo d'Israele ha avuto il tempo del deserto come esperienza di Dio e della sua misericordia che invitava alla conversione, anche noi abbiamo il deserto quaresimale per approfondire il nostro rapporto con lui e riconfermare il nostro impegno a una conversione "un po' più radicale". L'apostolo ci invita a non ripetere l'errore dei padri, a lasciare trascorrere questo tempo senza preoccuparsi di ricevere su di noi la compiacenza di Dio. Egli ci visita come un Padre felice di vedere figli partecipi della sua vita e non come un padrone despota, arbitro insindacabile della nostra esistenza, giudice severo della nostra condotta. Egli non è presente soltanto per tagliarci se non diamo frutti in tempo, ma soprattutto per assicurarci il suo aiuto, la sua cura sapiente e paziente. Tuttavia è necessario non perdere le occasioni di conversione che Egli dispone sul nostro cammino, lungo la nostra vita, per non lasciare cadere invano i suoi doni. Come abbiamo sentito all'inizio di questo tempo di Quaresima, "ora è il tempo favorevole" (2 Cor 6,2) per accogliere queste opportunità e fruttificare per lui. “Ecco il tempo favorevole…”. La pazienza senza limiti di Dio concede ancora al fico infecondo l’occasione di dare frutti. Padre, Preghiera della famiglia attorno alla mensa Padre
buono, Dario
e Antonella
Celebrare la bellezza *
La Chiesa vive il tempo liturgico della Quaresima come una
“iniziazione” al mistero della Pasqua, evento centrale della storia
della salvezza. I quaranta giorni costituiscono un progressivo cammino di
conversione ( metànoia = cambiamento di mentalità e di direzione) che
porta all’inconto con Dio, sono il tempo favorevole, l’occasione,
l’opportunità che ancora il “padrone” offre alla sua pianta affinché
porti il frutto sperato. La Chiesa affida questo cammino alle armi della
penitenza (la preghiera, il digiuno, la carità) vivendole non come tre
pie pratiche separate tra loro, ma in un armonico impegno, nella
consapevolezza che solo un rapporto profondo e autentico con Dio (
preghiera) può aiutare l’uomo a recuperare l’essenziale, per
ritrovare un equilibrio con se stesso ( digiuno) e un rapporto di
autentica fraternità con gli altri ( carità). *
In tutti e tre i cicli (A-B-C) le prime due domeniche sono caratterizzate
dal racconto delle Tentazioni (A: Mt 4,1-11; B: Mc 1,12- 15; C: Lc 4,1-13)
e della Trasfigurazione (A: Mt 17,1-9; B: Mc 9,2-10; C: Lc 9,28b-36). Esse
costituiscono una specie di ouverture, una sintetica panoramica del tempo
di Quaresima e di Pasqua. Infatti, mentre nel tempo di Quaresima è
possibile scorgere la strada e la lotta che l’uomo è chiamato a vivere
nel suo cammino di fede, il racconto della Trasfigurazione anticipa la mèta
verso cui conduce questo suo impegno. Un elemento importante accomuna i
due racconti: nel deserto e sul monte della trasfigurazione, l’unica
realtà a cui l’uomo può fare riferimento è solo Dio. Per cui
l’esperienza quaresimale nasce prima di tutto come una ritovata intimità
con Dio, dopo aver liberato il cuore da ogni altra realtà o pensiero. *
Dalla 3a alla 5a domenica il cammino quaresimale è caratterizzato dalle
letture proposte dal ciclo del Lezionario. Il ciclo A si caratterizza come
battesimale. I Vangeli proposti sono le grandi catechesi battesimali: la
samaritana, il cieco nato, la risurrezione di Lazzaro. Questo ciclo è
obbligatorio dove vi sono i catecumeni. Il ciclo B, tipicamente
cristologico, attinge anch’esso dal Vangelo secondo Giovanni: Gesù vero
tempio, Gesù serpente innalzato sulla croce come Salvatore, Gesù chicco
di grano che muore sotto terra per portare frutto. Il ciclo C, (quello di
quest’anno) affidato in particolare al Vangelo di Luca, sottolinea il
cammino di conversione come risposta all’annuncio della misericordia del
Padre. Le parabole della misericordia aiutano il credente a scoprire nel
cuore del Padre il motivo e la spinta per la propria conversione dal
peccato, e a ritrovare la strada che riconduce alla casa del Padre. I
Vangeli sono quelli del fico infruttuoso nella vigna, del padre
misericordioso che fa festa per il figlio ritrovato, dell’adultera
perdonata. *
Il richiamo oggi è di corrispondere alle cure e alla pazienza di Dio che
ci concede tempo per la conversione. *
Oggi possiamo sottolineare tutti i momenti di invito a chiedere perdono:
l’atto penitenziale,
il Padre nostro (
“rimetti a noi i nostri debiti” ), l’Agnello
di Dio ( “tu che togli i peccati
del mondo, abbi pietà di noi”) per avvicinarci all’altare del Signore
come al roveto ardente, togliendoci i sandali, cioè lasciando da parte
gli impedimenti alla comunione con lui e con i nostri fratelli e sorelle. *
Ricordiamo che venerdì 19 marzo è
la solennità di san Giuseppe sposo di Maria e patrono della Chiesa
universale; anche se non è festa di precetto, siamo invitati a
partecipare alla liturgia nel ricordo dell’amabile santo e per pregare
per tutti i papà. E.V. |
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