La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile d'Informazione e formazione liturgica

 

 

La domenica “della misericordia traboccante di Dio”

4a di Quaresima - “Laetare” - 21 marzo 2004

 Andreina Alfero

 Prima lettura: Gs 5,9a.10-12
Salmo responsoriale:
Sal 33,2-7
Seconda lettura:
2 Cor 5,17-21
Vangelo:
Lc 15,1-3.11-32

 

Rallegrati... Chiesa di Dio

 La liturgia di questa 4a domenica di Quaresima inizia con un invito alla gioia (antifona d'ingresso): siamo chiamati a gioire e a gustare l'abbondanza della consolazione che discende da Dio sulla città santa e amata, Gerusalemme, immagine della Chiesa e di ciascuno di noi. La gioia di questo giorno di festa proviene dalla rinnovata esperienza della misericordia di Dio che ancora una volta, in questo "tempo favorevole", ci viene incontro nella redenzione "mirabilmente operata per mezzo del suo Figlio" e ci invita a sentire "la Pasqua ormai vicina", come fa pregare la prima orazione colletta.

“Non sono più degno…”

La liturgia della Parola propone alla nostra contemplazione un'icona tanto conosciuta alla nostra memoria ma mai scontata alla nostra esperienza (Lc 15,1- 3.11-32). I versetti (vv 1-3) che la introducono, ne illuminano bene il senso. A Gesù si avvicinano i pubblicani e i peccatori: lui non si allontana, temendo di "scandalizzare" i benpensanti o di contaminarsi al loro contatto, né si sente a disagio in loro compagnia. Fin dall'inizio del suo ministero egli li ha cercati, come il pastore cerca la pecora smarrita e la donna la dramma perduta (cf Lc 15,4-10). Prima del battesimo di Giovanni, Gesù si mette in fila in mezzo a loro, mentre aspettano il segno della penitenza: egli è venuto ad assumere la nostra carne e a redimerci dal di dentro. Dio, che nella creazione (Gen 2,7) si era sporcato le mani (che sono il Figlio e lo Spirito, secondo l'interpretazione dei Padri) plasmando l'uomo, ora non teme di impastarsi con i pubblicani e i peccatori. In Cristo avviene veramente una "nuova creazione", come proclamiamo nella seconda lettura; a noi si richiede di "essere in lui", di nascere in lui per vedere le cose nuove che fa Dio. Egli ci riconcilia attraverso il Figlio se non resistiamo alla sua proposta d'amore folle. Il Padre tratta da peccato il suo Figlio immacolato per riconciliare a sè gli altri figli peccatori, come coloro che sono attorno a Gesù, che non sono più "i lontani", come li chiamiamo noi nei nostri "piani pastorali". Essi si fanno vicino a lui, che "è vicino a chi lo cerca", come invita a pregare il ritornello del salmo responsoriale, perché è lui che si avvicina: "… il regno di Dio si è avvicinato, è vicino, è qui. Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). I pubblicani e i peccatori si avvicinano a Gesù per ascoltarlo: sono i suoi più fedeli discepoli, i veri pii israeliti, che non hanno più bisogno di recitare lo shemà (Dt 6,4 ss) perché la Parola di Dio, il suo Verbo eterno è qui: è lui che vogliamo ascoltare, perché è lui che ci mantiene fedeli all'alleanza con Dio, stabilita nel suo sangue, versato per tutti. L'Evangelo di questa domenica della gioia è davvero una bella notizia nella parabola di un padre che ha due figli, nella quale ci viene aperto uno spiraglio sul mistero di Dio. E' soltanto uno spiraglio, una sbiadita immagine della realtà. Dio è molto di più di quanto possiamo immaginare, ma questa parabola dipinge comunque un ritratto che ci aiuta a conoscerne il vero volto. C'è un uomo che ha due figli. E' padre per ciascuno dei due: ma loro si sentono davvero suoi figli? Perché è chiaro che questa parabola parla di Dio, ma è anche chiaro che parla di noi, se ci rendiamo trasparenti e duttili alla Parola di Dio e alle sue richieste. Il figlio più giovane chiede in anticipo l'eredità: per lui è come se il padre fosse già morto! Raccoglie poi le "sostanze" del padre, divenute le "sue cose", mentre si tratta della sua stessa vita donata ai figli, e alla fine parte, "lontano" da suo padre. Durano poco nelle sue mani bucate le sostanze paterne, "raccolte" nella casa e poi "disperse" come disperso è il suo cuore, dissolto nelle molteplici esperienze di un "dissoluto". Ma, dopo che la situazione è precipitata nella sua vita, precipita anche attorno a lui: giunge una carestia "nel paese lontano" ed egli, straniero e povero, è malvisto e solo, finché, costretto dalla fame, si mette a servizio di un abitante di quella regione. Abituato a essere figlio, libero, diviene schiavo del suo bisogno e quindi degli altri. Al colmo del disprezzo diventa guardiano di animali che disprezza egli stesso. Eppure la fame è tale che sarebbe disposto a condividere, oltre che la loro compagnia, anche il loro cibo, ma nessuno lo ritiene meritevole di questo: la sua vita vale meno di quella dei porci. Figli lontano dal Padre scendiamo sempre più la china, ma nelle profondità del cuore, più vuoto dello stomaco, sgorga la sorgente della nostalgia, che diventa più limpida salendo. All'inizio pensa al pane dei salariati in casa di suo padre. Si ricorda di essere figlio perché lontano ha ancora un padre, di cui forse non si è mai sentito veramente figlio. Pensa allora di ritornare verso "il pane dei salariati", mentre lui non ha neppure le carrube dei porci; in realtà si sta avvicinando alla casa del padre, ma non la sente ancora sua, non pensa all'affetto del padre che forse non ha mai gustato davvero. Gli sta bene il trattamento da garzone: non pensa né aspetta di più. Forse anche noi pensiamo che Dio sia come noi (Sal 50,21), che si accontenti di darci pane, mentre egli vuole darci se stesso. "Partì e si incamminò verso suo padre", mentre ripeteva lungo la strada il suo "discorsetto pietoso" credendo che così lo avrebbe convinto: "… non sono più degno di essere considerato tuo figlio". Ma non siamo mai degni di Dio, se non fosse lui a farci degni di sé, elevandoci, come un padre "solleva alla guancia il suo figlio" (Os 11,4) e lo porta alla sua altezza di padre, poiché ne è il figlio. Non sono i figli a scegliersi il padre ma lo ricevono: non saremo mai degni di questo dono, altrimenti non sarebbe un regalo ma un diritto. Il nostro rapporto con Dio va ben al di là di una relazione tra superiore e suddito, tra doveri e diritti: lui è quel padre che non ha mai smesso di scrutare l'orizzonte, certo che un giorno il suo figlio sarebbe tornato. Il figlio non se l'aspettava certo un padre così: se lo avesse capito forse non sarebbe partito. Il padre lo vede da lontano: lui che aveva voluto andare "lontano" può capire che il padre non ha mai smesso di "vederlo", lo ha seguito con lo sguardo del cuore che non conosce distanze. Un padre è padre sempre: lo diventa dal concepimento del figlio, e fino all'eternità sarà sempre suo padre, perché neanche la morte interrompe un legame così vitale, viscerale, come la commozione che fa correre quest'uomo certamente non più giovanissimo. Anche un figlio è sempre figlio, anche se lascia la casa del padre, il padre non lo lascia mai ed egli può sempre tornare, alla casa e al cuore del padre, dove non ha mai perso il suo posto. Contemplando ora la scena di quest'incontro, non guardiamola dall'esterno, come se riguardasse altri: quel figlio siamo proprio noi, io… Il padre, mettendo da parte se stesso, la sua età e lo status sociale, si mette a correre come un ragazzino, gli si getta al collo, saltando tutti i convenevoli della consuetudine orientale, ma il figlio non ha ancora capito e sta per rovinare tutto con il suo "discorsetto pietoso". Il padre non lo lascia nemmeno finire. Non ha bisogno di un servo in più: aspettava suo figlio. Ora è davanti ai suoi occhi, un po' malconcio, affranto, lacero e sporco, ma è suo figlio. Adesso il padre non corre più, ma mette in movimento tutti i servi per ridare anche ai loro occhi i segni della sua figliolanza: il vestito, il più bello, l'anello, forse col sigillo, simbolo della sua appartenenza alla famiglia e della sua dignità, i calzari, a decoro e protezione e una grande festa, per mostrare la gioia del ritorno del figlio (Lc 15,7.10). Avviene come per Israele (prima lettura), che arriva alla terra promessa dopo quarant'anni di deserto e ne mangia i frutti, dopo tanta manna, di cui erano nauseati. (Nm 11,4-8.21,5). Nel deserto Israele ricorderà con nostalgia il pane della schiavitù in Egitto. Anche noi facciamo fatica a comprendere il cuore del padre e abbiamo bisogno di un po' di deserto, come quello quaresimale, per capire che Dio è Padre di figli liberi di amarlo e non di servi che obbediscono nel timore del castigo. Israele entra nella terra promessa, nel luogo dell'esperienza stabile della presenza di Dio, come il figlio entra nella casa del padre per fare festa, per restarne in compagnia, in comunione piena. Il banchetto, che nella prima lettura è quello pasquale, rinnovazione dell'alleanza di liberazione e salvezza di Dio, qui diventa quello della festa del ritorno del figlio, della ripresa di un rapporto, figura dell'alleanza. Ma c'è qualcuno che rimane fuori dalla festa, dalla gioia, come quel giovane che se ne va triste, perché non ha capito dov'è, chi è, la vera gioia (Mt 19,16-22). Si interpreta l'atteggiamento del figlio maggiore come parabola di quello dei farisei o comunque di quelli "che si credono giusti e disprezzano gli altri", come dice altrove l'evangelista Luca (18,9). Risulta chiaro che nessuno dei due figli ha compreso il cuore del padre: l'uno se ne va e l'altro che resta, vive da servo ed è capace di fare festa solo con gli amici. Il padre esce incontro anche a lui, come era corso incontro al "fratello", che il maggiore non riconosce tale. Dio ci viene sempre incontro, in qualsiasi situazione ci troviamo, per invitarci alla festa del perdono e della comunione piena. La Pasqua è vicina: gustiamo in questa domenica la gioia della promessa di una vita nuova con lui, da figli nel Figlio. Lasciamoci riconciliare con Dio, mentre si avvicinano i giorni di grazia e gioia, accogliendo l'esortazione di Cristo attraverso la Chiesa e i suoi ministri, ambasciatori di misericordia.

 

Il ritorno del figliol prodigo, dipinto di Rembrandt, S. Pietroburgo, Ermitage.  

 

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore, ogni volta che la liturgia propone la
parabola del padre misericordioso ci sentiamo
invitati a fare ritorno da te. Non da soli però,
perché non siamo figli unici ed ognuno è chiamato
ad annunciare la buona notizia ai fratelli
che, pur distratti o indifferenti, incontra per la
strada. Vogliamo liberarci dagli atteggiamenti
perbenisti, che ci fanno guardare gli altri con
sospetto o dall'alto in basso. Di fronte a te siamo
tutti ugualmente piccoli e bisognosi di cure.
Accoglici tra le tue braccia. Amen.

Dario e Antonella

 

O Dio Creatore,
Signore,
e soprattutto Padre,
mostraci il tuo volto di tenerezza
e perdono senza fine e senza calcoli,
perché tu non hai altri interessi o secondi fini,
ma soltanto noi da ricongiungere a te.
Da quando ce ne siamo andati dal tuo Paradiso,
sei rimasto solo a passeggiare
alla brezza della sera,
e la tua nostalgia di noi
è stata il lievito della nostra di te.
Il tuo sguardo possa finalmente vederci arrivare,
i tuoi occhi, consumati dall'attesa,
sono la finestra del tuo cuore di Padre
che non ha mai smesso di credere nell'uomo,
anche in chi non gli credeva più.
Mentre tu prendi la corsa verso di noi,
in questo tempo di grazia,
nuova possibilità di salvezza,
accelera il nostro passo verso di te,
con la forza del tuo Spirito,
che prepara nel nostro cuore
la nuova creazione,
rinnovando l'immagine del tuo Figlio in noi.

 

Celebrare la bellezza

La tradizione liturgica chiama questa quarta domenica di Quaresima “Laetare”dalla prima parola dell’antifona d’ingresso: “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Il motivo della gioia è dato dalla “Pasqua ormai vicina”, come esprime chiaramente la colletta. Il Signore viene a visitare il suo popolo perdonando e riconducendo nella propria terra coloro che erano schiavi e deportati.

In questo tempo di Quaresima (come pure in Avvento) la liturgia fa indossare ai ministri i paramenti di colore viola; però l’ambone e l’altare non si vestano mai di viola perché sono sempre luoghi pasquali, rivestiti della gloria del bianco, del lino, della seta o dell’oro. Oggi è ammesso il colore rosaceo dei paramenti e l’aula liturgica può essere ornata di fiori, in modo tale che la comunità, vestita a festa ascolti con gioia il Vangelo della misericordia e dell’abbraccio del Padre. Il colore rosaceo è proprio delle Messe celebrate nelle domeniche “della gioia” (3a d’Avvento, “Gaudete”) e “della letizia” (4a di Quaresima, “Laetare”) per stemperare, con la celebrazione della speranza per la risurrezione del Signore e la sua venuta nella gloria, il tono austero dell’Avvento e della Quaresima.

Di per sè in Quaresima non si usano i fiori, per indicare anche con l’assenza di questo segno, l’austerità del tempo liturgico. Tuttavia si può fare il bouquet adatto per ogni domenica facendolo scaturire dalla preghiera e dalla lectio divina sui testi del Vangelo o sulle letture del giorno. Il gruppo liturgico può cimentarsi a far “vedere” la Parola realizzando una composizione semplice e sobria che aiuti a celebrare il mistero di ogni singola domenica. Sappiamo ormai, perché l’abbiamo detto spesso su queste pagine, che quando i fiori sono messi a servizio della liturgia possono entrare nella celebrazione e contribuire alla sua bellezza. Sempre, però, la composizione floreale deve lasciare la parola a Dio, ed è liturgica solo se si armonizza con gli altri segni della celebrazione, favorendo non la distrazione ma la contemplazione e la preghiera. Per la preparazione della composizione floreale di questa quarta domenica (e anche delle altre domeniche) suggeriamo la riflessione e la scheda tecnica dal libro di F. PLATANIA, Arte floreale nella liturgia, San Paolo, pp 70-71.

Riflessione: Dio si rivela misericordioso

L'accoglienza è una delle principali forme della misericordia. Dio fa entrare il suo popolo nella terra promessa, della quale mangia con gioia i frutti (Gs 5,9-11). Egli accoglie sia il peccatore pentito sia il figlio fedele rimasto accanto a lui (Lc 15,11-32) e invita tutti a lasciarsi riconciliare in Cristo per annunciare così un mondo nuovo. Tutti siamo chiamati alla conversione: tutti siamo accolti da Dio. Accogliere l'altro, che sia figlio o fratello, significa agire come Dio agisce. Nessuna delle nostre infedeltà lo blocca nell'abbraccio che reintegra nella piena comunione: Dio ci invita a perdonare come lui e con lui. Questo è motivo per far festa, per la vita ritrovata e che rinasce. Questo è il mistero della tenerezza di Dio, il quale non solo attende pazientemente il peccatore pentito, ma gli corre incontro per celebrare la gioia pasquale, passaggio dalla morte alla vita. Il perdono restaura l'uomo nella sua dignità, è la gioia e il tesoro di Dio. Chi ha peccato, ma si pente, non ha più passato; ha solo una prospettiva di vita nuova. Questa è la domenica "Laetare": il colore rosa dei paramenti e i segni di festa dovrebbero ricordare l'esperienza di gioia che si prova nel perdono offerto e ricevuto. Il bouquetproposto (vedi fig. 1 a p. 22) è un invito a entrare nella gioia dell'abbraccio della misericordia divina.

Scheda tecnica
Occorrente
- una coppa,
- uno stelo di orchidea di colore rosa;
- 2 palme;
- 3 iris bianchi;
- 7 rose nei colori giallo e rosa.

Preparazione

Nella coppa si inserisca la spugna già imbevuta d'acqua e rivestita di una rete per mantenerla compatta, di qualche centimetro più alta del recipiente. Si lavorino le palme e si fissino alla spugna, creando l'inclinazione delle due direzioni (verticale e orizzontale) entro le quali sarà contenuto il bouquet. Si dispongano le rose a varia altezza ma come un solo mazzetto, dai cui piedi partirà lo stelo dell'orchidea rosa. I tre iris bianchi faranno da sfondo, con le loro foglie, al centro della composizione.

E.V.

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro