La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile d'Informazione e formazione liturgica

 

 

La domenica “della giustizia e del perdono”

5a di Quaresima - anno C - 28 marzo 2004

 Andreina Alfero

 Prima lettura: Is 43, 16,21
Salmo responsoriale:
Sal 125,1-6
Seconda lettura:
Fil 3,8-14
Vangelo:
Gv 8,1-11

 

“Neanch'io ti condanno…”

Il nostro cammino quaresimale si conclude, in questa 5a domenica, nella contemplazione di Dio che in Gesù (cf antifona d'ingresso) fa' giustizia, difendendo la causa di una donna, contro gente senza pietà, lui che è la pietas, il volto dell'amore del Padre. Dio fa cose nuove che sono ancora soltanto in germoglio; nel piccolo, però, c'è già tutta la novità della salvezza. L'esperienza della liberazione sarà una nuova creazione, a cui partecipano anche gli animali, creazione adesso, per un popolo intero non più per un unico Adamo, ma per una nazione intera che viene plasmata da Dio per vivere l'alleanza con lui, nella partecipazione di tutta la creazione rinnovata (prima lettura: Is 43,16- 21). Inizia così un nuovo esodo altrettanto inatteso e sorprendente: nella liberazione di Israele dall'Egitto, Dio aveva reso asciutto il mare per agevolare il cammino del suo popolo, ora rende bagnato l'arido deserto e vi traccia una strada, là dove la sabbia inghiotte ogni pista. Gesù è questa strada nel deserto, lui che è venuto per essere la nostra via (cf Gv 14,1 ss) del ritorno al Padre, alla patria dove è andato a prepararci un posto. Là è la meta (seconda lettura: Fil 3,8-14) che fin d'ora abbiamo presente per il nostro cammino, che è "conoscere lui", contemplando già "la potenza della sua risurrezione" passando per la morte, nella speranza. 

“Neanch’io ti condanno: và e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). È una parola liberatrice che ci obbliga a lasciar cadere le pietre dalla nostra mano.  

Intravediamo allora il destino di Gesù, che nell'Evangelo di questa domenica (Gv 8,1-11) dichiara di non volere la morte del peccatore ma si converta e viva (canto al Vangelo da Ez 33,1). Siamo già nei giorni della tentazione, della "prova" finale, di quando il maligno torna "al tempo fissato" (Lc 4,13). Se Gesù non condanna ora questa donna, attira la condanna su di sé. Il contesto del capitolo precedente è chiaramente polemico e la decisione di arrestare Gesù è già in atto, ma il tentativo dei capi del popolo non riesce perché le guardie, mandate a prenderlo, restano a loro volta prese dalla parola di quest'uomo che parla come nessun altro mai ha parlato (cf Gv 7,46). Eppure siamo chiamati ad accettare che Dio sia più misericordioso di noi e che davanti a lui non potremo mai sentirci a posto. La nostra "giustizia" potrà superare quella degli scribi e farisei se lasceremo che sia lui a renderci giusti con la sua giustizia, che è misericordia infinita. Forse per l'immagine di Dio che traspare dal testo si è ritenuto che questa pericope appartenesse in origine alla redazione dell'Evangelo secondo Luca, e tuttavia nella liturgia lo leggiamo nell'anno C, assegnato a quest'evangelista, definito lo "scrittore della mansuetudine di Cristo". Troviamo Gesù a Gerusalemme, che insegna nel tempio, luogo della presenza di Dio, segno della sua fedeltà all'alleanza. Qui egli siede come Maestro per insegnare il vero culto a Dio (Gv 4,20-24), un nuovo modo di rapportarsi con lui. Il popolo, la gente semplice ha capito, va da lui ed egli siede e parla alla folla come il Maestro parla ai discepoli. Ma anche altri ora, si avvicinano a lui con atteggiamento da maestri loro stessi, forti dell'autorità di Mosè a cui Dio ha parlato. Sono certi di riuscire a mettere Gesù in angolo, mentre davanti a lui e alla sua Parola siamo sempre noi a essere messi in angolo, a dover prendere una decisione. Gesù ha già preso la sua: compiere fino in fondo il progetto del Padre per la salvezza dell'umanità, per manifestare la giustizia di Dio, quella che libera e dà la vita. Una vita sta invece per essere tolta: quella di una donna sorpresa in peccato. Gesù non ha compassione della colpa e non dice che non è vero o che non è male, anzi le dirà: "… non peccare più". Gesù ha compassione di lei, dello sbaglio e del fallimento della sua vita, che come un arco allentato ha "fallito il bersaglio" (traduzione letterale del greco amartàno) dell'esistenza: Dio, il bene, l'amore vero. Lo scopo della sua vita di sposa è la fedeltà allo sposo. L'amore sponsale nei profeti, (cf Osea, Ezechiele...) assurge a metafora dell'alleanza di Dio con Israele. Portano al Maestro questa donna, aspettando di sapere che cosa ne dice: ma lui non parla. Egli che è la Parola del Padre, resta in silenzio, davanti a chi non vuole ascoltare, davanti a chi ha già deciso che posizione tenere. Accusano lei per avere di che accusare lui. Gesù si mette a scrivere con il dito per terra: è proprio come nella creazione, quando Dio aveva plasmato Adamo dalla polvere del suolo, scrivendo in essa il suo volto, sua icona, così deteriorata nella situazione di questa donna, ridotta di nuovo in polvere, distrutta da quest'accusa, dal suo sbaglio. La parola del perdono sarà davvero una ri-creazione. Gli accusatori insistono perché non vogliono rinunciare al loro tranello a quest'occasione propizia: Gesù ora parla. Il suo perdono vorrebbe raggiungere anche loro, se solo volessero. All'inizio sembra dare ragione agli accusatori dicendo che la donna merita la lapidazione: che qualcuno inizi a scagliare la prima pietra. E' lui che indica chi deve essere colui che fa rispettare la legge: uno che non l'ha mai violata, uno che non ha mai sbagliato nella sua vita. Chi è immune da debolezza, se non Dio, il forte? Nessuno dei presenti se la sente, perché nessuno è abbastanza ipocrita. Con quel poco di sincerità che rimane nel fondo del loro cuore "scoperto", si ritirano, trasformandosi da accusatori in accusati. I primi a andarsene sono i più anziani, quelli che avevano più esperienza di fragilità e meno animosità. Terminata la ritirata, rimane solo Gesù con la donna, là in mezzo, nel tribunale del giudizio, che deve ancora essere fatto. Egli ora parla a lei direttamente, a chi ha peccato e attende una nuova possibilità di vita. La donna lo chiama "Signore", il titolo con cui viene chiamato Gesù risorto Signore della vita propria e altrui, egli che è "salvezza di Dio" (Mt 1,21) venuto per portare questo nome, per compiere questa missione. Una parola discende sulla vita di questa donna e la rinnova con il perdono, con un nuovo cammino per non peccare più. Inizia un esodo da se stessa, dalla schiavitù del peccato che la legava in una prigionia senza scampo, poiché su di lei incombeva soltanto il castigo. Veramente il Signore fa grandi cose (ritornello del salmo responsoriale) per chi è pronto ad accoglierle; egli "che ha mandato il suo Figlio unigenito non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa' che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia" (cf orazione colletta). L'esperienza del perdono rinnova e fa sperimentare una primavera dello spirito, dentro, come quella che la natura ci regala in questo tempo, attorno. Riconoscere di aver sbagliato non distrugge la nostra dignità, ne' la nostra immagine, anzi ci consente di rinnovarne la bellezza con l'azione di Dio, che non si ferma davanti al nostro male, al nostro limite, ma solo davanti alla nostra libertà. Non siamo obbligati ad accettare il suo perdono: possiamo chiederglielo, nella certezza di ottenerlo. Comprenderemo allora che la nostra grandezza non sta nel non avere mai peccato, ma nell'aver creduto nel Dio misericordioso che perdona sempre chi si rende conto di averne bisogno. Prepariamoci ai giorni santi della Pasqua con animo aperto, senza ostacoli, per poter entrare in un'esperienza sempre più piena di Gesù.

 

Il perdono di Gesù, ricevuto dal sacerdote in nome della Chiesa, manifesta l’amore di Dio che libera e salva.

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Gesù, è bello lasciar risuonare la Parola
e permettergli di raggiungere il cuore.
Gli scribi, i farisei, il popolo, l'adultera…,
ci pare davvero di poterci ritrovare
in ciascuno di loro
e di aver bisogno di assumere l'atteggiamento
nuovo che tu solo sai proporre. Non ci hai
condannato ed hai predisposto un percorso di
recupero adatto al nostro piccolo passo.
Vogliamo seguirti ovunque tu ci conduca.
Amen.
Dario e Antonella

 

O Dio,
pronto al perdono,
che conosci la nostra povertà,
e il nostro orgoglio che non si perdona,
anche quando ci perdoni tu,
sostienici con il tuo Spirito.
Riempici della consolante certezza
che nessun peccato è troppo grande per te,
perché noi siamo veramente grandi
davanti a te,
poiché ci hai fatti poco meno degli angeli,
figli nel tuo Figlio,
tempio del tuo Spirito.
Guidaci a cercare da te
la forza per la nostra speranza
di non peccare più,
di vivere nella tua amicizia,
nella comunione piena
per cui ci hai creati all'inizio,
prima di ogni peccato.

Celebrare la bellezza

La liturgia della quinta domenica di Quaresima è attraversata da stupore e immensa gioia, poiché al nostro passato di peccato si apre un avvenire di libertà e di gioia.

Nella preghiera oggi ricordiamo tutti coloro che disperano del perdono di Dio e tutti quelli che non hanno il coraggio e la forza di farsi perdonare dal Signore. E’ opportuno, in preparazione alla grande e santa settimana, vivere con la comunità una celebrazione penitenziale per favorire la possibilità di accostarsi al sacramento della riconciliazione, mettendo magari a disposizione un numero maggiore di confessori.

Ricordiamo di sensibilizzare la comunità in occasione della Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri che si celebra mercoledì 24 marzo. Non possiamo dimenticare questi nostri fratelli che hanno offerto la loro vita per il nome del Signore nostro Gesù Cristo e sono diventati lievito della storia. Sempre, infatti, il sangue dei martiri è stato seme di nuovi cristiani.

Ricordiamo ancora che giovedì 25 marzo è la solennità dell’Annunciazione, seconda sosta (dopo la solennità di san Giuseppe) nel cammino quaresimale. Si potrebbe prevedere la possibilità di celebrare comunitariamente la Via Matris (cf La Vita in Cristo e nella Chiesa, n 3/2003, p 25).

Domenica prossima (4 aprile) entriamo nella grande e santa settimana. E’ bene indicare come sarà organizzata la benedizione dei rami e la processione che il gruppo liturgico preparerà per tempo. Sarà opportuno notificare in tempo anche gli orari delle celebrazioni del santo Triduo e invitare a partecipare alla Messa crismale in diocesi la mattina del giovedì santo. E’ un’occasione di catechesi sul sacerdozio del popolo di Dio, quello ministeriale e sui sacramenti dell’iniziazione cristiana e degli infermi nel segno dell’olio consacrato dal vescovo.

Riflessione per preparare il bouquet liturgico (fig. 2) Dio crea un avvenire Gesù manifesta il perdono di Dio alla donna adultera; non la condanna, le apre un avvenire da costruire dicendole: "Va' e non peccare più!". Ma non condanna nemmeno gli accusatori, rimandando ciascuno alla propria coscienza e libertà, invitando a una conversione interiore radicale sia chi si rinchiude nel proprio passato, sia chi invece spera nel domani (Gv 8,1-11). L'avvenire è come correre verso la mèta per ricevere il premio al quale Dio ci chiama in Cristo, in cui si realizza la profezia: "Ecco, faccio una cosa nuova" (Is 43,19). La nostra speranza ha il fondamento nella fedeltà di Dio che crea un mondo dove la felicità e la pace sono raggiungibili. Gesù invita a cambiare vita, facendo nascere un mondo nuovo in cui la speranza viene offerta a tutti: Dio è colui che non dispera di nessuno. Nel tempio, invitato a pronunciare una sentenza di morte, Gesù assolve. L'avvenire del peccatore pentito sta nella vita. La libertà ritrovata, la vita rinnovata, l'andare con speranza verso la mèta: ecco i temi che hanno ispirato la composizione proposta per questa quinta domenica.

Scheda tecnica

Occorrente - una coppa;
- una grande foglia di calla;
- 5 calle bianche;
- 7 strelitzie (chiamate anche "uccelli del paradiso").

Preparazione

La bellezza del fiore di strelitzia deve fare i conti con la rigidità dello stelo: ecco perché non si può lavorare facilmente, ma deve essere disposto così com'è. Tagliare gli steli (molto duri!) all'altezza voluta e fissarli in gruppo, a mazzetto, al centro del supporto ben solido previsto all'interno della coppa. Il fiore di strelitzia, inoltre, richiede un delicato intervento con le mani per aiutarlo a schiudersi e sbocciare. Dalla parte sinistra della coppa si facciano partire le calle bianche, lavorandole come già spiegato per le palme. Completamente all'opposto dei fiori di strelitzia, le calle si lavorano bene: piegarle a piacimento, dando i movimenti e le forme più bizzarre. Per questo bouquet,il movimento è pensato come un volo di libertà (le strelitzie richiamano un volo d'uccelli) e un susseguirsi di allegre aperture (le calle evocano le trombe del gioioso annuncio pasquale). Una grande foglia di calla decora la base della composizione.

E.V.

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro