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La domenica
“dell’ingresso
di Gesù nella città santa”
4
aprile 2004
Andreina
Alfero
Prima lettura: Is
50,4-7
Salmo responsoriale: Sal 21,8-9.17-20.23-24
Seconda lettura: Fil 2,6-11
Vangelo: Lc 22,14-23.56
Ho ardentemente desiderato…
Questa
domenica è particolarmente ricca di Parola di Dio, soprattutto di
Evangelo, che è davvero una grande “buona notizia", la più grande
perché l'amore di Dio per noi giunge al culmine della sua manifestazione:
la consegna del Figlio. In un'unica celebrazione contempliamo l'ingresso
di Gesù a Gerusalemme e le diverse tappe del suo cammino verso la
passione e la morte. Il nome con cui più spesso questa domenica viene
indicata é "domenica delle Palme", perché la rievocazione,
anche mimetica, dell'accoglienza di Gesù a Gerusalemme è sentita più
facilmente. Le palme richiamano la gloria, poiché venivano consegnate al
vincitore e, nella tradizione cristiana, al martire, testimone di Cristo,
assimilato alla sua morte dolorosa e gloriosa assieme.
Al canto dell'«osanna» (antifona d'ingresso) iniziamo la celebrazione, acclamando al Benedetto,
a colui che viene nel nome del Signore: è lui il vero re
d'Israele, incoronato e nello stesso tempo rifiutato dal suo popolo. Siamo
chiamati ad entrare con lui nella città santa e amata, in questo clima di
gioia e di festa.
Seguiamo Gesù, che tutti ci precede (Lc 19,28- 40) nella salita. Egli è
ormai deciso (Lc 9,51) poiché il progetto del Padre deve compiersi (cf Lc
2,49; Lc 9,22 e gli annunci della passione). Questo è per il Figlio un
desiderio ardente (Lc 22,15).
Gesù viene a compiere la profezia del re di pace (Zc 9,9), il novello
Davide che (2 Sam 15,13 ss) viene nella sua città, scendendo dal Monte
degli Ulivi, che aveva risalito nel pianto. Egli lo scenderà poi nella
notte dell'arresto, quando ne faranno un re da burla trascinato davanti ai
tribunali umani. Gesù è il Signore, che scioglie il puledro, perché ne
ha bisogno, lui che è venuto per sciogliere l'uomo dai vincoli della
morte (Lc 13,10-17) e che sta per essere egli stesso legato. I discepoli
si privano dei loro mantelli per lui, che sarà spogliato delle sue vesti
e sollevato, non sulla cavalcatura regale, ma sulla croce, per essere
esposto non alle lodi e agli "osanna", ma agli insulti e
provocazioni. La folla loda Dio per i prodigi che Gesù ha compiuto, ma il
più grande di essi, la sua morte per amore e la sua risurrezione, deve
ancora avvenire. La gente fa suo il canto degli angeli sulla grotta di
Betlemme, ma solo nella prima parte: "Gloria in cielo",
perché sulla terra lo shalom di Dio per il suo popolo sta per
essere infranto proprio in colui che veniva a proclamarlo (Lc 4,16- 21).
Grideranno le pietre della Gerusalemme distrutta, perché non ha accettato
l'annuncio di pace del Messia (Lc 19,41-44). E' giunta l'ora della cena
pasquale (Lc 22,14ss) e Gesù partecipa ai suoi il suo desiderio ardente
di una comunione piena, prima che avvenga la separazione che, sebbene
temporanea, cambierà molto il suo rapporto con i discepoli: egli sarà
sempre presente ogni volta che faranno memoria del suo dono ed entreranno
in modo vitale nell’alleanza sigillata nel suo sangue. Ma questo non è
affatto un momento idilliaco: l'ombra del traditore, la discussione per la
"spartizione dei poteri" e la predizione della debolezza di
Pietro oscurano quest’esperienza di comunione profonda. Tuttavia non la
annullano, bensì la aprono alla speranza, perché Gesù ha già deciso di
essere fedele al Padre fino alla fine.
Il servo obbediente
Entrati in città con Gesù, ci prepariamo a
condividere il suo mistero di morte e risurrezione. E' lui che
contempliamo nell'immagine del servo presentata nell’oracolo del profeta
Isaia (prima
lettura).
Gesù non si tirerà indietro di fronte alla sofferenza, "fatto
uomo e umiliato fino alla morte di croce", perciò chiediamo per
noi, nell'orazione
colletta,
di avere "sempre presente il grande insegnamento della sua
passione, per partecipare alla gloria della risurrezione". Il
pensiero della vittoria finale è molto presente nella liturgia di questa
domenica, fino all'orazione
dopo la comunione che
richiama il dramma della croce anticipando il venerdì santo, in cui
riecheggerà sulle labbra del Figlio il grido dell'abbandono che
innalziamo come assemblea nel salmo
responsoriale di oggi: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.
Il mistero dell'abbandono del Figlio è certamente uno dei temi di
contemplazione più ardui ed insieme più consolanti: ecco fino a che
punto giunge l'amore di Dio per noi, per me. Nella notte del Getsemani
apparirà un angelo (Lc 22,43) per rendere meno pesante quest'esperienza.
Sarà come nell'annunciazione di Gesù (Lc 1,37), quando il messaggero
divino rassicurerà Maria che "nulla è impossibile a Dio". Se
qui egli non libera il suo Figlio è perché vuole liberare noi.
Il Padre solleverà il Figlio dall'abbassamento fino all'obbedienza della
morte di croce, (seconda
lettura)
e gli donerà il nome al di sopra di ogni altro, davanti al quale tutti si
inginocchieranno, anche quelli che lo trafissero (Ap 1,7), che lo
condannarono e lo insultarono, come vediamo accadere nei processi che deve
subire.
Gesù viene portato davanti al sinedrio (Lc 22,66 ss) e condannato come un
bestemmiatore, egli che non solo dice la verità, ma è la Verità, la
fedeltà del Padre alle sue promesse (2 Cor 1,20), che si stanno compiendo
anche ora, perché Dio è sempre fedele al suo popolo e alla sua alleanza
con lui, che sta per essere ratificata nel sangue del nuovo e perfetto
agnello (Es 12,5).
Davanti a Pilato (Lc 23,1ss) Gesù viene condannato come sedicente re,
egli Figlio di Dio, unico re del suo popolo (1 Sam 8,79), come cospiratore
contro il potere romano, egli mite e umile di cuore (Mt 11,29) e come
incitatore alla disobbedienza civile, egli il Figlio obbediente al Padre
fino alla fine. Davanti a Erode (Lc 23,8ss) Gesù non cede alla sua
curiosità e non compie miracoli come farebbe un illusionista: egli non
conosce il compromesso. Quando ritorna da Pilato lo condanna anche la
folla (Lc 23,18ss) proponendo uno scambio che ha dell'assurdo: si chiede
la grazia per un assassino e si uccide l'autore della vita (At 3,14-15).
Noi, che abbiamo accompagnato Gesù nell'ingresso trionfale a Gerusalemme
come re, portato
da un puledro, ora lo vediamo uscire dalla città come un condannato,
portando la croce. Al posto della folla osannante ci sono le donne
piangenti (Lc 23,27ss) ed è ancora lui a consolarle, lui il Consolatore
che sta per andarsene (Gv 14,16). Arrivato al luogo detto Cranio (Lc
23,33) viene innalzato sulla croce, tra cielo e terra, mediatore del
perdono divino (Lc 23,34), ponte tra la terra della condanna e il paradiso
della salvezza (Lc 23,42ss), nuovo albero della vita nel nuovo Eden (Gen
2,9) per chi si protende a lui con fede per cogliere i frutti di vita
eterna. Per gli altri Gesù non ha risposta; di parole ne ha dette tante
nella sua vita, ora più che mai la Parola è lui, con la sua morte per
amore, non salvando se stesso per salvare noi; è il vero re che combatte
e muore per i suoi, invece che restarsene al sicuro e mandare in battaglia
loro. Verso mezzogiorno il sole si oscura (Lc 23,44): sta per sorgere il
vero giorno senza tramonto, il Figlio che illumina il mondo con la sua
gloria amando fino alla fine. Il velo del tempio, che nascondeva il santo
dei santi (Lc 23,45), il mistero di Dio, si squarcia, come la vita del
Figlio, che schiude il mistero dell'amore del Padre. Il progetto è
compiuto, il dono completo: ma non è la fine. E' invece un nuovo inizio
nella fede del centurione, un pagano (Lc 23,47-49); nello sgomento della
folla che si batte il petto, nel dolore dei parenti e delle donne che
guardano da lontano, nel coraggio di Giuseppe, membro del sinedrio. Il
racconto della passione e morte di Gesù si conclude con il profumo
dell'amore delle donne, discepole fin dalla Galilea (Lc 23,56): la loro
fede e la loro tenacia attraversa il riposo del sabato. Entreranno
nell'esperienza della risurrezione come nella terra promessa, primizia
dell'Israele fedele.
Ci pare di sentire già questo profumo, mentre seguiamo in questa
settimana, passo dopo passo, Gesù Maestro, nel suo desiderio ardente di
mangiare la Pasqua con noi, per renderci partecipi del suo destino di
amore che si dona. Partecipiamo alla sua sofferenza, perseverando nella
prova, per bere con lui il vino nuovo nel regno dei cieli (Lc 22,28-30).

Gesù
entra solennemente nella città santa. Chiesa di Betfage, affresco
dell’altare maggiore.

O
Dio nostro Padre,
che hai consegnato il tuo Figlio
per noi tuoi figli,
illumina con la luce del tuo Spirito
questo mistero di amore infinito.
Aiutaci a rimanere
nella contemplazione
del mistero del tuo amore per noi,
nello stupore di chi non attende nulla,
nella gratitudine
di chi sa di non meritare niente,
nella gioia di un dono
che si rinnova continuamente.

Preghiera
della famiglia attorno alla mensa
Signore
Gesù, quante volte ti abbiamo rinnegato!
Eppure noi sappiamo con certezza che sei
risorto ed hai ripreso il tuo posto nella Trinità
divina. Non sempre siamo riusciti a sostenere lo
scherno degli indifferenti o degli edonisti ed
allora abbiamo fatto finta di non credere più
alla vigenza del Vangelo. Non sempre abbiamo
tollerato la frustrazione di assistere al trionfo
dei prepotenti ed allora abbiamo usato le loro
stesse armi per vendicarci. Non sempre abbiamo
creduto che all'angoscia del venerdì santo
potesse seguire l'alba radiosa di Pasqua.
Perdonaci, perdonaci, perdonaci. Amen.
Dario e Antonella

Celebrare la bellezza
La celebrazione di questa domenica apre la grande e santa
settimana. Essa unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio
della Passione. Ecco perché si distingue in due momenti: la
commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che prevede la
benedizione dei rami d’ulivo, e la processione in onore di Cristo Re. La
commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme trova la sua
origine in quanto avveniva a Gerusalemme in questa domenica, come
attestato dal racconto di Egeria, pellegrina vissuta intorno al IV secolo.
Nel suo diario di viaggio ella racconta che “quando inizia l’ora
undecima, si legge il passo del Vangelo in cui si dice che i bambini con
rami e palme vanno incontro al Signore dicendo «Benedetto colui che viene
nel nome del Signore». E subito il vescovo si alza e con lui tutto il
popolo e allora dalla sommità del monte degli Ulivi ci si muove, tutti a
piedi... Dalla sommità del monte fino alla città e di là fino all’Anastasis,
attraverso tutta la città, tutti, sempre a piedi, accompagnano il vescovo
dicendo i responsori”.
La celebrazione ha inizio con l’acclamazione del popolo
radunato: Osanna al Figlio di David. Benedetto colui che viene nel nome
del Signore. La processione che si avvia subito dopo la proclamazione del
Vangelo (Lc 19,28-40) mette l’assemblea liturgica sulle orme di quella
folla che acclama Gesù come “Colui che viene nel nome del Signore”.
Lo stesso invito del celebrante, prima della processione, lo ricorderà
all’assemblea: “Imitiamo, fratelli carissimi, le folle di Gerusalemme,
che acclamavano Gesù, Re e Signore...”. Ripetere questo gesto per noi
vuol dire accompagnare Gesù e seguirlo fino alla croce per essere
partecipi della sua risurrezione. Il gesto dell’assemblea che agita i
rami d’ulivo e acclama al suo Signore, diventa profezia di quella lode
che esprimerà la gioia di tutti nel regno dei cieli.
Come ricorda la Lettera circolare per le feste pasquali al n 29
“La processione sia una soltanto e fatta sempre prima della Messa con
maggior concorso di popolo, anche nelle ore vespertine, sia del sabato che
della domenica [...]. I pastori si adoperino affinché questa processione
in onore di Cristo Re sia preparata e celebrata in modo fruttuoso per la
vita spirituale dei fedeli”.
Il Passio viene cantato o letto dai diaconi o dai sacerdoti, in
loro mancanza dai lettori. La parte di Cristo è sempre riservata al
sacerdote. La proclamazione del Passio viene fatta senza uso di candelieri
nè d’incenso, senza saluto al popolo e senza segnare il libro; se sono
presenti i diaconi, prima della proclamazione chiedono la benedizione del
sacerdote.
E. V. |