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Venerdì santo
“nella
Passione del Signore”
9
aprile 2004
Emmanuela Viviano
Prima
lettura: Is
52,13-53,12
Salmo
responsoriale: 30,2.6.12-13.15-16.17.25
Seconda
lettura: Eb
4,14-16;5,7-9
Vangelo:
Gv
18,1-19,42
In
questo giorno e nel giorno seguente, per antichissima tradizione la Chiesa
non celebra l’Eucaristia, ma è tutta raccolta per ricordare la passione
del Signore soprattutto attraverso tre momenti dell’azione liturgica: la
proclamazione della Parola (prima parte), l’adorazione della
croce (seconda parte), la comunione eucaristica (terza parte).
Liturgia della Parola
“Cristo nostra Pasqua è stato immolato” (1
Cor 5,7). Per l’evangelista Giovanni “era giorno di Parasceve”,
cioè della preparazione degli agnelli pasquali immolati nel tempio. Per
Isaia (prima
lettura)
ciò che accade è motivo di stupore, “perchè vedranno un fatto mai
ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”. Nella
vicenda del servitore, che soffrendo guarisce le ferite altrui, si rivela
il mistero del chicco di grano che morendo porta frutto. Per l’autore
della lettera agli Ebrei (seconda
lettura),
Gesù, Figlio di Dio, è un grande sommo sacerdote che ha attraversato i
cieli.
Il quarto carme descritto nel libro del Deuteroisaia (prima
lettura)
presenta il servo attraverso il quale Dio agisce e che nel compimento
della sua missione si conforma al volere di Dio realizzando il piano della
redenzione. Egli è umiliato, accetta la sofferenza e la morte, sembra
percosso da Dio, eppure per il suo sacrificio molti saranno resi giusti.
Come ogni vita, la parabola del servo va dalla nascita alla morte, ma si
sviluppa attraverso la passione, la condanna, la sepoltura e la
glorificazione. Il servo è cresciuto come un germoglio nel deserto, dove
l’uomo non semina, non miete e non raccoglie nei granai. Nel deserto si
fa esperienza della gratuità di Dio e il servo, in terra arida vive
grazie all’intervento di Dio. Privo di vesti sontuose e di quanto
potrebbe attirare sguardi, non ha apparenza nè bellezza, non splendore
per provare in lui diletto. Eppure il suo vestito non si è logorato e
il suo piede non si è gonfiato nell’arido deserto. Disprezzato e
reietto dagli uomini, uno davanti al quale ci si copre la faccia... Egli
sta pagando non per le sue colpe, non viene colpito per i suoi misfatti.
Innocente si fa solidale con il peccato del popolo e da solo ne porta le
conseguenze. Avrebbe diritto a ribellarsi, lui che non conosce il peccato,
e invece non apre bocca, non si erge né contro Dio né contro gli uomini.
Resta solo con il suo silenzio e le sue piaghe, testimoni del castigo che
si è abbattuto su di lui. La sua discesa nell’abisso del male e del
castigo è totale ma il suo amore, che lo ha spinto
all’abbassamento estremo, feconda il terreno dove abita la morte. Grazie
a questo amore solidale il cammino di morte si trasforma in luce e
salvezza. La vita del servo con il suo silenzio e il suo dolore è una
preghiera d’intercessione presentata a Dio per la giustificazione di
tutti. La sua è una sofferenza vicaria; come il capro espiatorio di Lv
16,22 che veniva caricato dei peccati del popolo, così il servo ha
portato le iniquità dei fratelli e portandole ha permesso la
riconciliazione.
L’amore ha la forza per vincere la morte; Gesù con la sua morte ci ha
liberati dalla schiavitù della maledizione, con lui i sepolcri sono stati
scoperchiati e gli inferi visitati. Nulla di Gesù è rimasto prigioniero
della tomba perché tutto è stato consumato dall’Amore. Dalla
fede-obbedienza del suo cuore, che lo ha spinto a spogliarsi della gloria,
per amare i suoi sino alla fine consegnando il proprio corpo alla morte di
croce, noi tutti siamo stati salvati. E’ questa la piena misura del
mistero del venerdì santo.
Nel racconto della passione secondo Giovanni Gesù è protagonista degli
eventi che accadono, non subisce la passione, si consegna in perfetto atto
di amore e obbedienza al Padre suo. E’ un Gesù sereno che muore con una
tranquillità impressionante al confronto della drammaticità presentata
nei Sinottici. La passione secondo Giovanni è già illuminata dalla
risurrezione; l’assemblea liturgica che partecipa alla rievocazione
della passione è consapevole che lo stesso Gesù vivente dona
simultaneamente sia le risorse della passione che quelle della
risurrezione.

Gerusalemme, il monte degli
Ulivi.

Celebrare
la bellezza
Alla ricchezza dei testi offerti da questa
liturgia non sempre corrisponde un effettivo coinvolgimento della gente.
E’ opportuno dunque favorire la partecipazione dei fedeli con segni
concreti che creino il clima adatto alla preghiera e all’azione
liturgica. Il racconto della passione può essere affidato a vari lettori,
introducendo le diversi parti con una breve monizione e intercalandole con
pause di silenzio in modo da favorire l’ascolto e la meditazione.
Nella chiesa priva di ornamenti, l’altare è
interamente spoglio: senza croce, senza candelieri e senza tovaglie. Per
la celebrazione della Passione del Signore i paramenti usati sono di
colore rosso. L’azione liturgica ha inizio in silenzio, il canto
d’ingresso è sostituito dai passi dei ministri che si recano davanti al
presbiterio per la prostrazione. Niente deve turbare questo silenzio
orante, che durerà il tempo necessario a suscitare il raccoglimento
profondo. Se si intende dare qualche breve spiegazione per lo svolgimento
della celebrazione lo si faccia prima dell’ingresso dei ministri.
L’ adorazione della croce sia vissuto come
momento intenso e toccante, intercalando il canto a momenti di preghiera
vocale e al silenzio. Tutti i partecipanti dovranno avere la possibilità
di venerare il crocifisso, con calma e devozione. Si può preparare
davanti alla croce un incensiere dove ciascuno può introdurre grani di
incenso, un cesto con petali di fiori da spargere sulla croce, vasetti
contenenti profumo di nardo o mirra (o altro profumo adatto)... tutti
segni che aiutano ad esprimere la propria venerazione verso il Pastore
della Chiesa appeso per noi sul legno della croce. Questo non deve essere
un momento in cui la Chiesa dimostra il suo dolore, ma tutto il rito deve
far risaltare il senso della glorificazione di Cristo attraverso la croce
che adoriamo. Questa adorazione costituisce la vera Via Crucis della
giornata; sarebbe un controsenso fare di questo pio esercizio il centro
della giornata. Se è necessario organizzarla per utilità spirituale dei
fedeli, le monizioni e le preghiere devono esprimere, come fa la liturgia,
la gloria della croce. La Via Crucis risulta completa introducendo la 15a
stazione in cui si ricorda la risurrezione che la Chiesa attende nella
speranza.
Oggi è già Pasqua. Cristo che muore sulla
croce passa da questo mondo al Padre, dal suo costato sgorga per noi la
vita divina e anche noi passiamo dalla morte del peccato alla vita di
figli di Dio. La ricchezza spirituale del lezionario e delle orazioni di
questo venerdì della Passione è veramente abbondante. Se ne accentua
l’amore infinito del Padre che non esita a sacrificare, per coloro che
ama, il proprio Figlio unigenito, nuovo Isacco. Lo stesso Figlio accetta e
condivide la misericordia del Padre diventando il vero Agnello pasquale e
il servo sofferente che offre al Padre e a noi la sua vita quale atto
supremo d’amore.
Nella grande preghiera universale si specifica
che tale umiliazione del Figlio è rivelazione della gloria del Padre a
tutte le genti. Per mezzo suo la salvezza è donata a tutti i popoli.
Questa preghiera va fatta con dignità, rispettando i momenti di silenzio
per la meditazione personale, malgrado la sua relativa lunghezza. Il legno
dell’antica maledizione è mutato in legno di vita, salvezza e gloria.
Su di esso Dio si carica della sofferenza e della morte e annulla la
condanna che era venuta dall’antico legno. Innalzato sulla croce, Cristo
ha voluto rialzare noi dall’antica caduta e riportare Adamo al suo
primitivo splendore. Lo Spirito effuso sulla croce dal morente glorificato
dà inizio ad una nuova generazione: quella dei figli che possono ormai
invocare Dio con il nome di Padre.

Sabato
santo “nella sepoltura del Signore”
“Il
sabato santo la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la
sua passione e morte, la discesa agli inferi e aspettando nella preghiera
e nel digiuno la risurrezione”.
Il mistero che si celebra in questo giorno è quello del seme sepolto
nella terra in attesa dell’alba nuova della risurrezione. Le antifone e
i salmi utilizzati nella liturgia delle ore evidenziano la serena speranza
della Chiesa che veglia in silenzio accanto alla tomba del suo Signore.
E’ il giorno del grande silenzio come ricorda la seconda lettura
dell’Ufficio “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande
silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è
rimasta sbigottita e tace, perché il Dio fatto carne si è addormentato e
ha svegliato coloro che da secoli dormivano”. Oltre al riposo di Cristo
nel sepolcro, questo giorno celebra la sua discesa agli inferi. In questa
discesa di Cristo agli inferi vi è la punta più bassa della sua kenosis
(= abbassamento). La potenza divina, che si manifesta nella sua
risurrezione, va a ripescare la vita dal gorgo del nulla nel quale la
morte, a causa del peccato l’ha gettato. Come un pescatore di perle Gesù
si getta negli abissi della morte per ripescare la perla più preziosa di
Dio suo Padre, cioè la creatura umana e ricondurla nuovamente alla sua
primitiva sorgente e origine.

L’icona riportata nella foto è caratteristica della Chiesa d’Oriente.
Essa rappresenta insieme la deposizione di Cristo morto, dalla croce e nel
sepolcro. E’ detta icona dello Sposo. Cristo, deposto dalla croce è
veramente lo Sposo della Chiesa: su quel talamo egli ha consumato le nozze
con l’umanità, iniziate con l’icarnazione, in cui il Figlio di Dio si
è fatto figlio dell’uomo nel grembo di una donna. Il gesto di tenerezza
che Maria e Gesù si scambiano nell’icona, trascende la dimensione
umana, materna e filiale, per estendersi a quella simbolica. Maria, nelle
icone, oltre a richiamare la donna storica, Myriam di Nazareth,
rappresenta sempre la Chiesa Sposa, che riceve il gesto di tenerezza dello
Sposo. Ciò che Dio in Cristo tocca, è salvato, è assunto nel suo
mistero di vivente e donatore di vita. Gesù è lo Sposo della Chiesa,
come appare in Ef 5,25: egli l'ha amata fino a consegnare se stesso alla
morte e alla sepoltura per lei. Gesù l'ha amata con questo fine (cf Gv
13,1): congiungerla a sé nelle nozze, intese come esperienza di comunione
profonda, di dono reciproco, totale e fedele. Noi abbiamo dato a Gesù la
nostra umanità ed egli ci dona la sua divinità: noi lo abbiamo caricato
del fardello dei nostri peccati ed egli ci ha elevati alla sua santità.
Il mistero della sua umanità, espressa nel corpo nudo, è centrale in
quest'icona, come la sua figura posta al centro. Notiamo il ventre
rigonfio che evidenzia le bibliche "viscere di misericordia" che
hanno portato Gesù a morire d'amore per noi. Le donne, che sono poste
dietro a Maria, sono un'estensione del simbolo della Chiesa che la Madre
di Gesù rappresenta: esse ne significano la dimensione più contemplativa
del dono che il suo Sposo le ha fatto, dono che non può non stupire. Tra
esse c'è la peccatrice, senza velo, cioè senza dignità e appartenenza:
così la Chiesa che appartiene ora all’unico Sposo, che le dona la sua
dignità divina e la purifica da tutti i peccati. Ecco che questa figura,
con le altre velate, rappresentano bene la Chiesa nell'espressione dei
Padri casta meretrix, santa eppure bisognosa di penitenza. Se le figure
femminili stanno dietro a Maria, dietro a Gesù stanno quelle maschili:
san Giovanni il Teologo, che aiuta Gesù a mostrare le sue piaghe, perché
gli apostoli e i Pastori della Chiesa hanno il compito di estendere a
tutti i popoli in tutti i tempi la salvezza che Cristo ha realizzato.
L'anziano è Nicodemo ancora pensoso, per capire il mistero, come viene
presentato in Gv 3. Il personaggio che sorregge la scala è Giuseppe d’Arimatea:
egli è l'uomo della speranza nella risurrezione, perché cede a Gesù il
suo sepolcro sapendo che egli lo lascerà libero per la sua morte, quando
giungerà. Lo sfondo è già dorato, come l'alba del giorno della
risurrezione: questo colore nelle icone indica che la figura centrale ha
prerogative divine. Le tenebre stanno già diradandosi facendo posto alla
luce della risurrezione. Non c'è altro sullo sfondo, la natura o la città,
perché il Creatore prepara, con la risurrezione del Figlio cieli nuovi e
terra nuova, e col dono del suo Spirito nella Pentecoste, una nuova città.
La Croce non è gloriosa, ma scura, perché vedova, privata del suo divino
Sposo. Essa però rimane eretta, quasi come una memoria sacramentale per
la salvezza di chi la guarda con la fede (Nm 21) in Colui che vi è stato
innalzato. C'è ancora il posto dell’iscrizione, ma essa non è più
visibile, perché il Re non è più lì e quindi nemmeno la sua
iscrizione, secondo il costume imperiale. Gli angeli contemplano
meravigliati il mistero della croce e della sepoltura del Figlio di Dio,
che non si prende cura di loro ma della stirpe di Abramo (Eb 2,16). |