La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La domenica

“di Gesù pastore buono”

4a di Pasqua - 2 maggio 2004

Roberto Soprano

 Colletta

"Dio onnipotente e misericordioso, guidaci al possesso della gioia eterna, perché l'umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore".

Chiediamo di essere guidati, nel cammino della vita, per conseguire quella meta ambita da tutti: la gioia eterna. Una gioia che prende forma nel tempo e che dipende, sostanzialmente, dalla realizzazione della comune vocazione ad amare: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Gv 15,11-12). A tale ambizioso traguardo siamo condotti dal Signore che, come il pastore, precede il gregge e lo accompagna con premura, soprattutto quando c'è da indicare un cammino nuovo o particolarmente difficile; alle pecore, invece, senza incertezza e con totale fiducia nella guida, non rimane altro che seguire le indicazioni del pastore.

Prima lettura: At 13,14.43-52

Nella nostra assemblea liturgica riviviamo la stessa esperienza che è descritta in questa lettura: "Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la Parola di Dio" (At 13,44). La redenzione, infatti, non è frutto di un automatismo, per essere salvati occorre accogliere la Parola di Cristo e della Chiesa. I giudei, a cui Paolo e Barnaba si rivolsero, divennero gelosi perché il successo della predicazione fu così efficace. Arrivarono fino a bestemmiare, perciò gli apostoli dissero loro: "…Noi ci rivolgiamo ai pagani", chiarendo così ai giudei, che da Israele doveva uscire una luce "fino all'estremità della terra", una luce capace di dare senso e significato all'esistenza di tutti gli uomini, senza distinzioni. Questa scelta, che caratterizzerà il ministero pastorale di Paolo, è fondata su un testo celebre, il primo dei quattro carmi del servo del Signore contenuto in Isaia 42. Il servo è innalzato dal Signore come fiaccola di luce tra i popoli ed è inviato a portare la salvezza anche alle ultime frontiere della terra.  Anche i pagani, però, furono ammoniti circa l'accoglienza della fede che doveva essere frutto di una scelta personale, ragionata e vissuta coerentemente.

Seconda lettura: Ap 7,9.14b-17

Giovanni prova a descrivere la Gerusalemme celeste, meta ultima cui converge la storia, e coloro che la abitano, l'immensa moltitudine dei discepoli appartenenti a tutte le regioni ed a tutti i tempi che non ha più fame e sete, non è più ferita dagli eventi negativi, non conosce più l'amaro sapore delle lacrime, non beve più il veleno della morte perché ai suoi fedeli Dio ha dischiuso la "fonte delle acque della vita". E' il momento della comunione perfetta con Dio. Alle spalle è stato lasciato il tempo in cui essi dovevano immergersi nel sangue della prova, della sofferenza e della tribolazione partecipando alla Passione del Cristo. Ora essi indossano la veste candida e sfolgorante dell'agnello pasquale. La via della croce approda alla luce della Pasqua, il bianco delle vesti, segno di eternità e divinità, è raggiunto paradossalmente attraverso il rosso del sangue. Essi sono ormai nella gioia e su di loro si stende la tenda stellata del cielo, immagine del Tempio celeste perfetto, in cui Dio sarà presente non più in un riflesso da contemplare come in uno specchio, ma faccia a faccia.

Vangelo: Gv 10,27-30

Il popolo eletto è invitato ad offrire al Pastore un'adesione profonda, espressa attraverso tre verbi che nel linguaggio biblico hanno un valore particolare perché appartengono al vocabolario della fede: ascoltare-conoscere-seguire. Attraverso le parole stesse di questo pastore, sono chiarite le caratteristiche di coloro che gli appartengono: - le mie pecore ascoltano la mia voce (Gv 10,27): l'ascoltano perché hanno imparato a riconoscerla (cf Gv 10,4), hanno allenato l'orecchio e sanno che lui parla al cuore. - io le conosco: il pastore conosce personalmente le sue pecore, le chiama per nome, sa quali sono i loro desideri più profondi e, nello stesso tempo, è a conoscenza delle loro ansie e dei loro problemi; a tutte offre la sua amicizia. - esse mi seguono: non basta ascoltare la sua voce per essere del suo gregge, occorre mettersi alla sequela, lasciarsi guidare da lui. Esse sono disposte ad imparare dall'Agnello-Pastore. La meta della vocazione cristiana non è oscura ed incerta ma è racchiusa in quell'ultima frase pronunciata dal Pastore Gesù: "Io do loro la vita eterna". Nel linguaggio di Giovanni vita eterna non allude tanto ad un'infinita distesa di anni, ad un'immortalità dell'anima d’ispirazione greca; è, invece, la stessa vita divina, è l'essere con Dio stesso.

Parole dalla Parola

La parabola del pastore e del gregge, ai nostri giorni, non è facilmente comprensibile. Il gregge richiama il pericolo di un conformismo gregario, di un livellamento; la persona scompare, si lascia assorbire, è inghiottita dalla collettività, fino a smarrire o ad annientare la propria identità. Che questo possa accadere e forse accada è un fatto, che sia questo ciò che il Signore desidera, resta difficile crederlo. Non è certo questo lo stile del gregge voluto dal Cristo. L'apporto che il singolo reca al gregge dev'essere un apporto personale, dinamico, intelligente. Il che è proprio l'opposto di un dissolvimento nella collettività che è, invece, ricca soltanto dell'apporto dei suoi membri ed è impoverita esclusivamente quando questi ultimi non mettono a suo servizio la totalità delle proprie risorse. Il Signore, quindi, non vuole che  assumiamo atteggiamenti passivi, ci desidera liberi e creativi, capaci di cogliere il valore della sua proposta e di aderirvi consapevolmente.
Cristo, il vero pastore, non sfrutta o strumentalizza il suo gregge, piuttosto lo serve. Da lui siamo conosciuti per nome, ciascuno di noi è importante, unico ai suoi occhi, rispettato ed amato per quello che è. La certezza di una presenza amica ci da coraggio. Ma, ancora più radicalmente, è necessario essere riconosciuti! Sappiamo che essere uomini vuol dire avere ricevuto la vita da qualcuno che per noi è padre o madre. Che lacerazione se, all'atto della generazione, non corrispondesse il riconoscimento: sei veramente mio figlio, ti riconosco come mio figlio! Non basta essere generati all'inizio. Un genitore restituisce la dignità filiale ogni volta che riconosce la bellezza, l'importanza, la relazione, la presenza di chi gli è figlio. A questo atteggiamento essenziale da parte di chi genera deve però corrispondere quello del generato. Se il figlio non riconoscesse chi gli ha aperto le porte della vita e non desiderasse dialogare cercando di costruire quella relazione possibile, sarebbe un'esperienza a senso unico e, pertanto, quanto meno poco fruttuosa come tutti i monologhi. Ecco davanti a noi la scelta da fare attentamente: chi ascoltare e perché.
"E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va' dove lui ti porta" (Susanna Tamaro).

 

“Le mie pecore ascoltano la mia voce…” (Gv 10,27).

 

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

 Signore Gesù, nostro salvatore,
oggi vogliamo invitarti a entrare in questa casa.
Tu sei il pastore che si è fatto cibo per le sue
pecorelle. La tua Parola scalda il cuore
e riempie di bellezza ogni giornata della vita.
Noi ci affidiamo a te, con semplicità, consapevoli
di non essere perfetti, ma certi della tua
volontà di perdono.
Rendi candide le nostre vesti, insegnaci a non
opporre resistenza al tuo amore.
Lode a te Agnello di Dio. Amen.
Dario e Antonella

 

Celebrare la bellezza

*  La quarta domenica di Pasqua, definita la domenica del Buon Pastore, sottolinea dal punto di vista celebrativo alcuni elementi importanti. - La centralità della Parola da cui scaturisce l'adesione e la relazione. "Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono". La Liturgia eucaristica, con la liturgia della Parola, pone l'assemblea celebrante in ascolto del suo Signore; è la stessa Parola che mette nella relazione profonda di conoscenza e di sequela. L'ascolto della Parola conduce all'accoglienza del corpo e sangue di Cristo, dono di vita eterna, introducendo in quella unità d'amore che è la comunione tra il Padre ed il Figlio. - La missione degli apostoli che continua l'unica e medesima missione del Cristo. "Così ci ha ordinato il Signore: «io ti ho posto come luce per le genti perché tu porti la salvezza sino all'estremità della terra»”.Cristo, luce delle genti, comunicando alla Chiesa la sua stessa realtà, la rende capace di annunciare la Parola, sorgente di salvezza, una Parola viva che continua la sua corsa per la potenza dello Spirito. La comunità celebrante, accogliendo pienamente il Mistero di Cristo morto e risorto, ne diventa prolungamento per le strade della quotidianità. Dalla celebrazione alla missione perché la gioia dell'annuncio possa giungere al cuore di ogni uomo che si apre all'accoglienza di Cristo. - La realtà comunionale pienamente realizzata. La celebrazione eucaristica diventa per noi, oggi, segno sacramentale di quella realtà che si realizzerà pienamente alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti. Il mistero pasquale che celebriamo nel sacramento deve coinvolgere la nostra vita: il cammino di Cristo deve diventare il nostro cammino perché, solo passando attraverso le prove della vita, potremo giungere rinnovati davanti al trono di Dio e dell'Agnello. La celebrazione eucaristica diventa così, nella vita della Chiesa, dono ed impegno.

All'interno della celebrazione possiamo dare risalto al momento della liturgia della Parola aiutando l'assemblea celebrante a viverla come un momento relazionale, all'interno del quale il dialogo gioca un ruolo fondamentale. Ascoltare, conoscere, seguire:i tre verbi ne indicano tutta la profondità e ci permettono di immetterci nello stesso mistero trinitario, per il quale il Verbo si è fatto carne, uno di noi, rendendoci partecipe dell'unico mistero d'amore. La celebrazione eucaristica diventa realmente uno squarcio di cielo che si apre sulla terra, facendoci cogliere tutta la ricchezza di cui siamo divenuti partecipi e che vogliamo condividere con i nostri fratelli.

Doriana Giarratana

 

Rit. Salmo responsoriale

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro