La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La domenica

“della divina dimora”

6a di Pasqua - 16 maggio 2004

Roberto Soprano

 

Colletta

"Dio onnipotente, fa' che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede".

Il popolo d’Israele era stato abituato a vivere tutti gli avvenimenti evocando gli eventi passati. Era un modo per non perdere di vista l'intervento di Dio nella loro storia. Per questo ad ogni evento nuovo, magari doloroso, facevano la rilettura o memoria di quelli passati. In tal modo al particolare doloroso, accostato agli avvenimenti importanti e significativi  del popolo eletto, non veniva data troppa importanza. Non si trattava soltanto di ricordarsi del passato per trarre fiducia e forza nel presente, ma di inserirsi in tutti quegli avvenimenti precedenti per lodare Dio insieme a coloro che li avevano vissuti fisicamente. Riuscendo a fare altrettanto, potremmo più facilmente realizzare quanto auspicato nella preghiera.

Prima lettura: At 15,1-2.22-29

Con questa lettura la liturgia sembra voler richiamare la nostra attenzione sul rapporto tra lo Spirito Santo e la Chiesa. È il primo, infatti, che guida la seconda e l'aiuta a rimanere unita. Ne è un esempio il Concilio di Gerusalemme, nel quale si stabilì la regola per una pacifica convivenza tra pagani e giudei nella Chiesa. Gli apostoli dovettero affrontare la spinosa questione se fosse necessario o meno passare nell'ebraismo per diventare cristiani; la soluzione, pur escludendo l'obbligo della circoncisione per i pagani, tenne conto delle esigenze della tradizione giudaica disponendo l'osservanza di alcune norme alimentari e legali di antica matrice. Segni eloquenti dell'atteggiamento rispettoso della comunità nei confronti di tutti e di tutte le sensibilità. Una comunità governata da persone attente, con premura e fatica, a non spezzare legami con la cultura, con la storia, con il quotidiano. Il destino della Chiesa pellegrina, pertanto, è sempre stato ed è quello di muovere i passi sulle strade pietrose del mondo in attesa di raggiungere l'orizzonte e di vedere un'altra alba.

Seconda lettura: Ap 21,10-14.22-23

È disegnata, in questo brano, la mappa della Gerusalemme celeste, meta ideale verso cui la Chiesa sta pellegrinando. È una città avvolta dalla gloria di Dio, segno luminoso di vicinanza, di rivelazione e di presenza divina. È simbolo di potenza e perfezione e il numero dodici esalta la pienezza del popolo di Dio, delle sue dodici tribù ideali, delle fondamenta affidate ai dodici apostoli che hanno il compito di tenere unita la comunità cristiana affinché si attui per lei il progetto disegnato dal Padre ed inaugurato dal Cristo.

Vangelo: Gv 14,23-29

Rimanete nel mio amore. Queste parole, che hanno il suono di un testamento, devono rimanere sempre vive nei cuori dei credenti. Queste parole di commiato sono, al tempo stesso, una solida promessa che include, però, un impegno per noi, una conditio sine qua non. Gesù dimostra il suo amore supremo morendo per gli amici, ma per essere suoi amici è necessario fare ciò egli ci chiede. In questo modo si realizza la vera presenza di Dio tra noi e, per noi, la possibilità di essere una cosa sola con lui. Ci promette che il suo amore rimarrà in noi a condizione che noi rimaniamo nel suo amore, obbedendo non diversamente da come lui ha obbedito al comando di amore del Padre.

Parole dalla Parola

Gesù, congedandosi dai suoi, li rassicura promettendo di inviare lo Spirito, come segno della sua presenza costante e perpetua nel mondo. Nei discorsi di addio, quando una persona sente che la fine sta per arrivare, non fa lunghi discorsi e cerca di dire le cose più importanti, quelle che le stanno maggiormente a cuore. Questa pericope evangelica, potrebbe avere come titolo: "Ultimi pensieri prima della dipartita"; in realtà contiene le ultime parole che Gesù ha pronunciato nel cenacolo, dopo aver istituito l'Eucaristia, poco prima di essere catturato. Quali sono stati questi ultimi pensieri di Gesù? L'evangelista Giovanni ne indica tre: l'amore di Dio, la promessa dello Spirito Santo, la pace. Gesù ci ricorda che amarlo significa osservare la sua Parola. Una Parola spesso difficile da osservare, non solo per il contenuto ma anche per il condizionamento dato da mentalità, costumi, modelli assolutamente lontani dai principi evangelici. Il mondo, inteso al modo di Giovanni, non ci aiuta ad essere fedeli alla Parola e, in altri termini, non ci aiuta ad amare il Signore. Non è facile portare la persona amata sulla cima del monte Moria (come fece Abramo col suo figlio Isacco), edificare un altare, deporvi la legna, legare la persona amata, deporla sull'altare, prendere il coltello e stendere la mano per sacrificarla. Nel nostro caso non sentiremo la voce di un angelo dal cielo che ci ferma. Dio non ci fermerà; dovremo andare fino in fondo. Su quell'altare dovremo deporre tutti i vizi, le abitudini, le dipendenze, i rapporti, gli atteggiamenti, le persone, i pensieri, le situazioni che non sono secondo quanto Gesù ci ha insegnato. Siamo, tuttavia, confortati dalla certezza che lo Spirito Santo (e questa è la seconda raccomandazione di Gesù nel Vangelo di oggi) ci insegnerà ogni cosa. Egli agisce nelle coscienze (anche quelle apparentemente più ostinate) suscitando una sana inquietudine e mettendo in moto processi di conversione e di ritorno a Dio, che manifestano in modo mirabile anche la fantasia divina. È un dono che, cadendo sulla Chiesa, si rifrange in tanti doni diversi, come la luce che, a seconda dei corpi sui quali si posa, suscita colori diversi. Lo Spirito è, pertanto, indispensabile per osservare la Parola di Gesù: "Vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto". Senza di lui non possiamo capire quello che Gesù ci chiede. Sant’Agostino diceva che accostarsi al Vangelo senza Spirito Santo è come voler leggere un libro al buio. Lo Spirito Santo, invocato con forza, viene su di noi e ci guida alla verità. Conosciuta la verità (che è ciò che Gesù ci ha trasmesso nel Vangelo), possiamo scegliere di conformarci ad essa (e questo significa amarlo). E il Signore, dimorando in noi, ci promette una pace diversa da quella del mondo. Non è una atarassia e nemmeno la pretesa di poter sistemare comodamente tutte le cose, di una vita ordinata, che segua traiettorie prevedibili e gratificanti. Per il cristiano, allora, la pace non è uno stato d'animo o una situazione ma una persona. Il Signore è la pace. Dio, nella comunione della Trinità, è la pace vera e indissolubile.

 

Manoscritto che rappresenta la Gerusalemme dell’Apocalisse con gli apostoli e le pietre preziose nelle dodici porte. (The Pierpont Morgan Library, New York)  

 

 Preghiera della famiglia attorno alla mensa

 Spirito Santo, fa attecchire il Vangelo dentro di
noi. Insegnaci a coltivare i pensieri di Gesù, raggiungi
ogni piega del nostro essere, liberaci dalle
cattive inclinazioni, infondi coraggio, fedeltà,
mitezza. Abitaci sempre, procura sicurezza alla
coscienza, fermezza alla volontà e stabilità all'umore.
Ci aspettiamo tanto da te perché sei Dio
in noi. Sii lodato in eterno. Amen.
Dario e Antonella

 

Celebrare la bellezza

La sesta domenica di Pasqua colloca al centro la Parola nelle sue molteplici realizzazioni. Accogliere la Parola del Signore risorto è segno del rapporto di comunione che si vive con lui e nello stesso tempo diventa condizione per divenire dimora della comunione con il Padre e con il Figlio. E' ancora manifestazione della disponibilità al Padre che in Gesù ci ha parlato definitivamente. Questa Parola è resa viva, operante, attualizzante nella vita della comunità dalla presenza del Consolatore, dono del Padre nel nome del Figlio.

* Per la celebrazione eucaristica di oggi possiamo evidenziare alcuni elementi. E' la presenza dello Spirito Santo che insegna e ricorda ogni cosa alla Chiesa. Ogni celebrazione eucaristica è attuazione del mistero pasquale di Cristo, la sua presenza è resa viva ed operante per mezzo dello Spirito. Non potrebbe esserci azione liturgica senza questa presenza, discreta ed efficace, dono pasquale del Signore risorto. Sono due i momenti in cui, in modo del tutto particolare l'invocazione della presenza e dell'azione dello Spirito, lo rendono manifesto realizzando una trasformazione. L' epiclesi sul pane e sul vino che rendono presente il corpo ed il sangue del Signore risorto e l' epiclesi sull'assemblea celebrante perché diventi un solo corpo ed un solo spirito, cioè corpo di Cristo.

* “Se uno mi ama osserverà la mia parola ed il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” La celebrazione eucaristica ci aiuta a vivere questo itinerario; essa infatti non è un precetto da vivere ma un dono da accogliere perché la comunità possa essere inserita nel dinamismo trinitario. E' un dono del Risorto, accogliendo lui come Parola definitiva del Padre, veniamo introdotti nella comunione stessa di Dio, trasformandoci in abitazione stessa della Santissima Trinità. E' importante, oggi vivere la celebrazione eucaristica nella sua totalità e contemporaneamente come un cammino che trova il suo momento culminante nella comunione eucaristica. Dare maggiore spazio al silenzio dopo la comunione.

* Dalla seconda lettura, oggi, siamo invitati a contemplare il segno della nostra assemblea, immagine della Gerusalemme celeste, dimora del Dio con noi, spazio abitato dalla presenza del Signore Dio Onnipotente e dall'Agnello. Comunità costruita sul fondamento degli apostoli, che ha raccolto l'eredità che viene da Israele, popolo della promessa, ed aperta all'accoglienza di ogni popolo e nazione, per i quali è stata costituita luce delle genti. L'assemblea è frutto della Pasqua del risorto, viviamo oggi questo segno con profonda gratitudine.

Doriana Giarratana

Rit. Salmo responsoriale

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro