La
Vita
in Cristo
e nella Chiesa
Mensile di formazione
liturgica e Informazione
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La domenica del 13 giugno 2004 Roberto Soprano Colletta "Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa' che adoriamo con viva fede il mistero del tuo corpo e del tuo sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione". Delle persone che ci lasciano e alle quali abbiamo voluto bene, ci piace conservare qualcosa che sia loro appartenuto per essere aiutati a tener vivo nel tempo il ricordo e gli affetti. Gesù non ci ha lasciato solo qualcosa di sé per ricordarlo, ma ha trovato il modo di tornare al Padre e di restare realmente sulla terra, di rimanere con noi anche con la sua presenza reale nel segno del pane e del vino. Esprimiamo la gratitudine e la riconoscenza con l'adorazione, per non moltiplicare tanto le nostre parole ed avere, piuttosto, la gioia di stare con lui non in modo intimistico, ma lasciandoci coinvolgere nell'avventura degli uomini di cui Gesù è il principale protagonista. Prima lettura: Gen 14,18-20La lettura evoca una scena che ha per protagonisti Abramo e Melchisedek, re e sacerdote di quella Salem che diverrà la futura Gerusalemme di Davide. Melchisedek, offre pane e vino per rifocillare la truppa tribale di Abramo reduce da un'azione militare. Il valore dell'episodio non sarebbe particolarmente rilevante; letto però alla luce degli eventi successivi, l'atto acquista anche i connotati di un rito sacrificale di ringraziamento e di alleanza che si chiude con una benedizione solenne indirizzata ad Abramo. Il re misterioso Melchisedek il cui nome significa re di giustizia, la cui città porta il nome di città della pace, il cui Dio è l'Altissimo, la cui offerta è pane e vino, la cui parola è benedizione per tutti i popoli della terra, ha in Cristo il suo nuovo e perfetto ritratto. Seconda lettura: 1 Cor 11,23-26Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, evoca quel rito che da allora è ripetuto in memoria del Signore. Questo è il mio corpo, che è per voi, dichiara Gesù sul pane. Quel “per voi” è suggestivo, evoca il corpo di Cristo donato totalmente nella morte per la nostra liberazione. L'Eucaristia è per eccellenza il sacrificio redentore supremo, è l'atto perfetto d'amore e di donazione. Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Cristo rimanda ad un celebre oracolo di Geremia (31,31-34) nel quale si annunziava il superamento dell'antica alleanza del Sinai per l'inaugurazione di un nuovo patto tra Dio e l'uomo, fondato sullo Spirito divino e sul cuore. Questa nuova alleanza perfetta, realizzata attraverso la morte del Cristo, non è più sigillata nel sangue delle vittime, com'era avvenuto al Sinai (Es 24), ma nel sangue del Figlio, strumento perfetto di comunione tra Dio e la sua creatura. Vangelo: Lc 9,11b-17“Congeda la folla” - suggeriscono i discepoli - “Dategli voi stessi da mangiare”, impone perentoriamente Gesù. I discepoli esprimono quell'istinto che ci appartiene, che affiora piuttosto regolarmente, di sottrarci agli impegni più gravosi dietro l'alibi dell'impossibilità e della sproporzione (cinque pani e due pesci). L'imperativo categorico di Cristo, invece, vuole orientarci in altro modo per farci carico della fame altrui. Tale responsabilità trova la sua investitura ufficiale nell'Eucaristia; riceverla non significa soltanto ricevere il corpo di Cristo, si tratta di ricevere il sacramento degli uomini, le loro attese, le loro esigenze, i loro problemi e drammi. Non è sufficiente fare la comunione, occorre fare comunione con i fratelli. Parole dalla ParolaIn natura, nell'ambito della nutrizione, è il principio vitale più forte che assimila quello meno forte; per intenderci, è il vegetale che assimila il minerale, cioè i sali, l'acqua, così come è l'animale che assimila il vegetale. Quando questa legge è trasferita nei rapporti tra l'uomo e Cristo avviene la stessa cosa: Cristo assimila noi a sé, cioè noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Paolo ci ha assicurato che il calice è comunione con il sangue di Cristo e il pane è comunione con il corpo di Cristo. Nella Bibbia e nel linguaggio di Gesù, corpo indica tutto l'uomo poiché vive in una dimensione corporale e non è puro spirito. Indica l'uomo in tutta la sua concretezza, la vita umana con quanto la costituisce: gioie e speranze, fatica e sudore… Il sangue poi, per un ebreo, è la sede della vita; il versamento del sangue, perciò, è il segno plastico della morte. Gesù, dunque, donandoci il suo corpo, ci ha offerto la sua vita, dal primo istante del suo concepimento fino all'ultimo; dandoci il suo sangue, ci ha dato la sua morte. Ci ha dato tutto. Ecco cosa significa comunicarsi: entrare in contatto con la vita di Gesù e con la sua morte, riceverne su di sé l'immenso potere salvifico. L'origine della festa odierna è legata al Medioevo. La cristianità del tempo rivolse, infatti, con particolare intensità la sua attenzione ad un aspetto della presenza eucaristica che fino allora era rimasto in secondo piano: quello della presenza intesa come permanenza stabile. La presenza di Cristo, del suo corpo, è una presenza del suo corpo vivo, cioè animato, integro, colto nel movimento perenne di un'azione eterna: quella della Redenzione. Il corpo di Cristo è vivo. La vita di questo corpo è vita in senso pieno. Questo corpo non è stabile, cioè in riposo, ma vive in pieno il mistero pasquale. La vita non solo suppone, insieme alla presenza del corpo, la presenza del suo sangue, della sua anima e della sua divinità, cioè di tutto il Cristo inteso nelle sue componenti fisiche e metafisiche ma comprende anche il concetto di movimento vitale, dello scopo per cui un essere vive. Il Cristo eucaristico è l'essere vivente che non solo vive in pieno l'umanità e la divinità, ma già vive in compiutezza la realizzazione del piano divino sull'uomo e sul mondo, anticipo del compimento finale dell'universo intero. L'adorazione della "presenza reale" di Cristo nel pane eucaristico consacrato non è perciò un atto statico ma dinamico, perché questa stessa presenza è in movimento: è più simile a un seguire, che a uno stare. Il Cristo è presente stabilmente, ma la sua presenza non è stabile, nel senso che essa non è statica, fissa, cristallizzata. "I fedeli poi, quando venerano Cristo presente nel sacramento, ricordino che questa presenza deriva dal sacrificio e tende alla comunione, sacramentale e spirituale insieme. La pietà dunque che spinge i fedeli a prostrarsi presso la santa Eucaristia, li attrae a partecipare più profondamente al mistero pasquale e a rispondere con gratitudine al dono di colui che con la sua umanità infonde incessantemente la vita divina nelle membra del suo corpo" (Eucharisticum mysterium, 50). Non dovremmo limitarci a dire, perciò, che Cristo è presente nell'Eucaristia, sotto il velo delle specie del pane e del vino, ma dovremmo anche ricordare che Cristo vive nell'Eucaristia, dove continuamente dona se stesso per noi, facendosi cibo di vita eterna. Adorare l'Eucaristia significa allora imparare da essa, imitarla. Stare con il Cristo eucaristico, è un muovere lo spirito per predisporlo al suo servizio, lasciandosi trasportare dalla forza che trasforma il mondo, farsi contagiare dalla sua ansia che muove il cuore, sottomettendolo alla carità con cui Cristo ha vinto e vince il mondo con l'offerta di se stesso.
Al declinare del giorno, presso il lago di Tiberiade, Gesù moltiplica cinque pani e due pesci... “tutti mangiarono e furono saziati” (cf Lc 9,11-17). Preghiera della famiglia attorno alla mensa
Signore Gesù, grazie per il
cibo che ci apprestiamo |
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