|
La domenica
“di Gesù inviato del Padre”
12a
del t.o. - anno C
- 20 giugno 2004
Donatella Scaiola
Prima
lettura:
Zc 12,10-11
Salmo responsoriale: Sal 62,2-6.8-9
Seconda lettura: Gal 3,26-29
Vangelo: Lc 9,18-24
La
domanda che Gesù pone ai suoi discepoli, "chi sono io?", viene
riportata, in contesti diversi, dai tre Vangeli sinottici. Questo indizio
potrebbe suggerirci l'idea che si tratta di un quesito importante, al quale
nessun discepolo può sfuggire, prima o poi. Si può iniziare un cammino di
sequela spinti dai motivi più diversi: curiosità, entusiasmo, incoscienza,
ecc..., ma, ad un certo punto, bisogna confrontarsi con questa domanda:
"Tu chi dici che sono io?" Tante sono le risposte che si potrebbero
dare, e la gente, infatti, che forse ha una conoscenza superficiale di Gesù,
manifesta qualche idea: Giovanni Battista, Elia, uno degli antichi profeti.
Non sono risposte sbagliate, perché veramente certi tratti della
predicazione di Gesù lo assimilano ai profeti. In particolare, il Vangelo di
Luca sottolinea il parallelismo tra Gesù ed Elia, ma si tratta comunque di
risposte parziali, che non tengono conto della complessità della rivelazione
di Gesù e soprattutto della sua singolarità, preferendo piuttosto
inquadrarlo all'interno di una precomprensione nota, "uno dei profeti
antichi", non l'unico Figlio del Padre. È la singolarità di Gesù, la sua
unicità, che il discepolo è invitato a scoprire non solo teoricamente, come
verità cui aderire con la mente, ma soprattutto con la sua esperienza di
vita.
In particolare, è quando dobbiamo compiere le scelte quotidiane, grandi e
piccole, che siamo invitati a porci questa domanda, perché dalla risposta
che diamo derivano anche dei comportamenti conseguenti. Nelle scelte
quotidiane, infatti, siamo invitati ad una sequela che passa per la
condivisione della croce, una croce che non ci viene solo imposta, come al
Cireneo, ma una croce che dobbiamo "prendere ogni giorno". Gesù non
ci propone una sequela doloristica, ma, si potrebbe dire, ci invita ad un
sano realismo. Sa bene, infatti, per esperienza diretta, che riconoscere in
lui "il Cristo di Dio", cioè il Messia mandato dal Padre, significa
anche deludere le attese di chi voleva un Messia diverso, un attivista
politico che avrebbe risolto i problemi dell'occupazione romana, come si
aspettavano gli Zeloti, oppure un Messia sacerdote, come volevano gli Esseni,
il quale non si sarebbe occupato di questioni politiche, ma sarebbe stato
piuttosto sensibile alle dimensioni spirituali dell'esistenza, ai problemi
rituali, forse un po' disincarnato, ma anche fondamentalmente innocuo.
Gesù delude anche le attese della gente che voleva risolvere un po'
magicamente i problemi della vita quotidiana, e cercava quindi un re che
moltiplicasse i pani, senza fare strani discorsi relativi ad un misterioso
"pane di vita": la vita non la conosciamo, forse? Non sappiamo quanto costa
il pane? Dacci ciò che ci serve, e ti faremo re, ma, per favore, basta con
queste pretese! Gesù afferma che Pietro risponde in modo corretto alla
domanda che gli viene posta, ma completa anche la risposta che il discepolo
dà, menzionando il cammino della croce che accomunerà il Maestro e i
discepoli di ieri e di oggi.

Senza posa, Signore Gesù Cristo, tu mi interpelli e mi
domandi:
“Chi dici che io sia?”. Seguirti è condividere la via della tua croce.
Di fatto, il mondo sembra non
avere bisogno di un Messia siffatto, tanto è vero che verrà messo a morte
per la sua pretesa di rivelare in modo definitivo e inconfutabile la verità
di Dio, si potrebbe dire, "senza se e senza ma".
Degno di nota, infine, il fatto che la domanda di Gesù viene preceduta da un
momento di preghiera. Il testo dice: "Mentre Gesù si trovava in un luogo
appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda".
La preghiera di Gesù, tratto caratteristico del Vangelo di Luca, diventa
l'orizzonte nel quale inserire la rivelazione di Gesù e la comprensione del
suo mistero da parte del discepolo. La preghiera è anche il luogo dove
attingere la forza per il cammino di sequela quotidiano, per cercare una
salvezza non mondana della propria esistenza.
La sequela non segue lo schema delle fiabe, o dei film western! Alla fine
"non arrivano i nostri" a liberare l'eroe, o almeno non sempre succede
questo. A Meghiddo, per esempio, luogo che viene evocato nella
prima lettura,
il re Giosia, l'unico re di cui la Scrittura parla in modo positivo, il re
che aveva messo al centro del suo programma di governo la riforma religiosa,
che aveva deciso di centralizzare il culto a Gerusalemme, che aveva dunque
preso sul serio il modello del re descritto dal libro del Deuteronomio (cap
17) al quale era prescritto di tenere presso di sé una copia della Torah
che doveva leggere ogni giorno, muore e Dio non lo salva. Come mai?
Perché succede questo? E non solo al re Giosia, ma a tanti credenti prima e
dopo di lui? Questo è il fatto, che, tristemente, conosciamo bene. La
prima lettura,
tratta dal libro del profeta Zaccaria, ricorda questo evento. Il testo
ebraico suona in maniera un po' diversa dalla traduzione che abbiamo di
solito, perché dice: "Guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Faranno
il pianto su di me come si fa il lutto per un figlio unico". Giovanni
nel suo Vangelo cita questo testo di Zaccaria, contemplando il Cristo
crocifisso sul Golgota (Gv 19,37). Anche l'Apocalisse riprende lo stesso
testo in senso cristologico e salvifico, quando parla della venuta del
Messia (Ap 1,7) dopo una battaglia cosmica che avrà luogo sul monte di
Meghiddo (Ap 16,16). Giosia, amico del Signore, nella cui morte si anticipa
la trafittura del Figlio, solennemente pianto a Meghiddo, diventa punto di
convergenza salvifica per Israele e per tutte le genti. C'è un filo
teologico che lega la storia del re Giosia e le vicende di Gesù Messia,
trafitto e rifiutato. Gesù viene ucciso senza che nessun Dio intervenga
all'ultimo momento per salvarlo e, così facendo, confonde la sapienza
popolare, così radicata anche in noi, secondo la quale, quando le cose vanno
bene, vuol dire che Dio ti benedice; se invece vanno male, allora significa
che Dio ti punisce. Non è questo il messaggio della liturgia, non è questo
il Dio al quale Gesù rende testimonianza. Per aderire a questa rivelazione
occorre una conversione che solo il Signore può operare in noi, ma che noi
possiamo desiderare nella preghiera, chiedendo, con le parole della
colletta
odierna, che il Signore ci renda "fedeli discepoli di quella sapienza che
ha il suo Maestro e la sua cattedra nel Cristo innalzato sulla croce".
San Paolo, nella seconda lettura,
ci aiuta ad approfondire la riflessione
che stiamo facendo. Egli parte da un fatto: "Voi siete figli di Dio per
la fede in Cristo Gesù". La nostra realtà umana e cristiana è
caratterizzata dall'appartenenza a Gesù Cristo, del quale ci siamo
rivestiti. Egli modifica la nostra identità, il nostro habitus di
vita. Da questo dato di fatto scaturiscono delle conseguenze in senso
orizzontale. Se siamo figli, eredi di Dio, non dobbiamo permettere che
permangano tra noi delle discriminazioni che ci portano ad etichettare gli
altri: tu sei uomo, tu sei donna, tu sei schiavo, ecc. Non si tratta di
negare che esistano delle differenze, le quali, al contrario, devono
rimanere ed essere valorizzate perché sono il segno della nostra parzialità
e ci invitano a ridimensionare continuamente le nostre pretese: non siamo
Dio, siamo o uomini o donne, o schiavi o liberi, ecc., non l'Assoluto. Le
differenze devono rimanere, ma per costruire ponti di relazione tra diversi,
non muri di divisione. Le differenze non ci devono far stilare delle
classifiche, delle hit parade, ma, al contrario, sono degli aiuti per
crescere nella consapevolezza della nostra dimensione creaturale, parziale,
e degli stimoli ad essere sempre più simili al Figlio, che non classificava
le persone in base ai luoghi comuni, ma incontrava tutti e ciascuno
personalmente.
Preghiera della famiglia
attorno alla mensa
Padre buono, san Paolo oggi
ci ha ricordato che
siamo tuoi figli. Certo, lo siamo per grazia e
non per natura, ma questo rispettoso distinguo
non diminuisce per niente la grandezza dell'annuncio.
Tu non sei un oscuro patrigno, ma un
papà vero! Tu non sei la versione occidentale
della religione, ma il Dio vivo e vero che si cura
di ogni uomo della terra. A volte sembriamo
tanti figlioli prodighi incapaci di vivere conformi
alla clamorosa dignità ricevuta.
Aumenta la nostra fede. Amen.
Dario e Antonella
Celebrare la bellezza
Con
l’odierna domenica, dopo una lunga interruzione, riprendiamo il cosiddetto
“tempo ordinario” con la lettura continua del Vangelo secondo Luca. Questa
seconda parte del t.o. si dispiegherà fino alla solennità di Cristo Re (34a
domenica per annum). “Il tempo ordinario è un periodo favorevole per
prendere coscienza del nostro impegno cristiano, è il tempo in cui la vita
nello Spirito è destinata ad approfondirsi e concretizzarsi allo scopo di
condurci ad una matura e consapevole scelta per Dio Padre e per il suo
Figlio Gesù Cristo”. (LUCA BRANDOLINI, in Celebrare il mistero della
salvezza, p 426) Il Vangelo di Luca che ci accompagna in quest’anno C fa
emergere soprattutto il tema relativo alle condizioni essenziali e agli
atteggiamenti fondamentali richiesti da Gesù Cristo a coloro che vogliono
seguirlo, per realizzare con lui il mistero pasquale. I temi della rinuncia,
del distacco dalle ricchezze, dell’umiltà, della preghiera, del perdono...
occupano la parte centrale del Vangelo lucano e convergono attorno all’idea
del viaggio di Gesù verso il cuore del Padre passando attraverso la città
santa, Gerusalemme. Questa città è lo sfondo che sta davanti ai nostri occhi
in queste domeniche, per dirci che l’oggetto della rivelazione di Gesù è la
Passione, e come discepoli/e siamo chiamati ad entrare in questa logica: “
Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce ogni giorno e mi
segua”. Egli cammina verso la croce e la morte che avranno il loro ultimo
epilogo nella vita senza fine.
La
rubrica Celebrare la bellezza,che ormai da diversi anni viene proposta su
queste pagine, ha lo scopo di offrire spunti formativi agli anima- tori
della liturgia, senza lasciarsi prendere necessariamente dall’eccessiva
preoccupazione di dover trovare per ogni domenica chissà quali segni, o di
dover fare chissà quali sottolineature nella celebrazione. Il nostro
intento, a scanso di equivoci, è quello di aiutare, incoraggiare, formare...
senza per questo dare ricette pre-confezionate, o come si suol dire “dare la
pappa pronta”... Nessun animatore è esonerato dal compito arduo, ma nel
contempo ricco e bello di prepare la liturgia, prima di tutto nella
preghiera e nell’esercizio assiduo della lectio divina. Inoltre è necessario
dedicare parte del nostro tempo allo studio, alla formazione,
all’approfondimento dei testi biblici e liturgici affinché il nostro sia un
celebrare nella verità e nella bellezza. Stiamo in guardia dal rischio di
fare di questa rubrica, o della ricerca affannosa di sottolineature
particolari nella Messa, la conditio sine qua nonper vivere una “bella”
(aggettivo che potrebbe ridursi alla semplice estetica) celebrazione. Perché
questa premessa? Il motivo è che spesso alla redazione arrivano telefonate o
e-maildove la domanda frequente è: “cosa portiamo domenica all’offertorio,
oltre al pane e al vino (come se non bastassero) per non essere
ripetitivi?”, “quali segni...? quale momento sottolineare?”. La celebrazione
eucaristica parla da sè (per ritus et preces), sovrabbonda di segni: è segno
l’assemblea convocata, come popolo dell’alleanza, nel nome del Signore,
attorno alla mensa della Parola e del Pane; è segno il ministro che agisce
in persona Christi; è segno l’altare e l’ambone, l’aula liturgica, la porta
d’ingresso, il libro della Parola, le preghiere eucologiche, il silenzio, le
processioni, il pane e il vino, l’acqua, i fiori, l’incenso, il canto ben
curato ecc., tutto parla anche quando non si fanno (e non sempre è
necessario farne) lunghe monizioni per spiegare quello che accade. E dopo
ogni Eucaristia non si è (o non si dovrebbe essere) più quelli di prima
perché qualcosa di meraviglioso e tremendo succede nelle nostre persone a
contatto con i divini misteri.
Oggi l’attenzione dell’assemblea che celebra il
Signore morto e risorto è attratta dall’icona della croce già presente in
presbiterio. Gesù è il Pastore trafitto verso il quale la Chiesa, suo
gregge, rivolge lo sguardo. Dove è possibile la croce può essere messa in
risalto, cioè più vicina e visibile all’assemblea, adornata con fiori e
incensata, durante il canto d’ingresso, dal sacerdote che presiede
l’Eucaristia.
E. V.
 |