La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La domenica “della missione”

14a del t.o. - anno C - 4 luglio 2004

Donatella Scaiola

 

Prima lettura: Is 66,10-14
Salmo responsoriale: Sal 65,1-7.16.20
Seconda lettura: Gal 6,14-18
Vangelo: Lc 10,1-12.17-20
Il Vangelo di Luca per due volte racconta che Gesù invia i discepoli in missione. Il brano che la liturgia oggi ci presenta, che racconta l'invio in missione di settantadue discepoli, viene riportato solo dal terzo evangelista. Innanzitutto è significativo il numero di questi discepoli: settantadue (alcuni manoscritti parlano invece di "settanta" discepoli, ma il significato non cambia) come i popoli pagani allora conosciuti, chiaro segno di una missione universale che esprime l'idea che il regno è per tutti. In secondo luogo, la missione che essi ricevono è centrata sulla pace ("Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi"). Il saluto che devono portare, shalôm, è sì un augurio di pace, ma il senso di questa parola fa riferimento piuttosto alla pienezza, all'integrità di una realtà, che è fatta anche di pace, ma non solo. Si tratta, più propriamente, dell'integrità personale, di un complesso di beni, del benessere, dell'insieme dei doni che vengono da Dio.
Il loro annuncio riguarda infatti propriamente il regno di Dio che sta arrivando e si manifesta là dove l'umanità viene guarita da tutti i suoi mali. L'annuncio che essi devono dare: "È vicino a voi il regno di Dio", è molto importante. È lo stesso annuncio di Gesù ed esprime una realtà non condizionata dalle scelte degli uomini. Il regno è vicino, questa è la consolazione che il Vangelo contiene, per cui è possibile accoglierlo. Molto diverso era, ad esempio, il contenuto della predicazione del Battista, il quale metteva in primo piano piuttosto la conversione, quale conditio sine qua non per accogliere il Vangelo. Gesù semplicemente capovolge l'annuncio e presenta la riconciliazione del mondo con Dio come una realtà perché è Dio stesso che l'ha realizzata in Gesù. Questa consolazione, però, di cui già il profeta Isaia parlava (
prima lettura) deve ancora essere annunciata a tutti i popoli tramite la parola e il ministero della Chiesa. Si apre qui il campo grande della missione, che ha il suo senso ieri come oggi, nonostante le tante voci di contestazione che si levano da diverse parti su questa questione e che si riassumono negli interrogativi seguenti: ha ancora senso parlare di missione in un mondo che sta rivalutando anche gli apporti positivi che provengono da altre forme religiose? Ha ancora senso parlare di missione, ripensando ad abusi, violenze, conversioni forzate e quant'altro che la storia della missione anche presenta? Ha ancora senso andare in missione, in un tempo in cui si discute del valore salvifico che anche altre religioni hanno? A partire da questo testo evangelico sembra che si possa rispondere in modo affermativo: sì, ha ancora senso la missione fondamentalmente come annuncio della consolazione, dello shalôm che viene da Dio.
Il segno che il regno di Dio si è fatto vicino è da individuare nelle opere del regno: curare i malati di anima e di corpo. L'annuncio del regno deve essere accompagnato dall'imitazione del comportamento che Gesù stesso ha avuto. C'è una relazione stretta infatti tra l'annuncio del Vangelo e le opere che lo accompagnano e questo solleva un interrogativo relativo alle opere che realizziamo come comunità ecclesiale. Le opere del Vangelo sono a senso unico in quanto traducono un'intenzionalità coerente che può esprimersi come liberazione dal male in tutte le sue forme. Le opere della Chiesa devono analogamente essere univoche, per essere evangeliche, segno cioè di quel regno che si è fatto vicino. Se esse o qualcuna di esse, provocano dei dubbi, o, peggio, scandalizzano gli altri, forse bisogna rivederle. Troppo spesso le necessità di conservazione della struttura ecclesiale prevalgono sulla necessità di testimoniare il Vangelo, se non sine glossa, perché non siamo S. Francesco, almeno in modo non troppo discorde dal Vangelo stesso. Troppe opere fini a se stesse, troppe grandi strutture che oggi appaiono anacronistiche, troppe scuole per ricchi, troppe spiegazioni dobbiamo dare per giustificare quello che non appare più comprensibile alla gente comune, ecc.
Inoltre, essere annunciatori della consolazione e della riconciliazione ci interroga sul fatto che siamo o meno personalmente riconciliati e soggettivamente pacificati. Come sempre da più parti si dice, infatti, anche i discorsi migliori, più originali e retoricamente appropriati suonano falsi se non sono sostenuti da un afflato interiore. Se non siamo interiormente riconciliati, nessun discorso sulla riconciliazione suonerà convincente, e dunque sarà inutile. Infatti in primo piano nell'annuncio evangelico c'è la testimonianza personale resa ai valori del Vangelo. Questa è già una traduzione del senso della buona novella. Non a caso, Gesù manda i suoi a due a due. C'è probabilmente in questa sottolineatura un richiamo di tipo giuridico, nel senso che la testimonianza di due persone aveva valore legale. Per esempio, in un tribunale, era necessaria la testimonianza di due testimoni per poter condannare un imputato, e la storia di Nabot (cf 1Re 21) e di Susanna (cf Dan 13) lo dimostrano. Ma forse questa richiesta ha anche un altro significato. L'annuncio missionario deve rendere testimonianza ai valori del regno, e la fraternità, la concordia sono assai importanti in questo senso. Già nell'Antico Testamento Dio si era rivelato al popolo d'Israele e l'aveva reso "suo popolo", sua famiglia, per mezzo dell'alleanza. Il primo gesto pubblico di Gesù, secondo tutti i Vangeli, è la costituzione del gruppo dei discepoli. E dopo la risurrezione la comunità cristiana riunita in preghiera riceve il dono dello Spirito. Si può allora dire che la fede è un'esperienza personale, che però si vive con altri, mai in modo individualistico. Se questo è vero, a maggior ragione l'invio in missione deve esprimere questa dimensione così significativa, per cui l'annuncio sarà tanto più efficace quanto più scaturirà da una vita fraterna. Questa dimensione, poi, chi la vive lo sa per esperienza, non è facile. Molto spesso si ha l'impressione che sarebbe molto più efficace fare le cose da soli, portare avanti i propri progetti in maniera individuale, mentre camminare con altri comporta lentezze, disaccordi, ecc. Ma la testimonianza evangelica non si misura con criteri di efficacia aziendale, perché privilegia piuttosto i valori della comunione tra le persone, della relazione, con tutti i problemi cha da essa possono derivare. È dunque da promuovere anche oggi questa dimensione comunitaria, perché l'amore fraterno è un aiuto per vivere la fede, un sostegno nelle difficoltà che inevitabilmente nasceranno ("vi mando come agnelli in mezzo ai lupi"), e un luogo fondamentale di evangelizzazione.
A questo discorso si associa Paolo nella
seconda lettura, quando afferma che ciò che conta è "l'essere una nuova creatura". Non sono i segni esteriori, per quanto sacri, come la circoncisione, che possono modificare interiormente la vita, trasformandola nel senso voluto dal Signore, ma l'essere rinnovati interiormente per mezzo dello Spirito. La "nuova creatura" è l'uomo guidato dallo Spirito, colui che ha accettato la riconciliazione offerta da Dio, e quindi può annunciare la pace, perché sa di cosa sta parlando, ha fatto l'esperienza della pacificazione interiore e adesso l'annuncia agli altri. Il missionario non ha discorsi personali da fare. Si potrebbe immaginare come un dito puntato verso il Signore, perché tutto quello che ha da dire è relativo, relativo a lui. Il suo messaggio può essere riassunto dalla parole del ritornello del salmo responsoriale: "Grandi sono le opere del Signore".

  

“Come una madre consola un figlio così io vi consolerò” (Is 66,13).

  

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

 Signore, abituarci a dare il giusto valore ad ogni
cosa, a mettere sempre il tuo regno al primo
posto e a rifiutare le imposture di chi vuole
escluderti dalla costruzione del mondo.
Manda santi evangelizzatori nella tua Chiesa
universale e, se vuoi, manda anche noi. Provvedici
di nervi saldi, di pazienza, di capacità di
ascolto e dialogo, di disponibilità verso tutti.
Fa’ che per noi la gratificazione passi attraverso
il dono ed il compimento personale attraverso
il servizio ai fratelli. Confidiamo in te. Amen.
Dario e Antonella

  

Oggi cureremo maggiormente il momento della preghiera dei fedeli, prendendo spunto da un testo di formazione liturgica preparato dal Centro nazionale di pastorale liturgica di Parigi, edito dalla Queriniana: Exsultet, Enciclopedia pratica della liturgia, p 452.
“Non è raro vedere la persona che ha letto le intenzioni della preghiera universale lasciare il leggio appena ha finito di leggere l’ultima intenzione. Questo atteggiamento induce a pensare che tale persona non sia interessata dalla preghiera conclusiva che viene dopo, perché è pronunciata dal sacerdote. E’ molto meglio, invece, che quella persona rimanga al leggio mentre il sacerdote dice la preghiera conclusiva, e anche che si volga verso di lui, prendendo lo stesso atteggiamento di preghiera di tutta l’assemblea dei fedeli di cui essa fa parte”. E’ opportuno richiamare oggi l’invito evangelico: “La messe è molta, gli operai pochi. Pregate, dunque, il padrone della messe...”. Potrebbe sembrare solo una triste costatazione e preoccupazione proprio perché gli operai del Vangelo scarseggiano; si tratta invece di un’affermazione dinamica e gioiosa che mette al primo posto l’opera e l’iniziativa di Dio nel profondo dei cuori.
 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro