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La domenica
“di Gesù buon samaritano”
15 a
del
tempo ordinario - anno C - 11 luglio 2004
Donatella
Scaiola
Prima
lettura:
Dt 30,10-14
Salmo responsoriale:
Sal 18,8-11
Seconda lettura:
Col 1,15-20
Vangelo:
Lc
10,25-37
Dio
parla all'uomo: questa affermazione è per noi scontata, non ci prestiamo più
attenzione. È normale, per noi, è una specie di luogo comune, per cui non ne
avvertiamo più la novità. Nel mondo antico si parlava invece di
Deus otiosus,
e
con altre immagini di un Dio lontano, chiuso nel suo universo inaccessibile
all'uomo, il Motore Immobile impassibile. La religione biblica, fin dalla
prima pagina, afferma, al contrario, che Dio parla. Quando uno parla, anche
se non vuole, rivela qualcosa di sé, e Dio lo fa in modo esplicito: vuole
comunicare se stesso, per questo invita l'uomo a fare alleanza con lui. Tale
volontà comunicativa non nasce dal bisogno, dalla solitudine, dalla
necessità, dal bisogno di completarsi, o quant'altro. Nasce solo dall'amore,
e per questo è motivo di stupore, perchè
"questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore,
perché tu la metta in pratica".
Dio non solo rivela se stesso, parlando, ma rivela anche la sua volontà
quello che gli sta a cuore, tramite la legge
("Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i
suoi decreti, scritti in questo libro della legge").
La
legge, meglio, la
Tôrah,
viene presentata nell'Antico Testamento come un insegnamento, un'istruzione.
Non ha quindi valore negativo, ma al contrario è pensata come una guida che
orienta il cammino incerto dell'uomo. Ogni uomo che viene al mondo riceve il
dono della vita, o in dono la vita, e insieme riceve anche le istruzioni per
vivere. Questo è molto importante, lo sappiamo per esperienza, perché tutti
noi cerchiamo di dare un senso alla nostra vita che, a volte, appare
enigmatica, e i giovani ci mostrano chiaramente cosa vuol dire non avere un
orientamento, avere tutto e non sapere cosa farsene.
È come ricevere in dono un computer ultimo modello, senza le istruzioni per
l'uso! Invece Dio parla e dà un senso al cammino dell'uomo mediante la
legge. Questa legge, che tante volte è stata violata perché l'uomo ne ha
percepito, insieme alla bontà, l'esteriorità, adesso viene indicata come una
parola molto vicina, addirittura posta sul cuore, cosicchè possa
trasformarsi in dinamismo interiore. La legge che il Signore dà non è mai
stata ritenuta cattiva o sbagliata in Israele, però era difficile da
compiere perché appunto esterna all'uomo, scritta su tavole di pietra,
secondo la metafora usata nel libro dell'Esodo. Invece interiormente l'uomo
era mosso da un altro principio, quello della propria soddisfazione
personale, del proprio egoismo, da altre passioni in genere. Per cui la
legge, buona, ma esterna all'uomo, restava come una sorta di modello ideale
che l'uomo non riusciva mai a vivere. Per questo è molto importante il
passaggio di cui parla il testo del Deuteronomio usando la metafora del
cuore. Il cuore non è il luogo degli affetti nella tradizione biblica, ma il
centro della persona. Con il cuore si pensa, si decide, per cui, se la legge
è scritta nel cuore
("Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore")
può trasformare la persona dal di dentro, rendendola capace di osservare la
legge, e quindi di compiere la volontà di Dio.
Gesù, nel
Vangelo,
indica una legge ancora più vicina: l'uomo che ci sta accanto, con la sua
concreta sofferenza e il suo bisogno reale. Il
Vangelo
si
apre con la domanda del dottore della legge:
"Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?"
Pur mettendo l'accento sul "fare", il dottore della legge sembra più
interessato al "dire", più alle disquisizioni teoriche che alla prassi.
Infatti appena è stata risolta la prima questione, subito egli pone un altro
interrogativo:
"Chi
è
il mio prossimo?",
quali sono i criteri per identificarlo? Qual è la definizione giusta? Già
Luca ci aveva avvertito che la prima domanda era motivata da una certa
curiosità, dal momento che il dottore della legge
"si alzò per mettere alla prova Gesù".
La
seconda domanda nasce piuttosto dalla preoccupazione del dottore della legge
che vuole mettersi a posto la coscienza
("Volendo giustificarsi").
In
entrambi i casi Gesù cerca di spostare la discussione dal livello teorico a
quello pratico. Comincia complimentandosi con lo scriba che sa quello che
bisogna dire, che è ortodosso nel suo modo di pensare
("Hai risposto bene"),
e
poi lo rimanda al fare:
"Fa' questo e vivrai".
Questo rimando al "fare" ha una radice teologica, perché Gesù, così facendo,
richiama lo stile di Dio che ama tutti e agisce con compassione nei
confronti di ogni persona.
Questa non è solo una convinzione teorica, ma qualcosa che può diventare
sempre più chiaro alla coscienza nella misura in cui si agisce come lui. È
facendo come lui che si capisce sempre di più cosa vuol dire per la nostra
vita e per quella degli altri che Dio si comporta in questo modo. La
convinzione teorica è buona, ma il livello a cui si attinge deve essere più
globale, e coinvolgere gli affetti, il corpo, e tutto il resto della
persona. Il dottore della legge, forse in buona fede, domanda:
"Chi è il mio prossimo?",
intendendo precisare l'ambito di intervento, delimitare il campo di azione:
dimmi chi deve essere oggetto della mia cura, dell'impegno, dell'attenzione.
Gesù invece capovolge la prospettiva: prossimo è chi ha bisogno di me.
È il bisogno che lo rende prossimo, e questo modifica il mio modo di essere,
mi rende prossimo. L'aiuto all'altro non può essere inteso in modo
romantico, idilliaco. Di fatto, impegna fortemente, può comportare un
pericolo personale, quanto meno disturba o modifica i programmi e la
tranquillità. Il Samaritano della parabola, che pure non stava passeggiando
in quel luogo pericoloso, ma aveva un obiettivo, un luogo da raggiungere e
qualcosa da fare, mette tutto in secondo piano, perché vede solo la
necessità dell'uomo che giace sulla strada. Il testo precisa che
"passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione".
Si
fa riferimento ad un comportamento che è tipico di Dio, l'essere mosso a
compassione. L'immagine usata richiama le viscere della madre, l'utero
materno, come punto di partenza di questo amore sollecito e tenero, un po'
viscerale, che non passa cioè attraverso calcoli di tipo opportunistico, ma
che si muove per altri motivi, tra cui l'amore, il motivo meno vantaggioso
che ci sia, quello più umano perché Dio ne è all'origine. Quindi, per quel
che riguarda l'amore dell'altro, del prossimo, non devo pensare a partire da
me stesso: "A chi devo dare qualcosa? Chi devo aiutare?". Non è il grado di
parentela o la simpatia a determinare chi è il mio prossimo, ma il bisogno
concreto in cui l'altro versa. Allora qualsiasi persona incroci il mio
cammino e si trovi in situazione di bisogno è il prossimo a cui devo
rivolgere il mio aiuto e il mio amore. Istintivamente noi reagiamo dicendo
che questo è impossibile, e comprendiamo, dopo tutto, le resistenze del
dottore della legge. Vivere questo è praticamente impossibile e non a caso
fin dall'epoca più antica questo Samaritano, scritto con la lettera
maiuscola, è stato interpretato in senso cristologico. La parabola, che solo
Luca racconta, si comprende non misurando le cose in maniera umana, ma a
partire dall'amore incondizionato del Figlio,
"immagine del Dio invisibile",
secondo la lettera ai Colossesi
(seconda lettura).
La vera immagine di Dio non è l'uomo, ma è il Figlio e in lui ogni uomo
diventa immagine del Padre. Gesù ci ha mostrato durante la sua vita, nelle
scelte concrete che ha fatto, cosa significa "farsi prossimo" dell'umanità,
cosa vuol dire dare la vita per amore, e darla non solo per gli amici, ma
anche per coloro che lo stavano uccidendo. In lui la parabola trova il suo
senso più reale e profondo e per mezzo di lui, del suo dono d'amore, anche
noi possiamo aspirare a diventare prossimo di qualcun altro, lasciando
crescere la sua Parola in noi, nel nostro cuore, così che pian piano lo
trasformi e lo renda capace di donarsi agli altri. In questo modo si
realizza il comandamento che Gesù ci ha dato:
"Amatevi a vicenda come io ho amato”.
 
Il
buon samaritano. Icona di N. Secchi, dipinta a mano nell’atelier del
monastero di Bose.

Preghiera della
famiglia attorno alla mensa
Signore
Gesù, la tua Parola libera la mente ed il
cuore da ogni idolo e da ogni falsa concezione
di sé. Essa risuona chiara, accessibile e tanto
vicina ai desideri più belli del nostro animo.
Fa’ che al suo attento ascolto possa far sempre
seguito una piena comprensione ed una fedele
attuazione. Il buon samaritano non si è lasciato
sopraffare dalla paura, dalla repulsione per le
piaghe dell'uomo aggredito, dall'urgenza degli
affari da sbrigare. Vogliamo essere come lui,
come te Signore. Amen.
Dario e Antonella

Celebrare
la bellezza
La liturgia odierna presenta la parabola
dell’uomo ferito e abbandonato che viene soccorso non dal sacerdote, che
avrebbe l’obbligo dell’attenzione e della consolazione, non dal levita, che
dovrebbe avere il dovere dell’assistenza e della cura, ma da uno straniero
di diversa fede, quasi un nemico. E Gesù conclude dicendo: “Va’ e anche tu
fa’ lo stesso” (Lc 10,37).
Farsi prossimo, in questa domenica “di Gesù
buon samaritano” vuol dire anche stare vicini agli ammalati e ai più
bisognosi della nostra comunità parrocchiale. San Giovanni Crisostomo, in un
bellissimo testo ammonisce: “[...] Vuoi vedere il tuo altare? Questo altare
è costituito dalle membra di Cristo. Il Corpo del Signore diventa per te un
altare. Veneralo. E’ più nobile dell’altare di pietra su cui celebri il
santo sacrificio [...]. Invece tu onori l’altare che riceve il corpo di
Cristo e disprezzi colui che è il Corpo di Cristo. Questo altare lo puoi
contemplare dovunque, nelle strade e nelle piazze, e in qualunque momento vi
puoi celebrare la tua liturgia”. (Omelia su Matteo, 65)
I ministri straordinari della comunione
porteranno agli ammalati il dono più prezioso che è l’Eucaristia, senza
fretta, dedicando loro cura amorevole e tempo, assieme alla visita che
fanno. La comunione agli ammalati acquista il suo pieno significato la
domenica, giorno del Signore e Pasqua della settimana. I ministri
straordinari si avvicineranno all’altare al momento del Padre nostro;
riceveranno il pane eucaristico dalle mani del sacerdote e, quello destinato
agli ammalati verrà riposto in una teca degna e bella, destinata solo a
quest’uso. Poi riceveranno la benedizione e saranno inviati. La celebrazione
in casa dell’infermo si svolge nel modo seguente: accoglienza, ascolto della
Parola, tempo della comunione. Si prepara con decoro la camera
dell’ammalato proprio per dare a questo momento un clima di festa, bellezza
e gioia. Si dispone una tovaglia su un tavolo, candele, fiori, croce; si dà
il tempo necessario per l’ascolto umano e spirituale con grande delicatezza
e carità. Si può aprire o chiudere la visita con la seguente preghiera:
Tu
hai avuto compassione di me
Mentre percorrevo le strade del mondo
sono caduto nelle mani dei briganti.
Mi hanno spogliato della luce
mi hanno strappato l'innocenza:
le piaghe dei miei peccati bruciano
le mie colpe mi opprimono.
Molti sono passati accanto a me
e sono andati oltre:
hanno visto le mie ferite
ma non mi hanno curato.
Ma tu, Signore Gesù
tu che sei stato chiamato “samaritano”
tu passandomi accanto mi hai guardato
e hai avuto compassione di me.
Ti prego, mio Signore:
versa sulle mie ferite olio e vino
versa l'olio dell'unzione, lo Spirito santo
donami la coppa del vino della Nuova Alleanza.
Portami con te sulla cavalcatura della croce
conducimi all'albergo, la tua Chiesa
dona la Parola dell'Antico e del Nuovo Testamento
e io sarò guarito e vivrò!
Tu sei stato accanto a me, Signore
ti sei fatto mio prossimo:
fa' che io sappia farmi prossimo all'altro
e sappia aver compassione
di chi è nel bisogno (cf Lc 10,30-37).
NERSES SNORHALI (1102-1173),
padre della chiesa armena
* La
preghiera eucaristica oggi potrebbe essere la V/C: Gesù modello di amore.
E. V.
Rit. Salmo responsoriale
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