La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La domenica
“della preghiera di Gesù”

17a del tempo ordinario - anno C - 25 luglio 2004

Donatella Scaiola

 Prima lettura: Gn 18,20-21.23-32
Salmo responsoriale: Sal 137
Seconda lettura: Col 2,12-14
Vangelo: Lc 11,1-13
La domenica odierna è centrata sul tema della preghiera. Abbiamo innanzitutto, nella prima lettura la preghiera di intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra, e poi il Padre nostro nel Vangelo. Il racconto della Genesi presenta il modo di agire di Dio sotto forma di un processo. Al giudice, Dio, viene presentata una denuncia, una lagnanza. Il termine che si usa in ebraico indica l'invocazione di aiuto che lancia chi è danneggiato nel suo diritto a causa della violenza. Con questo grido ci si appellava alla protezione del giudice. Se costui per qualche motivo, o perché era connivente col colpevole, o per indifferenza, o per qualsiasi altro motivo, non faceva il suo dovere, l'oppresso si poteva appellare al Signore, garante ultimo di ogni diritto (cf Gn 4,10). Nel racconto, dunque, non si tratta ancora di punire Sodoma, ma di fare un'inchiesta sul caso (cf Dt 17,4). Quando il crimine è flagrante, non è più necessaria l'inchiesta; una volta chiariti i fatti, si passa subito alla sentenza di condanna. Il nostro racconto prende l'avvio proprio da qui: un'accusa è stata rivolta contro Sodoma e si tratta di verificarne la pertinenza. Prima di pronunciare la sentenza, il giudice ammette che intervenga un avvocato difensore e questo è il ruolo di Abramo, che chiede: "Come finirà la cosa se l'inchiesta non dà un risultato netto, perché, di fronte ad una maggioranza di colpevoli, c'è comunque una minoranza di innocenti?".
Il caso di Sodoma e Gomorra è emblematico, perché il loro peccato era noto. Il testo li definisce "malvagi" (Gn 13,13). Essi hanno dato il nome ad una perversione sessuale, mentre ci sono testi (Ez 16,49; Sap 19,14-17) che aggiungono anche altri aspetti al loro peccato. Il caso posto ha dunque un valore esemplare e permette di sviluppare il tema della giustizia di Dio confrontata con il male dell'uomo. Il problema della giustizia di Dio può presentarsi in tanti modi nella Scrittura: come riflessione, che interrompe la narrazione storica e spiega le cause di un avvenimento (2 Re 17,7-23; 21,10-15); come oracolo profetico (Ez 18); come riflessione sapienziale (Sap 12). Il testo di Genesi assume la forma dell'intercessione dialogata. Dicevamo che Abramo si presenta qui come un avvocato difensore e imposta il problema in termini di giustizia-ingiustizia. Ma è importante notare che è Dio stesso che provoca Abramo. Il v 22 letteralmente recita:
"Il Signore stava ancora davanti ad Abramo". Siccome però non sembrava convenire a Dio questa posizione, il testo modifica l'ordine dei soggetti e presenta Abramo davanti al Signore. Ma, in realtà, Dio stesso desidera essere interrogato, vuole manifestarsi. Abramo inizia allora la sua intercessione ponendo una domanda: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?". Se si trattasse di una decisione già presa, Abramo non potrebbe fare più nulla, mentre qui, siccome si è parlato dell'accusa e dell'indagine in corso, c'è ancora spazio per l'intercessione.
Abramo pone un dilemma: o tutti annientati o tutti salvati. Esiste anche una terza soluzione, distinguere tra innocenti e colpevoli, come di fatto avverrà, che però qui non viene prospettata, perché Abramo fa appello ad una giustizia che rende i colpevoli innocenti e li tratta così perché li rende innocenti. Un bene piccolo è più grande del male che Sodoma sta facendo. Dio da che parte pende? Da quella della quantità o da quella della qualità? Della colpa o dell'innocenza? Non si tratta qui di separare il giusto dall'ingiusto, ma di dare più peso a pochi giusti che ad una moltitudine di peccatori. Il punto, qui e nel dialogo che segue, sta nel guardare a ciò che c'è e non a ciò che manca. Dio sta, per così dire, al gioco, e la contrattazione di Abramo procede per sei volte, fermandosi a dieci giusti. Perché Abramo si ferma qui? Non si sa, ma quello che appare è che Dio è disposto a perdonare e che, se Sodoma viene distrutta, è per la sua incapacità di accettare il perdono. Più il numero diminuisce, più grande appare la misericordia di Dio, ma è necessario che il giusto che salva sia dentro la realtà che va salvata. Abramo non può mettersi al posto degli innocenti che mancano a Sodoma. Lo schema sostitutivo non serve, come non serve un perdono che non tenga conto della colpa. Una salvezza che lasci l'uomo nel suo peccato non serve a nulla. È necessario, invece, che la realtà della colpa sia trasformata in realtà di bene, e questo è possibile solo se qualcuno entra nella realtà di maledizione per trasformarla in benedizione. Bisogna che il bene si inserisca nel male e in questo Dio non può sostituirsi all'uomo. Occorrerà piuttosto che Dio diventi uomo.
Il
Vangelo ci presenta la preghiera di Gesù nel duplice significato di Gesù che prega e che poi insegna a pregare. Il testo del Padre nostro ricorre due volte nei Vangeli, qui e in Matteo. Il testo di Luca è più breve di quello che si trova in Matteo e diverso è anche il contesto in cui è inserito. Luca inserisce il Padre nostro nella "sezione del viaggio" nella quale ha raccolto molto materiale tradizionale, organizzandolo però secondo le sue prospettive teologiche caratteristiche. Questa sezione del viaggio si presenta come una specie di catechesi comunitaria che introduce direttamente sulla pratica della vita cristiana, una dimensione molto cara a Luca. Tra le dimensioni fondamentali della vita cristiana alcune sono senz'altro da ricordare: compiere gesti di carità, riflettere sulla Parola di Dio come ci è stata comunicata da Gesù e pregare nel suo Spirito. In questo contesto è inserito il brano evangelico che la liturgia odierna offre alla nostra riflessione. Esso contiene tre momenti dell'insegnamento di Gesù sulla preghiera: il Padre nostro (11,2-4), la parabola dell'amico importuno, o che dà ascolto, a seconda del punto di vista che si privilegia (11,5-8), e alcuni detti sul pregare con fiducia (11,9- 13). Degno di menzione è il fatto che Luca introduce il Padre nostro facendo riferimento a Gesù che prega (11,1), un tratto caratteristico del terzo Vangelo, che volentieri sottolinea la preghiera di Gesù (3,21; 5,16; 6,12; 9,18.28-29). Luca che probabilmente scriveva il suo Vangelo per dei pagani convertiti, voleva iniziarli alla preghiera insegnando loro a pregare nel modo in cui Gesù stesso aveva pregato. L'elemento comune ai tre brani raccolti dalla liturgia odierna è la fiducia in Dio Padre. Per esempio, nella parabola dell'amico importuno si dice: se anche un uomo qualunque, che vuole aiutare un amico in difficoltà, non evita la fatica pur di soddisfarne il desiderio, forse anche per un motivo non così nobile (per non fare brutta figura, o per sottrarsi all'insistenza dell'altro), quanto più Dio ascolterà le richieste di quelli che invocano il suo aiuto. Nello stesso senso va anche un altro testo sulla preghiera, che solo Luca riporta, la parabola della vedova e del giudice iniquo (Lc 18,1-7). Anche nei detti sul pregare con fiducia si ribadisce il medesimo concetto: se anche un uomo semplice si preoccupa di dare cose buone al figlio che gliele chiede, quanto più Dio darà non cose buone, come dice Matteo, ma lo Spirito Santo (altro tema caro a Luca) a coloro che lo pregano.
Il
Padre nostro completa questo discorso mostrando quali sono le richieste tipiche del credente: non onori, salute, soldi, o quant'altro. Il credente ha le stesse preoccupazioni di Gesù, condivide il suo desiderio, che qui si esprime come santificazione del nome di Dio, venuta del regno, fiducia nel dono del pane che Dio ogni giorno darà, perdono di coloro che ci sono debitori e difesa nella tentazione. Una preghiera scarna, essenziale, fatta solo di domande. Non c'è bisogno di sprecare parole, perché Dio, che è Padre, conosce le nostre necessità. Di fatto, noi preghiamo per noi stessi, per sintonizzarci sempre di più sulla lunghezza d'onda dello Spirito, per entrare sempre di più nel desiderio di Gesù, così che la preghiera alla fine ci trasformi interiormente.
È quello che Paolo dice nella
seconda lettura
usando l'immagine del battesimo, nel quale l'uomo vecchio è morto, e della risurrezione per la potenza di Dio. Noi siamo già stati battezzati, condividiamo quindi già la vita nuova dello Spirito. Attraverso la preghiera cerchiamo di diventare fino in fondo quello che già il Signore ci ha resi mediante il dono della sua vita.

 

“Quando pregate dite:  «Padre!»” (Lc 11,2).

  

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

 Padre buono, noi abbiamo faticato per questo
cibo, ma esso non sarebbe sulla tavola se tu
non ci avessi dato salute ed intelligenza per
lavorare e trasformare i beni della creazione.
Noi dipendiamo in tutto dal tuo amore, un
amore che promuove, valorizza, esorta ad
operare. Riconosciamo che il più urgente dei
nostri bisogni, assai prima del respiro, della
casa e del cibo, è il tuo Santo Spirito; per questo
battezziamo i piccoli e per questo ti preghiamo
incessantemente durante la vita.
La nostra preghiera non è perfetta, ma è carica
di fiducia. Ascoltaci Signore. Amen.
Dario e Antonella

  

Celebrare la bellezza

Anche se siamo in periodo di vacanza, come cristiani continuiamo sempre a professare, imitando l’esempio dei martiri della Chiesa di Abitinia, che “senza la domenica non possiamo vivere”. Anche oggi il Maestro ci chiama alla sua scuola, c’insegna a pregare e pone sulle nostre labbra l’orazione che ci è stata consegnata nel nostro battesimo: il Padre nostro. Essa è la nostra carta d’identità, lo specchio in cui vediamo il nostro volto di cristiani riflesso nel volto del Padre e in quello dei nostri fratelli e sorelle nella fede. Cantiamo oggi questa preghiera, interiorizzando ogni invocazione al ritmo del respiro.

“Non pochi cristiani ancora oggi ignorano che la domenica è celebrata a causa della risurrezione di Cristo, di cui la Pasqua è centro e cardine. La catechesi, la predicazione e la stessa azione liturgica dovrebbero illuminare su questo. L’elemento essenziale della domenica è il “convenire in unum” dei fedeli, cioè l’assemblea eucaristica. Non si tratta di un dovere che nasce da un precetto imposto dall’esterno, ma dovrebbe diventare un’esigenza che scaturisce dalla fede e dalle intime convinzioni di quanti sanno che, quando insieme mangiano la carne e del Signore e bevono il suo sangue, celebrano il mistero della loro comunione con Cristo, professano la fede, esprimono l’anelito della speranza e crescono nella carità e nell’impegno di testimonianza e di servizio verso i fratelli. Il carattere solenne che costituisce il giorno del Signore non consiste in aspetti esteriori, ma nella valorizzazione di tutti i servizi e ministeri in seno all’assemblea e nell’impiego di tutti gli elementi che contribuiscono a manifestare e far crescere la comunione”. (LUCA BRANDOLINI, Celebrare il mistero della salvezza, p 430).

L’anno liturgico offre la possibilità di vivere i tempi forti con maggiore impegno, dal punto di vista liturgico-celebrativo. Ma anche le domeniche del tempo ordinario, pur richiedendo un impegno minore, non devono cadere nella monotonia. Un segreto è di “fare bene” prima di tutto ciò che è abituale. Poi altri elementi, soprattutto le letture proprie di ciascun ciclo (A-B-C) possono contribuire a dare rilievo particolare alla celebrazione. Così pure gli avvenimenti di attualità nel mondo e nella Chiesa, danno un particolare colore alla celebrazione. Infine, il ritmo delle stagioni e quello della vita sociale, che riguardano la storia di ciascuno: il lavoro e il tempo libero, l’inizio e la fine dell’anno scolastico ecc..

E. V.

 Rit. Salmo responsoriale

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro