La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La notte e la fede

19 a del t.o. - 8 agosto 2004 - anno C

DONATELLA SCAIOLA

Prima lettura: Sap 18,3.6-9
Salmo responsoriale: Sal 32,1.12.18-20.22
Seconda lettura: Eb 11,1-2.8-19
Vangelo: Lc 12,32-48
La notte domina la liturgia odierna sia in senso pro-prio che metaforico (seconda lettura). La notte evoca molti significati: in genere, fa paura. Per esempio, di notte, normalmente, non si cammina da soli per strada, specie nelle grandi città, e, se si è in casa da soli, non si è mai del tutto tranquilli, ogni rumore ci fa sussultare. La notte, inoltre, è collegata anche a tematiche relative alla fecondità, all'intimità, all'incontro d'amore. La notte ha dunque un contrastante valore simbolico che la liturgia odierna in qualche modo richiama.
Nella prima lettura, il libro della Sapienza rilegge l'evento centrale dell'Esodo, la liberazione dall'Egitto. Gli esegeti discutono su come sia avvenuto questo evento e varie ipotesi sono state proposte per giustificare alcune contraddizioni che compaiono nel racconto dell'Esodo. A volte si parla di fuga dall'Egitto, altre volte piuttosto di espulsione delle tribù di Israele da parte del faraone. In entrambi i casi, comunque, tale evento è stato sicuramente affrontato con paura, legata anche al fatto di dover affrontare l'ignoto, il viaggio scono-sciuto. Ebbene, in questa notte il popolo ha fatto esperienza della vicinanza di Dio il quale, per mezzo della colonna di fuoco, ha protetto il loro viaggio. In vari modi la luce, simbolo di Dio, si è contrapposta alle tenebre della notte, della paura, del timore di affrontare l'ignoto, e ha guidato il popolo. Le Scritture, che parlavano delle promesse fatte ai padri, già l'avevano preannunciato, ma ogni generazione, e in essa ogni credente, deve aderire interiormente alla promessa scritta, affinchè essa si vivifichi, riprenda vita nell'oggi che attualizza e dà continuità alla speranza di sempre. Il tema della notte ricompare nella
seconda lettura, che è tutta centrata sul tema della fede. Vari personaggi sfilano davanti ai nostri occhi, tutti accomunati dal fatto di aderire interiormente a realtà "che non si vedono". Non viene qui esaltata la fede cieca, ma la fede che si affida ad una Parola, che entra in una dinamica di relazione per cui si dà credito all'altro e, di conseguenza, si crede a quello che egli dice. La fede non si esprime prima di tutto come adesione intellettuale a delle verità di tipo razionale, ma ha una dimensione esistenziale. Questo non vale solo a livello di realtà di fede, ma pure nei rapporti interpersonali. Se io ho fiducia in una persona, poi credo a quello che mi dice, anche se non posso verificarlo a priori in maniera empirica. Se non c'è questa previa apertura esistenziale, qualsiasi affermazione fatta dall'altro sarà da me messa in dubbio. L'apertura all'altro precede e fonda l'adesione al contenuto delle sue parole. Analogo dinamismo anima l'atto di fede in Dio: dal momento che io credo in lui, poi credo anche a lui, a quello che mi dice. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la fede cieca! Così è la fede di cui si parla nella seconda lettura in cui diversi personaggi, Abramo, Sara, Isacco, Giacobbe, sono evocati e di ognuno non si ricorda ciò che ha realizzato di grande, di bello, ma solo la fede.

I cristiani vegliano nella notte, in attesa di Colui che ritornerà.

Perché parlavamo di notte a proposito di queste persone? Perché non hanno visto il compimento della promessa che era stata fatta loro. Hanno obbedito nell'attesa di vedere, ma fidandosi di Dio anche nell'oscurità. Il prototipo di questo atteggiamento è sicuramente Abramo, che ha avuto il coraggio di entrare nel buio dell'apparente contraddizione di Dio che gli chiedeva il figlio che gli aveva donato, la caparra dell'eredità che Abramo non ha avuto. Affidandosi alla relazione che lo legava a Dio, Abramo si fida della parola apparentemente assurda che gli viene rivolta, e obbedisce in maniera inaudita. L'affidamento a Dio, la certezza che Dio non è come sembra, gli permette di obbedire, cioè di ascoltare in modo profondo la parola che il Signore gli rivolge, e gli consente di superare la prova e di rivedere la luce.
Tematiche analoghe vengono sviluppate anche dal
Vangelo, nel quale si descrive una situazione di attesa prolungata nel cuore della notte. Come vivere l'attesa del padrone? Varie modalità vengono prospettate. C'è chi ritiene di non dover, in realtà, aspettare niente e nessuno, ma di poter vivere come vuole, da padrone, senza senso di responsabilità, spadroneggiando sulle altre persone. C'è invece chi mantiene un atteggiamento vigile, rimanendo sveglio con le lucerne accese e con la cintura ai fianchi, pronto a mettersi a disposizione del padrone. Questo secondo atteggiamento viene motivato partendo da un'esperienza ordinaria, facendo cioè riferimento alla prudenza che impone di restare svegli qualora si conoscesse il momento preciso in cui un ladro arriva! Questo è comprensibile e spiega in maniera convincente la disponibilità che il servo dimostra. Ma il testo evangelico come sempre ci sorprende, prospettando anche un'altra situazione, totalmente paradossale. Il servo che resta sveglio, pronto per servire il suo padrone, verrà a sua volta servito dal padrone, il quale "si cingerà le vesti, lo farà mettere a tavola e passerà a servirlo". Questa prospettiva ha dell'incredibile e ci fa allora comprendere che il discorso non si muove sul piano del buon senso ordinario, ma su quello delle relazioni con Dio, dove il criterio del “buon senso ordinario” non ha senso. Questa figura del padrone che serve ha poi un'evidente sapore cristologico, richiama in modo trasparente l'episodio della lavanda dei piedi e una serie di insegnamenti di Gesù. Comprendiamo allora che se, apparentemente, in primo piano il testo parla del modo in cui il servo, noi, viviamo l'attesa del Signore, in realtà il Vangelo sta descrivendo il tipo di relazione che il Signore ha con noi. La sua dedizione nei nostri confronti assume il sapore della beatitudine che due volte viene menzionata nel testo. La beatitudine non è un augurio, ma esprime piuttosto il riconoscimento della fortuna insperata che è capitata ad una persona. Così avviene nel rapporto con Dio: apparentemente siamo noi ad attendere, svegli nella notte, resistendo alle tentazioni del disimpegno, della disillusione, dello scoraggiamento, ma, in realtà, siamo oggetto di un amore che va al di là di ciò che è dovuto, prevedibile, meritato. Per cui nel cuore della notte siamo invitati non a considerare la pazienza, il coraggio, la dedizione, ecc., del servo che persevera nella fede, ma il dono che il Signore ci fa rendendosi presente e colmandoci del suo amore.  

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Signore, tu ci hai affidato il Vangelo, che
proclama la risurrezione dei morti e la vita
eterna insieme a te nella nuova creazione.
Questo è l'orizzonte della nostra attesa e non ci
accontenteremo di una felicità minore.
Vogliamo stare al mondo consapevoli di
custodire una speranza ineguagliabile, che sa
resistere alle false gratificazioni promesse dal
consumismo ed allo scherno di chi considera la
fede un rifugio dove si nascondono i fragili.
Tu sei il nostro liberatore, l'unico degno di
ricevere onore e gloria nei secoli. Amen.

Dario e Antonella

 

 Celebrare la bellezza

In questa 19a domenica del t.o. siamo invitati dai testi della liturgia a riflettere sul tema dell’attesa e della vigilanza. La Chiesa tutta attende, nella notte, il ritorno dello Sposo, e come le vergini prudenti, tiene in mano la lampada accesa, quella prima di tutto della fede, della speranza e della carità. Pregheremo oggi affinché non venga mai a mancare l’olio di queste tre fondamentali virtù ai discepoli e alle discepole del Signore. L’attesa cristiana non è generata dalla paura e dall’angoscia ma dall’amore per Colui che per primo si fa presente e ci incontra.

Vorremmo suggerire oggi una riflessione sugli elementi-simbolici della luce e del fuoco. Nelle nostre liturgie ci serviamo della luce dei ceri, elementi sempre presenti e del fuoco per simboleggiare l’attesa, il vegliare... Nell’aula liturgica la luce della fiamma viva delle candele che ardono è una presenza irrinunciabile. Il fuoco con il suo linguaggio ricco di significato ci riporta subito alla veglia pasquale, madre di tutte le veglie, nella quale viene fatto ardere nuovo, e da questo fuoco nuovo viene acceso il cero pasquale, simbolo di Cristo sola luce che rischiara “quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (cf Lc 1,79). Dal cero pasquale ogni piccolo cero o candela acquista il suo significato, non tanto di offerta silenziosa evocata dal lento e inesorabile consumarsi della candela, ma molto più come professione di fede della nostra vocazione battesimale: siamo infatti anche noi chiamati ad essere, come Cristo, luce del mondo. La presenza delle candele accese accanto all’altare durante la celebrazione eucaristica, non è per una funzionalità pratica, ma ha una valenza simbolica antropologica e cristiana. A questo proposito si impone il dovere di compiere il gesto e l’oggetto nella verità. Le candele finte, sempre così perfettamente pulite e ordinate, che non si consumano sono una soluzione molto pratica, (così pure il cero pasquale di plastica che si vede nella maggior parte delle chiese durante il tempo pasquale) ma poco rispettosa del linguaggio simbolico mediante il quale comunicano il messaggio liturgico. Peggio ancora le lampade del Santissimo Sacramento o le candele votive con le fiammelle elettriche che simulano in modo più o meno maldestro la fiamma viva. La verità è principio irrinunciabile della liturgia, come non si possono usare fiori di plastica così anche i ceri non possono essere di plastica.

Una catechesi antropologica, biblica e liturgica sulla simbolica della luce e del fuoco ci rimanda alla veglia pasquale e al sacramento del Battesimo. Il parroco o l’animatore liturgico, prendendo spunto dal tema della luce così caro alla liturgia, potrebbe insieme al gruppo liturgico (poi estendendo la catechesi anche agli altri fedeli) “visitare” il rituale del Battesimo e il Messale, per prendere coscienza delle preghiere in cui si fa riferimento alla simbolica del fuoco e della luce.

Nella celebrazione eucaristica odierna il santo Vangelo può essere accompagnato da due ceri fino all’ambone, luogo della proclamazione.

Un gesto lodevole è quello di accendere sempre una lampada davanti alla Parola di Dio per la preghiera quotidiana o settimanale del gruppo liturgico o delle famiglie. E’ silenziosa professione di fede in Cristo Gesù, vera luce del mondo, e nella vocazione cristiana che abbiamo ricevuto in dono per viverla con responsabilità. Ogni volta che accendiamo una lampada o presentiamo una candela ricordiamo quanto Sofronio, vescovo di Gerusalemme nel VII secolo, disse ai suoi fedeli in un omelia: “Camminiamo, anzi corriamo verso Cristo, tenendo in mano dei ceri accesi: essi sono insieme simbolo della luce che è Cristo e anticipazione dello splendore di cui saremo noi stessi penetrati per opera sua”.

E. V.

Rit. Salmo responsoriale

* Per il modulo salmodico vedi p 9.  

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro