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Il
banchetto
del Regno
21a
del t.o. -
22 agosto 2004 - anno C
DONATELLA SCAIOLA
Prima lettura:
Is 66,18-21
Salmo responsoriale:
Sal 116,1-2
Seconda lettura:
Eb 12,5-7.11-13
Vangelo:
Lc 13,22-30
Nell'Antico
Testamento si nota una tensione, mai definitivamente risolta, tra
particolarismo dell'elezione di Israele e universalismo della salvezza.
Molte pagine sviluppano il tema dell'elezione del popolo ebraico
sottolineando di volta in volta aspetti diversi. Nei momenti più oscuri
della storia di Israele viene soprattutto tematizzata la particolarità di
questo popolo, la sua identità unica e il bisogno di preservarla dai
tentativi di assimilazione culturale. Vari testi sviluppano questa tematica
e si può ricordare a questo proposito la figura di Daniele e dei suoi
compagni o la guerra di liberazione dei Maccabei.
Ci sono però anche altri testi che hanno un'evidente dimensione universale,
a cominciare dalle prime pagine del libro della Genesi, poste all'inizio di
tutta la Bibbia, pur essendo state redatte in epoca successiva, le quali,
svolgendo per così dire la funzione di introduzione generale, imprimono un
orientamento particolare a tutto ciò che segue.
La
prima lettura
della liturgia odierna si pone su questo secondo versante, presentandoci un
oracolo di Isaia dal sapore missionario. Bisogna a questo proposito
ricordare che nel mondo ebraico non è mai stata praticata la missione
ad gentes.
Se si eccettua un periodo molto breve e circoscritto della sua storia, il
popolo ebraico non ha mai fatto proselitismo, per cui anche l'oracolo di
Isaia va inteso in modo corretto. Lo scopo dell'apertura universale è
descritto in questi termini:
"Annunzieranno la mia gloria alle nazioni".
Il contenuto dell'annuncio verte sulla gloria di Dio, non mira a convertire
all'ebraismo. La missione di Israele tra le genti è essenzialmente una
missione di testimonianza.

L'obiettivo è di far conoscere chi è Dio, un obiettivo espresso qui parlando
della
"gloria" di Dio. Questo termine,
kabod,
implica l'idea di peso.
Il peso di una persona definisce la sua importanza, il rispetto che ispira,
il valore reale che possiede. Dio manifesta la sua gloria con i suoi
interventi, con i suoi giudizi, i suoi segni. La gloria non è
un'ostentazione di potenza e di forza, ma è spesso finalizzata alla
salvezza, fino a diventare quasi un sinonimo di questo termine. La gloria di
Dio si esprime nel salvare il suo popolo, nel risollevarlo, nel ricondurlo
dai vari luoghi in cui era stato disperso. Il sapore di questo oracolo è
escatologico, in parte esso ancora non si è realizzato, rimanda in avanti il
suo compimento, fino al momento in cui Dio sarà effettivamente riconosciuto
come Salvatore da tutti gli uomini.
La prospettiva universale si trova al centro anche del
Vangelo
odierno, che però sviluppa pure un tema che restava implicito in Isaia. Il
testo prospetta un giudizio, un discrimine, il quale riguarda non
l'ortodossia, ma l'ortoprassi, si potrebbe dire. Il punto di partenza del
discorso è una domanda fatta a Gesù da un tale:
"Signore, sono pochi quelli che si salvano?".
Probabilmente l'interlocutore di Gesù si aspettava una risposta affermativa:
"Sì, sono pochi quelli che si salvano, e sono quelli vicini a Dio, quelli
del suo popolo".
Invece Gesù dà una risposta sconcertante a questa domanda, sconcertante non
solo per quel "tale", ma anche per noi cristiani. Gesù, come sempre, non
soddisfa la curiosità un po' superficiale di questo tale, ma prende sul
serio l'interrogativo orientandolo nuovamente, però in modo personale. Che
cosa importa sapere se sono pochi o tanti quelli che si salvano?
L'importante non è forse conoscere i criteri che Dio segue per ammettere o
meno nel suo Regno? Gesù quindi non si sottrae alla domanda, ma dà una
risposta utile al suo interlocutore spostando il discorso dal piano della
generica curiosità a quello dell'impegno e del discernimento personale. Il
problema diventa allora non tanto quello di far valere dei "meriti"
personali di conoscenza, di familiarità, quanto quello di scardinare la
logica che si nasconde dietro questa domanda. L'unico criterio di
appartenenza valido non è l'appartenenza etnica al popolo di Dio, e neanche
il Battesimo, ma l'operare in modo coerente con la fede che si professa. Se
Gesù definisce "operatori di iniquità" quelli che allontana da sé, significa
che un operare secondo giustizia è invece gradito a lui, nella linea della
più tradizionale profezia veterotestamentaria. Allora non importa da dove
uno viene, se da Oriente, da Occidente, da Gerusalemme o da Roma,
l'essenziale è lo stile di vita improntato ai valori del Vangelo.
La
seconda lettura
s’inserisce, a suo modo, in questo discorso, perché tratta il tema della
correzione. Il Signore corregge il nostro modo di vedere le cose, ma, così
facendo, intende educarci, non umiliarci. È il figlio che viene corretto dal
padre, ma perché possa migliorare. Analogamente
"il Signore corregge colui che ama e sferza chiunque riconosce come suo
figlio".
Quindi, nonostante la durezza delle parole del
Vangelo,
e lo sconcerto che possono suscitare in noi, accogliamo il valore positivo
di tale correzione, cioè il frutto di pace e di giustizia che ne viene.

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta...”. L’unica
porta per entrare nel Regno è Gesù.

Preghiera della
famiglia attorno alla mensa
Eterno Padre, tu ci hai davvero colmati di
grazie: la vita, il Battesimo, l'Eucaristia, la fede,
il matrimonio, i figli, la salute, il lavoro, le bellezze
del creato, gli amici.
Non abbiamo meriti, ma siamo certi della
tua ferma volontà di salvarci.
Perdonaci per tutte le volte che abbiamo
considerato l'appartenenza al tuo popolo come
un blasone che ci pone al di sopra degli altri,
anziché come una grazia che ci prepara al servizio
di ogni uomo. Sostieni i nostri passi incerti.
Sia lode a te. Amen.
Dario e Antonella

Celebrare la
bellezza
Le letture della liturgia odierna ci aprono alla visione della stagione
finale del disegno divino sul mondo. Dio chiama tutti a sedere a mensa nel
suo regno (cf canto al Vangelo). Tutti, senza esclusioni e senza titoli
preferenziali. Per quanto riguarda la salvezza non è garanzia sufficiente il
fatto di essere appartenuti al popolo di Dio e alla sua Chiesa. Il sogno del
Signore è di radunare tutti i popoli, di tutte le nazioni, le razze e le
lingue presso di lui per partecipare della sua gloria.
La pagina evangelica mostra che il discernimento vero della libertà umana
passa attraverso la porta stretta della croce del Signore Gesù. Noi sappiamo
che la porta di accesso al regno è la persona di Gesù. Egli stesso si è
definito così nel quarto Vangelo: “Io sono la porta: se uno entra attraverso
di me, sarà salvo; entrerà e uscira e troverà pascolo” (Gv 10,9). Dunque è
importante non sbagliare porta. La sola strada che conduce alla sala del
banchetto è quella del Maestro, una strada dura, ma sulla quale avanzano con
gioia uomini e donne impazienti di salire a Gerusalemme.
In questa domenica “della porta stretta”, può essere utile vertere la nostra
riflessione sul significato della portaall’interno della liturgia. Prima di
tutto, celebrando l’Eucaristia, come accadde ai discepoli di Emmaus (cf Lc
24,13- 35), scopriamo di non essere noi i padroni di casa che imbandiscono
la mensa; noi siamo gli ospiti, accolti in primo luogo da Colui che ci
spiega le Scritture e per noi spezza il pane che è la sua stessa vita.
Celebrare
l’Eucaristia domenicale non è solo adempiere ad un dovere festivo, ad un
precetto comandato, ma è rispondere all’invito festoso di partecipare alla
vita piena e definitiva. E’ l’invito a passare attraverso l’unica porta,
l’unica via che è Gesù Cristo, Figlio di Dio che ci rende degni di
partecipare al suo banchetto. La porta d’ingresso delle nostre chiese
simbolicamente esprime proprio questa realtà cristiana. I grandi portali,
artisticamente istoriati, delle chiese cattedrali sono un’introduzione al
mistero che ci si accinge a celebrare, una catechesi, una mistagogia
perenne.
Spesso il portale centrale della chiesa è chiuso e si accede al luogo dove
la comunità celebra (aula liturgica) attraverso due porte laterali.
Frequentemente l’atrio di accesso è tappezzato di avvisi di ogni genere:
annunci di matrimonio, orari delle messe, proposte di gite, ecc... Come è
possibile, in questo modo, favorire la trasparenza del significato della
porta come luogo che già annuncia Cristo Gesù, unica via sicura di accesso
al Padre di tutti?
Passando attraverso la porta, oggi, per raggiungere l’aula liturgica dove
siamo radunati come assemblea nel nome del Signore, prestiamo attenzione a
questo simbolismo. Non è come attraversare la porta del cinema, della
scuola, di altri ambienti... Potremmo impegnarci a sgomberare la porta di
accesso della chiesa da tutto ciò che impedisce di coglierne il significato
profondo, preparando un bouquet di fiori davanti ad essa, per accogliere la
gente che viene a celebrare il giorno del Signore, senza fare preferenze di
persone, anzi dando la precedenza ai più poveri ed emarginati. L’assemblea
potrebbe essere accolta proprio sull’atrio, e fare la processione
d’ingresso, aperta dal sacerdote, attraversando la porta.
E.
V.

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