La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

Chi può immaginare
che cosa vuole il Signore?

23a del t.o. - 5 settembre 2004 - anno C

DONATELLA SCAIOLA

 Prima lettura: Sap 9,13-18b
Salmo responsoriale: Sal 89,3-6.12-14.17
Seconda lettura: Fm 9b-10.12-17
Vangelo: Lc 14,25-33

Le domande che l'autore del libro della Sapienza mette in bocca fittiziamente al re Salomone nella preghiera che egli rivolge a Dio nel momento in cui si appresta a iniziare il suo compito regale, possono essere sottoscritte senza riserve da ciascuno di noi, pur se chiamato, in genere, a svolgere ruoli di minor responsabilità. Ogni credente, in maniera più o meno consapevole, si sforza di orientare la sua esistenza secondo una certa coerenza, ma tutti noi sappiamo anche, per esperienza personale, quanto sia difficile fare delle scelte che siano effettivamente in sintonia con la volontà di Dio, che, in senso ampio, conosciamo nelle sue linee generali, ma che, nello specifico dell'esistenza, a livello di discernimento personale, ci sfugge. Non a caso il re Salomone, nella prima lettura, si rivolge a Dio nella preghiera e non si limita a fare solo alcune riflessioni di carattere filosofico. Da una parte, tutta la tradizione biblica, in vari modi, afferma l'inscrutabilità del pensiero di Dio, la difficoltà da parte dell'uomo di elaborare criteri per individuare i segni della sua presenza nel mondo, dall'altra, siamo consolati nella nostra ricerca dall'assicurazione che Dio vuole comunicarsi a noi, e ci dona il suo Spirito affinché possiamo conoscere il suo pensiero.
Allora la figura del giovane Salomone assume per noi un valore paradigmatico, nel senso che ci indica l'atteggiamento corretto da assumere davanti a Dio. Al discernimento invita anche Paolo nella
seconda lettura, tratta dalla lettera a Filemone. Si tratta di un breve scritto di circostanza, nel senso che Paolo scrive un biglietto, potremmo dire, a questo personaggio, per chiedergli un favore. Non siamo davanti a grandi scritti di carattere dottrinale, come la lettera ai Romani, ma ad un testo molto legato al suo contesto specifico, eppure ricco di insegnamenti anche per noi. Filemone aveva degli schiavi, comunque almeno uno, di nome Onesimo, che era fuggito. Secondo la legge, gli schiavi fuggitivi dovevano essere giudicati con rigore, eppure nel frattempo succede qualcosa a Onesimo: incontra Paolo, diventa cristiano, e Paolo lo rimanda dal suo padrone. Qui interviene il discernimento, perché Filemone si trova davanti ad una situazione imprevista. Cosa fare? Osservare la legge o accogliere l'invito di Paolo che lo esorta ad entrare in una logica di rapporto diversa?

La vera sapienza consiste nel conoscere ciò che è gradito al Signore.

Si noti che Paolo non chiede la liberazione dello schiavo, ma esorta Filemone a superare la distinzione di tipo sociologico tra schiavo e libero per accedere ad un tipo di relazione diversa, determinata dalla comune appartenenza alla comunità cristiana, che rende l'identificazione sociologica insignificante. Cosa farà Filemone noi non lo sappiamo, certo è invitato da Paolo ad un discernimento difficile.
Anche il
Vangelo si pone nella stessa prospettiva perché Gesù, invitando ad una sequela radicale, mette in guardia i suoi uditori dall'assumere un atteggiamento entusiastico, esortandoli piuttosto a ponderare a fondo i pro e i contro della scelta che intendono fare. Il linguaggio del Vangelo ("Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre..."), di sapore eminentemente semitico, procede per contrapposizioni nette, in bianco e nero. Di fatto, non si tratta di amare-odiare, ma di preferire, il che, in un certo senso, attenua la durezza dell'espressione usata da Gesù, ma non ammorbidisce sicuramente il contenuto della richiesta. Di fronte a degli ideali così assoluti, si può correre il rischio di essere trasportati dall'entusiasmo, che può addirittura, in certi contesti ecclesiali, essere giustificato ideologicamente. Gesù invece, pur ponendo di fronte ai suoi ascoltatori un ideale di sequela altissimo, li invita anche a fare una cosa molto semplice, a sedersi per pensare, per valutare, per fare discernimento, appunto. La sequela non può essere vissuta sullo stile di certi films americani, in cui l'eroe trionfa realizzando imprese impossibili, occorre valutare attentamente le possibilità che realisticamente abbiamo. Non è un atteggiamento che contraddice la fede, anzi, la rende più concreta, più realistica, e impedisce che si verifichino tanti fallimenti, anche vocazionali, o che si coltivino delle illusioni inutili su di sé. La valutazione previa non è sinonimo di calcolo di tutte le variabili così da poter esercitare un controllo sul futuro, ma è un invito ad un sano realismo. Certo, è difficile e apparentemente contradditorio tenere insieme istanze così diverse, da una parte, una sequela vissuta in modo radicale e, dall'altra, una valutazione realistica delle possibilità che noi abbiamo di essere all'altezza della richiesta di Gesù, ma in questo sobrio dosaggio sta la forza dello Spirito che, nella preghiera, può orientare i cuori. Non si tratta tanto di presumere qualcosa su di sé, ma di rendersi disponibile all'azione dello Spirito che può realizzare quello che alla mente umana appare come un'impresa impossibile.
Va evitato anche l'atteggiamento opposto, che consisterebbe nel sottrarsi alla sequela proprio perché la riflessione sulla propria esistenza sembra scoraggiare l'assunzione di scelte radicali. Il discernimento non ha l'obiettivo di indurre una sorta di deprezzamento di sé, che può anche diventare una scusa, come quando si dice: "Sono bei discorsi, belle imprese, ma non sono per me, che non sono capace, non sono abbastanza bravo, ecc...". Questo non sembra essere il frutto di un discernimento spirituale, ma il riapparire piuttosto di una logica di buon senso, che invita ad accontentarsi di poco, nella vita come nelle scelte di fede. Una logica di tal genere assomiglia al quieto vivere, più che al realismo cui il
Vangelo ci invita. Lo Spirito è in grado di vigilare affinchè in noi non prevalgano né atteggiamenti rinunciatari, né, al contrario, comportamenti velleitari. A noi il compito di sottoporci con verità al vaglio dello Spirito, nella fiducia che lo Spirito susciterà in noi solo ciò che corrisponde al nostro vero bene.

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Trinità beata, tu hai creato buona ogni
cosa. Siamo noi, che per cattiveria o ignoranza
ci allontaniamo dall'ordine che hai impresso
all'universo. Abbiamo nostalgia della pace vera,
quella che da sempre regna tra voi persone
divine. Abbiamo un vivo desiderio di concordia,
di fraternità, di condivisione. Ci sentiamo incapaci
di rendere una degna testimonianza di fede
al mondo, ma confidiamo che tu ci darai quello
che ci manca se avremo il coraggio di rischiare
per il tuo nome. Solo in te c'è bellezza. Amen.

Dario e Antonella

Lo Spirito viene in nostro aiuto e suscita in noi il vero bene.

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro