La Vita in Cristo e nella Chiesa
Mensile di formazione liturgica e Informazione 

 

 

La festa del perdono

24a del t.o. - 12 settembre 2004 - anno C

DONATELLA SCAIOLA

Prima lettura: Es 32,7-11.13-14
Salmo responsoriale: Sal 50,3-4.12-13.17.19
Seconda lettura: 1 Tm 1,12-17
Vangelo: Lc 15,1-32

Perdonare è difficile, ma accettare di essere perdonati lo è forse anche di più. È un'esperienza umana significativa, e soprattutto lo è dal punto di vista spirituale. Si può forse dire che il perdono, chiesto e dato, costituisce una dimensione caratteristica della religione cristiana, che la distingue da altre esperienze religiose. Per questa sua obiettiva rilevanza, il perdono occupa un posto importante nella Scrittura, e lo menzioniamo ogni volta che recitiamo il Padre nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Cosa vuol dire "perdonare"? A volte noi diciamo: "Io ti perdono, ma mi ricordo", il che significa introdurre una sorta di sospensione della pena che vorremmo infliggere ad un altro. È sottinteso che, qualora si ripresentasse lo stesso problema, presenteremmo il conto con gli interessi. Secondo un'altra accezione, perdonare vuol dire dimenticare le offese. Ma forse il perdono che ci è richiesto consiste in qualcosa in più, in una trasformazione dello sguardo per cui io non considero più l'altro come un "nemico" che mi ha fatto qualcosa di male, ma come un fratello. Il vero perdono avviene là dove si trasforma il modo in cui io guardo l'altro, consiste nella conversione dello sguardo, effetto e conseguenza del perdono che io stesso ho ricevuto da Dio, e non tanto frutto dello sforzo individuale.
La liturgia odierna descrive questo processo in modo mirabile. Abbiamo innanzitutto Mosè presentato nel ruolo di intercessore. La preghiera che egli rivolge a Dio per il popolo non si basa su eventuali "meriti" individuati nel popolo stesso, il quale è oggettivamente peccatore. Il peccato che qui viene descritto ha un valore per così dire originario, nel senso che mette in evidenza un elemento costante della relazione tra Dio e Israele. Si menziona qui l'episodio del vitello d'oro, e il peccato ad esso connesso, di cui si parla, è particolarmente grave perché riguarda il modo in cui il popolo si rappresenta la relazione con Dio. L'esperienza di Dio che il popolo ha fatto è legata all'Esodo, cioè ad una storia di liberazione. Di questa storia Dio è stato il protagonista, nel senso che lui per primo ha visto l'umiliazione del popolo, e, di conseguenza, ha chiamato Mosè, ecc... Il Dio dell'Esodo è un Dio in cammino, che guida il popolo verso la libertà. Il popolo deve seguire Dio e i suoi ritmi. Non può mai decidere dove andare, ma deve seguire, quando, come e dove il Signore indica. Questa relazione, fatta di continua dipendenza, risulta alla fine faticosa, per cui il popolo decide di farsi un Dio che si possa manipolare e portare dove si vuole. Il problema non consiste tanto nel farsi un'immagine, quanto nello stravolgere il senso della relazione con Dio, la cui alterità viene eliminata. Il popolo è anche disposto a dare il suo oro per questo simulacro, a sacrificare dunque ciò che ha di più prezioso, pur di non essere più costretto a vivere una relazione con Dio che risulta destabilizzante perché continuamente mette in crisi le certezze acquisite. Per questo è un "peccato originale", perché si riproporrà in tante maniere, solo apparentemente diverse, nella storia che seguirà. Detto ciò, si comprende la reazione di Dio che, dice il testo, si arrabbia. L'ira non esprime nella Scrittura una reazione di tipo emotivo, ma piuttosto la reazione che Dio assume di fronte al male.

La danza attorno al vitello d’oro. Dipinto di March Chagall, 1966.

Di fronte al male  Dio reagisce, non rimane apatico, come gli dèi greci che si vantavano dell'apàtheia, della loro mancanza di passioni, un tratto che li distingueva dai mortali. Il Dio della Bibbia di fronte al male si adira, esprime la sua estraneità in questo modo.
Mosè, pur non avendo condiviso il peccato del popolo, si inserisce nel discorso, non facendo riferimento a qualche attenuante del popolo, ma appellandosi a come Dio è, un Dio fedele alle promesse di bene che ha fatto ai padri, Abramo, Isacco e Giacobbe.
Quest’immagine di Dio ritorna anche nel
Vangelo, arricchendosi qui di ulteriori sfaccettature. Ci viene proposto un testo celeberrimo, il cap 15 di Luca che contiene le cosiddette "parabole della misericordia". Ad una prima lettura sembra che si tratti di tre parabole, ma, in realtà, esse sono due. Una prima parabola, introdotta dall'espressione: "Disse loro questa parabola", divisa in due parti, mette in scena rispettivamente un uomo e una donna, gli ambienti in cui essi abitualmente operavano, all'esterno (l'uomo) e in casa (la donna), e le attività che coerentemente essi vi svolgevano. L'uomo si occupa delle pecore, la donna amministra i soldi della famiglia.
La seconda parabola, introdotta da:
"Disse ancora", è, a sua volta, divisa in due parti. Ci sono due figli, il più giovane dei quali si perde "in un paese lontano", e l'altro ugualmente perduto, come la dracma, anche se resta nella casa. Quindi abbiamo in questo gioiello del Vangelo di Luca un discorso artisticamente costruito ad hoc per gli interlocutori di Gesù, ricordati all'inizio, i quali erano scandalizzati dal modo in cui Gesù si comportava: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro". Si noti poi che il capitolo è costruito secondo una certa progressione: si perde una pecora su cento, una dracma su dieci, un figlio su due. Infine risuona come un ritornello il tema della gioia: "Rallegratevi con me", "bisogna far festa", "c'è gioia in cielo", ecc.
La prima parabola inizia con una domanda che Gesù pone ai suoi ascoltatori:
"Che ve ne pare?" Le parabole mirano a coinvolgere l'uditore nel discorso affinchè si schieri e prenda posizione. Per questo Gesù interpella gli scribi e i farisei. Il tenore della domanda è sorprendente perché sembra far riferimento ad una realtà ovvia ("Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finchè non la ritrova?"), che però riceverebbe una risposta negativa: nessuno si comporterebbe in questo modo. Nessun pastore con un po' di senno rischierebbe di perdere tutto quello che ha per andare a cercare una pecora! Già il Vangelo apocrifo di Tommaso aveva avvertito la stranezza di questo comportamento, per cui aveva cercato, a suo modo, di giustificare il pastore, il quale si comportava così perché la pecora perduta era la più grassa del gregge! Niente del genere, invece, dice il Vangelo, che non fa riferimento ad alcuna qualità della pecora, ma solo al modo di essere del pastore. Tale comportamento richiama l'atteggiamento di Dio descritto nella prima lettura, il quale perdonava il peccato del popolo per la sua longanimità, non per qualche presunto merito accampato dal popolo.
La cosiddetta "parabola del figliol prodigo", o del "padre misericordioso", come si preferisce intitolarla oggi, ci presenta un'immagine di Dio sconcertante. Di fronte al figlio più giovane, che pretende la sua parte di eredità, comportandosi come se il padre fosse già morto, il padre sembra manifestare una debolezza sconcertante. Non dice una parola, non chiede ragioni, e acconsente alle richieste del figlio. Di questo figlio si descrive il cammino in discesa, un degrado progressivo a proposito del quale il fratello maggiore esprimerà un giudizio molto duro:
"ha divorato i tuoi averi con le prostitute". Il punto più basso di questa discesa coincide con una considerazione che il giovane fa tra sé e sè, della quale si può notare perlomeno l'ambiguità. "Rientrò in se stesso", dice il testo, perché senza soldi e affamato. In una situazione diversa il figlio sarebbe tornato? Il testo non lo dice. Anche in questa situazione, però, egli intende dettare delle condizioni al padre: "Non sono più degno di essere considerato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni". Il padre invece lo previene, impedendogli di recitare il discorso che si è preparato. Gli corre incontro, cosa del tutto insolita per un orientale, ed è pronto a farlo perché lo stava aspettando, lo vede da lontano. Senza rimproverarlo né chiedergli nessuna spiegazione, lo reintegra nella sua condizione di figlio, restituendogli il vestito di prima (o quello più bello). Anche all'altro fratello il padre si fa incontro, esce per parlargli, proponendogli di fare la stessa esperienza: quella di essere figlio, un'esperienza che egli non ha mai fatto, dal momento che si è sempre considerato un servo ("Io ti servo da tanti anni").
A tutti noi Dio propone la stessa cosa, peraltro inaudita, quella di diventare quei figli che egli da sempre ha desiderato, accogliendo il suo perdono e accettando i fratelli che egli ci ha posto accanto.

Preghiera della famiglia attorno alla mensa

Padre, è straordinario pensare che tu provi
per ogni uomo della terra quello che noi proviamo
per i nostri figli. Oh, fosse così grande il
nostro cuore! Forse non riusciremo mai ad
allargare tanto le nostre braccia, però ci impegneremo
ad essere ogni giorno un pochino più
accoglienti, imparziali, pazienti, disponibili, sorridenti…
se tu vorrai sostenerci. Abbiamo capito
che nulla vale più dell'amore, perché l'amore
è il tuo speciale modo di essere.
Ti vogliamo bene. Amen.

Dario e Antonella

Celebrare la bellezza

Per tutta la settimana attendiamo la domenica, giorno del Signore risorto, per incontrare lui nella Parola che ci istruisce, corregge, educa, forma e conforma la nostra vita, nei sacramenti che sono la sorgente di ogni grazia e benedizione. Non ci stancheremo di ripeterlo, soprattutto in quest’anno di immediata preparazione al Congresso eucaristico nazionale: i cristiani non possono vivere senza celebrare il giorno del Signore. Qualcuno direbbe anche: “il cristiano senza il Signore Gesù è come Cristoforo Colombo senza America”. Perciò non lasciamoci rubare in alcun modo la domenica! L’esperienza dimostra come, poco per volta, la storia ha trasformato un atto di necessità vitale in un obbligo giuridico, sancito da colpa grave in caso di omissione. Ma l’incontro con il Signore, nella “pasqua della settimana”, va considerato come il centro di una relazione d’amore della quale non si può fare a meno. La partecipazione all’Eucaristia domenicale non può essere oggetto di un semplice obbligo giuridico, di un dovere imposto dall’esterno da parte della legge, ma va intesa come esigenza interna di una relazione fondata sull’amore. I Padri della Chiesa insistevano sul fatto che di domenica è vietato digiunare o pregare in ginocchio; si prega in piedi, perché tale è l’atteggiamento che conviene a coloro che “sono risorti con Cristo e devono cercare le cose di lassù”. “Sorretta e animata dallo Spirito, la Chiesa, attraverso i secoli, ha conferito alla domenica una fisionomia assai viva e ben caratterizzata: giorno dell’Eucaristia e della preghiera, giorno della comunità e della famiglia, giorno del riposo e della festa, giorno della libertà dalle cure e dalle fatiche quotidiane (specie per i più poveri, i servi, gli schiavi) nell’anticipazione della libertà ultima e definitiva dalla servitù e dal bisogno. In questo modo la domenica cristiana ha ricuperato e fatto propri anche alcuni dei caratteri del sabato ebraico. Inoltre essa è divenuta il giorno in cui dedicarsi più largamente alle opere di carità e all’insegnamento religioso”. (CEI, Il giorno del Signore, n 4)

In questa domenica del perdono e dell’amore misericordioso, Dio Padre ci veste dell’abito nuziale, ci mette l’anello al dito e i calzari ai piedi, ammazza il vitello grasso, fa festa per noi (soprattutto per i lontani riavvicinati e i perduti ritrovati) e ci invita a prendere parte al banchetto della vita.

Suggeriamo di valorizzare bene l’ atto penitenziale,utilizzando il testo n 3, proposto nel Messale per le domeniche del tempo ordinario che recita così: - Signore, che non sei venuto a condannare ma a perdonare, abbi pietà di noi. - Cristo che fai festa per ogni peccatore pentito, abbi pietà di noi. - Signore, che perdoni molto a chi molto ama, abbi pietà di noi.

Prestiamo più attenzione oggi alla preghiera per l’unità della Chiesa e la pace nel mondo, che in ogni celebrazione eucaristica innalziamo dopo il Padre nostro; essa è un grido accorato che intende raccogliere tutte le attuali situazioni di conflitto, di violenza, di guerra, di aggressione presenti nel mondo. Deve avere, perciò, orizzonti internazionali ed ecclesiali e farsi voce di chi non ha più voce per implorare la pace. L’augurio è legato al segno della pace che ci si scambia subito dopo. Questo gesto può costituire anche l’occasione per accogliersi e riconciliarsi, poiché spesso il perdono di Dio Padre passa attraverso il perdono di chi ci sta accanto. Sia allora un momento di festa e gioia, pur esprimendosi con sobrietà e nel dovuto decoro, come ricorda l’ Ordinamento generale del Messale Romano al n 82. Dalle prime comunità cristiane il gesto del bacio della pace ha attraversato i secoli, anche se nella liturgia cristiana ha conosciuto, in tempi diversi da quello attuale, altre collocazioni (ad esempio, nel rito ambrosiano è posto prima della presentazione dei doni all’altare). La liturgia ci offre ancora un’occasione propizia perché questo gesto sia compiuto nella verità e nella forza rinnovatrice del Vangelo, senza ridurlo ad un semplice gesto di cortesia. E.V.

 

 

La Vita in Cristo e nella Chiesa  
Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro