|
La
scelta
dell'unico Signore
25a
del t.o. -
19 settembre 2004 - anno C
DONATELLA SCAIOLA
Prima lettura:
Am 8,4-7
Salmo responsoriale:
Sal 112,1-2.4-8
Seconda lettura:
1 Tm 2,1-8
Vangelo:
Lc 16,1-13
Leggendo
i testi della liturgia odierna, si può essere come presi dallo
scoraggiamento perché le parole del profeta Amos vissuto nel VIII secolo a.C.,
sono di un'attualità sconcertante.
Il tema della violenza, perpetrata per ragioni di tipo economico ai danni di
chi è socialmente in condizione svantaggiata, riempie i nostri giornali e
telegiornali quotidiani. L'economia muove il mondo, in senso buono e
cattivo, perché in nome del dio denaro si commettono i peggiori abusi. Lo
scoraggiamento deriva dalla percezione del fatto che, come diceva il saggio
Qoelet,
"non c'è niente di nuovo sotto il sole",
e che tanti secoli di cristianesimo e di "civiltà" occidentale non hanno
minimamente modificato quest’attitudine di sopraffazione nei confronti dei
deboli da parte di chi è ricco. La differenza tra la nostra epoca e quella
di Amos sta nel fatto che il profeta smaschera e denuncia ciò che può
apparire come "normale", la logica dell'homo
homini lupus,
mettendone a nudo la radice che è di tipo economico, appunto. Oggi siamo,
però, più abili di un tempo nel mascherare in senso ideologico questo
meccanismo e nell'epoca della comunicazione mediatica, in cui tutto ci viene
presentato "in diretta" e in tempo reale, siamo paradossalmente meno in
grado di interpretare ciò che vediamo, bersagliati come siamo da tante
informazioni.
Non intendiamo naturalmente solo stigmatizzare le scelte dei potenti di
questo mondo, ma richiamare piuttosto l'attenzione sul meccanismo perverso
che guida anche le nostre azioni e le nostre scelte.
Il
Vangelo,
infatti, ci descrive la situazione di una persona come noi, che di mestiere
faceva l'amministratore, il quale, come a volte capita, era disonesto. Il
racconto evangelico non critica questo comportamento, di qui lo sconcerto
che la parabola suscita, ma pone l'accento su un altro aspetto, cioè su
quello che l'amministratore fa per uscire dalla situazione sgradevole in cui
si è venuto a trovare. La strategia che adotta ci può apparire bizzarra, ma
ha una sua logica. Pare che gli amministratori, come pure i pubblicani, non
percepissero uno stipendio, e che potessero "caricare le spese" sui clienti
del loro padrone. Se un creditore, per esempio, doveva "cento barili
d'olio", come nella parabola, l'amministratore aveva il compito di
assicurarsi che tale cifra venisse pagata al suo datore di lavoro, e poi
poteva chiedere per sé, come "stipendio", tutto quello che in più riusciva a
farsi dare dal creditore. La strategia dell'amministratore quindi consiste
nel rinunciare a ciò che gli sarebbe stato dovuto per poter contare, nel
momento del bisogno, sulla riconoscenza dei creditori del padrone. Il
racconto contiene tratti paradossali, dal momento che Gesù loda il
comportamento di questo amministratore, non però in quanto disonesto, ma
piuttosto per l'ingegnosità di cui dà prova nell'affrontare la situazione
difficile in cui si trova. L'osservazione che Gesù fa è che non sempre i
credenti mostrano la stessa inventiva, originalità e intelligenza quando si
tratta di occuparsi delle questioni di fede. Ognuno di noi è più sollecito e
creativo quando si tratta di affrontare problemi che hanno a che fare con
l'ambito economico, dal quale di fatto dipendiamo per la nostra
sopravvivenza, ma non mette in gioco la stessa intraprendenza quando si
tratta di questioni legate alla fede. Ribadiamo che il discorso contiene
degli aspetti paradossali e che non va quindi interpretato in modo
letterale, per esempio quando si dice che
"il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con
scaltrezza".
Non ci viene rappresentato un Dio che loda e premia i furbi, ma, per
converso, siamo invitati ad essere intelligenti, pronti, ecc. anche quando
si tratta di impegnarsi in settori diversi, apparentemente meno utili.
I detti che seguono non si collegano in modo lineare con il racconto
parabolico, soprattutto l'ultimo:
"Nessun servo può servire a due padroni... Non potete servire Dio e
mammona".
Quest’ultimo detto sembra riferirsi piuttosto alla situazione descritta
nella
prima lettura
tratta dal profeta Amos, mettendoci di fronte alla necessità di fare una
scelta di fondo chiara e netta.
"Non potete servire Dio e mammona",
sono parole che tendiamo a non prendere troppo alla lettera, perché in quel
caso ci imporrebbero di fare delle scelte troppo drastiche. In fondo, però,
l'esigenza che ci viene posta di fronte è molto tradizionale, perché più
volte nell'Antico Testamento si diceva che Dio è uno, ad esempio, nella
famosa preghiera dello
Shemà Israel,
che ogni pio israelita ancora oggi pronuncia ogni giorno:
"Ascolta, Israele, il Signore, nostro Dio, il Signore è uno"
(Dt 6,4). La scelta del Dio unico non ha solo conseguenze di tipo rituale,
cultuale, ma soprattutto esistenziali. Si può infatti formalmente professare
la fede nel Dio uno, andare a Messa la domenica, e poi comportarsi nelle
scelte di tutti i giorni in modo ambiguo, attribuendo un valore assoluto a
realtà parziali, non cattive in sé e per sè, che però diventano degli idoli
qualora vengano considerate degli assoluti: i soldi, il potere, il
prestigio, ecc.
Lo stesso atteggiamento assumevano gli Israeliti nell'Antico Testamento, un
atteggiamento che soprattutto i profeti del nord criticavano, e che
consisteva nel fare una professione di fede corretta, alla quale però non
corrispondevano scelte di vita coerenti. Gli Israeliti andavano al tempio, o
nei santuari del regno del nord, ma poi, per le necessità di ogni giorno si
rivolgevano alle divinità locali, che non erano considerate sullo stesso
piano di Dio, però erano avvertite dalla gente come più alla loro portata,
più vicine ai bisogni e alle esigenze concrete. Questo scollamento tra la
fede e la vita chiama in causa anche noi, cristiani del terzo millennio, che
pure non andiamo nei templi pagani ad offrire sacrifici agli dèi, ma abbiamo
elaborato forme più sottili di idolatria.
Dio ci mette in vari modi di fronte alle contraddizioni della nostra
sequela, richiamandoci all'esigenza di fare un'opzione fondamentale radicale
e tradurla in scelte concrete, e lo fa non per umiliarci e metterci di
fronte le nostre inadempienze, ma per offrirci una prospettiva di vita
felice, dal momento che la sua volontà, come ci ricorda la
seconda lettura,
tratta dalla prima lettera a Timoteo, è questa:
"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza
della verità".
Dio non è un giudice imparziale che, dall'alto, osserva gli uomini in modo
neutro, il "grande Verificatore" di cui parlava Roth, ma esprime in vari
modi che la sua volontà è eminentemente salvifica, orientata com'è al nostro
bene che coincide con la salvezza e la conoscenza della verità. Apriamoci a
questo amore, riprendendo le parole della
colletta
di questa Messa:
"O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore, abbi pietà
della nostra condizione umana; salvaci dalla cupidigia delle ricchezze, e
fa' che, alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta
la nostra vita".

Preghiera della famiglia attorno alla mensa
Signore, ti preghiamo con san Paolo affinché
i detentori del potere politico vogliano davvero
favorire la vita di coloro che gli sono stati
affidati. La pace, lo sappiamo, dipende molto
dal contegno dei potenti della terra e dipende
tanto anche dalla nostra buona volontà.
Non vogliamo adottare o mantenere alcuno
stile di vita che possa nuocere ad altri, anche
molto lontani da noi. Suscita santi amministratori
delle risorse mondiali, che si impegnino a
realizzare una loro più equa distribuzione in
vista della pace tra i popoli.
Abbiamo bisogno della tua sapienza. Amen.
Dario e Antonella

Celebrare la
bellezza
La rubrica Celebrare la bellezza, anche se può sembrare in alcuni tratti
troppo didattica e senza un particolare riferimento alla celebrazione
domenicale, è lo spazio-occasione per approfondire, suggerire, ricordare i
diversi elementi della liturgia che a volte diamo troppo per scontato, o
perché vi facciamo l’abitudine, oppure perché li riteniamo secondari.
Consideriamo, ad esempio, l’importanza del silenzio nella liturgia. Esso fa
parte della celebrazione e quindi è un’azione liturgica da compiere nella
pienezza e nella verità. Domandiamoci (sacerdoti e animatori): quanto spazio
ha il silenzio nelle nostre assemblee liturgiche e cosa facciamo per
favorirlo, per educarci ad esso e per formare anche i più piccoli a crescere
coltivando questa dimensione? Romano Guardini nel suo libro Il testamento di
Gesù, affermava: “La vita liturgica inizia con il silenzio. Senza di esso
tutto appare inutile e vano. Nessuna pretesa insolita di carattere estetico.
Considerare il silenzio come un argomento che «va da se», significherebbe
vanificare tutto. Il tema invece è molto serio, molto importante e purtroppo
molto trascurato: il primo presupposto di ogni azione sacra”. Spesso
pensiamo che in nome di una partecipazione attiva occorre moltiplicare le
azioni, le parole e i gesti: è una concezione errata che rende le nostre
assemblee liturgiche più simili a comizi e dibattiti che ad una comunità
convocata dal Signore Gesù per celebrare la sua morte e risurrezione.
Durante la celebrazione il silenzio assume sfumature diverse: c’è un
silenzio di raccoglimento, per prendere coscienza di essere alla presenza di
Dio e formulare nel proprio cuore la preghiera personale, e si realizza
prima della colletta della Messa, al termine dei riti introduttivi e
all’inizio della liturgia della Parola. Nell’ Ordinamento generale del
Messale romano al n 54 troviamo: “Poi il sacerdote invita il popolo a
pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per
prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel
cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice
l’orazione, chiamata comunemente «colletta», per mezzo della quale viene
espresso il carattere della celebrazione”. Si rispetti questo silenzio, sia
come tempo da parte di chi presiede la celebrazione, sia come atteggiamento
da parte della stessa assemblea. Vi è poi un silenzio di appropriazione:
l’esempio più espressivo lo troviamo nella preghiera eucaristica. Essa viene
pronuncitata dal sacerdote che presiede e che interpreta sia la voce di Dio
che si rivolge al popolo che quella del popolo che si rivolge a Dio. In
questo caso l’assemblea unisce la sua voce osservando un religioso silenzio,
in un esercizio impegnativo di partecipazione. C’è un silenzio meditativo:
in risposta alla proclamazione della Parola di Dio, si accoglie con un breve
silenzio ciò che si è ascoltato per favorire l’assenso del cuore e della
vita. Anche qui l’IGMR al n 56 ricorda: “La liturgia della Parola dev’essere
celebrata in modo da favorire la meditazione; quindi si deve assolutamente
evitare ogni forma di fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono
opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea radunata,
per mezzo dei quali, con l’aiuto dello Spirito Santo, la Parola di Dio venga
accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera. Questi momenti
di silenzio si possono osservare, ad esempio, prima che inizi la stessa
liturgia della Parola, dopo la prima e la seconda lettura, e terminata
l’omelia”. Da ultimo c’è un silenzio di adorazione: prima e dopo l’incontro
con il mistero eucaristico siamo invitati a coltivare questo silenzio di
adorazione, prolungando l’intima unione con il Signore. Il silenzio
liturgico non è mutismo o ripiegamento passivo; è ricco di partecipazione ed
è in grado di creare il clima e le condizioni necessarie per vivere
un’intensa azione liturgica, partecipata da tutta la comunità.
E.
V.


|