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Beati i poveri
in spirito
26a
del t.o. -
26 settembre 2004 - anno C
DONATELLA SCAIOLA
Il
grembo di Abramo. Affresco di Friedrich Pacher, Novacella, chiostro
dell’abbazia.
Prima lettura:
Am 6,1a.4-7
Salmo responsoriale:
Sal 145,7-10
Seconda lettura: 1 Tm 6,11-16
Vangelo:
Lc 16,19-31
Continua
il discorso di critica profetica che la liturgia aveva iniziato nella
precedente domenica, offrendo alla nostra meditazione un testo tratto dal
libro del profeta Amos. Anche oggi leggiamo un brano dello stesso profeta,
che tratta una tematica molto affine. Si descrive qui il lusso vissuto dagli
abitanti di Samaria, o almeno da alcuni di loro, i ricchi, che vengono qui
presentati come "spensierati". Il loro atteggiamento, cioè, non è cattivo,
ma noncurante, sono, in fondo, dei buontemponi! Se la settimana scorsa siamo
stati confrontati con delle frodi esplicitamente perpetrate ai danni dei
poveri con l'intento di guadagnare il più possibile ("Venderemo
anche lo scarto del grano!"),
salvando però l'apparenza di una pratica di fede corretta ("Quando
passerà il sabato?"),
oggi ci viene tratteggiata una situazione diversa, quella di
"coloro che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria".
Come si diceva in precedenza, Amos rivolge la sua predicazione contro gli
abitanti del regno del nord, ma il valore delle sue parole travalica i
secoli e presenta tratti di grande attualità. Sfuggiamo dunque alla
tentazione di leggere queste pagine in modo "archeologico", come se
riguardassero situazioni lontane dalle nostre, e lasciamoci provocare dalla
sue parole.
Ci viene presentata la situazione di chi vive nel lusso, un lusso che appare
esagerato ("letti
d'avorio"; "bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più
raffinati")
e influenzato anche da mode straniere ("sdraiati
sui loro divani"),
in qualche modo estranee alla tradizione d'Israele. Di per sé, si potrebbe
obiettare, che cosa fanno di male? Infatti in questo testo non si parla
esplicitamente di ingiustizia sociale, e quindi non si dice che il loro
lusso è il frutto di guadagni illeciti. Emerge invece la noncuranza tipica
dei ricchi che
"canterellano al suono dell'arpa e si pareggiano a Davide negli strumenti
musicali",
che cioè non hanno coscienza di sé, ma, lo ribadiamo, più come conseguenza
di un approccio superficiale alle cose, che per reale malvagità. Il
risultato è lo stesso, c'è in tale noncuranza, in questo "non preoccuparsi",
qualcosa che, a nostro avviso, è ancora più offensivo della cattiveria fatta
in modo consapevole e voluta.
Tale atteggiamento viene comunque condannato dal Signore ("Andranno
in esilio in testa ai deportati e cesserà l'orgia dei buontemponi"),
il quale, come dice il salmo,
"rende giustizia agli oppressi".
Quest’affermazione attinente al livello della fede, nel senso che noi non
vediamo sempre, o meglio, quasi mai, la realizzazione storica di tale
giudizio. Nella visibilità storica, che è la nostra, succede piuttosto che
il ricco prosperi e non gli succeda niente di male, ma nella fede noi
affermiamo che la realtà, colta dal punto di vista di Dio, è diversa, e noi
siamo invitati a lavorare affichè tutto questo si veda. Siamo cioè esortati
a costruire la giustizia, a ridurre almeno, se non a risolvere, le disparità
sociali.
Il
Vangelo
ci racconta una parabola che contiene un insegnamento analogo. Noi
conosciamo questo racconto come la parabola del ricco epulone e del povero
Lazzaro, ma, in realtà, il ricco non ha nome. Solo il povero viene chiamato
per nome, solo lui conta agli occhi di Dio. O forse l'anonimato del ricco
allude al fatto che tutti i ricchi, in fondo, sono uguali, e che non importa
dunque come si chiamava l'uomo della parabola. Comunque, questo ricco
anonimo vive in modo lussuoso,
"vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente",
senza vedere Lazzaro che stava alla sua porta. Il ricco non fa del male, in
senso stretto, usa solo le sue sostanze, e il racconto non dice come se le è
procurate, se onestamente o meno. Il problema è che non vede, come coloro
che vengono condannati nella parabola del giudizio di Mt 25, i quali appunto
chiedono:
"Ma quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato...?".
Secondo le regole del contrappasso, nell'al di là la situazione si rovescia,
e a questo punto il ricco vede Lazzaro accanto ad Abramo. Mi suona sempre
offensivo il modo in cui il ricco pensa di poter disporre di Lazzaro anche
ora:
"Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la
punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura".
Prima non lo vedeva, adesso ritiene di avere comunque il diritto di essere
servito da lui, come per rivelare che l'indifferenza precedente era, in
fondo, colpevole. Non pago di ciò, il ricco pretende che Lazzaro venga
mandato dai suoi fratelli, e qui il testo, in un certo senso, esce dal
livello metaforico e si pone sul piano della realtà:
"Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro".
La Scrittura che noi abbiamo tra le mani è in grado di aprirci gli occhi sul
senso delle cose e di farci comprendere quello che succede attorno a noi e
in noi. Noi però spesso riteniamo che la nostra fede abbia piuttosto bisogno
di segni esteriori, di miracoli, prodigi, apparizioni, e quant'altro, e
sottovalutiamo il valore che la Scrittura ha per noi. Abramo nella parabola,
lo dice chiaramente:
"Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti
sarebbero persuasi".
Neanche un evento straordinario come la risurrezione dai morti può essere
interpretato in modo corretto senza far riferimento alla Scrittura.
La risurrezione di Gesù, cui qui si allude, ha una logica che si evince
ricorrendo alle Scritture, non è un segno prodigioso fine a se stesso. Il
senso della risurrezione, e quindi il valore di una vita che il Padre
approva, facendo risuscitare il Figlio dai morti, è contenuto nella Parola
di Dio, alla quale siamo rimandati per trovare un orientamento per le nostre
scelte quotidiane.
A queste parole fa eco Paolo nella
seconda lettura,
il quale esorta Timoteo a
"tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza",
per raggiungere la vita eterna alla quale siamo chiamati. Perseguire tali
valori comporta una lotta, che però è "buona", perché conduce non alla morte
di qualcuno, ma alla nascita di una creatura che finalmente corrisponde a
quello che è il progetto del Creatore.


Preghiera della
famiglia attorno alla mensa
Signore Gesù, quanta distanza percepiamo
tra il tuo Vangelo ed il nostro stile di vita!
Noi siamo soliti privilegiare i legami di sangue
e di amicizia, mentre dovremmo essere
premurosi con ogni uomo, come hai fatto tu.
Parliamo di strutture di peccato e siamo
proprio noi a perpetuarle col nostro passivo consenso.
Oggi sostiamo a riflettere: vogliamo allineare
le nostre scelte quotidiane con le esigenze dell'amore.
Se tu ci sostieni, avremo il coraggio di dire
no al nostro egoismo e no ad un cristianesimo
ininfluente sul modo di concepire la civiltà.
Aiutaci a stare dalla parte di ogni Lazzaro
che geme. Amen.
Dario e Antonella

Celebrare la bellezza
La pagina evangelica di questa 26a domenica
del t.o. risulta più che mai attuale nel mondo di oggi, in cui tanti
“Lazzari” giacciono alla nostra porta, nella cosiddetta società del
benessere, e tanti attendono, nei paesi del terzo mondo, qualcosa di diverso
da un rapporto di sfruttamento e di forza. Ciò che conta oggi è varcare
l’abisso che ci separa da questi fratelli, prima che esso diventi un baratro
invalicabile, non possiamo rimanere distanti e indifferenti al loro grido e
alla loro richiesta di aiuto. Il problema grave è il fatto che un terzo
dell’umanità ammassa ricchezze, si abbuffa e spreca, e due terzi muoiono di
fame a causa di leggi ingiuste ed inique.
Nella preghiera universale possiamo chiedere
oggi la conversione di coloro che stabiliscono le leggi del commercio,
perché sia dato il giusto compenso ai popoli poveri che sono sfruttati e le
ricchezze siano distribuite a tutti. Coloro, poi che sono più “fortunati”,
nel senso che non si trovano in condizioni di estrema necessità, ma hanno il
necessario per una vita dignitosa e sicura, non cessino di ringraziare Dio
con umiltà e semplicità di cuore.
La nostra celebrazione eucaristica è sempre un
rendimento di grazie a Dio per i suoi innumerevoli doni, ed è cosa buona e
giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni
luogo...
Suggeriamo di cantare la preghiera del Signore
(il Padre nostro), non pensando solo a noi stessi, ma a braccia spalancate
preghiamo soprattutto per i poveri, chiedendo il pane quotidiano, il pane
del lavoro, il pane della pace, il pane della cultura... ma soprattutto il
pane del cielo, nutrimento spirituale mentre siamo ancora in cammino nel
terreno pellegrinaggio. Alle parole che seguono il Padre nostro, pronunciate
dal sacerdote ( liberaci Signore, da tutti i mali...)si può fare una breve
pausa e ciascuno, interiormente, può chiedere di essere liberato da ciò di
cui ha maggiormente bisogno (dal possesso e dall’uso egoistico delle
ricchezze e del denaro, dalla cupidigia, dall’egocentrismo, ecc...).
La cena del Signore è il luogo per eccellenza
della condivisione, il pane eucaristico è pane spezzato per essere condiviso
e dato. Accostandoci a ricevere il santo corpo di Cristo noi ci impegniamo a
fare memoria di lui attraverso il nostro comportamento quotidiano. Ci
impegniamo ad imitarlo e ad essere noi stessi per gli altri pane che nutre e
vino che allieta, a dare noi stessi da mangiare e a vivere la condivisione
nel quotidiano. Quando ci accostiamo alla mensa eucaristica, non abbiamo
diritto di essere indifferenti nei confronti di coloro ai quali manca il
pane quotidiano. S. Giovanni Crisostomo ricordava ai suoi fedeli: “La Chiesa
non è un museo d’oro e d’argento ma è un’assemblea... Onora il corpo di
Cristo nel corpo del tuo fratello, dividendo il tuo patrimonio con i poveri:
perché a Dio non occorrono calici d’oro, ma anime d’oro”. E. V.

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