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La
ricerca
della vera ricchezza
18a
del t.o. -
1° agosto 2004 - anno C
Prima lettura:
Qo 1,2; 2,21-23
Salmo responsoriale:
Sal 94,1-2.6-9
Seconda lettura:
Col 3,1-5.9-11
Vangelo:
Lc 12,13-21
DONATELLA SCAIOLA
Che cosa dura?
La
liturgia odierna presenta tratti di grande attualità, centrata com'è su
tematiche sapienziali quali: la ricchezza, la ricerca di ciò che ha in sé
una consistenza certa, il rinnovamento della persona, ecc...
Qoelet apre la liturgia della Parola con un motto che è divenuto
tradizionale, di cui si è in parte anche abusato nella storia della
spiritualità:
"Vanità delle vanità - dice Qoelet - vanità delle vanità, tutto è vanità".
Ci sono state epoche nella storia della Chiesa in cui queste parole sono
state utilizzate per giustificare una svalutazione delle realtà mondane e
per sostenere la necessità di privilegiare i valori dello Spirito, inteso
però in modo disincarnato, legato alle anime, senza particolari rapporti con
il corpo. Senza entrare nel merito di tale concezione spirituale, si può
almeno dire che Qoelet è stato travisato. La celeberrima espressione
"vanità delle vanità"
esprime un superlativo in ebraico. Si potrebbe tradurre con "vanità estrema,
somma, totale", ecc... Il sostantivo ebraico, poi, significa propriamente
qualcosa di leggero, e viene assimilato al fumo, alla nuvola del mattino
che, si sa, in Oriente scompare non appena sorge il sole. Anche in Israele
capita questo: ci si alza al mattino e il cielo è nuvoloso. Non c'è bisogno
però di prendere l'ombrello, perché non appena il sole sorge, questa
nuvolaglia leggera si dissolve. Quindi il termine ebraico
hebel
non ha in sé delle connotazioni di tipo morale, svalutative, come nel
sostantivo italiano
"vanità",
ma fa riferimento solo a qualcosa che non ha peso, è leggero. In questa
parola risuona il nome di Abele, che passa nell'esistenza senza lasciare
tracce, almeno apparenti, senza pronunciare nemmeno una parola, il cui
ricordo è come quello
"dell'ospite di un solo giorno".
La domanda che il saggio Qoelet si pone, da buon filosofo che riflette
sull'esistenza umana, verte su ciò che dura, che ha una consistenza, che non
si perde nel vuoto. È un interrogativo che ogni essere umano che non viva in
modo superficiale prima o poi si pone, dal momento che non si tratta di una
questione accademica, teorica, bensì di un problema che attiene al senso
dell'esistenza. Qoelet, riflettendo sulla realtà e sulle sue contraddizioni,
si chiede che senso ha l'affanno che viviamo, e come trovare il riposo del
cuore. La risposta a tali interrogativi esige una ricerca personale e il
coraggio di non accontentarsi di risposte convenzionali, prefabbricate. Un
interrogativo analogo ci viene proposto dal
Vangelo,
in cui "uno della folla" avanza una richiesta a Gesù:
"Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità".
Una domanda che forse giudicheremmo legittima, ma che Gesù si rifiuta di
considerare. Nella sua risposta egli va piuttosto al cuore del problema:
"Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia".

Le
cose della terra svaniscono, come le nuvole del mattino.
Prima di riflettere su questo termine importante, vorremmo richiamare
l'attenzione sull'atteggiamento di Gesù. Molte volte nel Vangelo vengono
poste delle domande a Gesù, ed egli difficilmente risponde. O pone, a sua
volta, un'altra domanda, o, come in questo caso, apparentemente risponde
senza rispondere, ma andando alla radice del problema. Questo dovrebbe
orientare anche la lettura del Vangelo che noi facciamo, perché troppo
spesso ci avviciniamo alla Scrittura per avere delle risposte, tra l'altro,
possibilmente sicure, che ci dispensino dalla fatica di decidere. Gesù
invece ci rimanda al discernimento, ci dà degli orientamenti di fondo che
ciascuno deve poi mettere in rapporto con la situazione concreta in cui si
trova per individuare una strategia di comportamento. Nel caso presente Gesù
supera la contingenza dell'interrogativo, sia rivendicando per sé un ruolo
che non si esaurisce nel dirimere questioni di interesse, e fa questo senza
entrare nel merito di chi ha torto o ha ragione, sia additando il centro del
problema, la cupidigia. Questo termine ricorre anche nella
seconda lettura,
ma là viene reso con "avarizia insaziabile". Il vocabolo greco è
pleonexìa,
da
plèon èchein,
avere di più, ed esprime il desiderio di avere sempre di più senza occuparsi
degli altri, e persino a loro spese. La cupidigia corrisponde ad una
perversione del desiderio e presenta certe caratteristiche: verte sui beni
materiali, in particolare, sulle ricchezze, sul denaro, ed è particolarmente
contraria all'amore del prossimo, che può essere strumentalizzato per
soddisfare tale passione. Nella parabola che Gesù racconta per illustrare il
suo pensiero, sorprende non tanto la malvagità di quest'uomo ricco, che non
viene definito empio, bensì stolto, stupido, cioè incapace di comprendere il
senso delle cose. Quest'uomo, poi, in maniera impressionante, parla solo tra
sé e sé, non ha relazione con nessuno ("Egli
ragionava tra sé"; "dirò a me stesso"; "anima mia", ecc...).
È questa la sua stoltezza, il pensare di poter contare solo su di sé a
partire da una certa quantità di beni materiali, il ridurre la vita ad una
questione di "cose" nelle quali riporre la sua sicurezza, la consistenza
della sua vita. Gesù non dice che i beni sono cattivi, ma che è sbagliato
ritenere che da essi provenga in modo sicuro l'ancoraggio della nostra
esistenza.
Si potrebbe forse sorridere davanti a questo atteggiamento, se Paolo, nella
seconda lettura,
come si diceva, non ritornasse sull'argomento paragonando questa bramosia
all'idolatria. Forse ci appare esagerata tale identificazione, ma è vero che
ogni realtà, anche buona, e questa non lo è, o è, perlomeno, ambigua, quando
viene assolutizzata, tende a prendere il posto di Dio. Paolo indica anche
l'alternativa a questo atteggiamento che, insieme ad altri (fornicazione,
impurità, passioni, desideri cattivi), definisce l'uomo vecchio, quello che
appartiene alla terra. Si tratta di prendere atto del fatto che abbiamo già
rivestito l'uomo nuovo. Paolo non ci pone di fronte ad un dover essere che
si basa su titanici sforzi di miglioramento personale, ma ci ricorda la
nostra realtà attuale, come dicono gli esegeti, ci mette di fronte
all'indicativo, a quello che siamo, perché Cristo ci ha donato di esserlo:
persone rinnovate dal suo amore, che hanno la possibilità di assomigliare
all'immagine del Creatore. Cristo è già "tutto in tutti", bisogna solo far
spazio a questa consapevolezza nel nostro vissuto ed esprimerlo nelle scelte
concrete. È questa consapevolezza a dare consistenza alle nostre esistenze,
sottraendole al fluire delle cose che a volte, così ci pare, rotolano
attorno a noi che ci sforziamo di salvarne almeno alcune. La consistenza
della nostra vita non è affidata alle ricchezze, ai beni, ma non per questo
manca. C'è una solidità, ed essa si radica nell'essere risorti con Cristo, e
si esprime nel
"cercare le cose
di lassù.

La nostra vita non dipende dalle ricchezze materiali.

Preghiera della
famiglia attorno alla mensa
Signore,
noi vogliamo essere operai che si affaticano
per edificare il tuo regno. Non ci distragga
il richiamo bugiardo della ricchezza materiale;
non ci spaventi il rischio di diventare più
poveri donando a chi è nel bisogno; non ci privi
di speranza l'odio forsennato che semina
morte nel mondo; non ci spinga ad arrenderci il
tuo apparente silenzio nelle pieghe della storia.
Nulla è vano di ciò che si fa per te. Amen.
Dario e Antonella


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