La Vita in Cristo e nella Chiesa
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La domenica “della Luce”

4a di Quaresima - anno A - 6 Marzo 2005

• Prima lettura: 1 Sam 16,1b.6-7.10-13a • Salmo responsoriale: Sal 22,2-6
Seconda lettura: Ef 5,8-14 • Vangelo: Gv 9,1-41


La vera cecità è il rifiuto di Dio, la chiusura alla sua Parola.

La scelta di Dio

La prima lettura racconta un episodio centrale della storia del popolo: la scelta di Davide, re di Israele. Questo brano rientra nel piano che presiede alla scelta delle prime letture del tempo di Quaresima: sottolineare le articolazioni progressive, le tappe della storia della salvezza. Nel cammino verso la Pasqua, la liturgia ci fa rivivere i più grandi misteri della fede, come avveniva all’inizio della Chiesa quando, in questo periodo, i catecumeni si preparavano al battesimo. Non a caso, il Vangelo odierno, come vedremo, tratta due temi intimamente connessi tra loro: fede e battesimo. Abbiamo già meditato, nelle domeniche precedenti, l’episodio della Samaritana, che aveva al centro il tema dell’acqua; oggi, invece, il simbolo utilizzato è la luce.
Ma torniamo per un momento alla prima lettura per spiegare meglio in che cosa consista l’importanza di questo racconto. Ci troviamo all’inizio della monarchia, che costituisce un momento di passaggio rilevante nella storia del popolo d’Israele. Nella successione del racconto biblico, infatti, il popolo, uscito dall’Egitto, mantiene una struttura carismatica, si presenta come la famiglia del Signore, che ha Dio come suo capo, e che vive rapporti paritari all’interno delle tribù. Tale struttura carismatica, che il periodo dei Giudici aveva mantenuto, porta in sé delle fragilità, delle debolezze costitutive che la storia si preoccupa di far emergere. Infatti è molto bello vivere un’esistenza autonoma, facendo riferimento solo in alcuni casi estremi (per esempio la guerra) ad un leader carismatico che Dio suscitava per l’occasione, cioè il giudice. Eppure questa viene giudicata dal redattore biblico come un’epoca in cui ciascuno faceva quello che voleva, dal momento che non c’era un re in Israele. S’impone quindi l’esigenza di darsi una struttura diversa, che, a sua volta, non è esente da rischi.
Samuele, giudice e profeta, al quale il popolo si rivolge per chiedergli di ungere un re, si inalbera di fronte a questa richiesta, nata dal desiderio di essere come tutti gli altri popoli. Questa è, in fondo, la tentazione perenne del popolo di Dio: il conformismo, l’essere assimilati alla mentalità dominante, l’essere come tutti, non conservare un’identità che appare pesante o discriminante. Dunque, si potrebbe dire, non esiste un modo di essere popolo di Dio scevro da ambiguità: né la forma carismatica e un po’ anarchica del tempo dei Giudici, né quella istituzionale della monarchia. Questo dovrebbe far riflettere, invitandoci, da una parte, a non considerare ideale nessuna incarnazione storica del potere e nessuna modalità concreta di vivere la fede, e, dall’altra, a saper discernere il modo concreto in cui incarnare la fede oggi, senza ritornare con nostalgia a forme passate che non rispecchiano le esigenze concrete del vivere.


Rovine di una chiesa bizantina del IV secolo,
costruita nel luogo dove probabilmente vi era la piscina di Siloe.

 Di fatto, un re ci sarà in Israele, ma egli non sarà esattamente simile ai re degli altri popoli, perché sarà scelto da Dio, come leggiamo nella liturgia odierna, e dovrà riferirsi costantemente a lui, meditando ogni giorno la legge del Signore per imparare come comportarsi (Dt 17). Si comprende allora perché il re scelto da Dio non corrisponda esattamente alle aspettative umane; egli non è scelto per il suo aspetto né per l’imponenza della sua statura, ma per le sue qualità interiori, per il suo cuore. Le caratteristiche fondamentali di Davide sono inoltre la piccolezza e l’essere pastore, una persona che si prende cura di altri (animali o persone). Un re di questo tipo non contraddice l’orientamento teocratico del popolo, perché il re non si appoggia sulle sue prerogative, ma sul Signore, dal quale Davide riceve lo Spirito.
Ci vogliono occhi di un certo tipo per vedere le cose spirituali, e Samuele stesso fatica inizialmente a comprendere il senso di quello che Dio compie, ed è questo l’insegnamento che il Vangelo propone.
Al centro del racconto troviamo «un uomo cieco dalla nascita». A differenza di quanto avviene in altri casi, il cieco non chiede nulla, nemmeno di essere guarito. In un certo senso, sono i discepoli a richiamare l’attenzione di Gesù su questa persona. Essi propongono una sorta di quesito teologico: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» L’idea di un collegamento tra la malattia e il castigo di Dio era diffusa nel mondo antico, e tuttavia riemerge anche nel nostro mondo secolarizzato, tecnologico e scientifico, perché attinge a livelli umani profondi. Anche noi oggi, quando siamo colpiti da una malattia, ci domandiamo istintivamente: che male ho fatto? Inoltre noi sappiamo che Dio è buono, ma in fondo, abbiamo sempre anche un po’ paura di lui, temiamo che la sua onnipotenza si esprima come arbitrio, che Dio possa cioè indifferentemente farci del bene o del male. È molto importante dunque la risposta che Gesù dà alla domanda dei discepoli: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». L’opera di Dio è a senso unico: Dio dà la vista ai ciechi, perché il suo modo di agire è esclusivamente orientato a dare vita all’uomo. Il racconto del miracolo occupa però un solo versetto, ad indicare che non è lì il centro del racconto. Gesù fa un gesto curioso: sputa per terra, fa del fango, lo mette sugli occhi del cieco e gli ordina di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Tale gesto è stato interpretato in modo diverso già dai Padri della Chiesa. Secondo alcuni, Gesù aggraverebbe ulteriormente la condizione del cieco per far apparire la grandezza della guarigione che egli ottiene. Secondo altri, e noi propendiamo per questa lettura, Gesù ripete il gesto del Dio Creatore che plasma l’uomo con la polvere della terra. Quello che si produce qui è dunque un atto di nuova creazione, alla quale anche il cieco deve partecipare, diversamente da quello che era avvenuto nel racconto della Genesi, nel quale l’uomo era oggetto «passivo» di un intervento di Dio. Gesù invece ordina al cieco di andare a lavarsi. Se il cieco non avesse obbedito, non sarebbe avvenuta la sua guarigione. È sempre importante, nel racconto di un miracolo, che l’uomo faccia qualcosa, non è insignificante il suo contributo. Esprime la fede, forse incipiente, ancora un po’ oscura, del cieco, che però si chiarisce nel corso del racconto. Il testo gioca anche sul nome della piscina, perché Siloe ha un significato attivo, «colui che invia», mentre qui si vuole insistere sul fatto che Gesù è l’inviato del Padre, che compie le sue opere: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno […] Finché sono nel mondo sono la luce del mondo».
Poi Gesù scompare dalla scena e il cieco è messo sotto processo. Deve spiegare ai farisei, alla folla, ai
suoi genitori, il senso di quello che gli è accaduto. Paradossalmente il miracolo non suscita ammirazione, ma discussioni. Davanti al cieco si schierano vari gruppi di persone: la folla, simbolo di chi crede in modo superficiale, epidermico, ma non si interroga sul senso di quello che vede. La folla va alla ricerca di eventi clamorosi, fatti sensazionali, che valgono un giorno, per essere sostituiti domani da altri fatti ugualmente impressionanti, che, in fondo, lasciano il senso che trovano, cioè non provocano nessun cambiamento nelle persone.
I farisei sono invece il simbolo di coloro che capiscono il miracolo, ma non si lasciano interrogare da esso per non essere costretti a cambiare il loro modo di pensare, il loro schema mentale, che prevale su tutto, persino sul buon senso! Il loro cammino è speculare a quello del cieco, ma al contrario: li porta a chiudersi sempre più nelle loro convinzioni, senza aprirsi alla fede. I genitori del cieco rappresentano coloro che credono, ma hanno paura di compromettersi pubblicamente. Non vogliono esporsi, essere criticati, per cui non hanno il coraggio di assumere una posizione chiara nei confronti del figlio. Il cieco, infine, messo sotto processo, paradossalmente acquisisce una consapevolezza sempre più esplicita di quello che gli è successo, ed è proprio l’ostilità che deve affrontare che lo rende consapevole. Non ha paura di essere isolato dal suo gruppo di riferimento, di essere emarginato dalla sua famiglia. Egli vede chiaramente, e non solo perché adesso è stato guarito, tanto è vero che proclama la sua fede in Gesù non appena lo incontra, prostrandosi di fronte a lui.
La condizione del cieco, ci ricorda l’apostolo Paolo nella seconda lettura, era anche la nostra: «Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore». Interessante questo simbolismo della luce che rivela le cose, dà il senso delle distanze e delle proporzioni, dà l’orientamento. La fede, in quanto vita nella luce, dà al credente una certa visione delle cose. Facendo appello al loro essere, «voi siete luce», Paolo esorta i credenti, noi come gli Efesini, a vivere in modo coerente a ciò che sono divenuti grazie al battesimo. La luce infatti non va solo contemplata, ma deve portare anche dei frutti, «bontà, giustizia, verità». Negli atti si esprime cosa è la luce: essere buoni, veri e giusti. Il discernimento di questi atti è affidato alla coscienza del credente, chiamato ad esaminare ciò che è buono e a decidersi per esso (5,10).           Donatella Scaiola

 

 

 

Viaggio… nel testo

La luce

«Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo»
(Gv 9,5). La luce, primo elemento della creazione (cf Gen 1,3), è condizione indispensabile di vita, tanto da essere entrata nel linguaggio comune per indicare alcuni momenti fondamentali: la nascita (= «venire alla luce»), la morte (= «chiudere gli occhi alla luce di questo mondo»), la vita eterna (= «essere ammessi a contemplare la luce eterna, lo splendore del volto di Dio»).
La luce è elemento immateriale, per questo nelle diverse credenze religiose indica la divinità. I miti dell’antico Oriente narrano l’origine della creazione come la lotta tra Marduk, eroe della luce, e le tenebre che alla fine vengono sconfitte. Nella Bibbia la luce è attributo di Dio: «avvolto nella luce come di un manto» (Sal 104,2). Le manifestazioni di Dio sono, in genere, accompagnate da una luce sfolgorante (cf Es 19,18ss) poiché egli è il solo che abita una luce inaccessibile (cf 1 Tm 6,16). La luce è collegata alla rivelazione di Dio, perché la sua Parola illumina e salva (cf Sal 119,105). Anche Saulo riconosce la presenza del vero Dio nell’esperienza di una luce accecante (cf At 9,3; 22,6). La luce è il fondamento del vedere, del conoscere e del riconoscere: la sapienza è «riflesso della luce perenne» (Sap 7,26). Jhwh dà la luce agli occhi (cf Sal 13,4). La vista e la cecità nel testo biblico vanno oltre il dato fisico e assumono una connotazione spirituale. Il profeta è il veggente perché lascia penetrare nel proprio cuore la luce della Parola. La cecità è legata al rifiuto di Dio, della sua Parola, all’essere eccessivamente coinvolti nelle realtà materiali. Vivere nel peccato è camminare nelle tenebre (cf Is 59,9-11; Gv 1,5). La nascita di Gesù, Messia atteso, è presentata come un avvenimento di luce: i pastori vengono avvolti da una luce intensa (cf Lc 2,9). Così Gesù viene accolto dal vecchio Simeone: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza… luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc 2,30.32). Gesù è il sole senza tramonto che illumina l’infinito giorno divino che declinerà al momento della crocifissione: «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45 //). Al mattino di Pasqua la pietra rotolata via dal sepolcro permette alla luce di penetrare nel luogo della morte e di metterla in fuga per sempre. La fede in Gesù trasforma il credente in un essere luminoso, figlio della luce e luce del mondo (cf Gv 12,36; Mt 5,14). Questa nuova identità non è acquisita una volta per tutte, è una conquista che richiede vigilanza e combattimento, per questo S. Paolo invita ad indossare le armi della luce (cf Rm 13,12; Ef 6,13- 17; 2 Cor 6,7).
* La 4a domenica di Quaresima è denominata «Laetare», dall’antifona d’ingresso che invita a rallegrarsi e dà il «La» a tutta la celebrazione eucaristica e a tutta la giornata. Nel clima di semplice e pacata gioia oggi si possono usare i paramenti rosacei, per stemperare l’austerità propria del tempo quaresimale e si può preparare nell’aula liturgica un sobrio addobbo floreale.
* Preghiamo ancora per i catecumeni, per i quali oggi continuano gli scrutini; essi si preparano ad essere illuminati da Cristo nel battesimo. Negli scritti paolini, infatti, per indicare il battesimo viene usato un termine greco: photismos che significa illuminazione (cf Rm 6,3-11). P. R.

 

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Mensile di formazione e informazione liturgica fondato dal venerabile Giacomo   Alberione nel 1951 
Editrice: Provincia italiana Pie Discepole del Divin Maestro